121’
Torna, in linea col titolo, il grande gineceo
almodovariano come torna il passato di ciascuno attraverso la famiglia
scandagliata nell’ultimo lavoro del regista della Mancha in odore dell’ennesimo
riconoscimento a Cannes. Com’era stato per l’intenso "Todo
sobre mi madre" l’occhio di Pedro osserva una società
prevalentemente femminile dove gli uomini sono comparse farabutte o
evanescenti. E’ l’amara sorpresa con cui deve misurarsi Raimunda,
una Penelope Cruz dai richiami neorealisti, a metà strada fra la
procace sensualità della Loren e l’energica vitalità della Magnani,
omaggiata nel film con uno scorcio di "Bellissima".
Il racconto è drammatico e leggero, come la vita
narrata da Almodòvar e trattandosi di vita vissuta, giocata sui ricordi
tutto è assolutamente autobiografico, tranne forse qualche ammazzamento
di troppo. Azzeccatissime nei vari ruoli le attrici che abbracciano tre
generazioni - da Chus Lampreave a Yohana Cobo - e reggono con una
recitazione intensa e spiritosa i tanti coloratissimi interni sia d’arredo
kitch-pop sia di tradizionali case d’epoca con meravigliosi cortili.
Il ricordo della Mancha dunque, della campagna, del
"vento di Levante che fa impazzire la gente", dei riti e della
tradizione dove la morte è esorcizzata tramite la vita. Nell’apertura
del film le donne riunite sulle tombe dei cari estinti rendono il
cimitero un luogo vitalissimo come fosse un mercato, vociante, colorato
e il nero di tanti paramenti è portato con la naturalezza di qualsiasi
altro colore.
Tramite le protagoniste - le sorelle Raimunda, che ha
Paola come figlia, e Sole originarie della Mancha ma ormai madrilene -
il regista rivive legami familiari in un andirivieni di realtà e
finzione, in un’immersione onirica che deve comunque fare i conti col
tempo che passa. E proprio le generazioni di donne che si succedono –
la zia Paola che muore, Raimunda che rileva un ristorante e rilancia la
vita dopo la sparizione di Paco, Sole che fa la parrucchiera clandestina
nel suo appartamento, Agustina che dalla Mancha viene a trovarle per
chiarire dei misteri e farsi curare il cancro, e la madre, fantasma in
carne e ossa che ricompare – danno il senso e il ritmo dell’esistenza,
dopo tutto e nonostante tutto.
Naturalmente nella vita fioccano imprevisti e colpi
di scena: una sera rincasando Raimunda trova attonita alla fermata dei
pullman la figlia Paola. Entrata in cucina comprende il perché di quel
volto smarrito. Sul pavimento c’è il corpo esanime di Paco, il suo
uomo, riverso in un lago di sangue. Aveva tentato di violentare la
figlia e lei l’ha infilzato con una lama. Raimunda non si perde d’animo
intima alla ragazza di tenere il segreto e, se scoperte, di accusare lei
dell’omicidio, quindi fa sparire il cadavere infilandolo nel freezer
del ristorante che un vicino ha appena lasciato per trasferirsi a
Barcellona. Rivelerà alla figlia che Paco non era il padre, ma il gesto
scellerato era comunque degno di quella fine. Amen. E colpo di scena su
colpo, Sole che s’era recata al funerale della zia Paola si ritrova
nel portabagagli dell’auto il fantasma della madre. Che però morta
non era come spiegherà dopo aver preso alloggio da lei per poi aiutarla
nell’attività di parrucchiera.
Nel percorso a ritroso sulla riscoperta della propria
vita si possono svelare cose in genere cancellate per traumi profondi.
Sole e Raimunda, avevano saputo della scomparsa dei genitori in un
incendio, a morire in quella casa c’era il padre delle ragazze e una
donna (la madre hippy di Agustina) con cui l’uomo s’accompagnava. Il
loro padre s’accompaganava a molte donne facendo soffrire la moglie, e
il giorno in cui lei vide il marito e la hippy che amoreggiavano nella
casa di campagna appiccò il fuoco, presto animato dal vento di Levante.
I due morirono, lei sparì. Così tutti credettero che la coppia trovata
incenerita fossero i genitori di Raimunda e Sole. Altro mistero svelato
e rimosso da Raimunda è l’incesto subìto da parte del padre a
seguito del quale nacque Paola, lo rielabora parlando con sua madre. La
scomparsa di questa tipologia di uomini non lascia sensi di colpa né
rimpianti, al massimo come fa Raimunda dopo aver sotterrato il freezer
col cadavere di Paco, s’incide su un albero la data della dipartita.
Intreccio e drammone a tinte fosche che Pedro, con la
narrazione brillante che lo caratterizza, riesce a rendere per nulla
ingombrante, anzi situazioni pur dolorose che danno i lucciconi alle
brave Penelope Cruz e Blanca Portillo (due superbe recitazioni)
risultano quasi normali e comunque non angosciose.
Certo il passato familiare non si cancella e può
influenzare la vita presente con ruoli che ritornano in maniera insana,
accade a Sole - separata e solitaria - e alla madre, che in tarda età
si ripropongono un rapporto proprio dei decenni precedenti che sa di
rimedio e rifugio. Ma può aprire anche scenari di solidarietà tutta
femminile, sul cui tema Almodòvar s’era già espresso, e che continua
a ribadire senz’ombra di dubbio come inconfutabile realtà relazionale
del vivere contemporaneo.