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IL SANGUE DEI VINTI
di GIAMPAOLO
PANSA
RIFLESSIONI di
Enrico Campofreda
Della nuova fatica di Giampaolo Pansa "Il
sangue dei vinti" ( Sperling
& Kupfer, 2003) ne è felice
esclusivamente la Destra. Quella nostalgica del mai morto fascismo
filo e post, che però litanìe simili le aveva già scritte, tanto
da offrire al giornalista di Casale Monferrato le fondamenta
bibliografiche del suo libro.
E quella "perbenista" che dà più
fiato alla revisione della storia. Sul modello delle non
nuove teorie di Ernst Nolte (per il quale il massacro di sei milioni
di ebrei perpetrato dal nazismo non sarebbe mai avvenuto) si
sostiene che il fascismo non è stato una dittatura; non ha seminato
morte per conquistare il potere e conservarlo per un ventennio; non
ha praticato assassini di massa con le guerre mercenarie e coloniali
spingendo poi il popolo italiano nel baratro del conflitto mondiale.
Insomma le pericolose amenità diffuse sulle
pagine del Corriere della sera da Galli della Loggia e dagli
editorialisti Mieli e Romano, solo per citare i più ostinati
manipolatori, che trovano il sostegno anche di riviste come
"Nuova storia contemporanea" diretta da Francesco
Perfetti.
Ignorare la condanna della storia
Il libro, sull’onda dell’attuale moda
revisionista, stravende. Escludiamo che Pansa l’abbia pubblicato
per bieco interesse economico: con tutto quel che ha guadagnato, fra
attività editoriale e giornalistica, non ne aveva bisogno.
Cerchiamo di capire il fine dell’iniziativa.
La motivazione che l’autore pone in apertura ha
il sapore d’una giustificazione nient’affatto originale, una
sorta di riesumazione dorotea degli opposti estremismi.
Dichiara "Dopo tante pagine scritte sulla Resistenza
e sulle atrocità compiute da tedeschi e fascisti, mi è sembrato
giusto far vedere l’altra faccia della medaglia. Ossia quel che
accadde ai fascisti dopo il crollo della Repubblica Sociale
Italiana, che cosa patirono, le violenze e gli assassini di cui
furono vittime".
Dunque il navigato curatore di altri racconti a
sfondo storico guarda gli effetti senza risalire alle
cause e finisce per porre sullo stesso piano dittatori e
oppressi, squadristi, partigiani e vittime civili riesumando la
teoria dei morti tutti uguali.
Se si usa come metro la categoria dello spirito
la morte può omologare e unificare gli uomini e le loro sorti. Non
può, invece, pacificarli né renderli simili perché ciò che essi
hanno compiuto in vita segna la loro differenza anche dopo il
trapasso. La fine del dittatore Mussolini non è stata e non sarà
mai eguale a quella d’un combattente della libertà. Sono morti
per intenti opposti, come opposta è stata la loro esistenza: l’una
segnata da soprusi e oppressione, l’altra dall’affermazione di
pace e democrazia.
E non si tratta di separare alla maniera manichea
bene male, ma di non dimenticare i fatti e il giudizio della storia
come effetto di "ciò che riguarda ... tutti gli uomini del
mondo che si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e
migliorano se stessi".
Ignorare gli insegnamenti della storia
Pansa tralascia un altro essenziale insegnamento
della storia: la consequenzialità dei fatti. Chiunque
la studi sa come molte vicende si susseguono con frequenti legami e
ripercussioni. Spesso qualcosa accade perché in precedenza è
accaduto dell’altro e, per violenze e vendette, tale
consequenzialità è ancora più stretta. Perciò sarebbe quantomeno
singolare - se non fosse voluto e fazioso - parlare della resa dei
conti col fascismo e coi suoi sostenitori più fanatici senza
considerare quanti soprusi, oppressioni, violenze, assassini, lutti
il regime mussoliniano produsse in venticinque anni: due di
squadrismo pre-marcia su Roma, ventuno di dittatura e altri due di
miserrimo servilismo al più feroce regime della storia moderna: lo
stato nazista.
La stessa recente definizione di guerra civile
che molti storici, anche non revisionisti, danno ai terribili mesi
dal settembre ’43 all’aprile ‘45, pare impropria. Seppure si
combatté fra italiani non ci fu uno scontro di un popolo diviso in
due: la componente concentratasi a Salò non aveva più alcun legame
con la popolazione se non quello imposto dal terrore e non avrebbe
potuto sostenere alcun conflitto se non fosse stata protetta dall’esercito
tedesco. L’Italia visse, dunque, una guerra di Liberazione
fra i tedeschi occupanti affiancati dall’esercito fantoccio della
Rsi e le truppe anglo-americane coadiuvate dai partigiani che
miravano a liberare la penisola.
Non accettare le conseguenze di una tragedia
In verità durante la narrazione l’autore
ricorda diverse stragi nazifasciste sui civili e sui patrioti del
Comitato di Liberazione Nazionale offrendo egli stesso la
spiegazione della finale violenza sui vinti causata da quell’odio
verso il fascismo radicato in due generazioni d’italiani oppressi.
Ma prevale in lui, non sappiamo se per gusto
della provocazione o per una tardiva fascinazione verso le tesi
revisioniste, l’intento di fare il martirologio dei fascisti
eliminati, dando fiato anche ai più screditati falsificatori di
parte: l’attuale deputato di An Antonio Serena, recentemente
distintosi per la divulgazione fra i suoi colleghi parlamentari di
pubblicazioni osannanti a uno dei boia delle Fosse Ardeatine, il
capitano delle SS Priebke. Oppure il saloino Giorgio Pisanò,
sostenitore della tesi di 45.000 vittime della repressione
antifascista. Quando è appurato che le vittime del periodo: 1943
fine 1946 furono al massimo 12.000.
Non si tratta comunque di tenere una macabra
contabilità: alcune decine di migliaia di vittime in meno non
attenuano i termini della fermezza della vendetta.
La questione è se si vogliono comprendere le
cause di una dura risposta dei vincitori che trovava, per motivi che
in molti casi Pansa stesso ricorda, una vastissima eco popolare. Se
in alcuni casi prese il sopravvento una vendetta personale e privata
anziché una giustizia collettiva, è un discorso che nulla toglie
al diffuso desiderio di punire nel modo più duro chi aveva
sconvolto la vita italiana per un quarto di secolo.
Antifascismo e insurrezione?
Ai conti col fascismo Pansa aggiunge negli ultimi
capitoli del libro un’ulteriore teoria: i partigiani comunisti nei
mesi successivi alla fine del conflitto cercarono di colpire
anche i capitalisti e gli altri nemici di classe. Così il
giornalista getta in un unico contenitore vendette contro i
criminali di guerra, vendette contro i semplici fascisti (cosa
significasse nei terribili mesi di occupazione non è dato sapere,
visto che si finiva al muro o in un lager anche per la semplice
spiata d’un semplice fascista), vendette di classe, vendette
private, azioni banditesche a sé stanti.
Certo parecchi fascisti e grassatori implicati
col regime vennero ricercati ed eliminati con metodi diretti.
Anche perché dal 1946 la giustizia italiana non ammetteva più per
costoro alcuna punizione. Non fu possibile praticare quello che
Simon Wiesenthal attuò nei confronti di alcuni criminali nazisti
fatti rifugiare in America latina dall’organizzazione Odessa.
Alcuni furono catturati condotti in Israele processati e condannati
a morte.
In Italia dal ‘46 la situazione mutò
profondamente a tal punto che i reduci della Rsi, in
barba alla Costituzione già riorganizzati nel partito neo-fascista
del Msi, ebbero la possibilità di riapparire in pubblico. E
iniziarono a organizzare un’attività eversiva contro la neonata
democrazia con tanto di neo-squadrismo armato. Da quel momento
furono i partigiani comunisti a essere incriminati per
le epurazioni compiute e vennero costretti a riparare in
Cecoslovacchia e Jugoslavia.
Se Pansa vorrà indagare (non è un segreto
Spriano, Fiori avevano iniziato a farlo) sulle posizioni classiste
nel Pci post-resistenziale che si trovò a confliggere col realismo
togliattiano, può farlo. Emancipandosi però da teorie scarsamente
attendibili come quella di Zaslavsky e Aga-Rossi su un presunto
disegno del gruppo dirigente del Pci d’indebolire con
eliminazioni fisiche la borghesia per poi sostituirla. Tesi
surreale visto che la linea togliattiana, pur con la sua
tradizionale doppiezza, non lasciò mai spazio nel periodo
post-bellico a posizioni insurrezionaliste, attuando una linea
riformistico-partecipativa.
Anche Secchia e Longo, in quella fase critici col
segretario, presero sempre le distanze dalla cosiddetta "malattia
del mitra", una scorciatoia militarista che incarnava più
lo spontaneismo ribellistico che programmi realisticamente
rivoluzionari. Se quest’ultimi fossero praticabili e a che prezzo
lo si dovrà commentare storiograficamente con ricerche e studi,
impegnandosi a realizzarli con rigore. Le congetture e le
interpretazioni scandalistiche come quelle degli ultimi capitoli del
"Sangue dei vinti" non aiutano certo la ricerca storica .
Da don Calcagno a Farinacci, da Colombo a Koch
Seguiamo alcuni passi della romanzata storia di
Pansa non per esaltare sangue e vendette bensì per capire gli
eventi, ricordando i casi di fascisti la cui fine risultò tragica
com’era stata la loro vita.
Il seminatore d’odio don Tullio Calcagno,
direttore della razzista Crociata Italica e il suo mentore e
protettore Farinacci, violento squadrista della prim’ora e poi ras
di Cremona, sono due delle prime vittime ricordate da Pansa. Basta
rileggere i truculenti proclami che apparivano su quel foglio e si
comprende perché per loro giunse inesorabile il momento del
giudizio.
Quindi due torturatori che agivano per conto dei
nazisti sotto la Repubblica Sociale: Franco Colombo, organizzatore a
Milano di una polizia privata intitolata a Muti. Pietro Koch,
creatore di luoghi di reclusione e sevizie nella pensione Jaccarino
di Roma e nella villa Fossati di Milano. Con lui decine di accoliti
fra cui spiccavano Tela, Trinca e gli attori Valenti e Ferida,
uccisi dai partigiani dopo il 25 aprile. Scrive Massimiliano Griner
nel suo documentato libro "La banda Koch"
"… Delle
percosse, bastonature staffilate, sul corpo ignudo con cinghie e
catene: quelli erano metodi ordinari, che qualsiasi aguzzino
fascista poteva usare. Roba da dilettanti … Koch era per i metodi
straordinari, per le torture "scientifiche". Era un esteta
del supplizio. Gli piaceva veder soffrire. Le grida di dolore dei
torturati, gli davano brividi di godimento, la vista del sangue lo
inebriava".
Sulle dicerie di Pisanò, secondo cui durante i
giorni della Liberazione un certo numero di fascisti vennero gettati
negli altiforni delle fabbriche di Sesto San Giovanni, non c’è
traccia non solo di documentazione ma neppure di testimonianze.
Brigate nere: quei teschi sui berretti
Della morte assegnata a tali Dainotti, Baldi,
Bianchi e poi Adami, Fiorentini e altri uomini delle Brigate nere
spiegano ampiamente i motivi due passi tratti dal romanzo "Uomini
e no".
LXIII I morti di largo Augusto non erano cinque
soltanto; altri ve n’erano sul marciapiede dirimpetto; e quattro
erano sul corso di Porta Vittoria; sette erano nella piazza delle
Cinque Giornate, ai piedi del monumento. Cartelli dicevano dietro
ogni fila di morti: passati per le armi. Non dicevano altro,
anche i giornali non dicevano altro, e tra i morti erano due ragazzi
di quindici anni. C’era anche una bambina, c’erano due donne e
un vecchio dalla barba bianca. La gente andava per il largo Augusto
e il corso di porta Vittoria fino a piazza delle Cinque Giornate,
vedeva i morti al sole su un marciapiede, i morti all’ombra su un
altro marciapiede, i morti sul corso, i morti sotto il monumento, e
non aveva bisogno di sapere altro. Guardava le facce morte, i piedi
ignudi, i piedi nelle scarpe, guardava le parole dei cartelli,
guardava i teschi con le tibie incrociate sui berretti degli uomini
di guardia, e sembrava che comprendesse ogni cosa.
CII Quello dal grande cappello e dallo scudiscio
scosse allora il capo. Egli aveva capito. Fece indietreggiare i
militi fino a metà del cortile, e raccolse uno straccio dal
mucchio, lo getto su Giulaj. "Zu! Zu! Piglialo!"
disse al cane. E al capitano chiese "Non devono
pigliarlo?" Il cane Blut si era lanciato dietro lo straccio, e
ai piedi di Giulaj lo prese da terra dov’era caduto, lo riportò
nel mucchio. "Mica vorranno farglielo mangiare" Manera
disse. I militi ora non ridevano, da qualche minuto. "Ti
pare?" disse il Primo. "Se volevano toglierlo di
mezzo" il Quarto disse "lo mandavano con gli altri all’Arena".
"Perché dovrebbero farlo mangiare dai cani?" disse il
Quinto. "Vogliono solo fargli paura" disse il Primo. Il
capitano aveva strappato a Gudrun la pantofola, e la mise sulla
testa dell’uomo. "Zu! Zu!" disse a Gudrun. Gudrun
si gettò sull’uomo, ma la pantofola cadde, l’uomo gridò, e
Gudrun riprese in bocca ringhiando, la pantofola. "Oh!"
risero i militi. Risero tutti, e quello dal grande cappello disse
"Non sentono il sangue". Parlò al capitano più da vicino
"No?" gli disse. Gli stracci, allora, furono portati via
dai ragazzi biondi per un ordine del capitano, e quello dal grande
cappello agitò nel buio il suo scudiscio, lo fece due e tre volte
fischiare. "Fscì", fischiò lo scudiscio. Fischiò sull’uomo
nudo, sulle sue braccia intrecciate intorno al capo e tutto lui che
si abbassava, poi colpì dentro a lui. L’uomo nudo si tolse le
braccia dal capo. Era caduto e guardava. Guardò chi lo colpiva,
sangue gli scorreva sulla faccia, e la cagna Gudrun sentì il
sangue."Fange ihn! Beasse ihn!" disse il capitano.
Gudrun addentò l’uomo, strappò dalla spalla."An die
Gurgel" disse il capitano.
L’albero di Solaro e gli alberi-forca di
Bassano
Come ricorda Claudio Pavone nel suo saggio
storico sulla moralità nella Resistenza: la Rsi introdusse la
pratica delle pubbliche esecuzioni e dei cadaveri degli impiccati e
dei fucilati lasciati a lungo sul posto.
A Giuseppe Solaro, fanatico capo del Pnf Torino
(organizzatore, mentre la città veniva liberata, della
"battaglia dei cecchini" che offrì l’ennesimo
spargimento di sangue innocente di trecentoventi fra cittadini e
partigiani) viene restituita quella "festa della forca"
- la definizione è di Pansa - tanto cara al fascismo repubblichino.
Altra testimonianza viene da Mario Isnenghi nella raccolta di saggi
curata da Ranzato "Guerre fratricide".
L’elemento preminente e ricorrente appare
comunque quello della pubblica esposizione del cadavere. Anche l’esposizione
ha le sue regole, di tempo e di spazio. Bisogna che il macabro memento
mori penzoli a lungo, per ore e anche per giorni, dall’albero,
asta o lampione da cui ostenta la sua impotenza "Ero un
ribelle. Questa è la mia fine!" dicono i cartelli attaccati ai
cadaveri dei giustiziati di Arten, Quero, Cornuta, Alano, Oné di
Fonte, Levada, Onigo, Pederobba, Cavaso, Crespano, Bassano e di
tutti i paesi che fanno corona al Grappa nei giorni del disastroso
rastrellamento del massiccio, alla fine del quale si conteranno
centinaia di fucilati, impiccati e appesi vivi a un gancio di
macellaio, oltre ai caduti in combattimento e ai deportati in
Germania. Da tutti i paesi dei dintorni, le madri dei giovani alla
macchia accorrono trepidanti a Bassano, quando si sparge la voce
che, appesi ai minuscoli alberi di viale Venezia, coi piedi che
quasi toccano terra, ce ne sono altri 31 senza nome.
Egualmente dopo la Liberazione a coloro che Pansa
definisce "belve in gabbia", e belve lo erano
state, e in gabbia c’erano finiti dopo la cattura partigiana,
veniva riservato il trattamento che i partigiani avevano subìto a
opera dei nazifascisti. Ancora un passo di Isnenghi.
"Il morituro può essere legato alla cabina
o alla fiancata dell’autocarro, con la faccia rivolta verso l’esterno,
e così esibito lungo le strade che portano al luogo dell’esecuzione.
Si può – come a Genova – fucilare nei forti della cintura e poi
mandar giù il camion con le casse da morto ad attraversare la
città. Oppure è il camion stesso con i boia e i condannati che si
sposta di paese in paese – vero e proprio Carro di Tespi della
morte – sin quando ciascun condannato è stato appeso al suo
albero e buttato fuori dal camion, che prosegue la corsa sino al
prossimo arresto. Un episodio di Paisà ha fissato l’immagine
di un’altra pratica della scenografia della morte, che affida alla
corrente dei fiumi la mobilità e la visibilità delle spoglie del
ribelle, legato alle tavole … ".
Così leggendo della morte di Vezzalini torna
alla mente la strage del 15 novembre 1943 (gli otto antifascisti
fatti prelevare dalle carceri e uccisi vicini al fossato del
Castello Estense di Ferrara) rievocata nel film di Florestano
Vancini
"La lunga notte del ‘43".
I simboli di morte e pacificazione
I simboli della morte sono da sempre l’emblema
dei regimi che disprezzano l’uomo e la sua vita, il fascismo
italiano si distinse e fece scuola in Europa. Se ne ricordano i
lugubri labari e gagliardetti, le funeree canzoni, ma soprattutto la
prolungata pratica dell’assassinio.
Nessuna organizzazione partigiana italiana
teorizzò la violenza fine a se stessa. Quando ci furono episodi di
violenza privata su prigionieri si trattò di casi isolati, mai
diretti politicamente, e vennero repressi e duramente biasimati.
Come altre devianze individualistiche: i furti, ad esempio. Ancora
Pavone: "La severità contro gli atti di banditismo compiuti
dai partigiani è grande, e le fonti ce ne attestano la più dura
applicazione".
Certo, nel concitato periodo successivo alla
Liberazione, si verificarono anche episodi discutibili,
come l’uccisione a sangue freddo di 54 fascisti operata nelle
carceri di Schio da una decina partigiani. In quel caso l’attenuante
delle stragi naziste avvenute nei dintorni (Forni, Pedascala) nei
mesi precedenti e il martirio di due partigiani del luogo, Germano e
Giacomo Bogotto, di cui si ritrovarono i corpi straziati dalle
torture non aiutano a comprendere l’eccesso repressivo che assunse
i contorni di un’incondizionata vendetta. Seppure una folla
inferocita nei giorni precedenti aveva cercato di assaltare le
carceri per linciare i fascisti. E ad eccidio avvenuto una buona
parte della cittadinanza lo considerò un atto di giustizia verso i
tanti martiri della libertà.
Avrebbe meritato senz’altro punizioni severe
una moltitudine di gerarchi e camicie nere che invece riuscì a
farla franca. Anche per quell’azione di pacificazione che fu la
citata amnistia del giugno 1946 che portò alla scarcerazione
di oltre 40.000 fascisti. Tra loro c’erano parecchi
criminali di guerra. Due nomi per tutti: il capobanda dei
torturatori della X Mas, Junio Valerio Borghese, e il macellaio d’Etiopia
Rodolfo Graziani, che il democratico-cristiano Giulio Andreotti
negli anni Cinquanta portava al suo fianco nei comizi elettorali nei
collegi della Ciociaria.
La storia e i vincitori si sono dimostrati assai
più clementi di quanto Pansa, Pisanò e revisionisti vogliano far
credere.
Enrico Campofreda
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Qualche libro per approfondire
P. Spriano, "Storia del Partito Comunista
Italiano", Einaudi, Torino, 1975
G. Bocca, "Storia dell’Italia
partigiana", Laterza, Bari, 1977
L. Borgomaneri, "Due inverni, un’estate e
una rossa primavera", Angeli, Milano, 1985
P. Spriano, "Le passioni di un
decennio", Milano, 1986
C. Pavone, "Una guerra civile", Bollati
Boringhieri Torino, 1991
G. Ranzato, "Guerre fratricide",
Bollati Boringhieri, Torino, 1994
G. Bocca, "Storia d’Italia nella guerra
fascista", Mondadori, Milano, 1996
L. Borgomaneri, "Hitler a Milano",
Datanews, Milano, 1997
H. Woller, "I conti col fascismo", Il
Mulino, Bologna, 1997
L. Ganapini, "La Repubblica delle camicie
nere", Garzanti, Milano, 1999
D. Gagliani, "Brigate nere", Bollati
Boringhieri, Torino, 1999
M. Franzinelli, "I tentacoli dell’Ovra",
Bollati Boringhieri, Torino, 1999
F. Germinaro, "L’altra memoria",
Bollati Boringhieri, Torino, 1999
R. Katz, "Morte a Roma", Editori
Riuniti, Roma, 1996
K. Klinkhamer, "Stragi naziste in
Italia", Donzelli, Roma, 1997
Aavv, Dizionario della Resistenza, Einaudi,
Torino, 2000
Aavv, Atlante storico della Resistenza, Mondadori,
Milano, 2000
M. Griner, "La banda Koch", Bollati
Boringhieri, Torino, 2000
B. Fenoglio, "Il partigiano Johnny",
Einaudi, Torino, 1978
B. Fenoglio, "I ventitre giorni della città
di Alba", Einaudi, Torino, 1986
E. Vittorini, "Uomini e no", Mondadori,
Milano, 1986
V. Pratolini, "Cronache di poveri
amanti", Mondadori, Milano, 1988
G. Fiori, "Uomini ex", Einaudi, Torino,
1993
Qualche film per non dimenticare
"Roma città aperta", Roberto
Rossellini, 1945
"Paisà", Roberto Rossellini, 1946
"Achtung! Banditi", Carlo Lizzani, 1951
"La lunga notte del ’43", Florestano
Vancini, 1960
"Rappresaglia", Gorge Pan Cosmatos,
1973
"Salò e le 120 giornate di Sodoma",
Pier Paolo Pasolini, 1975
"Novecento", Bernardo Bertolucci, 1976
" La
notte di San Lorenzo",
Paolo e Vittorio Taviani, 1982
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