Stefano Bocconetti da Liberazione
Bari
C'è l'inviato del grande giornale nazionale. C'è anche un suo
collega, di una testata altrettanto importante. Che però è
arrivato solo al momento del caffè, a pranzo finito. E ora si
guarda attorno, un po' curioso, un po' "stranito",
cercando di capire se si è detto qualcosa di rilevante in sua
assenza. E poi c'è il compagno di Terlizzi, c'è il fratello, c'è
il nipote, che non sembra amare le luci della ribalta: lo abbraccia
come si può fare solo fra due persone che si vogliono bene davvero
e poi se ne va, in un'altra stanza. Poi c'è Vito, che si è preso
l'aspettativa dal lavoro per seguirlo passo passo nel suo girovagare
per la Puglia, e c'è Patti, che con molta autoironia comincia a
recitare il ruolo di sorella del Presidente. E poi c'è il telefono.
Un incubo per chi è ospite. Ma Nichi risponde con molto garbo a
tutti, al suo professore d'università, come "al compagno"
costretto su una sedia a rotelle che non ha fatto in tempo ieri sera
ad abbracciarlo. Naturalmente ci sono anche il papà e la mamma.
Perché siamo a casa di "Fr. Vendola", come c'è scritto
fuori dalla porta. Dove "Fr" sta per Francesco, il papà.
E' una palazzina, né bella, né brutta a Terlizzi, trenta
chilometri da Bari. Sindaco di centrosinistra, quasi il 70 per cento
di voti a Vendola stavolta.
Il neo presidente della Regione ha scelto di stare a casa dei
genitori, oggi. Chi vuole, lo deve raggiungere qui. Cercava una
giornata di pausa, lontano dalle grida. Ma non può, ormai è il
simbolo di una giornata elettorale che ha ridisegnato l'Italia. E
allora la giornata di "pausa" diventa l'ennesima giornata
di discussioni. Neanche a farlo apposta, in tv c'è D'Alema. Sta
dicendo che la Puglia è stata la Regione più difficile da
conquistare perchè c'era il candidato "più difficile".
Allora, Nichi, perché hai vinto? Sta per rispondere, poi si accorge
che il collega - quello di una delle più importanti testate
nazionali - sta parlando con la madre. Lei sta raccontando di quando
Vendola vinse le primarie e le telefonò dicendole: "Ho
paura". E' una frase che è stata già ampiamente citata sui
giornali locali, e in fondo ha giovato al neo presidente,
disegnandolo ancora più umano, ancora più lontano da
quell'immagine di tecnocrate che il suo rivale Fitto aveva scelto
per questa campagna elettorale. Senza contare che Vendola si
"fida" di quel collega. Così ricomincia a parlare.
"Qui in Puglia abbiamo provato una vera e propria
rivoluzione lessicale. Che ha pagato, abbiamo vinto". Stai
parlando dell'inversione delle priorità fra programmi e formule
politiche? Stai parlando di questa innovazione (che comunque, va
detto, è abusata esattamente come il resto del linguaggio del ceto
politico)? Nichi non risponde, forse per non essere scortese. Anche
aiutandosi con le mani, prova a far capire che il suo ragionamento
precede questi tentativi di definizione. Prova a spiegare che anche
in questa campagna elettorale, ha, hanno provato a ridisegnare la
politica. "Potrei dirvi che abbiamo provato a metterci in
connessione sentimentale con le persone, che abbiamo provato a
legare tutto questo ad un racconto. Se volete è l'idea di egemonia
gramsciana".
Parla di persone, di singoli, di storie prima individuali e poi
collettive. "Voi non ci crederete perché ho trovato
difficoltà a farmi capire anche nel mio partito. Ma io sono rimasto
affascinato da quel fenomeno che è stato il "tatarellismo".
Quando Pinuccio Tatarella è morto sono voluto andare di persona a
conoscere i suoi amici, i suoi parenti, chi lo conosceva. Per capire
come sia stato possibile che un uomo che non era di Bari avesse
inventato un linguaggio, un modo d'essere, come avesse imposto la
baresità nel dibattito politico". Nichi racconta. Come solo un
poeta sa fare, dandoti due particolari che ti disegnano esattamente
la cornice. E racconta di come il "tatarellismo" fosse
fatto di attenzione alle persone. "Lui li chiamava per nome. E
per chi si sentiva chiamato, quel gesto era tanto, era tutto. Per
persone che non erano nulla, che erano strette, annientate da una
macchina burocratica, sentirsi chiamare voleva dire esistere".
E forse anche per questo ha vinto Vendola. "Sì, ci siamo
rivolti alle persone. C'era una diffusa rivolta contro
l'autoritarismo. E noi siamo entrati in sintonìa con questo
sentimento. Le persone non ci chiedevano solo: fate questo e
quest'altro. Ci dicevano soprattutto: ascoltateci. Noi l'abbiamo
fatto. E lo faremo per i prossimi cinque anni dalla Regione".
Persone, dunque. Squilla il telefono. Stavolta è la Telecom che
fa un'offerta speciale. Il padre cerca la copia di Liberazione, con
la foto del figlio. Qualcuno se l'è portata via. Qualcuno, ormai la
stanza è identica al comitato elettorale, non ci si entra più,
c'è anche una troupe televisiva, gli fa notare che Nichi campeggia
su tutti i giornali, anche quelli esteri. Lui vuole Liberazione, è
il suo giornale: li conserva tutti. Si ritorna a parlare seduti
attorno al tavolo da cucina, ormai sparecchiato. L'atmosfera è
cambiata e ora le domande sono - come dire? - più
"contingenti", guardano alla politica raccontata dai
titoli sui giornali. Una domanda è immancabile: in Puglia ha vinto
un "radicale", che cambia nel dibattito a sinistra? E'
questa l'unica volta che Vendola dà segni di insofferenza.
"Parliamoci chiaro: volete sapere quanto, come e se, crescerà
il potere di interdizione di Rifondazione nella coalizione? E' un
tema che appassiona qualche commentatore modesto. Vi posso
assicurare che a nessuno, nel mio partito, interessa la questione. A
nessuno". Sgombrato il campo dagli equivoci, anche le domande
diventano più serene. E si riformula. La vittoria di Vendola, la
tua vittoria, ha dimostrato che non esiste più l'equazione: contro
la destra si vince solo se si è moderati. Non è così? "Prima
parlavo di rivoluzione del lessico. E ne ha bisogno anche la
coalizione, mamma mia quanto ne ha bisogno. Perché radicalità e
moderazione sono concetti astratti, formulati tempo fa e che oggi
significano poco e nulla. Concetti che vanno riformulati rispetto
alle condizioni reali che abbiamo di fronte". Concetti che
vanno ripensati, cominciando a dire come e quanto un candidato, per
esempio, è legato - radicalmente o meno - al suo territorio, alle
battaglie che lì si svolgono. Quanto è legato ai sentimenti, alla
"pancia" di quelle persone. La sua radicalità, la
radicalità di Vendola è nel progetto. Nel progetto di una Puglia,
che pure è stata devastata da decenni di governi di destra e da
cinque anni di Fitto, nel progetto di una Puglia che non si limita a
risanare i guasti. Ma pensa in grande. "Vogliamo provare a
riproporre l'idea di una nuova, grande civiltà mediterranea. Che
ripensi la cultura, i suoi legami economici, che ripensi ed operi
per una nuova stagione di pace". Astrazione? Nelle parole di
Vendola sono fatti, impegni concreti. Vorrebbe che ogni regione
meridionale si dotasse di un assessorato al Mediterraneo e che tutti
insieme questi assessorati disegnassero una sorta di ministero. E
che qui, in questo spazio si provassero a mettere in rete, a mettere
in connessione le esperienze di Bari, Napoli, Caserta, magari fra un
po' anche Palermo. "La radicalità è cogliere le sfide dei
tempi che cambiano, la moderazione è dare risposte banali ai
problemi". Il primo: come collegare il locale al globale, senza
farsi schiacciare.
Vendola progetta. La sua Puglia che avrà subito una nuova rete
di musei. Poi torna indietro, sollecitato da altre domande, torna
alla campagna elettorale. Arriva il caffè, è già zuccherato come
si usa da queste parti. "La cosa più brutta di questa campagna
elettorale? Dobbiamo davvero parlarne?". Sì. "Beh…
Direi il primo confronto con Fitto in tv. Era una tv locale. Mi
chiesero se ero disponibile ad andare a casa dell'allora
Governatore. In cambio, chissà perché mi aspettavo un
atteggiamento di lealtà: non è stato così. Una trappola dopo
l'altra… Ma ormai che importanza ha?". E la cosa più bella?
"La piazza di Lecce. Ragazzi, ragazze, anziani, operai. Mi
hanno detto che erano trent'anni che non c'era una piazza così
piena. Mi resterà per sempre".
Arriva la telefonata dalla redazione di "gay. it". E'
una sorta di intervista-conversazione telefonica. Qualcuno all'altro
capo del telefono sembra rimproverare Vendola per le parole, pacate
e non banali, che ha usato per definire il pontificato di Wojtyla.
"Ci sono aspetti, penso per esempio a ciò che ha detto sulla
morale sessuale, che non condivido. Ma non mi pare, non mi pare
davvero, che quella sia stata la cifra di un ventisettennale papato.
Ho molto rispetto per una figura che ha davvero cambiato il
mondo". L'intervista dura un po'. E ogni volta è dura
ricominciare. Chi hai sentito più lontano nella campagna
elettorale? "Ho sentito tutti vicino. E non lo dico oggi. Ho
visto i compagni dei diesse, gli amici della Margherita lavorare
pancia a terra per farmi vincere". E più vicino?
"Tutti". Ma se ne dovessi indicare uno? "Prodi. Le
sue telefonate sono state decisive in momenti difficili". Ora
il ritmo delle domande si fa televisivo. Hai mai avuto paura di non
farcela? "Sì". Quando hai capito di avercela fatta?
"Quando ho visto i dati di Bari città. La Provincia no, lo
avvertivamo che era con noi. In città è stato tutto più
difficile". Ma alla fine anche la città ha scelto di essere
governata dal poeta, dal comunista, dal radicale. O semplicemente da
chi è capace di ascoltarla.