di Francesco Barilli per Ecomancina.com
Recentemente in un altro articolo ho parafrasato lo
slogan caro al movimento ai tempi di Genova, scrivendo "un altro
mondo sarà possibile se troveremo un altro modo di fare
politica". Mi correggo oggi e lo faccio con grande rammarico:
costruire un modo diverso di fare politica non sembra possibile, o
almeno attualmente non sembra tra le priorità di Rifondazione.
Al momento in cui scrivo non so come finirà il
dibattito circa il rifinanziamento della missione in Afghanistan, se e
come verranno trovate mediazioni, quale sarà la determinazione dei
senatori "dissidenti" nel portare avanti il no alla
missione. Dal mio punto di vista non è fondamentale, perché nell’economia
di questo articolo il dibattito non è interessante quanto il modo in
cui è stato portato avanti.
Franco Giordano ha spiegato quasi ruvidamente, con
franchezza di cui devo dargli atto, le ragioni di real politik che
sottendono il sì alla missione. "Le prese di posizione … di
un gruppo di compagni di Rifondazione fanno correre al paese il
rischio di uno spostamento dell’asse politica verso il neocentrismo.
Credo che sia più che legittimo il dissenso … L’unica cosa che
non può avvenire è che tutto questo metta a rischio il
concretizzarsi di scelte decise democraticamente". Più
avanti Giordano si spinge oltre, arrivando apoditticamente a farsi
interprete dei sentimenti della base del partito: "La nostra
base sociale … ci chiede di non limitarci ad affermazioni
identitarie. Ci chiede di non salvarci l’anima, come avverrebbe con
un voto di fiducia. Ci chiede di sporcarci le mani, di insistere".
Sono estratti da un’intervista pubblicata su Liberazione il 14
luglio.
Due giorni dopo, sul Corriere della Sera,
Bertinotti rincara la dose. Dopo aver sottolineato gli elementi di
cambiamento che comunque traspaiono nell’ipotesi di rifinanziamento,
dice: "Nei confronti del Paese abbiamo una precisa
responsabilità. … è questa lealtà nei confronti del popolo che
l'ha votata per durare cinque anni. … C'è un problema di lealtà
così forte che chi non vi tiene fede esce dalla sfera della politica
come esercizio della medesima nelle istituzioni."
Vorrei fare un inciso. Non è nelle mie intenzioni
il non apprezzare il lavoro di quanti, siano o meno compagni di
Rifondazione, si sono battuti all’interno "del palazzo"
per cercare di portare migliorie al progetto di rifinanziamento della
missione Isaf. Non è nelle mie intenzioni disprezzare quegli sforzi o
non riconoscere la fatica che deve essere costata il battersi nell’ottica
di quella che è stata definita "una riduzione del danno".
Io ne faccio, semplicemente, un discorso di metodo. Io pongo il
problema di un approccio ad una diversa "forma" della
politica.
Rifondazione ha vissuto anni intensi. Anni in cui
non ha operato per "salvarsi la coscienza": semplicemente
sapeva dove era quella coscienza e quale coerenza chiedeva alle nostre
azioni. Il "no alla guerra senza se e senza ma" era, o
almeno credevo fosse, la sintesi ideale di un nuovo modo di intendere
la politica. Il confrontarsi a viso aperto coi movimenti e con le
realtà sociali (non solo nell’arcipelago pacifista), quello sì è
stato uno "sporcarsi le mani", ma nel senso di portare la
politica giù dal piedistallo dove era stata confinata. E’ stato lo
"sporcarsi le mani" di chi scende fra la gente, NON quello
di chi accetta di soggiacere a compromessi per non mettere a rischio
il "sacro valore" della stabilità della coalizione. E’
stato lo "sporcarsi le mani" di chi accetta di confrontarsi
con la base, accettandone l’eterogeneità, accettando che la
politica si contamini con la società, senza restarne distante. Cosa
è cambiato rispetto ad allora?
Già tempo fa ho scritto che battere Berlusconi non
deve diventare uno "stato di necessità". Gli stati di
necessità modificano le nostre percezioni, portando la tentazione di
rispondere ad un grande male accettandone uno minore. So benissimo che
oggi stiamo scontando il problema di essere in un’alleanza di
governo dove non sono state risolte certe contraddizioni, ma oggi
queste contraddizioni rischiano di riverberare nel tessuto di
Rifondazione con effetti dirompenti.
A Giordano do un consiglio fraterno: se davvero
vuole farsi interprete dei sentimenti della base, abbandoni la
tentazione di esserne il depositario e torni ad ascoltarla. Ma per
fare questo deve prima tornare allo spirito precedente le elezioni,
sconfiggere l’idea che il "fare politica" abbia due
significati e viva due momenti diversi, uno accanto alla società e
uno distante da questa. Perché distante dalla società forse non
muore la politica (non quella "vecchia", perlomeno), ma
sicuramente rischia di morire ciò che ha rappresentato Rifondazione
negli ultimi anni.