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LA RINCORSA ALLA PRIMA PIETRA
dal caso Battisti al delitto Tobagi:
parole a ruota libera sull’informazione
in Italia
di Francesco Barilli, per Ecomancina.com
Adriano Sofri,
in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera il 2 aprile
2004, ha affermato: "…Si tratta di questa idea: chi è
innocente scagli la prima pietra. Ricorda? È l’espediente che
Gesù usa per non fare lapidare l’adultera. Questo stratagemma
evoca un problema morale straordinario, irrisolto secondo il
racconto del Vangelo: è proprio vero che chi è innocente può
scagliare la prima pietra? … Noi oggi ci comportiamo nei confronti
del racconto di piazza Fontana come se allora fossimo stati degli
innocenti che dunque avevano il diritto di tirare la loro prima
pietra.".
Non sono esattamente fra coloro
che vivono nel "culto" di Sofri, ma ne riconosco la grande
intelligenza e la vivacità intellettuale. Il punto è che
personalmente allargherei ed attualizzerei la sua analisi su quel
passo evangelico; se volessi salvare OGGI l’adultera non userei
quell’invito, o perlomeno mi scanserei velocemente dopo averlo
pronunciato: temo che molti farebbero a gara a lanciare la prima
pietra. E da questa considerazione me ne sono venute altre,
apparentemente scollegate; vediamo di seguirne insieme il filo
logico, che ci porterà ad alcune riflessioni sull’informazione in
Italia.
"Il terrorismo negli anni 70
fu battuto grazie alla coesione di tutte le forze democratiche; lo
Stato si dimostrò più forte dei terroristi, senza però rinunciare
ai principi fondamentali dello stato di diritto".
L’ho virgolettata, questa frase,
ma non appartiene a nessuno. E’ più un "sentire
comune", una di quelle formule che, a forza di venire
utilizzata, per l’opinione pubblica è diventata sacrosanta
verità. In realtà si tratta di una frottola clamorosa,
paragonabile a quella – appena più sottile – secondo cui non ci
sarebbero state "leggi speciali" per combattere il
terrorismo…
Che il terrorismo abbia
rappresentato una pagina sanguinosa della nostra storia è pacifico.
Ma un minimo di correttezza intellettuale imporrebbe di riconoscere
che per batterlo si fece ricorso a restrizioni delle libertà civili
e a forzature (per usare un eufemismo) giuridiche. Lo Stato battè
il terrorismo, certo, ma perché non ebbe paura di sporcarsi le
mani, affondandole nella sporcizia e nel sangue. E questo è un
giudizio storico prima ancora che etico; a chi fosse scettico
consiglio la lettura delle testimonianze dei familiari di Cesare
Battisti che ricostruiscono le loro vicende successive all’evasione
del proprio congiunto nel 1981.
Le trovate qui: http://www.carmillaonline.com/archives/2004/04/000679.html.
E sul caso Battisti in generale (visto che pure io ho finito col
tirarlo in ballo) segnalo il lungo articolo di Valerio
Evangelisti "E Frankenstein fabbricò la sua
creatura", sempre su http://www.carmillaonline.com/.
Ma torniamo all’adultera, che
oggi probabilmente si troverebbe coperta di pietre. Di essere
mediaticamente lapidato è capitato di recente proprio a Cesare
Battisti. Non è mia intenzione andare ad ingrassare le pagine del
dibattito sullo scrittore rifugiatosi in Francia. In troppi l’hanno
fatto, quasi "l’affaire-Battisti" fosse un osso da
spolpare; e poi sarei pure intempestivo. Le cronache su Battisti si
sono arricchite di nuovi elementi: prima a fine giugno 2004, quando
la Corte d’Appello di Parigi ha espresso parere favorevole all’estradizione
in Italia dello scrittore (ma il pronunciamento del tribunale
parigino è solo il primo grado di giudizio); poi, pochi giorni fa,
la notizia della sparizione dello stesso Battisti, che si è
sottratto all’obbligo di firma e si sarebbe dato alla fuga.
Notizie più certe in proposito non sono disponibili nel momento in
cui scrivo, 25 agosto 2004; preferisco dunque partire dalla vicenda
per alcune riflessioni sulle storture dell’informazione in Italia;
non so quanto complete e utili: prendetele come riflessioni a voce
alta su un tema sfaccettato che meriterebbe ben altri
approfondimenti.
Il dibattito su Cesare Battisti
non è sfuggito a quella che sembra essere una regola in questi
casi: si approfitta di una vicenda tornata d’attualità per
riaprire il libro di storia sulle pagine del terrorismo anni 70/80.
Attività lodevole negli intenti, non fosse per il pressapochismo
che contraddistingue i cosiddetti "approfondimenti". Per
prima cosa si rispolverano, un po’ a casaccio, le vittime del
terrorismo, immaginette da sbattere in prima pagina, buone per la
demonizzazione del "mostro venuto dal passato" di turno.
Ad esempio in quest’occasione si
è tornati a parlare anche di Walter Tobagi. Ho provato ad
interessarmi alla storia del giornalista ucciso il 28 maggio 1980,
scoprendo che risulta indirettamente utile in questa dissertazione
sui mali dell’informazione.
Se proviamo ad informarci sull’omicidio
Tobagi, il primo nome che troviamo associato all’evento è quello
di Marco Barbone, autore oggi di alcuni articoli su
"Tempi". In internet ne ho trovati due. Il primo è qui:
http://www.tempi.it/archivio/articolo.php3?art=5384
- Tempi n. 27 del 3 luglio 2003.
Fin dall’introduzione notiamo
una certa indulgenza nei confronti di Barbone: "…ci sono
il ciellino direttore di Tempi (che da giovane aveva mancato un
appuntamento con Walter Tobagi) e il suo amico Marco Barbone (la
causa del mancato appuntamento con l’inviato del Corriere della
Sera), 45 anni, tipografo ed editore, venticinque anni addietro
ragazzo dalla P38 facile, terrore dei fascisti (e dei ciellini),
militante di "Rosso", gruppo di fuoco nato da una costola
di Autonomia Operaia di Toni Negri, strumento dell’omicidio Tobagi."
In queste poche righe ci sono
diverse inesattezze. Piccole cose lasciate qua e là, messe ad arte
per accostare l’omicidio Tobagi più ad Autonomia Operaia e a Toni
Negri che non a Barbone (mero "strumento" di quell’omicidio,
a leggere qui…).
Ricostruire oggi fatti del
terrorismo di vent’anni fa risulta pericoloso in più di un
aspetto. Testimonianze, sentenze ed articoli contraddittori, ricordi
confusi, dichiarazioni dei pentiti concordanti nelle linee generali
ma spesso in contrasto sui dettagli… Il rischio è quello di
scivolare nella stessa spirale di imprecisioni di cui ho parlato poc’anzi,
specie a voler sintetizzare avvenimenti complessi. Fatta questa
doverosa premessa, dai documenti che ho reperito risulta questo: in
realtà Walter Tobagi fu ucciso da un commando della "Brigata
28 marzo" (il nome che assunse in quel periodo il gruppo prima
noto come "Formazioni Comuniste Combattenti"), ed il
"semplice strumento" fu l’autore materiale dell’omicidio
(assieme a Mario Marano), nonché vero e proprio leader della
formazione, e soprattutto ideatore dell’omicidio (questo secondo
un memoriale di Francesco Giordano, altro componente della
"Brigata 28 maggio"). Anzi, Tobagi era nel mirino da
prima: inizialmente si pensò per lui ad un sequestro; e pure questo
progetto, secondo le dichiarazioni dei pentiti, era figlio dell’iniziativa
dello stesso Barbone e della sua fidanzata dell’epoca, Caterina
Rosenzweig, che vantava una conoscenza diretta col giornalista.
Il secondo articolo che ho
reperito a firma di Marco Barbone lo trovate qui: http://www.tempi.it/archivio/articolo.php3?art=305
- Tempi n. 19 del 17 maggio 2000.
L’articolo è una sorta di
recensione del libro di Lino Jannuzzi "Il processo del
secolo. Come e perché è stato assolto Andreotti". Una
recensione molto positiva, che sfiora l’elogio assoluto. Barbone
giunge a dire "…Jannuzzi vi guiderà nell’intricato
svolgimento di quella che chiama ‘Opera dei pupi’, il dipanarsi
dei pentimenti grandi e piccoli, e del loro utilizzo…",
finendo con l’affermare "…non potete non leggere questo
libro che proponiamo come testo obbligatorio di educazione
civica".
Su questa recensione/elogio non mi
pronuncio, non avendo letto il libro. Mi limito a dire che la
lettura degli articoli di Marco Barbone, unito al coro di
indignazione al pensiero dei "molteplici benefici" di cui
avrebbe goduto Cesare Battisti nel suo "esilio dorato" in
Francia, mi ha lasciato l’amaro in bocca. Sarebbe stato molto
meglio se chi avesse gridato allo scandalo per gli anni di
"esilio dorato" in Francia di Battisti avesse ricordato
quanti, qui in Italia, hanno beneficiato di pentimenti (veri e
presunti), riuscendo ad evitare il carcere (o a transitarvi per
brevi periodi) ed oggi vivono in perfetta tranquillità. Sarebbe
stato molto meglio se chi ha rispolverato in questi frangenti nomi
delle vittime del terrorismo quali Walter Tobagi avesse ricordato
che proprio uno dei suoi assassini beneficiò della legge sui
pentiti, salvo oggi gettare discredito sui pentiti del processo
Andreotti… Le rivelazioni di Barbone andarono infatti oltre gli
episodi di terrorismo, e portarono ad un processo con più di 150
imputati ed in cui i capi di imputazione svariarono dall’omicidio
all’apologia di reato, passando per la banda armata ed il corteo
non autorizzato. Grazie al contributo dato alle indagini, Barbone si
vide premiato dalle leggi sui pentiti; molto peggio andò ai
"subalterni", secondo quelle storture cui accennavo in
premessa delle leggi sul terrorismo, che hanno mandato liberi
pluriomicidi e in galera gente che aveva distribuito volantini o
concesso ospitalità incautamente all’amico sbagliato nel momento
meno opportuno.
Quello di Barbone fu peraltro un
pentimento molto strano, poco spontaneo e molto costruito, secondo
quanto risulta dall’ottimo lavoro fatto sul delitto Tobagi da Luigi
Oreste Rintallo su Quaderni Radicali (lo trovate qui: http://www.quaderniradicali.it/libri/tobagi.doc).
Tutti quelli che hanno seguito
fino ad oggi i miei interventi sanno che i media italiani
tradizionali mi deludono sempre più. Articoli approssimativi, finti
scoop montati ad arte e basati su testimonianze e documenti già
sorpassati… Il bidone delle notizie continua a riempirsi; altri ci
rovistano con piacere. L’ignoranza dei fatti non sembra essere,
per i nostri "intellettuali", un elemento sufficiente per
astenersi dallo scrivere su un certo argomento. Ma soprattutto
quegli intellettuali sembrano attratti dallla rincorsa alla prima
pietra, quasi si sentissero tutti senza peccato, o comunque non
provassero orrore a partecipare a lapidazioni virtuali.
Proprio dalla ricerca di articoli
sul caso Battisti scopro una citazione di Victor Hugo: "La
grande legge in politica, è dimenticare. Su una grande colpa, ci
vuole un grande oblio" (articolo: "Un paio di cose
che noi francesi possiamo dirvi" di Alexandre Bilous e
Dominique Manotti, da Il Manifesto del 19 marzo 2004). Sembra che l’accorato
appello di Gesù con cui ho aperto questo articolo abbia avuto un’eco
(laica ed in tempi più recenti) nelle parole dello scrittore
francese. Ma sembra che entrambi gli appelli non abbiano fatto molti
proseliti.
Francesco Barilli, di Ecomancina.com |