|
THE
ROAD TO GUANTANAMO
Regia: Michael Winterbottom, Mat Whitecross
Soggetto e
sceneggiatura: Michael
Winterbottom, Mat Whitecorss
Direttore
della fotografia: Marcel
Zyskind Smirnova
Montaggio: Michael Winterbottom, Mat Whitecross
Interpreti principali: Shafiq
Rasul, Asif Iqbal, Ruhel Ahmed, Ian Hughes, Adam James, Payman Bina
Musica
originale: Harry Escott Field, Molus Nyman Field
Origine: Gb, 2006
Durata: 85’
Uno
dei luoghi dannati in cui la nazione della democrazia e dei diritti
pratica un meticoloso e criminale azzeramento della libertà e della
dignità dell’individuo si chiama Guantanamo. Nei campi denominati
X-Ray e Delta i marines degli Stati Uniti fanno i cani dei loro cani
e tutt’insieme imprigionano, controllano, seviziano, opprimono
centinaia di uomini lì deportati. Sono islamici ritenuti
combattenti della Jihad, la guerra santa rilanciata negli ultimi
anni da Osama Bin Laden contro l’Occidente. I prigionieri
trasportati in quei lager da paesi asiatici o dall’Europa vengono
interrogati da agenti della Cia e dell’Fbi che provano a
estorcergli con metodi tutt’altro che democratici dichiarazioni
d’appartenenza a gruppi terroristici.
L’intento
risulta quasi sempre vano perché la forza di spirito e l’onore
dei prigionieri resiste quasi sempre a torture e vessazioni. Di rado
qualcuno, sfinito nel fisico, cede alle pressioni. In questa bolgia
dantesca fatta di luci e urla, facce a terra e occhialoni scuri,
botte agli interrogatori e torture subdole (quelle che distruggono
senza lasciare traccia come restare legati e accovacciati per ore
coi timpani martellati da quantità insostenibili di decibel) sono
finiti nell’autunno del 2001 quattro giovani pakistani cittadini
britannici. Tornati al paese d’origine per il matrimonio di uno di
loro vengono colpiti dalla predicazione d’un mullah che invita i
fedeli a solidarizzare con le popolazioni afgane sottoposte ai
micidiali bombardamenti dell’aviazione americana.
Con
spirito un po’ umanitario, un po’ d’avventura varcano il
confine con l’Afghanistan e si ritrovano sotto il fuoco di
batterie e raid aerei. Poi, prelevati dai miliziani dell’Alleanza
del Nord, sono sbattuti in affollatissime e disperanti prigioni. Il
peggio però deve arrivare. Alcuni militari statunitensi
s’accorgono delle loro cittadinanza britannica e cercano
d’incastrarli come appartenenti a cellule di Al Qaeda. Li
prelevano e trasportano a Guantanamo dove inizia il Calvario
descritto. Che avrà un tragitto lungo, due anni e mezzo di
prigionia, ma anche un inatteso epilogo al momento del rilascio.
Il
lavoro - che propone con una fiction una ricostruzione fedele di
misfatti e luoghi ed è stato premiato all’ultimo Festival
Cinematografico di Berlino per la miglior regia – vede la
partecipazione in veste di attori degli stessi protagonisti del
sequestro.
Nella
ricostruzione del clima politico del periodo vengono rilanciate
interviste di Bush e dichiarazioni di Rumsfeld dal contenuto falso e
odioso quando affermano che “nei
campi di Guantanamo sono rispettate le direttive della Convenzione
di Ginevra”. Proprio il vergognoso disprezzo di qualsiasi
diritto umano praticato in quei lager e nelle prigioni del terrore
come Abu Ghraib l’imperialismo americano fomenta il ricorso ad
azioni ancor più dure fra talebani o militanti di Al Qaeda che
fanno del fondamentalismo una pratica imprescindibile della propria
strategia di offesa-difesa. Così i fanatismi di Bush e Bin Laden
s’inseguono e si scontrano sulla pelle delle rispettive
popolazioni sottoposte alla ferocia d’un conflitto, aperto o
strisciante, che al momento appare senza fine.
Enrico Campofreda, 20
settembre 2006
|