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GENOVA: I SEGNI SULLA PELLE E QUELLI
SULLA CARTA…
intervista con HAIDI
GIULIANI e STEFANO
TASSINARI
di Francesco Barilli, per Ecomancina.com
Dopo aver letto e scritto molte cose sulle
drammatiche vicende accadute a Genova nel luglio 2001, è difficile
trovare un incipit per un nuovo articolo. Troppo alto il rischio di
scivolare nel retorico o nel già scritto, o quello di promettere
chissà quali "scottanti rivelazioni". Su Genova sono
state scritte molte sciocchezze, ma anche pagine fondamentali di
informazione alternativa (che mai come in questo caso potremmo
definire "corretta informazione"), specie via internet.
Questo lavoro di "corretta informazione" non è mai
riuscito ad essere così esauriente come nel caso di Carlo Giuliani;
le falsità mediatiche su quell’omicidio, culminate nella sentenza
di archiviazione del 5 maggio 2003, sono state sistematicamente
denunciate da molti siti internet (con una menzione particolare per
Pillola Rossa, che nel luglio di quest’anno ha pubblicato un
articolo per molti versi fondamentale sul caso: "L’orrore
in Piazza Alimonda"). E pure sugli abusi commessi dalle
forze dell’ordine in fatti di strada o alla scuola Diaz il mondo
della "corretta informazione" si è mosso con grande
incisività.
Insomma, chi si è voluto accontentare delle
veline ufficiali è rimasto con l’idea distorta di tre giornate in
cui orde di barbari hanno devastato una città, mentre le forze dell’ordine
cercavano di arginarli. Chi ha avuto tempo e voglia di documentarsi
conosce già una realtà ben diversa…
Ma esiste un’ipotesi che anche l’informazione
alternativa non è riuscita ad esplorare a fondo: è quella,
agghiacciante, secondo cui Carlo Giuliani non sarebbe stata l’unica
vittima del G8 genovese; ed è questa ipotesi che mi ha spinto a
tornare "a Genova" e "su Genova".
Credo che tutti coloro che hanno seguito con
angoscia le cronache del 20 luglio 2001, ricorderanno come le
notizie inizialmente si susseguissero quasi senza controllo e
contraddittoriamente. "C’è un manifestante a terra,
ferito, in una piazza genovese… Anzi, si tratta di due feriti
gravi, in condizioni disperate… Il ragazzo a terra è morto; si
tratta presumibilmente, di uno spagnolo, ma sembra esserci anche un
altro manifestante in gravissime condizioni: sembra una ragazza,
ferita poco prima della tragedia in Piazza Alimonda… Il ragazzo
morto in Piazza Alimonda è probabilmente un italiano; la ragazza
ferita sembrerebbe di origini spagnole…". Queste, in
buona sostanza, le voci che si rincorrevano dalle 17,30 circa (nello
sviluppo di questo articolo vedremo di dettagliarle meglio). Dopo,
piano piano, le notizie su Piazza Alimonda si fecero sempre più
nitide, arrivando in serata a definire l’identità della vittima,
mentre sulla fantomatica "ragazza ferita" scendeva il
silenzio…
Stefano Tassinari nel suo romanzo "I
segni sulla pelle" (2003 - Marco Tropea Editore) ripercorre
e cerca di mettere ordine proprio in quella ridda di notizie. Con un
lavoro che coniuga le esigenze della controinchiesta con quelle
della narrativa, Tassinari cerca di dare un’identità, se non un
nome, alla seconda vittima di Genova, e di spiegare logicamente
perché quella notizia sarebbe stata insabbiata. Lo fa utilizzando
un personaggio di fantasia: Caterina Ramat, giovane collaboratrice
di una radio bolognese, inviata a Genova per seguire i giorni del
G8. In quell’occasione Caterina ritrova il suo ex ragazzo,
Alessandro, con il quale comincia a ricostruire il rapporto; ma
entrambi vedono presto il proprio iniziale entusiasmo travolto dagli
eventi: Caterina ed Alessandro finiranno con l’essere non solo
testimoni, ma pure vittime della repressione poliziesca. Alcune
testimonianze spingono Caterina ad indagare su una voce: la morte di
una ragazza spagnola, una vicenda stranamente messa a tacere…
Questa indagine porterà ad una ricostruzione del fatto che va via
via ricomponendosi, e ad una verità che, come recita la seconda di
copertina del libro, è "assurda quanto scomoda": la
ragazza sarebbe stata in realtà un’infiltrata dei servizi di
sicurezza spagnoli, e la vicenda sarebbe stata messa a tacere per
non creare ulteriori ombre sul G8 ed imbarazzi ai Governi
interessati.
Non è il caso di approfondire oltre la trama del
libro di Tassinari, per non togliervi il piacere di una lettura che
vi consiglio caldamente (dove scoprirete anche il destino di
Caterina ed Alessandro ed i dettagli della loro inchiesta). Per
restare al tema è però opportuno dire questo: le due telefonate
anonime che annunciarono a Radio Gap che una ragazza era stata
travolta ed uccisa da un mezzo delle forze dell’ordine sono
realmente avvenute… Ma non sono le sole testimonianze che
convergono in quella direzione: con un piccolo sforzo è possibile
ancora oggi trovare altre tracce (seppure confuse e contraddittorie)
su quella vicenda, anche se si resta alla superficie dell’evento,
che rimane disegnato con contorni nebulosi.
Cominciamo con i media tradizionali, che nell’immediatezza
degli eventi parlarono di strane "sparizioni" di
manifestanti. A dire il vero la carta stampata si occupò più di
quelle decine di manifestanti che dopo i cortei non fecero immediato
ritorno a casa. La vicenda non fu mai del tutto chiarita, e trovò
una parziale spiegazione nel ritardo con cui vennero comunicati
molti nomi di ragazzi arrestati durane le manifestazioni.
La Stampa, 26 luglio 2001: "MADRID. Mentre
continuano le agghiaccianti testimonianze di torture subite da 4 dei
17 no global spagnoli arrestati durante il G8 di Genova da venerdì
a domenica notte e rimessi in libertà, continua a essere "missing"
una donna. "Senza notizie di una spagnola arrestata in un
ospedale", titolava ieri "La Vanguardia" di
Barcellona. Il giornale sottolinea che neppure le autorità
consolari spagnole sono riuscite a sapere alcunché della donna, di
cui la polizia italiana non ha fornito né le generalità, né
l'età, né la gravità delle lesioni. E neppure a parlarle
perché "è arrestata"".
Chiaramente non è possibile affermare che i due
giornali (La Stampa e La Vanguardia) parlino proprio dell’ipotetica
spagnola investita da un mezzo della polizia. Sempre sulla carta
stampata (La Repubblica, 26 luglio 2001) troviamo però questo
passo: ""Ci sarebbero anche due morti che non
dicono, due ragazze...", sussurra nel Transatlantico di
Montecitorio il verde Paolo Cento."
Anche qui non sarebbe corretto arrivare a
conclusioni affrettate, e non sembra possibile neppure essere certi
dell’affermazione attribuita all’On. Cento, ma sicuramente
questo passaggio dimostra come la voce di "altri morti"
sia arrivata anche a sedi istituzionali. E ricordo che proprio Paolo
Cento, dopo la pubblicazione del libro di Tassinari, nel luglio 2003
presentò un’interrogazione al Ministro dell’Interno circa
"i desaparecidos di Genova".
Un’interrogazione su cui è opportuno
soffermarci. Gli sviluppi furono pressoché nulli dal punto di vista
concreto, ma non privi di risvolti inquietanti. Da "Il
Manifesto" del 22 Luglio 2003 – articolo di Angelo
Mastrandrea: "Ancora ieri, si è tornato a riparlare del
"delitto fantasma" di una manifestante ripresa esanime
durante gli scontri, e della quale da allora non si è mai più
saputo nulla. …. Il pm genovese Enrico Zucca avrebbe ora risolto
il caso, riuscendo a ottenere il filmato completo, composto di due
registrazioni. La prima è quella nota di una giovane, maglietta
grigia, pantaloni neri e scarpe da ginnastica chiare, che si
allontana dagli scontri piuttosto spaventata ma viene colpita
probabilmente con un manganello e cade a terra. La seconda mostra la
giovane esanime che viene portata via ammanettata dai carabinieri.
"Soccorsa" secondo la versione ufficiale, "una
vicenda che non può essere messa a tacere" per Paolo Cento,
per il quale sulla vicenda il ministro dell'interno Pisanu (allora
il ministro era Scajola) dovrebbe riferire in Parlamento.".
Il punto è che il libro di Tassinari (e, di
conseguenza, l’interrogazione dell’on. Cento) era incentrato su
un fatto preciso; ipotetico, certo, ma descritto dettagliatamente:
una ragazza investita da un blindato, NON una ragazza manganellata
dalle forze dell’ordine. E spiace sottolineare che anche un
giornale come "Il Manifesto" consideri la versione della
magistratura Genovese "un chiarimento", quando in realtà
si tratta di una risposta che non c’entra nulla con la questione
sollevata da "I segni sulla pelle". Sicuramente il
giornalista del Manifesto (giornale peraltro sempre molto attento
alle vicende genovesi) è in buona fede, ma un po’ più di
attenzione sarebbe stata consigliabile nell’occasione.
Sempre a proposito di media tradizionali, grazie
a Pillola Rossa, riporto di seguito alcuni lanci Ansa
del 20 luglio:
19:08: "Non si hanno particolari certi
sulla nazionalità della vittima. Secondo i manifestanti che dicono
di conoscerlo, si tratterebbe di un ragazzo spagnolo, forse basco,
di circa venti anni."
22.00: l’Ansa diffonde una cronaca sintetica
della giornata. In questo lancio troviamo: "19:00 -
Circolano voci di una seconda vittima, una ragazza spagnola.
La polizia smentisce."
22:25: "… poco prima delle 18, si e'
sparsa la prima voce: una ragazza giace riversa sul selciato della
vicina via Caffa. Con il passare dei minuti, via Caffa e' divenuta
l'adiacente Piazza Alimonda e la ragazza, un ragazzo. … Nella
Piazza Alimonda, invasa da silenzio rotto solo da qualche applauso
di scherno indirizzato agli agenti ed ai carabinieri, iniziava il
balletto delle voci sulla nazionalità del ragazzo ucciso, forse
spagnolo, e sulla dinamica dell'evento, in attesa dell'arrivo
del sostituto procuratore cui spetta il compito di avviare le
indagini."
Ma è con i media alternativi che l’ipotesi di
un’altra vittima si fa via via più nitida ed inquietante,
arrivando a parlare con una certa precisione di una ragazza
investita dai mezzi delle forze dell’ordine.
Dalla diretta di Radio Città del Capo,
ore 17:45: "… mentre si rincorrono le voci sui feriti,
alcune anche piuttosto allarmanti, come quelle pubblicate da
Indymedia … , sul confermato ferimento da arma da fuoco
di due persone …"
Ma quali sono le "voci sui feriti"
pubblicate da Indymedia? Sul sito di controinformazione ne ho
trovate alcune, che riporto di seguito. A tale proposito è
necessario chiarire un dettaglio: mentre gli orari riportati sui
lanci Ansa sono precisi, quelli dei messaggi su Indymedia sono
influenzati da imprecisioni dei singoli computers da cui tali
messaggi venivano inoltrati (o anche da diversi fusi orari, nel caso
di messaggi spediti dall’estero). Gli orari che trovate indicati
sono comunque quelli originali apparsi su Indymedia.
08:10 PM: "La polizia ha ammazzato un
manifestante, un ragazzo spagnolo di 20 anni. Un'altra ragazza
verte [testuale] in condizioni gravissime
…"
09:49 PM: "austrian television (orf) just
announced, that the girl is dead too. this would be now two dead
protestors. i don't know if this is true (hope not)." – trad.:
"La televisione austriaca (orf) ha appena annunciato che anche
la ragazza è morta. Questo significherebbe che al momento sono
morti due manifestanti. Non so se è vero (spero di no)."
Torniamo ora alla diretta di Radio Città del
Capo.
18:20: "… ma questo bilancio forse non
è purtroppo concluso. C’è infatti un’altra notizia (anche se
non trova ancora conferma ufficiale, però gira da parecchi minuti):
e cioè sarebbe gravissima, o forse anche di più, un’altra
ragazza, un’altra dimostrante… Un’altra manifestante sarebbe
stata gravemente ferita in Via Montevideo."
19:33: notiziario di Popolare Network: "a
Genova un morto, forse due. Un ragazzo di vent’anni, probabilmente
spagnolo. Una ragazza è fra la vita e la morte … Non si sa nulla
per il momento sulle sorti di un’altra manifestante che
sarebbe in gravissime condizioni dopo essere stata travolta da un
blindato. Di lei non si sa nulla; soltanto che sarebbe stata
investita in Via Caffa, a pochi metri da dove è stato ucciso il
giovane ventenne."
E’ opportuno soffermarci su queste ultime due
citazioni: Via Caffa e Via Montevideo sono molto vicine: entrambe
partono da Piazza Tommaseo e si dirigono verso nord; Via Caffa
lambisce Piazza Alimonda e sfocia in Via Tolemaide; Via Montevideo
sfocia in corso Gastaldi.
Nella piantina possiamo vedere le tre zone
interessate, contornate in diversi colori: in nero abbiamo via
Montevideo, in rosso la zona Via Caffa e Piazza Alimonda, in blu
Piazza Tommaseo.

Abbiamo dunque due fatti. Uno è accertato
(quello di Carlo Giuliani in Piazza Alimonda nei pressi di Via Caffa);
l’altro è solo ipotizzato (quello della ragazza spagnola in Via
Montevideo, incrocio con Piazza Tommaseo). Accantonando per un
momento l’incertezza sulla realtà del secondo evento e dandolo
per avvenuto (fermi restando tutti i dubbi del caso), è sicuro che
i due eventi sono vicini sia fisicamente sia come contesto temporale
(l’investimento della ragazza sarebbe avvenuto mezz’ora prima
della morte di Carlo). Dunque è più che comprensibile che questa
vicinanza e questa contemporaneità abbiano innescato la
contraddittorietà delle notizie. Ed il fulmineo insabbiamento della
morte della giovane spagnola renderebbe altrettanto comprensibile
che i due eventi, nelle prime notizie, siano stati mescolati e
addirittura sovrapposti.
Ecco perché le notizie di Radio Città del Capo
delle 18,20 e delle 19,33 non sono poi così contraddittorie e si
accordano con la ricostruzione di Tassinari, perlomeno nella
sostanza, mentre resta una leggera discrepanza circa la collocazione
geografica dell’investimento della ragazza spagnola, che Tassinari
ipotizza in una zona fra Piazza delle Americhe e Via Invrea.
Riporto uno stralcio da "I segni sulla
pelle". Si tratta dell’ipotetica telefonata dove un uomo, che
per primo aveva segnalato il fatto con una telefonata anonima ad una
radio, viene raggiunto da Caterina e fornisce alla giovane
giornalista maggiori dettagli su quanto avrebbe visto.
"Ieri pomeriggio, mi stavo spostando da
piazza delle Americhe in direzione di Piazza Alimonda, lungo una
strada che solo stamattina ho scoperto essere via Invrea ... Ho
notato un gruppetto di ragazzi, non più di una decina, sbucare da
una via laterale. Erano mascherati e certamente stranieri, ma non
erano Black Block … Quando hanno imboccato via Invrea si sono
trovati davanti, a un centinaio di metri, uno schieramento di
celerini … A quel punto è partita una carica, con i poliziotti a
piedi preceduti da una jeep … Evidentemente la polizia aveva
bloccato anche la via laterale, puntando a chiuderli a tenaglia,
come dicono loro. E’ successo tutto in quel momento: la jeep ha
sterzato all’improvviso, proprio nell’istante in cui uscivano
gli ultimi del gruppo. La ragazza è stata investita in pieno … ho
visto un poliziotto in borghese frugare nelle tasche della ragazza
ed estrarre un documento. Poi, ha riferito ai suoi colleghi che si
trattava di una spagnola."
Ma fino a qui abbiamo ripercorso le notizie
"storiche" sui fatti genovesi del 20 luglio 2001. Vediamo
ora di approfondire la ricerca con testimonianze attuali, da parte
di due persone che conoscono bene quei fatti e che, in diversa forma
e misura, possono parlarci dei "segni sulla pelle" che
Genova ha lasciato…
***
13 agosto 2004 – intervista con HAIDI
GIULIANI
FRANCESCO BARILLI:
Tassinari nel suo libro non parla
"solo" della ragazza spagnola investita da un mezzo della
polizia, ma pure di altre morti strane, che rendono se possibile
ancora più inquietante il quadro d’insieme dei giorni di Genova…
HAIDI GIULIANI:
Sì: c’è il morto di Levanto, che è comparso
nudo sotto un viadotto dove giornalmente passano molte persone. Mi
sono sempre chiesta come fosse possibile che nessuno l'avesse visto
prima… Si trattava di un inglese di una quarantina d'anni. La
famiglia, avvisata, non sembrò entusiasta all'idea di occuparsene;
arrivò una sorella a riprendersi la salma e le venne consegnata una
cassettina con le ceneri e un certificato di morte. Alcuni compagni
(mi pare a settembre) seguirono la pista aperta da qualche giornale
locale e arrivarono, tramite compagni inglesi, alla famiglia, che
non si dimostrò disposta a collaborare.
F.B.:
E’ questo il caso di cui Tassinari parla sul
finire del libro, quello le cui impronte digitali sarebbero state
rese irriconoscibili, giusto?
H.G.:
Sì, Tassinari attribuisce a lui i polpastrelli
limati, ma a dire il vero io sapevo (non ricordo perché, forse per
averlo letto in qualche articolo a luglio) che questo fatto
riguardava invece un altro caso: un uomo mai identificato ripescato
in porto tre giorni dopo il G8; alcuni medici mi hanno confermato
che in tre giorni non si perdono le impronte. A me sembrava pazzesco
che nessuno indagasse su questi due casi…
F.B.:
Pensi che questi due casi siano in qualche modo
collegati alla morte di tuo figlio?
H.G.:
Questi due francamente no. La "voce"
che secondo me ha più di un'attinenza con l'uccisione di Carlo è
proprio quella di cui Tassinari parla più diffusamente nel libro,
la ragazza spagnola investita. Non so chi abbia seguito la vicenda
allora, so che un ragazzo prima di essere incarcerato ad Alessandria
ha gridato "l'ho vista, era proprio morta". Perdonami,
Francesco, non ero in condizione di prendere appunti, per cui non
saprei dirti dove l'ho letto o chi me l'ha detto... So solo che più
di una volta ho pensato che avessero dato l'ordine di ammazzare un
manifestante per confondere le acque circa quell'incidente. Che,
come ipotizzi tu, può essere avvenuto in via Montevideo, perché
più di una persona mi aveva raccontato che anche lì le camionette
puntavano sui ragazzi che scappavano: lei è caduta, pare, e una
camionetta l’ha travolta. Devi sapere poi che non è vero che sull’identità
di Carlo la polizia abbia avuto così tanti dubbi come raccontano le
cronache. La polizia sa subito chi è Carlo, dal cellulare; perfino
tra i ragazzi appena rientrati al Carlini circola il nome di Carlo,
perché qualcuno l'aveva riconosciuto: a che scopo continuare a
parlare di uno spagnolo? A che scopo negano la verità a Elena
quando dalla questura le rispondono (ore 21 circa) dal cellulare di
Carlo facendosi passare per un suo amico?
F.B.:
Vorrei che tu mi spiegassi meglio quest’ultimo
episodio, di cui a dire il vero avevo già sentito parlare, proprio
in un’intervista a tua figlia, e di cui avevo letto in "Un
anno senza Carlo".
H.G.:
Elena telefonò a suo fratello sul cellulare
verso le nove di sera. L'uomo che risponde le chiede chi parla, e
lei, ovviamente, gli gira la domanda e dice di essere la sorella di
Carlo, proprietario del cellulare. Il tipo tergiversa un po’, poi
dice di essere un amico di Carlo. Dice "Suo fratello è più
avanti, mi ha chiesto di tenere un attimo il cellulare; ma in questo
momento c'è molta confusione, e non riesco a passarglielo…".
E’ chiaro che a quell'ora il corpo di Carlo, con tutti i suoi
effetti personali, era già nelle mani delle autorità, che quindi
sapevano già chi era ed hanno scelto per qualche motivo di non dire
a sua sorella ciò che era successo...
F.B.:
Tu mi hai raccontato una volta un altro episodio
molto significativo per dipanare la matassa degli eventi del 20
luglio: un medico che viene chiamato per soccorrere una ragazza
viene "dirottato" in Piazza Alimonda…
H.G.:
Sì. Uno dei medici che arrivò in Piazza
Alimonda in realtà era stato chiamato per un intervento su una
ragazza gravissima… Mentre arrivava sul posto gli dissero che il
ferito era invece in Piazza Alimonda. Ovviamente sul momento lui non
si fece troppe domande: la confusione di quei momenti poteva aver
provocato l’imprecisione nelle indicazioni. E anche quando in
Piazza Alimonda trovò un ragazzo invece di una ragazza pensò ad un
errore nella chiamata… Solo successivamente ed incrociando le
varie "voci" sulla questione ci siamo resi conto che le
cose forse non erano così "casuali"…
F.B.:
Volevo chiederti un’ultima riflessione, che mi
sembra doverosa. Sui giorni di Genova sono state scritte moltissime
pagine: informazione alternativa, saggistica, narrativa, canzoni…
Una montagna di parole che raccontano l’indignazione per quanto
accaduto nel luglio 2001, scritte da giornalisti, parlamentari,
poeti, scrittori, mediattivisti… Ma accanto a questa mole di
testimonianze, c’è da sottolineare il silenzio dei media
"ufficiali". Sembra che giornali e TV abbiano chiuso la
"pratica Genova" e che non siano interessati ad
approfondire quella che è stata, sotto molti aspetti, una pagina
nera della storia recente dell’Italia repubblicana…
H.G.:
Come dici tu, i media ufficiali
"evitano": perfino quando centinaia o addirittura migliaia
di persone partecipano alle iniziative del Comitato; perfino quando
la Festa nazionale dell’Unità, qui a Genova, sceglie di annullare
un dibattito al quale era stato invitato il signor Scajola; perfino
quando un PM chiede la condanna per un dirigente delle Forze dell’Ordine
che si era lasciato sorprendere da un obiettivo mentre prendeva a
calci un ragazzino. Non solo la televisione nazionale e i giornali
più diffusi "evitano": dal giorno in cui l’assassinio
di Carlo è stato archiviato, sostengo pubblicamente che il GIP,
responsabile di quell’archiviazione, o ha mentito sapendo di
mentire o non è all’altezza del suo compito. L’ho ripetuto
molte volte parlando ad un microfono in sale dove erano presenti
carabinieri o poliziotti in borghese ma non sono mai stata
denunciata, purtroppo: evidentemente è più conveniente
"evitare".
***
Bologna, 27 ottobre 2004 – intervista con STEFANO
TASSINARI
F.B.:
Una domanda banale e scontata, ma fondamentale:
come ti è nata l’idea di scrivere questo libro?
STEFANO TASSINARI:
L’idea di scrivere qualcosa su Genova mi è
nata praticamente subito, alla fine della terza giornata, prima
ancora dell’irruzione alla Diaz. Ero nei pressi della stazione
ferroviaria di Quarto, raggiunta insieme a migliaia di fuggitivi,
dopo ore di cariche e di lacrimogeni. Mi dissi che su tutti quegli
episodi andava fatta una ricostruzione che non fosse
"solo" quella della controinformazione (senza nulla
togliere ai meriti che ha avuto la controinformazione, per quei
giorni), ma anche qualcosa di diverso. Io tra l’altro vengo da un’esperienza
di letteratura civile, ed ho sempre ritenuto importante che gli
scrittori si rapportino con la realtà in cui vivono, calando la
propria opera nella società contemporanea. E già in quel momento
sentivo che i giorni di Genova sarebbero diventati, in negativo, un
momento centrale della storia di questo Paese. Durante quella
giornata avevo poi ricevuto molte telefonate preoccupate di amici
scrittori, che sapevano della mia presenza a Genova; erano
preoccupati sia per la mia incolumità, sia per le notizie
drammatiche che sentivano dai notiziari. Parlo di Carlo Lucarelli,
Massimo Carlotto, Marco Lodoli, Simona Vinci e altri ancora. Anche
parlando con loro emergeva l’esigenza di scrivere, di lasciare una
traccia su quel che stava accadendo in quei frangenti. Cosa che poi
è stata effettivamente fatta da alcuni: penso a Massimo, che nel
suo romanzo "Il maestro di nodi" ha inserito un capitolo
su Genova; ma anche altri, che non fanno parte del gruppo di
scrittori con cui parlai nell’immediatezza, hanno scritto pagine
molto interessanti su Genova.
Insomma, l’idea mi è nata subito, ma si è
concretizzata solo dopo alcuni mesi. Ero a Pisa, alla libreria
"Tra le righe", per la presentazione del mio precedente
romanzo, "L’ora del ritorno". Quella sera parlai con
Laura Baldini, la proprietaria della libreria, una cara amica che
era stata anche una delle tante vittime di Genova (probabilmente l’hai
vista ritratta in una foto che la mostra ferita e sanguinante al
capo)… Mi chiese cosa avessi in mente di scrivere, dopo quel
romanzo, e le risposi che pensavo proprio ad un romanzo su Genova.
Le confidai che volevo scrivere un storia che avesse come
protagonista una ragazza giovane; una ragazza che non aveva mai
visto personalmente un morto per "fatti di piazza", ma
anzi fosse nata proprio negli anni in cui erano morti gli ultimi
ragazzi durante manifestazioni, per mano delle forze dell’ordine o
dei fascisti (penso a Walter Rossi, Giorgiana Masi, Francesco
Lorusso). Mi interessava un discorso generazionale: la mia
generazione aveva vissuto il periodo delle "leggi
speciali", durante il quale gli scontri di piazza dovevi,
purtroppo, metterli in preventivo… Ma che cosa significava Genova
per una ragazza di 25 anni, andata a Genova senza aspettarsi
minimamente quel clima, mai conosciuto precedentemente?
Confidai a Laura tutti questi pensieri, ma le
dissi che sulla trama vera e propria non avevo ancora le idee
chiare: stavo cercando vicende "secondarie" di Genova,
fatti oscuri, vicende ancora avvolte nell’indefinito. Fu lei a
dirmi "perché non scrivi qualcosa sull’ipotetica seconda
vittima degli scontri del venerdì? Si tratta di una voce circolata
moltissimo, in quei giorni, ma poi è stata messa a tacere…".
F.B.:
Tu conoscevi già questa storia?
S.T.:
Sì, ne avevo sentito parlare, ma ti confesso che
la reputavo una leggenda metropolitana. Fu Laura ad insistere; mi
disse che se ne erano interessati alcuni avvocati, che diverse voci
convergevano in quella direzione. Mi convinse che dietro quelle voci
potevano trovarsi elementi reali, o comunque emblematici del clima
di quelle giornate.
Quindi sono tornato a Genova, ed ho cominciato a
raccogliere diverse testimonianze, sia fra avvocati, sia fra ragazzi
del Movimento. Poi (per la costruzione del profilo della
protagonista) decisi di intervistare ragazze della stessa età che
avevo ipotizzato per Caterina, che avessero fatto le croniste
durante il G8 per Radio Capital, Città del Capo, Radio Gap
eccetera. Parlando con una di queste ragazze venne fuori il discorso
della prima telefonata che cito nel libro, quella in cui un ragazzo
dice: "non sono di Genova, non so come si chiami la strada in
cui mi trovo, ma sono vicino a Via Tolemaide. Ho visto una ragazza
caricata su un’ambulanza. Non mi sembrava dare segni di vita…".
Abbiamo cercato le registrazioni di tutte le
telefonate arrivate a queste radio il 20 luglio. La ragazza
ricordava nitidamente di aver ricevuto una telefonata allarmante,
che parlava di una possibile vittima, ma nella concitazione di
quella giornata la cosa era finita poi nel dimenticatoio (tieni
conto poi che la morte di Carlo e tutti i fatti successivi deviarono
l’attenzione da quella "voce" che non trovava conferme).
Successivamente alcuni avvocati genovesi mi parlarono della
testimonianza di un’infermiera dell’ospedale Galliera, che
ricordava una richiesta di intervento di un’ambulanza con un
"codice rosso" (quindi per un intervento molto grave ed
urgentissimo) dalla zona di via Invrea, proprio all’ora della
telefonata a radio Gap (si tratta delle 17,00 circa, quindi PRIMA
della morte di Carlo)… Tu nell’articolo proponi, giustamente,
dei dubbi sulla collocazione precisa del fatto, avanzando l’ipotesi
che questo (ferma restando la sua natura ipotetica) sia avvenuto nei
pressi di Via Montevideo; io posso dirti che le testimonianze che ho
raccolto convergevano invece sulla zona di Via Invrea. Anche
Giulietto Chiesa nel suo libro ("G8/Genova" – Einaudi)
parla di un episodio molto simile a quello ipotizzato nel mio libro,
e lo fa citando la stessa fascia oraria e la stessa zona. Quella di
Giulietto Chiesa, pur nella sua brevità, è una testimonianza
fondamentale; dice semplicemente: "Vedo una ragazza urtata
violentemente da un furgone, che cade a terra svenuta. Due giovani
la sollevano e la portano lontano. Viva? Morta? L’angoscia
cresce". Non aggiunge altro perché questo è tutto ciò che
vede, ma le coincidenze sono inquietanti… Stessa fascia oraria
della prima telefonata a Radio Gap, stessa zona…
Comunque, ti dicevo, dopo tutte queste ricerche
ho deciso di puntare su questa vicenda per il romanzo su Genova. Mi
rendevo conto di avere in mano delle telefonate anonime (quindi con
tutti i limiti di affidabilità e credibilità che bisogna
riconoscere), ma che convergevano nella stessa direzione. La
telefonata dall’ospedale militare, poi, per molti versi definiva i
termini della vicenda e la rendeva ancora più credibile. Si tratta
anche in questo caso di una testimonianza anonima e brevissima;
questa telefonata, a differenza della prima non l’ho ascoltata
personalmente, ma l’ho rintracciata attraverso le mie interviste
(raccolte però in tempi diversi e con persone che raccontavano la
propria esperienza senza essersi parlate fra loro). E’ una
telefonata brevissima (alle 19,20 circa sempre di venerdì 20
luglio) in cui la voce di un uomo adulto dice, semplicemente e con
grande freddezza, "c’è una ragazza morta qui all’ospedale
militare…". E’ una testimonianza, dicevo, che contribuisce
a spostare ancora di più la vicenda dall’ipotetico al verosimile,
la rende più definita: ti ricordo che la voce di una seconda
vittima cominciò a circolare con insistenza nel tardo pomeriggio
del 20 luglio, tanto che giornali e televisioni mandarono i propri
inviati a cercare conferme nei vari ospedali di Genova, ottenendo
sempre risposte che smentivano con sicurezza l’esistenza di una
ragazza arrivata morta all’ospedale o ricoverata in condizioni
disperate… Ma nessuno aveva pensato all’ospedale militare.
A questo punto mi sono trovato effettivamente di
fronte ad una cosa che mi sembrava enorme ed ho cominciato a
lavorarci sopra. So che le telefonate anonime hanno forti limiti. La
notizia di una seconda vittima poteva anche essere stata messa in
giro "ad arte" da qualcuno dei Servizi, per mille motivi
(visto che in quelle giornate circolarono diverse voci
"strane" e poi rivelatesi infondate), ma su questa ragazza
investita le voci erano molteplici, con riscontri in termini di
orari e di collocazione…
F.B.:
Come arrivi ad ipotizzare che quella ragazza
fosse un’infiltrata?
S.T.:
Le voci che avevo raccolto mi portarono a dire
che se il fatto era successo davvero la vittima non poteva essere
una ragazza del movimento (in questo caso i suoi compagni o la
famiglia avrebbero chiesto notizie, la cosa non poteva certo passare
sotto silenzio), ma un’infiltrata, e che la cosa era stata messa a
tacere di conseguenza, per i motivi che anche tu sintetizzi nell’articolo.
Di infiltrati ce n’erano, in quei giorni, questo te lo posso
assicurare (e magari su un episodio "curioso", che ho
vissuto personalmente, ci soffermeremo dopo…), di tutte le
nazionalità, e di sicuro ce n’erano parecchi nei gruppi baschi.
E’ chiaro che a questo punto il mio lavoro di
ricerca si intreccia inevitabilmente con le esigenze narrative: mi
trovavo a dover spiegare il modo in cui si insabbia la morte della
giovane, e qui ho lavorato di fantasia: l’incidente
"inventato" in Andalusia, in cui si finge che la ragazza
sia rimasta uccisa, è pura invenzione narrativa. Mi sono detto che,
per insabbiare la fine della ragazza, qualcuno doveva aver inscenato
una sua morte "diversa" e non collegabile a Genova,
pagando poi il silenzio della famiglia eccetera…
Ma del resto il vero obbiettivo del mio romanzo
non era una controinchiesta. Da un lato volevo fare emergere questa
vicenda oscura, in modo che se qualcuno (a cominciare dalla
Magistratura) avesse voluto approfondirla con inchieste più
puntuali avrebbe potuto farlo. D’altra parte mi serviva una storia
da usare a livello simbolico, che rendesse il clima di quei giorni,
le molte vicende mai chiarite, comprese quelle che, alla fine del
romanzo, faccio raccontare ai ragazzi che si ritrovano; quelle di
cui avete parlato anche tu ed Haidi: il cadavere di Chiavari
(seppellito senza un’identità), l’inglese recuperato a Levanto…
Il senso del romanzo era raccontare questa
generazione che si affaccia alla politica, forse con un po’ di
ingenuità, ma con passione ed entusiasmo, e che vive questa
violenza inaudita ed inaspettata. Ho aggiunto anche la storia d’amore
fra Caterina ed Alessandro e l’ho fatta nascere proprio qui a
Bologna… Perché del resto, in un certo senso, il Movimento stesso
rinasce proprio in questa città un anno prima del G8 genovese,
durante il "NO OCSE", quando la gente ricomincia ad andare
in piazza dopo tanti anni… Il mio obbiettivo era usare la
letteratura per fare riflettere le persone (anche e soprattutto
quelle che a Genova non c’erano) su tutte le violazioni della
legalità che sono state commesse, sul clima oscuro di quei momenti.
Io credo che una lettura attenta di quei giorni
potrebbe portare a riflessioni politiche molto interessanti, in gran
parte ancora non maturate. Mi è capitato di riflettere sulle
divisioni politiche che hanno attraversato l’Europa, in occasione
della preparazione della guerra in Iraq. Se ci pensi, i Paesi che si
allineano con l’America di Bush sono gli stessi che sulla
repressione a Genova si schierano per la linea dura: Italia, Spagna,
Inghilterra. Molti Paesi europei hanno avuto loro cittadini feriti e
traumatizzati dalle violenze poliziesche a Genova; la Germania e la
Francia (che poi sull’Iraq si schiereranno contro gli USA)
avanzarono forti proteste contro il governo Berlusconi per il
trattamento riservato ai propri cittadini (e l’atteggiamento della
Francia, in teoria alleato politico della destra di Berlusconi,
sorprese non poco). Inghilterra e Spagna non avanzarono nessuna
protesta per quanto successo ai propri cittadini nel luglio 2001…
Sembra quasi che proprio in quel vertice si siano delineate delle
strategie internazionali che avrebbero sotteso la politica degli
anni successivi, delineando le alleanze e le conseguenze non solo in
tema di politica estera, ma pure in tema di repressione del
dissenso. E la teorizzazione della "guerra preventiva" ha
molto a che vedere con la repressione dura del Movimento.
F.B.:
Prima hai accennato a voci e notizie "fuori
controllo": ricordo distintamente che dalle 16,00 circa del 20
luglio circola insistentemente anche la voce, rivelatasi poi
totalmente falsa, di un carabiniere morto o gravissimo. Ne parla
anche Marco Poggi nel suo libro "Io, l’infame di Bolzaneto"
("…fra di noi, si sparse la notizia che un carabiniere fosse
stato ferito. Questo ci turbò molto, anche perché la notizia ebbe
un seguito all’interno del nostro ambiente. … Qualche ora più
tardi eravamo al lavoro, a Bolzaneto. Incrociai un maresciallo dei
carabinieri e chiesi notizie del carabiniere ferito. La sua risposta
mi gelò: ‘È morto!’, mi disse. Per diverse ore continuai a
credere che un carabiniere fosse morto veramente."). Una
notizia probabilmente costruita ad arte per alimentare la furia
delle forze dell’ordine ed alzare ancora di più il livello dello
scontro… Volevo poi che tu mi raccontassi l’episodio dell’infiltrato
che hai vissuto di persona.
S.T.:
Sì, ho sentito anch’io questa voce. E
sicuramente lo scopo era proprio quello che dicevi tu. Ricordo che
girò anche la voce che si fosse "cercata" la morte di un
carabiniere, proprio per scatenare ancora di più la violenza delle
forze dell’ordine…
Per quanto concerne l’infiltrato: il sabato,
mentre stavamo scappando verso Quarto, si è avvicinato a noi un
tipo, molto robusto ed armato di una mazza da baseball, vestito come
un black block. Ha cominciato ad urlare come un pazzo, incitandoci
ad assaltare la caserma dei carabinieri di Corso Italia. Noi l’abbiamo
guardato come fosse uno scemo… Ma il punto è che, una volta
arrivati davanti a quella caserma (assolutamente pacifici, e senza
che nessuno avesse lanciato un solo sasso) è iniziato un fitto
lancio di lacrimogeni. Piovevano sia dall’alto (dalle mura), sia
da dietro i cancelli: evidentemente ci aspettavano, aspettavano
qualche provocazione da parte nostra e si erano preparati per
attaccarci in quel modo. Noi, tra l’altro, eravamo in fuga
(eravamo già stati caricati in precedenza), per cui non aveva alcun
senso che loro ci aggredissero in quel modo; semplicemente loro
avevano preparato DA PRIMA l’attacco coi lacrimogeni, convinti di
rispondere ad una nostra provocazione. Una provocazione che non era
arrivata, ma a cui proprio quello strano individuo ci voleva
istigare…
F.B.:
Nell’articolo accenno all’interrogazione di
Paolo Cento conseguente il tuo libro. L’unica traccia di una
risposta a questa interrogazione l’ho trovata sul Manifesto. Ne
parlo nell’articolo: si tratta di una risposta totalmente
fuorviante, che in apparenza risponde all’episodio narrato nel tuo
libro ed all’interrogazione di Cento, ma in realtà tratta UN
ALTRO episodio. In questa risposta, che persino il Manifesto prende
per buona, c’è solo ignoranza dei fatti o la volontà da parte
delle Istituzioni di voler mantenere una scarsa conoscenza su questi
fatti (sempre sottolineando la sicura buona fede del Manifesto)? E
sai qualcosa su dove sia avvenuto l’episodio della ragazza
manganellata?
S.T.:
Ho letto l’articolo di cui parli. Sinceramente
anch’io sono rimasto colpito in negativo. Anche a mio avviso da
parte del Manifesto c’è buona fede, ma sono stati un po’
superficiali nel prendere per buona la risposta di Pisanu (o, per
meglio dire, la risposta del pm, che Pisanu riprende nella sua
risposta in Parlamento). Io sapevo della storia di questa ragazza
manganellata e svenuta, che sembra grave ma poi per fortuna si
salva. Quando ho sentito della risposta della Magistratura Genovese
e di Pisanu mi sono subito detto: hanno usato una storia simile
(oddio… simile fino ad un certo punto, per di più…) per
rispondere, divincolandosi da una situazione difficile… Mi ha
sorpreso ed infastidito: il mio libro e l’interrogazione di Cento
parlano di un caso preciso (vero o falso che sia poco importa, in
questo momento): una ragazza INVESTITA da un blindato, e NON di una
ragazza manganellata. Piuttosto potevano rispondere "non ci
risulta nessuna ragazza investita, o investita con conseguenze così
gravi"; sarebbe stato persino più semplice, per loro…
Certo, di menzogne ne hanno raccontate tante:
penso alla storia della sassaiola con cui hanno giustificato l’irruzione
alla Diaz e poi alla storia delle armi improprie e delle molotov
"trovate" in quella scuola, alle menzogne raccontate per
fatti di strada o per la morte di Carlo… Però mi ha stupito
sentire un Ministro che risponde ad un’interrogazione
semplicemente eludendola… e senza entrare nel merito di quanto
chiesto.
Per quanto concerne la localizzazione della
ragazza manganellata, purtroppo non so dirti nulla. Non so se la
zona fosse vicina a dove ipotizzo io l’investimento, e se questa
eventuale vicinanza possa in una certa misura giustificare la
sovrapposizione dei due episodi.
F.B.:
Prima hai parlato di "violenza inaudita ed
inaspettata". Inaudita ed inaspettata anche per chi aveva
vissuto un’epoca di conflitti sociali fortissimi, in cui le
violenze delle forze dell’ordine erano molto più frequenti.
Questo mi porta a chiederti una riflessione in generale sulla
gestione dell’ordine pubblico a Genova.
S.T.:
Io credo abbiano fatto una selezione preventiva
sulle persone da mandare a Genova. Qui a Bologna, tanto per parlare
di una situazione che conosco bene, tutti o quasi gli appartenenti
ai sindacati di sinistra sono rimasti a casa. Ma anche in tempi
successivi si sono visti i segni di un’involuzione autoritaria
delle forze dell’ordine. Ricordo lo scandalo emerso proprio qui a
Bologna quando apparvero le magliette con scritto "A Genova io
c’ero – Polizia di Stato". Pisanu liquidò la cosa come una
ragazzata, chiedendo il ritiro della magliette, ma il poliziotto che
denunciò quella faccenda (con un’intervista a Micromega) fu poi
letteralmente massacrato mediaticamente. Giravano i manifestini con
la sua foto e scritte allucinanti tipo "ecco l’amico di Bin
Laden"…
Io credo che in questi anni si sia sbagliato nel
non continuare la battaglia iniziata nei primi anni 80, per una
polizia più "democratica". Dopo la smilitarizzazione
della Polizia li abbiamo lasciati da soli, abbiamo pensato che il
lavoro fosse finito… Invece, specie negli ultimi anni, è
cominciato dalla parte contraria un lavoro metodico di selezione e
formazione politica delle nuove reclute. Ci sono episodi
inquietanti; penso a quel poliziotto Laziale, di stanza a Torino,
estromesso dalla polizia perché su un furgone, tornando dopo aver
prestato servizio ad una partita di calcio, si era permesso di
criticare l’operato delle forze dell’ordine a Genova; penso ad
altri casi del genere… e penso anche a Marco Poggi: lui non era
poliziotto ma infermiere della polizia penitenziaria, ma dopo le sue
"rivelazioni" su Bolzaneto la vita nel suo ambiente di
lavoro è andata deteriorandosi velocemente…
F.B.:
A proposito del "dopo Genova", quando
ci siamo parlati per telefono mi hai parlato di altri aspetti
inquietanti. Storie di ragazzi traumatizzati, di suicidi
riconducibili (magari indirettamente e parzialmente) proprio all’esperienza
genovese… Si può dire che si tratta di storie ingiustamente
dimenticate, che dimostrano che i "segni sulla pelle" si
sono propagati anche nelle coscienze delle persone, segnandole in
modo indelebile…
S.T.:
Ci sono molti casi su cui si dovrebbe indagare
meglio e con più serietà, riunendoli in un’inchiesta che abbia
anche uno spessore scientifico. Sì, ho sentito di ragazzi che sono
giunti al suicidio; chiaramente è impossibile dire in che misura l’esperienza
del luglio 2001 li abbia portati a quel gesto disperato. Per uno di
questi casi ho parlato personalmente con amici e parenti del
ragazzo, che mi hanno raccontato di quanto fosse sconvolto dopo gli
avvenimenti di Genova; si è suicidato nell’agosto dello stesso
anno. Un altro caso che conosco personalmente è quello di un
ragazzo, vicino ad Arezzo, che per un mese e mezzo dopo il G8 si
chiuse in un mutismo assoluto; non parlava né con genitori né con
gli amici, mentre prima era un giovane aperto, senza problemi di
relazioni con gli altri… Ne ho parlato più in generale con alcuni
psicologi di Verona, intenzionati a seguire vicende di questo tipo,
i quali mi hanno riferito di diversi giovani sconvolti…
Bisognerebbe allargare la ricerca, ritrovando i vari ragazzi e
studiando come sia cambiata la loro vita dopo quei giorni.
Ci sono casi che sono rimasti "famosi"
per quei pochi giorni, ma poi che ne è stato di loro? Penso a quel
ragazzo di Ostia, massacrato dal vicequestore Perugini e ripreso in
varie foto e video. Penso al figlio del giornalista de "La
Stampa" Gian Paolo Ormezzano; anche questo fu un caso famoso,
perché il padre parlò sui giornali del figlio, che era andato a
Genova per girare un video nell’ambito dei suoi studi
universitari. I due ragazzi sono stati pienamente scagionati, ma ora
come vivono? Dentro di loro che segni portano di quell’esperienza?
Sappiamo quali sono stati i cambiamenti nella
vita di Lorenzo Guadagnucci o di Laura Baldini, la mia amica di
Pisa. Il primo non era un ragazzo, ma un uomo, un giornalista
inspiegabilmente massacrato durante la "notte della Diaz";
sappiamo quanto la sua vita è cambiata, quanto abbia cercato di
tradurre in impegno civile quella sua esperienza. Laura, quando
sfoglia i libri su Genova e vede quella sua foto che la ritrae
sanguinante, fa fatica a guardarsi… Lei e Lorenzo però sono due
persone adulte, con già un’esperienza e forti motivazioni alle
spalle, che avevano già vissuto o erano a conoscenza di storie
drammatiche, ma un ragazzo di vent’anni come ha reagito? Quanto è
cambiato?
F.B.:
A volte penso che si è scritto molto su
"cosa è stata Genova", per chi c’era o, in generale,
per quelli che si riconoscono nell’attuale Movimento. E a volte
penso che a questa domanda si potrebbe rispondere semplicemente:
"è stata un trauma"; un trauma a cui ognuno reagisce a
modo suo: c’è chi ne è uscito indebolito e chi rafforzato; chi
più cinico e chi magari ancora più idealista; chi lo ha rimosso e
chi ci convive ogni giorno… Un trauma per tutti, ma da cui si
dipanano poi le matasse delle storie e delle sensibilità
individuali. Per questo volevo chiudere questo articolo e la nostra
chiacchierata con una tua riflessione su questo aspetto, e su cosa
vuol dire per te, oggi, Genova…
S.T.:
Sì, si è trattato di un trauma. Inatteso per
tutti, ma soprattutto per la generazione di Caterina. Noi
"vecchi" avevamo visto o vissuto situazioni persino
peggiori, ma erano altri tempi. Qui torno al discorso che ti facevo
all’inizio: negli anni 70 c’erano le leggi speciali, per cui
sotto un certo punto di vista andavi ad una manifestazione
consapevole che qualcosa poteva andare storto. Io di morti in Piazza
ne avevo visti anche personalmente, penso a Pietro Bruno, a
Francesco Lorusso... Negli anni 70 andavi in piazza col servizio d’ordine,
in un clima in cui eri preparato alla violenza, fisicamente e
mentalmente. Certo, a Genova siamo stati traumatizzati anche noi,
perché pensavamo che le cose fossero cambiate, ma i ragazzi erano
andati a manifestare pacificamente, disarmati, pensando quasi ad una
festa...
Io ho visto scene che non dimenticherò mai. Non
dimenticherò mai l’agguato (uso intenzionalmente questa parola…)
fatto in fondo a Corso Italia. Quando hanno attaccato l’hanno
fatto senza alcuna considerazione per le persone, con una strategia
militare che nulla aveva in comune con le esigenze di ordine
pubblico. C’era un muro molto alto a destra, che sostiene un
terrapieno, il mare a sinistra, i poliziotti davanti e migliaia di
persone che premevano dietro, senza la possibilità di capire cosa
stesse succedendo davanti (dove c’era una curva secca, oltre la
quale il retro del corteo non poteva assolutamente vedere). E’
stato un momento drammatico: hanno cominciato a sparare decine e
decine di lacrimogeni; da davanti, dagli elicotteri (e questo, ti
assicuro, non l’avevo MAI visto fare) e persino dalle barche. Noi
sentivamo questi gas terribili… Nell’immediatezza dei fatti,
ovviamente, nessuno di noi aveva mai sentito parlare del gas CS,
nessuno sapeva quanto micidiale fosse, ma ti assicuro che anche
quelli come me (con già alle spalle esperienza di manifestazioni e
di lacrimogeni) sentivano che era un gas "diverso" e
terribile, che ti fa sentire morire… La gente scappava e rischiava
di calpestarsi. C’è stato un autocontrollo incredibile, da parte
dei manifestanti, ma potevano morire o restare ferite gravemente
molte persone.
Le forze dell’ordine avevano perfettamente il
controllo della situazione, dall’alto, e sapevano benissimo cosa
vuol dire e cosa può provocare attaccare da più parti un corteo
con 50.000 persone in quel modo, in una via senza sbocchi. Quella
non è un’azione di ordine pubblico, ma è un’azione militare:
non punta a disperdere un corteo, ma a farti ammassare per poi
massacrarti. Fu in quel frangente che vidi persone gettarsi in acqua
per cercare scampo, ma li inseguivano e li picchiavano anche in
acqua…
L’ultima carica ce l’hanno fatta sotto il
ponte che c’è 800 metri prima della stazione di Quarto, nei
pressi di una caserma della polizia. E quando hanno sparato i
lacrimogeni hanno pure sbagliato: tiravano dal basso verso l’alto,
e calcolarono male la parabola; i candelotti finirono una
cinquantina di metri oltre l’obbiettivo, in spiaggia, dove c’erano
famiglie con bambini. Fu una scena allucinante, con le mamme che
prendevano i bambini e scappavano… Anche questo ho dovuto vedere a
Genova…
Francesco Barilli, di Ecomancina.com
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