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LE STRAGI NASCOSTE, di MIMMO FRANZINELLI
L’armadio della vergogna: impunità e rimozione
dei crimini di guerra nazifascisti, 1943-2001
Se domandate a un romano del centro storico dov’è
via degli Acquasparta farà difficoltà a indicarvela. È una strada
appartata eppure in una zona centralissima: fra il rione Parione e
Tor di Nona, a due passi da Piazza Navona. Un buon tratto è
delimitato dal Palazzo Cesi, che è sede della Procura Generale
Militare della Repubblica presso la Corte Suprema di Cassazione. L’edificio
è parzialmente nascosto da tre pioppi giganteschi ma la tendenza a
celare cresce in maniera esponenziale se si entra nel palazzo
medesimo. Lì per cinquant’anni, in un armadio in legno modello
ministeriale, con le ante appoggiate contro una parete e l’ingresso
della stanzina protetto da un cancello di ferro chiuso a chiave,
vennero raccolti e occultati 695 fascicoli contenenti denunce sui
crimini di guerra compiuti in Italia nel periodo 1943-45 da militari
tedeschi.
Questa purtroppo è storia vera narrata col
rigore del ricercatore da uno studioso del fascismo, Mimmo
Franzinelli, che ha esaminato quel materiale dopo che a metà degli
anni Novanta l’armadio venne scoperto e le procure territoriali
poterono utilizzare e dar seguito ai documenti lì raccolti. Il
congegno della rimozione e dell’occultamento fu articolato,
coinvolse la real politik nazionale e internazionale ed ha,
come lo storico accerta, nomi, cognomi e appartenenze politiche,
proprio come i criminali di guerra denunciati.
La memoria delle stragi
I seicento giorni d’occupazione d’Italia
operati dall’esercito tedesco, che aveva al proprio servizio gli
aderenti della Repubblica di Salò, furono vissuti dalle popolazioni
del centro e del nord della penisola come un incubo di violenza e
terrore.
Alla repressione dei resistenti organizzati in
bande partigiane e in nuclei di gappisti, una repressione attuata da
speciali divisioni della Wehrmacht fra cui spiccavano i parà della
‘Goering’ e da reparti repubblichini della Decima Mas, delle
Brigate Nere, della Guardia Nazionale Repubblicana e della Legione
Tagliamento, s’aggiunsero anche stermini e crimini efferati verso
la popolazione civile. Le stragi iniziarono con la ritirata
germanica verso nord, una delle prime a Caiazzo in provincia di
Caserta colpisce per l’elenco delle 23 vittime (i fratelli Perrone:
Elena 4 anni, Margherita 6, Antonietta 9, Giuseppe 12; i fratelli
Albanese: Angelina 12 anni, Antonio 14, Elena 16; i fratelli D’Agostino
Carmela 6 anni, Orsola 8, Antonio 10, Saverio 12). Stragi di
bambini. E non furono poche.
In un lungo e tristissimo elenco l’autore
ricorda le stragi in ordine alfabetico. Ecco le più sanguinose: ad
Arezzo il 17 giugno ‘44 224 vittime e poi il 16 luglio un’altra
fucilazione di 200 persone. A Badicroce (Ar) il 25 giugno ’44 con
80 italiani fucilati e bastonati a morte. Ancora nell’aretino a
Castelnuovo Sabbioni il 4 luglio ’44 72 bruciati coi lanciafiamme
e tre giorni dopo 200 fucilati, anche lì molti bambini. A
Castelnuovo Val di Cecina (Pi) il 14 giugno ’44 83 persone uccisi
dai fascisti comandati da ufficiali tedeschi. A Chiesina (Fi) il 23
agosto ‘44 314 fucilati o assassinati a colpi di baionetta. A
Cicalaia (Pt) nell’estate ’44 la popolazione fu rinchiusa in una
chiesa con le porte serrate e vennero fatte esplodere mine: 60
morti. A Civitella della Chiana (Ar) il 29 giugno ’44 200 vittime.
A Fragheto (Ps) nell’agosto ’44 80 fucilati. A Genova nel luglio
’44 70 prigionieri politici costretti a scavarsi la fossa quindi
fucilati dalla Guardia Nazionale Repubblicana. A Fondotoce (Lago
Maggiore) nell’agosto ’44 20 ebrei affogati nel lago e 41
fucilati dalla Guardia Nazionale Repubblicana. A Marzabotto (Bo) nel
settembre ’44 955 trucidati (216 bambini sotto i dodici anni, 316
donne), con le frazioni del circondario del Monte Sole le vittime
salirono a 1830. A Modena nell’agosto ’44 120 fucilati. A
Monsummano (Pt) il 23 luglio ’44 300 uccisi. A Roma 24 marzo ’44
esecuzione di 335 persone con un colpo di pistola alla nuca nelle
Cave Ardeatine, come rappresaglia per l’attentato partigiano del
giorno precedente a via Rasella. A S. Anna di Stazzema (Lu) nell’agosto
’44 straziati i 560 abitanti dell’intera frazione; a Stia (Ar)
nell’aprile ’44 103 vittime. A Trieste fra il 15 e il 29 aprile
’44 51 ostaggi assassinati, poi 100 e ancora 60, tutti uccisi come
rappresaglia per l’uccisione di soldati germanici, 77 ostaggi
furono gli impiccati agli alberi di un viale cittadino. A
Vallucciole (Ar) nell’estate ’44 230 civili assassinati.
L’odiosa pratica delle rappresaglie praticata
col rapporto di uno a dieci (dieci esecuzioni per ogni soldato
germanico ucciso) riprodusse anche da noi quel clima di macelleria
che i nazisti avevano sperimentato già in Ucraina e in Jugoslavia,
dove l’equazione stragista saliva addirittura a uno contro cento.
Questa condotta, che contravveniva a ogni codice
militare, oltre a mostrare il totale disprezzo per la vita umana e
per le sorti del nemico, poneva in condizione d’inferiorità anche
l’alleato, visto che quando si vendicava un fascista il suo valore
si dimezzava rispetto al soldato tedesco nella proporzione di cinque
a uno: cinque esecuzioni nemiche per ogni fascista ucciso.
Uno dei metodi per "spettacolarizzare"
l’esecuzione era la forca, come ricordano tutt’oggi a Bassano,
sul cui viale alberato trentuno giovani vennero assassinati e
lasciati penzolare a lungo secondo il lugubre rituale dell’esposizione
della morte che tanto piaceva a SS e saloini.
Mussolini sapeva
Durante l’intero arco dei venti mesi della Rsi
Mussolini fu informato da una cospicua quantità di rapporti dei
suoi funzionari sulle vicende militari di maggior rilievo, comprese
le barbare rappresaglie naziste e dei suoi uomini (l’autore
riproduce alcuni dispacci). Al di là di formali lettere di protesta
all’ambasciatore del Reich in Italia, Rudolf Rahn, e di
stigmatizzazioni verso l’operato di polizie private al servizio
dei nazisti, il duce non fece granché. E se in una nota a Rahn
affermava di "non poter a lungo sopportare la responsabilità
indiretta del massacro di donne e bambini" di fatto non riuscì
mai, non solo a impedire, ma neppure a farsi ascoltare dai suoi
fedelissimi sanguinari e facinorosi, che rivendicavano lo squadrismo
del ventennio. Né ebbe alcun potere verso un alleato che lo
considerava capo d’un governo fantoccio, incapace di qualsiasi
iniziativa politica e militare senza la propria protezione.
Già nell’autunno del ’44 gli angloamericani
nei territori liberati dell’Italia centrale raccolsero
testimonianze ancora vive sulle terribili stragi perpetrate dai
nazifascismi: si piangevano e seppellivano ancora i morti, non erano
stati risparmiati bambini, donne incinte, ottuagenari; villaggi e
corpi carbonizzati, persone massacrate per strada, cadaveri
insepolti o gettati in fosse comuni costituivano un agghiacciante
scenario di morte.
E se in quei luoghi nelle settimane e nei mesi
successivi la fine del conflitto spuntarono spontaneamente lapidi e
cippi, la stagione delle denunce dei crimini non durò a lungo. Con
l’esautoramento del governo Parri avvenuto nell’autunno ’45 il
cosiddetto ‘vento del Nord’, sostenuto dalle forze che
maggiormente avevano contribuito alla Resistenza, venne ingabbiato.
Il governo passò al democristiano De Gasperi che lo mantenne per
otto legislature sino al ’53. Lo stesso Partito Comunista
Italiano, capofila coi suoi 50.000 combattenti garibaldini della
lotta di Liberazione, si trovò a sostenere la soluzione estensiva
dell’amnistia emanata dal guardasigilli Togliatti il 22 giugno
1946. Con essa in poco tempo oltre 40.000 fascisti della Rsi
tornarono in libertà e l’idea di ‘epurazione’ tanto
vagheggiata tramontò definitivamente. Anzi di lì a poco furono i
partigiani a doversi difendere dalle inchieste della magistratura
che li accusava di delitti contro i fascisti.
Alcune condanne e la rimozione di Stato
Le sentenze di morte, se in alcuni casi colpirono
gerarchi come Pavolini, Farinacci, Buffarini Guidi e sanguinari come
Pietro Koch, capo della banda di torturatori di Villa Fossati e
della pensione Jaccarino, in altri furono condonate. Accadde al
generale della Gnr Biagioni, commissario federale nella zona dell’Apuania,
dove partigiani e civili vennero perseguitati e massacrati. Così
per un Caruso (il questore di Roma compilatore degli elenchi di
prigionieri consegnati a Kappler per la mattanza delle Ardeatine)
che finì fucilato, peraltro nel settembre ’44 con la guerra
ancora in corso, ci fu chi come Basile, capo della provincia di
Genova che coadiuvava i tedeschi nella repressione sul territorio,
evitò la pena capitale.
Per tacere dei favori ricevuti dal macellaio d’Etiopia
Rodolfo Graziani e da Julio Valerio Borghese, il comandante di
quella Decima Mas dedita a cattura, tortura e impiccagione di
patrioti. A guerra conclusa entrambi furono aiutati da uomini dei
servizi segreti inglese e statunitense ad aver salva la vita.
Borghese verrà utilizzato dai servizi stessi prima come spia poi
come potenziale golpista.
Molti criminali di guerra nazisti beneficiarono
di trattamenti di favore. I procedimenti messi in moto dalla
magistratura militare britannica in Italia e celebrati soprattutto
nel ’46 e ’47 videro commutare le pene da capitali a carcerarie
perché la legislazione italiana stava abolendo la condanna a morte.
I generali Von Mackensen (ex comandante della 14° armata) e Kurt
Maltzer (ex comandante di Roma) furono condannati all’ergastolo. E
se Maltzer si spense in carcere, il suo collega tornò in libertà
nel 1954. Mentre Churchill e il generale Alexander esprimevano
parere favorevole per la commutazione di pena ai nazisti un altro
gerarca, Wehrl, nel ’52 uscì di prigione per motivi di salute.
Il generale Max Simon, comandante della
famigerata 16° Panzer Grenadier Reichsfuhrer (con battaglioni
composti da giovani 17-18enni e anche unità multietniche di
alsaziani, italiani, croati, belgi, olandesi che nell’estate ’44
avevano cosparso di sangue l’Appennino tosco-emiliano) si ritrovò
dopo l’iniziale condanna a morte condannato all’ergastolo.
Quindi a 21 anni di detenzione e finì libero nel 1954.
E ci fu anche chi irrise le alte cariche dello
Stato Italiano con fughe rocambolesche coperte dal nostro Ministero
della Difesa e dall’Arma dei Carabinieri: il colonnello Kappler,
uno dei responsabili dell’eccidio delle Ardeatine. Che mentre
scontava la condanna all’ergastolo sparì dall’Ospedale Militare
del Celio in Roma il 15 agosto ’77, trasportato in una valigia
dall’anziana moglie (sic).
Il maggiore Reder, anche lui della 16° Panzer
Grenadier Reichsfuhrer, dopo la condanna all’ergastolo nell’80
ricevette dal Tribunale di Bari la semilibertà. Nell’85 il
Presidente del Consiglio Bettino Craxi gli regalò la scarcerazione.
Tornato in Austria l’ex ufficiale SS definì l’istanza di
perdono inoltrata vent’anni prima una mossa del suo avvocato
italiano: lui non aveva nulla di cui pentirsi.
Dalle condanne ai condoni e al reintegro
È inutile ricordare che al di là del processo
simbolo di Norimberga, che il 1° ottobre ’46 emise la sua
condanna a morte per Goering, Von Ribentropp e una decina di altri
criminali nazisti, le corti allestite nella zona d’occupazione
pronunziarono non molte pene esemplari. Le condanne a morte degli
statunitensi furono 100 e 500 le pene detentive. Nella zona
controllata dai francesi ci furono altrettante condanne a morte e
1.500 al carcere, mentre i britannici decretarono 230 pene capitali
e 500 imprigionamenti.
Ma all’inizio degli anni Cinquanta, per lo
scontro apertosi fra il blocco del Patto Atlantico e quello
sovietico, il governo americano assegnò al Military Modification
Board presieduto dal generale Handy la revisione di molti giudizi
dei tribunali militari, cosicché solo una minima percentuale delle
condanne venne applicato. Le riduzioni di pena e le scarcerazioni di
criminali di guerra condannati proseguì per tutti gli anni
Cinquanta. Fra gli altri stragisti nel ’56 venne scarcerato Peiper,
il flagellatore di Boves.
Nel periodo citato in Germania risorgeva un
revanscismo nazista con società di soccorso per appartenenti alle
SS forte di sei gruppi affiliati. Vennero create 526 sezioni locali
della Wehrmacht, Kesserling ci si dedicò sino alla morte naturale
sopraggiunta nel 1960. Nel ’52 ex combattenti organizzarono
addirittura pellegrinaggi nei luoghi delle principali battaglie.
In questo clima Friedrich Engel, colonnello delle
SS e capo dell’Aussenkomando, il servizio di sicurezza nazista in
Liguria, fu protagonista di un’incredibile vicenda. In quanto
responsabile della strage della Benedicta (147 partigiani catturati
durante il rastrellamento dell’aprile ’44 e fucilati) più l’eccidio
del Passo del Turchino, dove nel maggio ’44 furono condotti e
fucilati 59 prigionieri politici, venne imprigionato dagli
statunitensi vicino Francoforte. Ma già nel 1947 evase e si nascose
sotto falso nome e dal ’54 nel suo Paese si sentì talmente sicuro
che uscì allo scoperto con le proprie generalità. Nel ’71 giunse
a testimoniare a favore di Bosshammer, deportatore di ebrei da
Genova, senza che nessun giudice tedesco gli chiedesse conto del
passato.
Ciò che riveste un’ulteriore offesa per le
migliaia di vittime italiane delle atrocità nazifasciste (in quei
venti mesi furono massacrate fra le 12.000 e le 15.000 persone) fu l’utilizzo
dei criminali tedeschi nelle inteligences statunitense e
britannica. Si era in piena ‘guerra fredda’ ed essere stati
adepti del Terzo Reich diventava un’ottima carta di credito in
funzione anticomunista.
Il più clamoroso fu il caso di Eugen Dollmann,
fatto fuggire nel ’46 da un campo di prigionia alleato e impiegato
a Roma per lo spionaggio Usa. Mentre Theodor Saevecke -
collaboratore di Eichmann nel genocidio degli ebrei, che gli
antifascisti milanesi conobbero bene perché operava nell’Hotel
Regina torturandoli anche coi cani - nel dopoguerra collaborò coi
servizi americani. Fu inoltre consigliere governativo nella Rft,
direttore di scuole di polizia e vicecapo della polizia di sicurezza
a Bonn fino al ’71.
Il maggiore delle SS Karl Hass, implicato nell’eccidio
delle Ardeatine, nel primissimo dopoguerra intrattenne rapporti coi
servizi segreti occidentali e poté vivere indisturbato in Italia
senza dover rispondere del gravissimo episodio di strage. Lavorò
per lo spionaggio statunitense poi per quello tedesco e dal ’48
per l’italiano. Anche fascisti della Decima Mas come Borghese
ricevettero offerte di collaborazione da parte dell’Office
Strategic Service in funzione anticomunista.
Chi occultava
I politici italiani che organizzarono e coprirono
l’occultamento dei documenti sui crimini nazisti hanno nomi e
volti. Dapprima la coppia del partito repubblicano Sforza-Pacciardi,
che tra il ’47 e il ’53 furono rispettivamente ministro degli
Esteri e della Difesa, seguiti nei due dicasteri dal liberale
Martino e dal democristiano Taviani. Quest’ultimi teorizzarono con
cruda real politik il bisogno dell’Alleanza Atlantica di
riarmare la Germania in funzione antisovietica. Il disegno partiva
dall’alto con direttive impartite dagli statunitensi a più d’un
governo De Gasperi. L’acquiescenza dei governanti democristiani e
dei propri alleati centristi non mutò anche negli anni successivi
col governo Segni (1955-57).
Da parte della compagine governativa venne
indicato ai procuratori generali militari, inizialmente Corsari e
Mirabella e per un lunghissimo periodo Enrico Santacroce, di far
cadere in totale oblìo la documentazione sulle stragi in Italia
accumulata dal ’44 in poi. Soprattutto Santacroce vegliò sull’armadio
della Procura con un ossequioso zelo lungo sedici anni: dal 1958 al
’74, anno precedente al suo decesso. E l’occultamento fu tanto
sistematico che i cinque procuratori militari che gli succedettero
ignoravano totalmente la presenza di quelle denunce.
Le prime indagini della magistratura italiana si
sono avviate solo a metà anni Novanta con gran parte dei criminali
di guerra scomparsi per sopraggiunta vecchiaia.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Mimmo Franzinelli (Cedegolo, Bs, 1954), storico
italiano.
Mimmo Franzinelli "Le stragi nascoste",
Mondadori, Milano, 2002
418 pp. Con riproduzioni di materiale
documentario e foto del ritrovamento dei corpi della strage di
Fossoli (Mo).
Approfondimento in Rete :
Centro
studi della Resistenza / Repubblica.
Enrico
Campofreda, ottobre 2004
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