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Francesco Barilli:
Parto con una considerazione che superficialmente
può apparire scollegata con la vicenda di Piazza Fontana. Nel
febbraio 2005 abbiamo registrato la terza assoluzione per la strage
alla Questura di Milano del 17 maggio 1973 (dopo Carlo Maria Maggi e
Francesco Neami è stato assolto Giorgio Boffelli). In quell’occasione
il parlamentare di AN Enzo Fragalà ha dichiarato (fonte: ANSA): "Cade
l’ultimo frammento inventato da una certa sinistra giudiziaria per
depistare, mistificare, attribuire alla Destra la stagione delle
stragi, da piazza Fontana a piazza della Loggia alla strage della
Questura di Milano, tutti delitti che avevano, fin dal primo
momento, moventi, autori e strategie marcatamente di sinistra. …
dopo la piena assoluzione nel processo di Piazza Fontana, si regista
l’ultimo atto di un depistaggio iniziato nel 1969…". Tutto
questo nonostante le sentenze (sia per Piazza Fontana, sia per la
Questura di Milano) lascino in realtà confermato il quadro
complessivo in cui maturarono le stragi e, di conseguenza, le
responsabilità della destra eversiva. In pratica le parole di
Fragalà (ed altri esponenti della destra si sono espressi in
termini analoghi) tendono a confondere il non accertamento delle
responsabilità penali personali con il quadro storico di quegli
anni; mi sembra però si tratti di una "confusione"
fortemente voluta, e volevo un tuo parere su questo aspetto della
vicenda.
Franca Dendena:
Anch’io penso ci sia una volontà di creare
confusione, e anche a me non sembra che dietro questa nuova sentenza
ci sia questa "grande assoluzione", anzi… Intendiamoci:
non ho ancora visto la sentenza di Cassazione, ma immagino confermi
quanto ha detto la Corte d’Appello; per cui, in sostanza, si trova
plausibile che Freda e Ventura fossero colpevoli (i due però ormai
non possono essere perseguiti in quanto già assolti definitivamente
in altro processo), mentre per Zorzi e gli altri non ci sono,
secondo i giudici, abbastanza elementi per provarne la colpevolezza.
Peccato però che l’assoluzione di Freda e Ventura sia stata
scritta da un altro Tribunale, ossia sempre da quelle Istituzioni
che dovrebbero cercare la Verità; peccato pure che quel tribunale
abbia assolto Freda e Ventura "tenendo nel cassetto"
elementi fondamentali (penso all’acquisto del timer e delle borse
usate per contenere gli esplosivi). Io penso che se un Giudice
ipotizza responsabilità a carico di Freda e Ventura dovrebbe avere
anche il coraggio di affermare a chiare lettere che la loro
assoluzione è stata un errore: già questo mi sarebbe sembrato un
elemento di chiarezza e di correttezza, ma non c’è stato. E da
questo quadro d’insieme viene fuori uno spaccato inquietante dell’Italia
di quegli anni, su cui torneremo più avanti.
Recentemente ho sentito una valutazione fatta da
una giornalista di Radio Popolare che mi sento di condividere.
Perché, si chiedeva la giornalista, nella fase finale e decisiva
dei processi per stragi (e anche Piazza Fontana non è sfuggita a
questa triste regola) si arriva sempre a delle assoluzioni? La
risposta della giornalista era questa: nessun Giudice ha il coraggio
di mettere la parola "fine" a questi processi, firmando
con il proprio nome e cognome una verità certa e definitiva. Si
tratta della filosofia della cancellazione, che a sua volta deriva
dal timore di una verità storica ingombrante e quasi "troppo
grossa per essere detta". Non possiamo certo pensare che tutti
i Giudici in questi processi siano stati (in diversi anni e in
diversi luoghi) in malafede o conniventi; penso però abbiano
condiviso tutti una paura latente: la paura della grandezza della
responsabilità che si sarebbero assunti scrivendo davvero una
sentenza "definitiva" su quei fatti. Certo, questa paura
non ha nulla a che vedere col senso vero della Giustizia.
F.B.:
Nei giorni immediatamente seguenti la sentenza
della Corte di Cassazione su Piazza Fontana (maggio 2005) ha fatto
molto scalpore la notizia circa l’addebito delle spese processuali
alle parti civili (quindi ai familiari delle vittime). Io, ti
confesso, ho avuto più d’una perplessità sulla questione: pur
condividendo l’indignazione per l’addebitamento a voi delle
spese, ritengo si sia quasi dato più risalto all’aspetto
economico (sicuramente sgradevole ma secondario) rispetto al fatto
in sé: dopo 35 anni di indagini la strage è rimasta senza
colpevoli. Per di più ci troviamo in una situazione paradossale
(seppure spiegabile giuridicamente): come dicevi tu, si individuano
come probabili responsabili due vecchi indiziati (Freda e Ventura),
contro i quali non si potrà procedere, in quanto già assolti con
formula definitiva… Anche su questo volevo un tuo parere.
F.D.:
Ti dirò che non sono del tutto d’accordo con
questa tua riflessione. Forse è vero che nelle intenzioni di alcuni
si è cercato di dare più risalto alla questione delle spese per
far passare in secondo ordine la mancata giustizia sulla strage, ma
dobbiamo considerare anche altre cose.
Ti spiego: devi sapere che, dopo che molti hanno
avanzato proteste per l’addebitamento a noi delle spese, il
Consiglio dei Ministri ha deciso di accollarsi quelle spese
totalmente. Devi sapere pure che noi familiari avevamo deciso
inizialmente di rifiutare quelle offerte, proprio perché si era
deciso di non fare passare in sordina la cosa, di non accogliere un’offerta
estemporanea e non "istituzionalizzata". Abbiamo deciso di
accettare solo quando c’è stata una presa di posizione chiara da
parte del Consiglio dei Ministri.
Io non so se i Giudici della Corte di Cassazione
potevano automaticamente "andare in deroga" alla procedura
che prevede l’addebitamento delle spese alle parti civili (qualora
esse abbiano perso la causa), ma penso che ora si sia stabilito un
principio fondamentale, che spero potrà valere per casi futuri
analoghi. Quel che intendo dirti è che vorrei che questa procedura
diventasse normale, che lo Stato sentisse un dovere accollarsi le
spese processuali in questi casi, come norma e non come
"eccezione"; fermo restando che questo non deve diventare
una scusa per rendere più frequenti le assoluzioni (una specie di
"almeno trattiamo bene le vittime, visto che non riusciamo a
rendere loro giustizia").
In definitiva ritengo che proprio l’effetto
mediatico della notizia delle spese, inizialmente addebitate a noi,
abbia risvegliato l’attenzione e l’indignazione della gente. Ho
visto tanti interessarsi alla questione; e non parlo solo di
giornalisti e addetti ai lavori, ma di gente comune. Ho visto
cittadini risvegliarsi; anche persone che in passato dicevano
"è inutile spendere tempo e denaro in questi processi che non
porteranno a nulla" si sono indignate, perché capivano che con
quella decisione si stava toccando il fondo…
Il mio discorso, quindi, è questo: la battaglia
sulle spese è stata importante, e questo NON per l’aspetto
economico (si trattava di una spesa comunque suddivisa tra le varie
parti, compresi diversi Enti Pubblici, per cui singolarmente non si
trattava certo di somme spaventose), ma per la voragine morale che
rischiava di aprire a livello di conseguenze. Si trattava di una
cosa inaccettabile moralmente; per noi, certo, ma anche per l’intera
società civile.
F.B.:
Abbiamo parlato della differenza tra la verità
giudiziaria (fondamentale, ma comunque limitata all’accertamento
di responsabilità individuali) e la verità storica; ossia una
verità per certi versi persino più importante, visto che inserisce
i fatti in un contesto storico e li chiarisce per le nuove
generazioni: una verità che è dovere dei media conservare. Mi
rendo conto che rispondere a questa domanda presenta il rischio
della generalizzazione, ma quale è il giudizio che, sulla base
della tua esperienza personale, hai maturato sulla stampa italiana
e, in generale, sul mondo dei media italiani, rispetto all’attenzione
(o alla scarsa attenzione) riservata alla vostra vicenda?
F.D.:
Questa è una domanda difficile… Anche perché
l’attenzione sulla nostra vicenda si snoda ormai lungo 35 anni, ed
è passata attraverso varie fasi, molto diverse fra loro. Ci sono
stati momenti di grande attenzione, ma anche momenti (e questo sia
ai tempi del dibattimento in Corte d’Assise, sia nella successiva
Corte d’Appello) in cui la presenza della stampa era davvero
scarsa: nonostante per anni si fosse lottato duramente per avere
quei processi a Milano, nella loro sede naturale, nonostante tutto
il lavoro del Giudice Salvini, in quei momenti la stampa è stata
pressochè assente. Ho la sensazione che a volte l’attenzione dei
media si muova su basi casuali, per tornare a concentrarsi in
momenti particolarmente importanti (come la recente sentenza della
Cassazione), e questo certamente non favorisce la creazione di una
memoria solida su quei fatti.
A questo proposito, penso sia il caso di tornare
un attimo al discorso delle "due verità". La verità
giudiziaria deve identificare con nome e cognome i vari livelli di
responsabilità di un dato fatto (esecutori materiali, mandanti,
eccetera). La verità storica consiste innanzitutto nel conoscere i
fatti, per poi conservarne e tramandarne la memoria; tutto questo
affinchè questi eventi non debbano più ripetersi.
Quel che intendo dire è che questa verità
storica, oggi come oggi, la conoscono gli "addetti ai
lavori" e quei cittadini che hanno seguito con passione la
vicenda, ma nel Paese, a livello generale, non esiste; e forse la si
vuole negare, dopo aver negato quella giudiziaria. Tante volte si
sente dire "sì, però in fondo sappiamo come sono andate le
cose in quegli anni", ma non mi sembra un’affermazione
veritiera. Il cittadino che ha una grande passione civile ha potuto
costruire una propria coscienza sugli anni delle stragi, ma la
grande massa ne conosce a malapena la superficie. E questa
operazione per creare una scarsa e poco consolidata memoria storica
la si vede anche da certi dettagli: nell’ultima sentenza, a quanto
mi risulta, neppure si menzionano i fatti ed il numero dei morti.
Questo può essere stato corretto dal punto di vista
"tecnico" (visto che la Cassazione si limitava a valutare
una sentenza precedente, senza entrare nel merito), ma mi sembra in
ogni caso un brutto segno per quella che può essere la memoria
collettiva.
F.B.:
Sempre a proposito dei "due livelli" di
verità (giudiziaria e storica): sono possibili nuove iniziative per
riportare la vicenda nell’aula di un tribunale (nuovi processi
ecc.)? E la vostra attività come Associazione, per conservare la
memoria storica dell’evento, come si articolerà e come si
collegherà rispetto a quella di altre associazioni analoghe (Piazza
della Loggia, stazione di Bologna ecc.)?
F.D.:
Abbiamo in programma una serie di riunioni
proprio per parlare di questi argomenti. Devo innanzitutto chiarirti
un dettaglio "tecnico". Noi familiari delle vittime di
Piazza Fontana facciamo parte della "Unione familiari vittime
per stragi", che raccoglie al suo interno i familiari delle
vittime di Piazza Fontana, Piazza della Loggia, treno Italicus,
rapido 904, Via Georgofili, e della stazione di Bologna; ma non ci
siamo mai costituiti (perlomeno ufficialmente) in un’associazione
esclusivamente nostra: ora lo vorremmo fare. Vorremmo creare una
nostra associazione che avrà il compito di mantenere la memoria di
quei fatti, produrre nuovi documenti e conservare quelli già
esistenti sul 12 dicembre 69, andare nelle scuole eccetera… Un po’
il ruolo che è della Casa della Memoria a Brescia, costituita dai
familiari di Piazza della Loggia.
Ovviamente non vogliamo solo occuparci dell’aspetto
"celebrativo" della strage, ma anche capire cosa si possa
ancora fare dal punto di vista giudiziario. Penso si possa aprire un
fascicolo contro ignoti: visto che quella strage è ancora priva di
colpevoli accertati in giudizio mi sembrerebbe un atto doveroso. Ma
su questo aspetto dobbiamo ancora confrontarci con gli avvocati.
F.B.:
C'è una risposta che mi diede Paolo Bolognesi
(Presidente della "Associazione tra i familiari delle vittime
della strage alla stazione di Bologna") sulla quale mi
piacerebbe avere anche il tuo punto di vista. Pur affermando, con
grande senso di realismo e di responsabilità, che "… se
nell'ambito della strage di Bologna siamo riusciti ad arrivare a dei
risultati è perché nella polizia, fra i carabinieri, nella
magistratura, e negli stessi servizi segreti abbiamo trovato uomini
davvero all'altezza dello Stato…", Bolognesi mi disse
anche "dal dopoguerra fino al 1981 tutti i capi dei servizi
segreti sono stati implicati in qualche modo, per depistaggi o
altro, negli episodi di stragi. E i servizi segreti sono organi
esecutivi, "eseguono ordini", come si dice; i loro vertici
sono nominati politicamente, ma nessuno dei Ministri implicati nella
scelta di questi vertici ha mai pagato politicamente per le azioni
dei servizi o per le protezioni fornite a questi personaggi."
Dunque Servizi non deviati, ma gente che
rispondeva (ovviamente non sempre, ma con frequenza preoccupante) ad
un preciso disegno destabilizzante… Tu, in base alla storia di
Piazza Fontana, che ne pensi? Inefficienza congenita di questi
apparati o fortemente cercata o voluta?
F.D.:
Assistendo alle udienze dei vari processi ho
sempre avuto la sensazione dell’esistenza di due livelli di
apparati dello Stato. E ti parlo di sensazioni nate già al tempo
dei processi a Freda e Ventura, in cui erano implicati molti
elementi del SID o loro informatori. Parlo di Giannettini, Maletti,
Pozzan; ricordo bene quando Saverio Malizia fu arrestato in aula a
Catanzaro e condannato per falsa testimonianza… Ebbi l’impressione,
ti dicevo, che esistessero due Stati: uno Stato democratico ed un
apparato parallelo e sotterraneo che, quando entravano in gioco
certi interessi economici o politici, faceva di tutto per depistare
e danneggiare le indagini.
Ricordo anche quando, durante il processo nella
prima Corte d’Assise, il generale Miceli, durante un confronto con
un esponente delle Istituzioni, disse in sostanza "insomma, se
io occupo questo posto è perché mi ci avete messo voi; noi siamo
un’istituzione che dipende da incarichi politici, esistiamo
perché ci avete incaricato voi ed eseguiamo le vostre
direttive".
La mia impressione, in sostanza, è che non si
sia trattato di inefficienza; del resto basta pensare al passaporto
diplomatico che aveva (e penso abbia tuttora) Zorzi, un passaporto
datogli dal SID (l’allora servizio segreto italiano): questo mi
sembra emblematico di come venivano scelte queste persone…
F.B.:
So che può sembrare retorico ma, a tanti anni di
distanza, ti senti oggi di dare un senso alla tua tragedia
personale? Un senso, intendo, riconducibile non alla dimensione
individuale, ma all’impegno civile che può nascere da dolorose
esperienze personali?
F.D.:
Un senso vero e proprio non riesco a
concretizzarlo. Questo perché anch’io a volte sono assalita da
mille dubbi: se guardiamo a tutte le stragi italiane, fino a quella
del 1993 di Via dei Georgofili, se pensiamo non solo al numero delle
vittime, ma cerchiamo di indagare quali potevano essere gli intenti
(anche non univoci) di chi ha progettato e voluto quelle stragi c’è
da impallidire…. Se penso a questo, al dolore dei parenti delle
vittime e se penso al coraggio di rendere pubblico il proprio dolore
e di lottare per tutti questi anni, viene spontaneo questo pensiero
terribile: chi ha voluto la stagione delle stragi ha vinto. Dico
questo perché in qualche modo la società di oggi è una società
che hanno plasmato loro, priva di quelle regole che dovrebbero dare
un pieno significato alla parola "democrazia".
Si dice che un ciclo storico lo si può valutare
solo dopo qualche decennio: se ragioniamo in questi termini
complessivi e valutiamo gli ultimi quarant’anni viene spontaneo
dire "hanno vinto loro". Certo, d’altra parte c’è la
constatazione di tante persone che si ritrovano, passano anni a
cercare di lottare, partecipano ai processi, vanno agli anniversari
(sia ai "tuoi" anniversari che a quelli di casi analoghi),
e questo può essere positivo. Ma poi vedi che dalla prima all’ultima
strage i nomi coinvolti sono spesso ricorrenti, le istruttorie si
svolgono in modo analogo, con condanne in primo grado spesso
annullate da sentenze di assoluzione nei gradi di giudizio
successivi… E’ dura affermare che non hanno vinto loro…
Francesco "baro" Barilli, di Ecomancina.com