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DA SALÒ AL GOVERNO
di FRANCESCO GERMINARIO
Bollati Boringhieri , Torino, 2005
Recensione di Enrico Campofreda, luglio 2005
Immaginario e cultura politica della destra
italiana
C’è "un passato che non vuol
passare" e oscilla fra la rimozione e la riedizione del
fascismo che, epurato dei suoi momenti più ignobili, viene da
epigoni nostalgici riciclato come Regime dabbene. Il saggio dell’autore,
incentrato sulla disamina di scritti e teorie di intellettuali della
destra neofascista e non, compie un interessante approccio al
fenomeno.
Msi: un po’ di storia
Graziata nel giugno 1946 dall’amnistia del
guardasigilli comunista Palmiro Togliatti, la destra nostalgica e
fascista di Salò si ritrovò nel dicembre di quello stesso anno
riorganizzata in un partito: il Movimento Sociale Italiano. Un
partito neofascista, assolutamente incostituzionale. Ma la real-politik,
giocata principalmente sul tavolo del primo ministro De Gasperi,
chiuse entrambe gli occhi credendo di evitare revanchismi e
tollerando rigurgiti squadristi e nostalgie violente.
I missini si considerarono subito una forza
antisistema anche se spesso furono imbarcati in alleanze politiche:
coi monarchici dopo il successo del referendum pro-repubblica, con
la Dc nel governo Tambroni del ’60. L’anima e la funzione
anticomunista del nuovo raggruppamento politico fu ben vista e
utilizzata dalla sicurezza nazionale ed estera: uomini legati al Msi
funsero da informatori e agenti dei Servizi nei momenti più
inquietanti del secondo dopoguerra dalle vicende del gruppo
paramilitare Gladio finanziato dalla Nato, ai tentativi golpisti del
’64 e ’70 e alla "strategia della tensione".
Questo porsi al di fuori delle logiche
democratiche, disconoscendo lo status antifascista e i valori
resistenziali della Costituzione repubblicana, autoescluse i
neofascisti da alleanze e gestione della cosa pubblica, cui invece
partecipò la destra moderata riunita nel partito liberale. Ma la
continua presenza del Movimento Sociale nel parlamento nazionale
(unico partito dell’estrema destra europea) e la sua diffusa
organizzazione: sindacale (Cisnal), universitaria (Fuan),
studentesca (Giovane Italia), sportiva (Fiamma), lo resero un
universo organizzato già dagli anni Cinquanta.
Il mito di Salò e l’autoghettizzazione
Nell’immaginario politico del nuovo partito
fascista i venti mesi della Repubblica Sociale hanno assunto un peso
maggiore dei vent’anni di Regime. Da questa posizione si sono
gonfiate le leggende dell’isolamento guerriero e l’atteggiamento
autoghettizzante di chi scelse di estraniarsi da una cultura non
condividendone i valori democratici. Tutto ciò è in chiara
contraddizione con l’atteggiamento vittimistico assunto da alcuni
intellettuali dell’area soprattutto negli anni Novanta,
paradossalmente quando il rinnovato quadro politico ha spalancato
loro ampi spazi su media televisivi, radiofonici e di molta carta
stampata.
Il difficile rapporto con la modernità,
caratteristica dell’estrema destra italiana, s’è accresciuto
con una miscellanea di posizioni antitetiche e illogiche:
socializzatori e difensori della proprietà privata, borghesi e
antiborghesi, atlantisti e anti, cattolici tradizionalisti e
acattolici. Una vera Babele politico-culturale, segno non d’una
presunta dialettica pluralista bensì di demagogiche navigazioni a
vista, dove ogni appiglio può diventare buono per un populismo che,
vantandosi di collocarsi "oltre la destra e la sinistra",
segue la via pericolosa ed eversiva già intrapresa dai movimenti
fascista e nazista.
Idee per la reazione
Mentre sviluppa la sua retorica patriottarda
rivendicando l’italianità sia di Trieste sia di Bolzano e del sud
Tirolo (sic!) il neofascismo intellettuale si scaglia contro l’Italia
antifascista della letteratura intrisa del comunismo di Calvino e
della depravazione degenere di Moravia e Pasolini. Per non parlare
dei registi libertini, immaturi, faziosi come il Fellini così
giudicato dal filosofo Plebe. Il teorico della destra radicale
Adriano Romualdi esclude Visconti, De Sica, Germi, Antonioni dall’elenco
dei realizzatori d’opere apprezzabili. Solo qualche lavoro dell’ebreo
Ejzenstein viene rivalutato in base a particolari letture di
pellicole come "I Nibelunghi" o "Ivan il
terribile" da cui si ricava il mito della Germania nazista o
"il misticismo nazionalista".
Insomma secondo gli intellettuali svezzati nelle
file del Msi la cultura del Novecento rimane ferma alla triade D’Annunzio-Pirandello-Marinetti
con l’aggiunta del pensiero filosofico di Evola. E si ripescano
come autori di riferimento Drieu La Rochelle, Céline, naturalmente
Nietzsche, Tolkien, Pound, Maurras.
Sul fronte storico si propongono moderni razzisti
come De Gobineau, Vacher de Lapouge, l’antisemita Chamberlain e
Burke e Spengler. E se di quest’ultimo si legge "ciò
che abbiamo nel sangue dei nostri padri, idee senza parole, è l’unica
cosa che garantisce l’avvenire" comprendiamo
come non solo ogni irrazionalità possa venir sostenuta, ma in base
a essa si giustificano le follie criminali che conducono allo
sterminio per razza.
Secondo De Benoit, "l’uomo
di destra è meno spontaneamente portato a teorizzare dell’uomo di
sinistra", Antonio
Romualdi gli fa il verso: "per
il vero uomo di destra prima della cultura vengono i genuini valori
dello spirito, espressione di vita delle vere aristocrazie".
Così fra il filosofo e il letterato, il guerriero e il milite la
destra non ha dubbi: scegli i secondi.
Intellettuali, vil razza dannata
Nino Tripodi, direttore de "Il Secolo d’Italia"
organo del Msi, formulò un atto d’accusa contro gl’intellettuali
italiani passati dal fascismo all’antifascismo "la
cultura italiana non fronteggiò la dittatura fascista, lo fece a
guerra compromessa". Da
Bontempelli a Comisso a Elsa Morante a Repaci. E Piovene, Ungaretti,
Gatto, Quasimodo, Sapegno, Bini, Muscetta: tutti rei d’aver
celebrato Mussolini e poi d’averlo tradito.
Una chicca dell’odio neofascista verso gl’intellettuali
viene da un loro collega, il più trendy della nuova destra,
quel Marcello Veneziani assurto ai vertici della Rai cameratizzata
dall’attuale governo. Così scriveva, prima di finire nei salotti
di Maurizio Costanzo a pubblicizzare i suoi testi "Odio
gli intellettuali, questa mafia che si difende in pubblico e si
detesta in privato … Questi melliflui mercanti dello spirito …
che impiegano trenta giorni per scrivere un libro e ne passano
trecento a venderlo e a pubblicizzarlo, a cercar elogi e a mendicare
interviste, a brigare utili amicizie e a inseguire pubbliche
occasioni".
Alla fine per la destra l’unico intellettuale
buono pare quello morto, perché "quell’atto eroico" lo
riscatta, come mostrano gli esempi di morte per suicidio (Drieu),
per attentato (Gentile), per vendetta nemica (Brasillach).
Evola, il "Marcuse" della Destra
La copiosa bibliografia su Evola, perlopiù
agiografica, è servita a costruire un mito personale del filosofo
che, pur ispirando settori giovanili del neofascismo, visse un ampio
isolamento nello stesso Msi prima che nel mondo culturale
antifascista. Durante il Ventennio contrari al suo pensiero pagano
furono i cattolici tradizionalisti, e lo stesso suo razzismo basato
su una spiritualità dell’antisemitismo e il culto dell’esoterismo
ne fecero un solitario esponente estraneo alla cultura del Regime.
Del fascismo e nazismo Evola esaltava soprattutto i valori della
tradizione e l’opposizione agli aspetti distruttivi della
modernità. Tali valori s’incarnavano in un aperto e rivendicato
reazionarismo
"… dirsi reazionari è una pietra di prova".
Un cruccio per il neofascismo è il mancato flirt
col più dirompente movimento antisistema dell’Italia del
dopoguerra: il movimento studentesco che s’attestò su rigorosi
ideali antifascisti. Ci furono comportamenti diversi fra il Msi che
respingeva il ribellismo studentesco e giovani militanti missini che
attraverso Evola guardavano ai movimenti, pur se il filosofo dava un’interpretazione
personalistica e falsata della protesta considerandola una
dimostrazione di dissoluzione della modernità. Ammetteva solo gli
studi umanistici respingendo quelli scientifici: "il
pervertimento della cultura è cominciato con l’avvento della
scienza", seguivano una
serie di luoghi comuni del conservatorismo: il ’68 era solo l’ultima
filiazione del 1789, l’uomo sano è di destra e sceglie la via
della controrivolta.
Il neofascismo si parla addosso
Già negli anni Sessanta i pochi intellettuali di
destra (Accame, Buscaroli, Erra, Gianfranceschi) avevano esposto le
proprie tesi sulle riviste dell’area: "Carattere",
"Il Conciliatore", "Il Reazionario",
"Ordine Nuovo" ma vista l’assoluta autoreferenzialità
lo stesso Romualdi affermava senza mezzi termini "…
basta poco per accorgersi che a destra non c’è cultura".
Migliore la stagione degli anni Settanta
sostenuta dagli editori Rusconi e Borghese anche se l’ex marxista
Plebe – promosso da Almirante a responsabile culturale del partito
– si limitava a controbattere le argomentazioni della sinistra
piuttosto che proporne di originali.
Giovanni Volpe, figlio dello storico Gioacchino,
ebbe l’idea di chiamare a raccolta altri intellettuali
conservatori e cattolici estranei a radici neofasciste coi quali
lanciare attacchi allo schieramento opposto. Fisichella, Del Noce,
Paratore, Ricossa vivacizzarono l’area pur mancando d’un
progetto organico. Riuniva questi intellettuali il timore dell’accresciuto
ruolo trainante di Pci e Sindacati nella cultura e nella società e,
nonostante la presenza di soggetti liberali, si riproposero i soliti
attacchi all’antifascismo, alla società permissiva, alla
repubblica delle lettere.
Revisionismo al galoppo
Sulla questione del revisionismo Accame è
disposto a concedere ai critici di Nolte ragioni per la
deresponsabilizzazione dei crimini nazisti, lo fa per lanciare una
netta distinzione fra un nazismo malvagio e un fascismo mite. Il
tentativo però incespica sui richiami ideali che una parte del suo
raggruppamento elabora sulla Repubblica di Salò che del nazismo e
della sua sanguinaria politica di morte fu servile alleata. Ed
egualmente responsabile.
Inoltre, dopo aver per decenni sostenuto la
teoria della "guerra civile" italiana per avanzare pretese
sugli ideali dei vinti, la destra revisionista ha lanciato la tesi d’un
movimento partigiano filo-slavo e composto da slavi, non solo nella
regione Giulia. Per bilanciare la Shoah ebraica ha centrato l’attenzione
sull’Olocausto interno, quello delle famiglie istriane infoibate
ad opera dei partigiani titini. Un dramma reale che produsse – gli
storici concordano su queste cifre – sulle settemila vittime. Un
dramma peraltro attentamente studiato dalla storiografia
antifascista a dispetto di quanto afferma il revisionismo che ne ha
fatto un proprio leit-motiv propagandistico.
Il saggio di Pavone, che introduce a sinistra il
concetto di ‘guerra civile’ in luogo di quello di guerra di
Liberazione usato per cinquant’anni, viene utilizzato dagli
intellettuali revisionisti per avanzare posizioni storicamente
insostenibili: il Regno del Sud era un’entità ribelle, la Rsi un
insindacabile momento della storia nazionale. Ancora una volta si
sceglieva la via emotiva per rilanciare la memorialistica anziché
la storicizzazione di quel periodo. Ma dalla
"storiografia" dei Pisanò e Tamaro o di Rauti e Sermonti
si ricava solo fanatismo nostalgico. E ancora Accame rilancia una
colpevolizzazione generalizzata sostenendo che "…
il pullulare di delinquenti, la feccia: ci fosse da entrambe le
parti". Scarica cioè
sugli individui responsabilità criminali che rientravano nelle
strategie di Hitler e Mussolini, dei loro governi costituiti più da
servitori che da collaboratori. Quanto a feccia, poi, quella vantata
dalla Repubblica di Salò – con gerarchi alla Pavolini e Buffarini
Guidi e sicari di bassa lega come Koch, Colombo – era
indubbiamente insuperabile e a lungo insuperata.
Negazionismo, vittimismo e defascistizzazione: si
riscrive la storia
Nell’autunno del 2000 una componente del
neofascismo, proseguendo sulla linea dei Pisanò e Tripodi, si
lamentò a lungo per la discriminazione che la cultura fascista
avrebbe subito nel dopoguerra, Berardi Guardi sul "Secolo d’Italia"
parlò d’un "accanimento
violento, brutale, assurdo…".
Per comprendere lo spirito di quest’editorialista è bene sapere
che egli colloca De Felice e Nolte nella schiera degli storici di
sinistra, anche se in seguito alcuni suoi colleghi fecero l’operazione
inversa sostenendo come il docente italiano fosse vicino alle
posizioni missine.
Secondo de Turris "In
Italia abbiamo avuto una dittatura ferrea come è stata quella
sovietica, la dittatura del conformismo culturale, degli utili
idioti, dei compagni di strada, la dittatura che monopolizza l’informazione
impedendo con ogni mezzo alla cultura della vera opposizione, quella
di destra, di manifestarsi".
E Veneziani: "…
il fascismo è morto e sepolto da più di mezzo secolo, ma l’antagonista
no. L’antifascismo è un dogma per distinguere chi è destinato
all’egemonia e chi all’emarginazione" .
Mentre opera un attacco alla docenza di tanti
studiosi bollati come ‘ex sessantottini’, e per questo accusati
d’un insegnamento altamente ideologizzato, il revisionismo fa
esattamente l’azione di scrittura politica della storia che
contesta ai propri avversari.
La battaglia ideologico-politica prosegue più
sulla scena mediatica con colpi editoriali e comparsate televisive
che nei luoghi deputati alla ricerca. E Fisichella esprime un atto d’accusa
verso l’atteggiamento "…che
diventa motivo di confusione storiografica per intellettuali dalle
menti deboli e poco capaci di distinguere".
La purga che reclama la "verità
storica" apporta nei testi scolastici modifiche di questo tono:
fra i padri della patria via Ferruccio Parri dentro Anfuso,
frequentatore dell’entourage di Goebbels; alle
ricostruzioni storiche di Guazza e Pavone si preferiscono quelle di
Pisanò; al socialismo liberale di Bobbio il reazionarismo di Evola;
al depravato Moravia il collaborazionista Brasillach. Ecco il tenore
dei nuovi testi che piacciono alla destra, Colombo e Feltri: "…
gli italiani sono brava gente, lo erano anche negli anni Venti e
dintorni. Favorirono l’ascesa di Mussolini, un ragazzo che ci
sapeva fare, e voleva ripristinare un po’ d’ordine nel paese
scosso dagli scioperi…".
Mussolini è rappresentato "come
l’onesto e laborioso padre di famiglia impegnato a ricondurre a
ragione il figlio ribelle, il movimento socialista".
L’operazione è un’astuta e spericolata
defascistizzazione del fascismo anch’essa figlia del negazionismo:
si nega che siano esistite ideologia, cultura, violenza, classe
dirigente, totalitarismo e persino Regime fascisti.
Negando, nascondendo e rimuovendo si propone di
celebrare in contemporanea le figure di Matteotti e Gentile. Una
volta rimescolate e confuse le acque chi potrà contraddire?
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Francesco Germinario (Molfetta, 1955), storico
italiano, svolge attività di ricerca presso la Fondazione
Micheletti di Brescia.
Francesco Germinario "Da Salò al
governo", Bollati Boringhieri , Torino, 2005
Enrico Campofreda, luglio 2005
(pubblicato anche su Bellaciao.org, Piazzaliberazione.it,
Lankelot.com)
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