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1982-2002
SABRA E SHATILA.
(by IndyMedia) ripreso da www.ilportofranco.org
La verità su Sabra e Chatila è, a grandi linee, nota da tempo,
grazie alle testimonianze dei sopravvissuti ed al lavoro di
giornalisti, storici, associazioni, familiari delle vittime, gruppi
pacifisti ecc.. Anche i nomi e le responsabilità sono note, e con
tanto di prove. Nonostante questo, nessuno fino ad oggi è mai stato
condannato o inquisito per Sabra e Chatila. Anzi, sia Sharon che i
capi delle milizie falangiste che perpetuarono materialmente in
passato hanno goduto e continuano a godere di fortuna politica, e
hanno ricoperto cariche importanti in Libano e Israele.
un passo indietro: La guerra in libano
Per capire la strage di Sabra e Chatila è necessario fornire
alcuni dettagli minimi sulla situazione in libano nel 1982. In
quell'anno il Libano è già da sette anni attraversato da una
sanguinosissima guerra civile fomentata da interessi geopolitici
esterni al paese. In primis, quelli della Siria e di Israele. Sullo
sfondo la guerra fredda e il conflitto USA-URSS. Le cause scatenanti
della guerra erano sostanzialmente di natura etnico-religiosa; dalla
data della sua indipendenza (1943), in Libano vigeva un singolare
accordo (il "patto nazionale") che sanciva la divisione
dei poteri fra le due comunità principali, quella cristiana
maronita e quella musulmana, che storicamente avevano sempre avuto
pochi contatti fra di loro - la cosa era evidente anche nella
separazione in due della città di Beirut, con ad est il quartiere
cristiano, a ovest quello musulmano.
Il "patto nazionale" prevedeva una formale spartizione
delle cariche istituzionali: il presidente dello stato doveva essere
un cristiano, il primo ministro un sunnita, il presidente del
parlamento uno sciita. Questo equilibrio, già fragile, fu di molto
incrinato dall'arrivo in massa di profughi palestinesi, che si
stabilirono in Libano sin dal 1948 e, soprattutto, dopo l'annessione
della Cisgiordania da parte di Israele nel 1967. In seguito agli
avvenimenti di "settembre nero" del 1970 - quando re
Hussein cacciò con la forza dalla Giordania tutti i combattenti
palestinesi - anche l'OLP trasferì a Beirut le sue sedi logistiche.
La presenza dell'OLP in territorio Libanese iniziò un'escalation
di scontri fra i palestinesi e buona parte della comunità
cristiana, organizzatasi nel frattempo in formazioni paramilitari
denominate falangi - ora diventate un partito politico. Il conflitto
fu subito strumentalizzato da Israele, vide quello scontro come
un'occasione per liberarsi dell'OLP, e dalla Siria, che inviò delle
truppe in Libano con lo scopo di estendere la sua egemonia su quel
paese, cercando di compensare ai danni di quel paese la perdita
delle alture del Golan. A complicare la situazione ci si mise anche
il conflitto USA - URSS, che iniziarono ad appoggiare
rispettivamente le forze militari Siriane ed Israeliane.
L'intervento di Israele in Libano
Con questo scenario, nella realtà molto più complicato di
quanto descritto sopra, si arriva all'intervento Israeliano in
Libano nel 1982. La causa occasionale fu il tentato assassinio
dell'ambasciatore Israeliano Argov avvenuto a Londra il 4 giugno
1982. Attribuito dal mossad a un'organizzazione palestinese
dissidente, il fatto fornì il pretesto per lanciare la cosiddetta
operazione "Pace in Galilea", in realtà già preparata da
molto tempo.
Originariamente, l'operazione prevedeva un incursione in
territorio libanese di soli 40 km. Ma Ariel Sharon, attuale primo
ministro di Israele e a quel tempo ministro della difesa, decise di
continuare l'offensiva fino a Beirut, a quanto pare - ma le
circostanze di tutta la vicenda rimangono oscure - senza consultare
né il primo ministro Begin né altri membri del governo. Dopo due
mesi di assedio Israeliano su Beirut - che costò 18000 morti e
30000 feriti, in maggioranza civili - e la consapevolezza da parte
Israeliana che un intervento all'interno della città sarebbe stato
un suicidio sia militare che politico, si aprì la strada ad una
soluzione negoziale.
Il 19 agosto il ministro degli esteri libanese richiese
ufficialmente l'intervento di una forza multinazionale di
interposizione. Secondo il piano messo a punto dal mediatore
statunitense Philip Habib, le forze dell'OLP sarebbero state
evacuate da Beirut entro il 4 settembre, sotto la protezione di un
contingente neutrale composto da 800 soldati americani, 800 francesi
e 400 italiani, che sarebbe rimasta in Libano fino al 21. Le
operazioni si svolsero senza problemi del previsto, e tutti i
componenti dell'OLP avevano già lasciato il Libano per il primo
settembre. Il contingente multinazionale lasciò invece il paese il
10, in anticipo rispetto al calendario stabilito.
Sharon e Gemayel preparano la strage
La sorte di Sabra e Chatila probabilmente si decide in questi
giorni. Giorni prima, per l'esattezza il 23 agosto, il parlamento
libanese aveva eletto il nuovo presidente. Si trattava di Beshir
Gemayel, cristiano e uno dei leaders delle falangi, uomo forte
gradito ad Israele il cui piano, neanche troppo nascosto, era quello
di cacciare via dal territorio libanese tutti i palestinesi ed,
eventualmente, anche creare un Libano cristiano indipendente sul
"modello" della creazione di Israele .In quel periodo,
molti cristiani ritenevano la loro situazione uguale a quella degli
ebrei nel 1948, e si aspettavano una soluzione del genere, con la
creazione di uno stato Libanese cristiano e la cacciata della
popolazione araba.
Nonstante ufficialmente il suo mandato iniziasse il 23, Gemayel
aveva già deciso di muoversi; fece pressioni perché la forza
multinazionali di interposizione partissero il prima possibile e il
12 settembre incontrò lo stesso Ariel Sharon, che due giorni prima
aveva dichiarato che in Libano rimanevano ancora 2000
"terroristi" palestinesi - alludendo agli inermi abitanti
di Sabra e Chatila. Negli stessi giorni si assistette ad una grande
concentrazione delle milizie cristiane in punti strategici intorno
al campo. E anche di Buldoozer, che sarebbero stati usati per
demolire le abitazioni e scavare le fosse comuni.
Il 14 avvenne un altro colpo di scena. Gemayel rimase ucciso in
un attentato compiuto da un certo Habib Shartuni, un libanese
cristiano collegato con un movimento dissidente che dichiarò di
aver agito per vendicare il padre, ucciso dalle milizie di Gemayel.
In seguito si tenterà di coprire le responsabilità del massacro
facendo passare l'irruzione delle milizie falangiste come un moto di
rabbia causato dall'uccisione di Gemayel. In realtà, come mostrano
le circostanze riportate sopra, la strage era già stata preparata
durante i colloqui che lo stesso Sharon ammise di aver avuto con
Gemayel e con altri esponenti dei falangisti.
L'irruzione dentro Sabra e Chatila
Il 15 settembre Sharon dette ordine alle truppe israeliane di non
entrare nel campo, e contemporaneamente si istallò personalmente
assieme ai vertici militari israeliani nel palazzo dell'ambasciata
del Kuwait, dalle cui finestre si può osservare chiaramente il
campo di Sabra e Chatila. L'esercito Israeliano, inoltre, iniziò a
circondare il campo impedendo a chiunque di uscire e prese il
controllo di tutti i punti strageci de Beirut ovest (la parte
musulmana della città).
Il 16 alle cinque del pomeriggio le truppe falangiste iniziarono
ad entrare nel campo, che per tutta la durata della strage rimase
circondato dall'esercito israeliano, perennemente informato della
situazione e che dette sostegno logistico alle falangi sparando per
tutta la notte granate illuminanti per facilitarne il lavoro. Per 40
ore le truppe falangiste poterono dunque compiere indisturbate la
loro missione punitiva nei confronti degli abitanti del campo,
completamente abitato da popolazione civile. Alla fine il bilancio
sarà pesantissimo: centinaia le abitazioni distrutte e un conto
delle vittime oscillante fra 700 (secondo la versione Israeliana) e
3500 (secondo fonti indipendenti), ma molte delle vittime furono
deporate e uccise al di fuori del campo, e dunque il bilancio finale
è molto incerto.
Si possono leggere alcune testimonianze del massacro qui: http://www.indictsharon.net/massacres.shtml#testimonies
La reazione in Israele
La notizia della strage provocò una forte ondata di reazione in
tutto il mondo, e provocò in Israele una crisi politica senza
precedenti. Fu indetta per il 25 settembre una manifestazione a Tel
Aviv, alla quale parteciparono circa 400000 persone. Negli scontri
che seguirono, un manifestante rimase ucciso. Dopo vari giorni di
proteste continue all'interno del paese, la Knesset dovette nominare
una commissione di inchiesta presieduta dal presidente della corte
suprema Yzthak Kahan. La commissione, pur riconoscendo le
responsabilità morali di Sharon, pubblicò una relazione che
tendeva a minimizzare di molto i fatti. L'unica conseguenza fu che
Sharon dovette dimettersi dall'incarico di ministro della difesa, ma
conservò comunque un posto all'interno del governo come ministro
senza portafoglio. La sua carriera politica non ne era uscita più
di tanto compromessa. Solo ultimamente una corte belga sta cercando
di aprire un procedimento a suo carico per la strage di Sabra e
Chatila.
Puoi trovare qui il testo della relazione della commissione di
inchiesta: http://www.israel-mfa.gov.il/mfa/go.asp?MFAH0ign0
L'impunità totale continua anche per gli altri protagonisti del
massacro. In Libano la vicenda fu subito rimossa dalla memoria
collettiva, e nonostante i nomi di chi perpetuò materialmente il
massacro siano noti da sempre non fu mai aperta nessun inchiesta.
Molti dei capi falangisti godettero anche di una certa fortuna
politica dopo la fine della guerra civile. Compreso Elias Hobeika,
uno dei comandanti delle milizie più in vista, che divenne ministro
in Libano negli anni '90 e che è stato ucciso in un attentato il 24
gennaio scorso. Proprio dopo aver manifestato la sua intenzione di
testimoniare contro Sharon nella causa intentata in Belgio proprio
per i fatti di Sabra e Shatila. In Israele, l'inchiesta condotta dal
procuratore Germanos individuò alcune responsabilità
"morali" da parte dell'esercito Israeliano, ma affermò
l'impossibilità di distinguere fra azioni di guerra e crimini
individuali. Nessuna persona fu dunque inquisita, e l'inchiesta fu
archiviata.
Molti documenti su Sabra e Chatila sono ancora coperti da segreto
militare, e Israele si è sempre rifiutata di renderli pubblici.
L'ultima richiesta in questo senso è stata respinta dalla corte
suprema lo scorso 16 luglio.
(fonte: IndyMedia
Italia)
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