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Bandiera Ros la trionferà
Le strane storie del reparto speciale dei carabinieri che ha dato il
via alla strana inchiesta sui "sovversivi" meridionali
di Gianni Barbacetto e Mario Portanova da Diario
MILANO.
Questo testo. L’arresto di 20 esponenti del movimento new
global pochi giorni dopo la pacifica manifestazione di Firenze ha
provocato una valanga di critiche compatte e sorprendentemente
trasversali. Di mezzo ci sono una Procura periferica, dei
carabinieri speciali e alcuni reati che tutti vorrebbero abolire.
Ecco come si sono incontrati.
Un’inchiesta nata male, quella sui "sovversivi"
no global. Caduta, per uno scherzo del destino, come il cacio sui
maccheroni fumanti della maggioranza berlusconiana. Sommata infatti
alla condanna di Andreotti, ha permesso di proclamare ai Giovanardi
di turno (non contraddetti dai Fassino di turno): vedete? arresti
sconclusionati a sinistra, sentenze inaccettabili a destra, la
giustizia è impazzita, bisogna intervenire.
Il metodo suggerito per l’intervento è il solito: tagliare le
unghie alla magistratura, che peraltro ha già le dita abbastanza
scoperte. Nessuno, né a destra né a sinistra, si è azzardato a
spiegare che le due decisioni giudiziarie sono invece assolutamente
imparagonabili. La sentenza di Perugia è stata emessa da una Corte
d’assise d’appello, composta da sei cittadini estratti a sorte e
solo due giudici: non c’è barba di separazione delle carriere,
Cirami, Pittelli e via riformando, che potrebbe influire sulle
decisioni prese a maggioranza dai giurati popolari. La retata di
"sovversivi meridionali" è invece l’atto finale di un’operazione
investigativa realizzata dal Ros (Raggruppamento operativo speciale)
dei carabinieri, oggi diretto da Giampaolo Ganzer.
Ci sono, è vero, alcuni magistrati coinvolti nell’operazione: il
pubblico ministero di Cosenza Domenico Fiordalisi e il giudice per
le indagini preliminari (gip), sempre di Cosenza, Nadia Plastina. Ma
questi sono stati coinvolti dagli ufficiali del Ros dopo una sorta
di pellegrinaggio giudiziario, un viaggio in Italia alla ricerca –
non facile – di qualche magistrato che prendesse per buone le
conclusioni del Ros.
"Non esiste alcun dossier vagante per l’Italia", ha
dichiarato Ganzer il 19 novembre, cioè quattro giorni dopo gli
arresti. "Preciso che le sezioni anticrimine di Genova e
Catanzaro hanno condotto distinte indagini delegate dalle Procure di
Genova e Cosenza, cui hanno riferito gli esiti degli accertamenti
esperiti nel rigoroso rispetto dei mandati ricevuti e delle
competenze attribuite alla polizia giudiziaria. Pertanto, nessun’altra
autorità giudiziaria avrebbe potuto essere né è stata in alcun
modo informata degli accertamenti svolti".
Eppure la vicenda può essere raccontata in modo diverso. "Da
noi gli ufficiali del Raggruppamento operativo dei carabinieri si
sono presentati un anno e mezzo fa", dichiara a Diario un
magistrato della Procura di Napoli, "ma con un rapporto
inadeguato, che conteneva elementi investigativi fragili. Tanto che
il gip di Napoli non ha concesso le intercettazioni telefoniche e
ambientali che il Ros chiedeva". Sono quelle che, poi concesse
invece dal gip di Cosenza, infiorettano il rapportone che è alla
base delle richieste d’arresto dei membri della "Rete
meridionale del Sud ribelle". Una rete che peraltro non ha mai
suscitato preoccupazioni neanche negli uffici della Digos di Napoli,
la quale si è limitata a mandare a Cosenza carte e filmati che già
aveva nei cassetti, mentre il grosso dell’istruttoria è stata
appunto condotta dal Ros dei carabinieri.
Gli ufficiali del Ros ci avevano provato anche con i magistrati di
Genova, impegnati nelle indagini sul G8: avevano prodotto un
"affresco generale" sui movimenti e le persone. "Ma
la nostra Procura ha preferito attenersi ai fatti concreti e
materiali", dicono da quella sede. E spiegano: "Ci siamo
occupati di singoli episodi di devastazione e saccheggio, lasciando
perdere ipotesi associative di più difficile costruzione".
Insomma, l’esatto contrario di quanto fatto a Cosenza. Lì sono
stati scongelati vecchi reati d’opinione del codice fascista
("cospirazione politica al fine di turbare l’esercizio delle
funzioni di governo, propaganda sovversiva, sovvertimento violento
dell’ordinamento economico costituito dello Stato, istigazione a
disobbedire alle leggi dell’ordine pubblico"), attribuiti a
una rete di personaggi tenuti insieme non da precise azioni
illegali, ma da una generica aria di famiglia.
Anche i magistrati milanesi e torinesi che nella stagione dell’antiterrorismo
si erano fatta una fama di duri, davanti alle 359 pagine dell’ordinanza
che ha generato 20 arresti e 22 indagati, oggi scuotono la testa: le
concatenazioni suggestive sostituiscono i fatti concreti.
AMARCORD. Il metodo usato questa volta dal Ros ricorda quello
che i cugini del Gico di Firenze (il Gruppo investigativo sulla
criminalità organizzata della Guardia di finanza) attuarono nel
1996, quando produssero una mole immensa di materiale investigativo,
fatto per lo più di intercettazioni telefoniche, che poi andarono a
offrire a due giovani magistrati della Procura di La Spezia. Ne
nacque la cosiddetta "Tangentopoli Due", con avvio
pirotecnico, arresti clamorosi (il presidente delle Ferrovie Lorenzo
Necci, il banchiere Francesco Pacini Battaglia) e rapido declino:
dubbio radicamento territoriale, spostamento delle indagini altrove
(a Perugia, a Brescia), accuse sgonfiate; e una sola pista
perseguita con puntiglio: quella contro Antonio Di Pietro, accusato
di aver favorito Pacini Battaglia durante le prime indagini su
Tangentopoli. Dopo mesi di attacchi mediatici all’eroe di Mani
pulite (che ottengono comunque il risultato di appannarne forse
irrimediabilmente l’immagine), la vicenda si esaurisce con il suo
pieno proscioglimento.
Ancor più simile all’operazione "Sud ribelle" è un’indagine
dei Carabinieri partita nel 1985, con sette arresti, sul
"Comitato contro la repressione Veneto-Friuli". Stessa
area di reati: l’associazione sovversiva. Stesso protagonista:
Giampaolo Ganzer. Allora in forza nel Veneto, l’ufficiale
imbastisce, a emergenza terrorismo sostanzialmente esaurita, un’inchiesta
contro una sessantina di persone accusate di associazione sovversiva
con finalità di terrorismo. Il gruppo aveva dato vita a un
"Coordinamento nazionale dei comitati contro la
repressione" e a un periodico, edito da Giuseppe Maj e
intitolato Il Bollettino. Per tutti l’accusa, pesantissima,
è di sostenere e fiancheggiare le Brigate rosse-Partito comunista
combattente.
Nel marzo 1988 solo venti degli iniziali indagati e arrestati sono
rinviati a giudizio. La Corte d’assise di Venezia, però, si
dichiara incompetente e invia gli atti a Milano, dove inizia il
dibattimento. Ma già alla prima udienza è il pubblico ministero,
Armando Spataro (pure considerato un duro dell’antiterrorismo), a
chiedere l’assoluzione immediata per tutti, ritenendo
inconsistenti gli elementi d’accusa. La Corte accoglie e assolve.
FUGA DEI CERVELLI. Ora, dopo lo svarione di Cosenza, il Ros
di Ganzer finisce sotto accusa. L’ufficiale è arrivato al vertice
del Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri in un momento
difficile, dopo l’uscita del generale Mario Mori, divenuto
direttore del Sisde, il servizio segreto civile. Mori nei mesi
scorsi ha chiamato al Sisde molti dei migliori investigatori del Ros,
che ora soffre una crisi di vocazioni. Il reparto speciale dei
carabinieri dovrà rimpiazzare le perdite. E non sarà facile,
perché l’esperienza non si improvvisa. Dovrà ricostruire un
gruppo d’eccellenza come quello che, attorno a Mori, ha lavorato
negli anni Ottanta e Novanta su corruzione e criminalità
organizzata: con molti successi e qualche polemica a proposito di
episodi non del tutto chiariti (la cattura di Totò Riina, la
trattativa con Vito Ciancimino e Cosa nostra dopo le stragi del
1992...). Riuscirà Ganzer nell’operazione rilancio?
Sembra essere partito con il piede sbagliato. Uno smacco, per un
ufficiale come lui, che ha cominciato la carriera lavorando nel
contrasto alla criminalità comune, ha proseguito entrando poi nel
nucleo antiterrorismo di Carlo Alberto dalla Chiesa ed è infine
divenuto il braccio destro di Mori al Ros. In questa terza fase
della sua carriera è l’antimafia l’impegno prevalente. Mette a
segno molte "brillanti operazioni", ma resta invischiato
anche in alcune contorte e imbarazzanti vicende che sono tuttora
oggetto d’indagine presso la Procura di Milano, affidate ai
sostituti procuratori Daniela Borgonovo e Luisa Zanetti.
Imbarazzanti perché hanno per protagonisti ufficiali dei
carabinieri, primo fra tutti proprio Ganzer.
Sono storie di droga, di cocaina sequestrata ai trafficanti, ma poi
usata dai carabinieri – secondo l’ipotesi d’accusa – per
moltiplicare le "brillanti operazioni". Lo schema che si
ripeteva era questo: veniva segnalato l’arrivo in Italia di un
carico di cocaina, di solito grazie alla soffiata di un confidente;
allora i carabinieri chiedevano al magistrato un provvedimento
(legale) di "ritardato sequestro", per poter completare le
indagini e arrestare il maggior numero di persone coinvolte nel
traffico. A volte, però, la droga scompariva in qualche caserma dei
carabinieri e ricompariva in misteriose raffinerie, magari gestite
dai carabinieri stessi; oppure veniva rivenduta da agenti sotto
copertura a gruppi diversi da quelli inizialmente previsti.
Così una partita di 200 chili di polvere bianca, arrivata al porto
di Massa, viene sequestrata da Ganzer, ma trattenuta nella caserma
del Ros di Roma, sulla Salaria, nella prospettiva di
"incastrare" in seguito gli acquirenti, che operavano
sulla piazza di Milano. D’improvviso, però, Ganzer comunica al
magistrato che c’è un cambiamento di programma: l’operazione di
Milano viene sospesa, ma in cambio 50 chili saranno
"venduti" a Bari... Il magistrato, a quel punto, si
presenta senza preavviso in caserma, si fa aprire la cassaforte dov’è
custodita la cocaina e consegna a Ganzer un decreto che impone l’immediata
distruzione dello stupefacente.
A USO INTERNO. Il Ros, per "statuto", si occupa
anche di politica, di "antagonismo", di eversione. E
ancora prima di Cosenza alcune delle sue inchieste si occupano di
casi intricati, poco chiari. Nel luglio del 1997 viene recapitata a
Radio Black Out di Torino una busta anonima che contiene un
documento intestato "Ros, sezione anticrimine di Roma",
datato 19 dicembre 1994, che riporta la seguente intestazione:
"Nota informativa di servizio ad uso interno relativa a una
possibile attività investigativa da esperire sul conto dell’eversione
anarchica". Il documento è una puntigliosa storia dell’eversione
di questa matrice dagli anni Settanta ai primi anni Novanta, ed è
incentrato sulla figura di Alfredo Maria Bonanno, notissimo (a chi
segue queste cose) ideologo degli anarchici più duri, leader di
Azione rivoluzionaria ed editore di pubblicazioni di quell’area.
Nel rapporto si parla di rapine e altri reati riconducibili a
Bonanno e altri, ma l’azione investigativa finora non ha dato
risultati abbastanza solidi.
La nota spiega perciò che bisogna indurre Mojidhe Namsetchi,
fidanzata di uno del gruppo, a collaborare: "In particolare si
delinea la probabilità di agevolmente operare pressione sulla
Namsetchi, riconosciuta elemento vulnerabile e psichicamente
duttile, affinché la predetta deponga su fatti di natura criminale
commessi dal Tesseri e da altri anarchici, fra cui il Bonanno. Se la
testimonianza a carico non dovesse assumere sufficiente carattere
probatorio, si può ipotizzare una chiamata di correità, secondo un
metodo già collaudato in diversi procedimenti da altre autorità
giudiziarie. Si permette di suggerire l’ambientazione di attività
criminali come rapine nella zona di Trento...". Questo
permetterebbe al tribunale giudicante, continua il documento,
"di ipotizzare il reato di banda armata o anche solo di
associazione sovversiva per tutti gli anarchici".
Il documento ricevuto viene immeditamente esibito dai legali degli
anarchici al Tribunale di Roma, dove è in corso il processo a
quegli stessi anarchici, istruito dal pubblico ministero Antonio
Marini. In primo grado il processo si conclude, nel maggio del 2000,
con la conferma di alcuni reati comuni e l’assoluzione per tutti
dai reati associativi, ed è attesa a breve la sentenza d’appello.
E il documento? Il Ros ne smentisce la paternità e così si apre un’inchiesta
contro il gruppo di Radio Black Out, accusato di aver prodotto un
falso: nel febbraio scorso vengono tutti assolti, ma la sentenza
sostiene che il documento è contraffatto, dai timbri alla firma del
tenente colonnello Rosario Marimpietri. Chi è stato delegato alle
indagini? Incredibilmente, il Ros medesimo (la documentazione sulla
vicenda si trova sul sito del centro sociale anarchico El Paso di
Torino, all’indirizzo www.ecn.org/elpaso/distro/rosnudo.htm).
Un caso clamoroso (che però, a dire il vero, ha fatto clamore solo
nella ristretta cerchia degli anarchici), ma non l’unico. Diverse
iniziative "politiche" di questo reparto d’élite dei
carabinieri hanno suscitato polemiche, per esempio l’arresto, nel
maggio del 2001, di otto militanti di Iniziativa comunista, nell’ambito
dell’inchiesta sull’omicidio di Massimo D’Antona, rivendicato
dalla Brigate rosse. Un gruppo indubbiamente "vetero", di
ispirazione marxista-leninista, ma tutt’altro che clandestino.
Anche in questo caso l’accusa che regge tutto è
"associazione sovversiva", con riferimenti vaghi a
contatti con ex brigatisti riparati all’estero.
"Associazione sovversiva": un reato che proviene dal
codice Rocco dell’era fascista, che tutte le principali forze
politiche dicono di voler cancellare, ma che sul Ros esercita
ultimamente un fascino irresistibile, come dimostra anche l’inchiesta
di Cosenza. La quale, senza le altisonanti imputazioni rispolverate
per l’occasione, finirebbe subito altrove. O meglio in quasi
nulla, visto che al dunque tratta per lo più argomenti già oggetto
di indagini da parte delle Procure (davvero) interessate. I presunti
reati associativi si compiono a Cosenza, mentre i reati comuni
contestati si commettono per lo più a Napoli (contestazione della
conferenza Ocse sull’E-government del 17 marzo 2001) e Genova
(contestazione al G8 il 20 e 21 luglio 2001). Per quanto riguarda
Genova, le 359 pagine della richiesta di custodia cautelare firmata
il 4 novembre scorso dal gip Nadia Plastina, non aggiungono nulla a
quello che la locale Procura ha già ricostruito. Per i pm genovesi
Anna Canepa e Andrea Canciani, la tesi che non solo i black bloc
abbiano partecipato agli scontri è stato un punto di partenza e non
di arrivo, peraltro evidente a chiunque fosse lì nei giorni del G8
o abbia visto un po’ di filmati. Resta da vedere, però, quali
scontri furono realmente "preordinati" dai manifestanti
che vi presero parte.
Il 20 luglio, alcuni degli arrestati di Cosenza stavano nel corteo
dei Disobbedienti, che avevano abbondantemente annunciato il loro
proposito di sfondare la zona rossa con scudi di plexiglas e
protezioni varie, ma furono pesantemente caricati dai carabinieri in
via Tolemaide, cioè un punto dove il corteo era autorizzato dalla
Questura. Da lì montò una vera guerriglia urbana, che portò al
famoso assalto al furgone dei carabinieri che finì bruciato, agli
scontri di piazza Alimonda e alla morte di Carlo Giuliani. I
Disobbedienti non hanno mai negato di aver reagito con violenza alla
carica, e il loro leader Luca Casarini lo riafferma oggi: "Dopo
la carica dei carabinieri abbiamo percepito che eravamo in pericolo
di morte, ma non ci è stato permesso di ritirarci verso lo stadio
Carlini", spiega. "In quel momento, i blindati venivano
usati come proiettili in mezzo alla folla, io stesso ho raccolto da
terra una ragazza che era stata investita ed era ferita al collo. Il
nostro obiettivo era fermare i blindati per difenderci".
Casarini chiede la costituzione di un gruppo di "osservazione
democratica" formato da parlamentari che vigilino sull’attività
dei servizi segreti ma anche dei gruppi investigativi speciali come
i Ros, "sulla cui attività non si sa nulla".
Il punto è che in realtà gran parte del "teorema Ros"
rilanciato dalla Procura di Cosenza si basa su attività
"antagoniste" realizzate alla luce del sole, e un vero
piano organizzato per provocare incidenti non emerge da nessuna
parte. L’ordinanza di custodia cautelare dedica parecchie pagine
alle occupazioni (pacifiche) di alcune agenzie di lavoro interinale
di Cosenza e Taranto organizzate dalla "Rete meridionale del
Sud ribelle" il 2 luglio 2001, che erano state accompagnate
addirittura da una conferenza stampa di presentazione. Così come
era stato pubblicato in rete il manuale di tutela legale in vista di
Napoli (e c’è ancora: www.noglobal.org/tutelalegale.htm),
addotto come una delle prove principali contro la Rete, dove la cosa
più sovversiva è la frase "Solo in gruppo è possibile
liberare qualcuno dalle grinfie dei poliziotti", e piuttosto
invita a evitare "azioni individuali" che "non
portano a niente".
MA QUALE EVERSIONE! Anche il documento che la Procura di
Cosenza ritiene "di fondamentale importanza ai fini
investigativi" viene pubblicato poco prima del G8 sul sito
della Rete, con tanto di indicazione dell’origine: "Assemblee
del Sud ribelle, Cosenza, centro sociale Granma, 19-20 maggio
2001". Il cosentino Francesco Cirillo, 52 anni, già condannato
per associazione sovversiva nei primi anni Ottanta e oggi vicino all’area
dell’autonomia, lo firma senza problemi con nome e cognome.
Ecco la parte che il gip Plastina sottolinea: "Napoli ha dato
quindi una sterzata, gli incidenti sono veri, il ministro degli
Interni se ne è dovuto assumere la responsabilità. Il Sud era
vero, c’erano gli Lsu, i disoccupati, gli immigrati, il governo lo
ha intuito e ha caricato... La ricchezza di Napoli va ora riportata
a Genova, non bisogna arretrare di un millimetro. Come realtà del
Sud questo dobbiamo portare: soggetti reali e, se è il caso,
scontri reali. Questa è la differenza fra noi e le componenti
moderate, che a Napoli col loro atteggiamento hanno indirettamente
consentito la spaccatura del corteo... Ok, la violenza della polizia
è stata altissima, gli agenti erano strafatti di coca, ma è
comunque mancato un servizio d’ordine... La questione
"scontro o non scontro" è un falso problema, in quanto
non lo decidiamo noi, vedi gli immigrati caricati ieri a Roma. La
questione della violenza la impongono "loro", a noi quindi
non interessa entrare nei discorsi su violenza e non violenza. Non
perdiamo tempo con la vetrina rotta!".
Come si vede, Cirillo ammette l’uso della violenza, "se è il
caso", sostanzialmente in risposta alle cariche. Commenta in
proposito il gip: "L’argomento della violenza in risposta a
quella generata dai poteri istituzionali è argomento
propagandistico di pseudo copertura ad una scelta che affonda le sue
radici in una preesistente, distorta visione ideologica" (Per
inciso, a Genova e a Napoli sono ben avviate inchieste che
potrebbero far apparire l’argomento della violenza generata dai
poteri istituzionali tutt’altro che propagandistico).
Quindi eccolo qui il "documento nel quale emergono chiari e
preordinati i comportamenti violenti che i componenti dell’associazione
avevano intenzione di porre in essere a Genova", il documento
"fondamentale" per ordinare l’arresto del firmatario e
di altre 19 persone. Che sono accusate – testualmente – di
"cospirazione politica mediante associazione al fine di:
turbare l’esercizio delle funzioni di governo; effettuare
propaganda sovversiva; sovvertire violentemente l’ordinamento
economico dello Stato".
Molti dei "sovversivi" di Napoli, Cosenza e Taranto
arrivano alle manifestazioni di Napoli e Genova già sotto inchiesta
e quindi supercontrollati: cellulari intercettati, telecamere
puntate, eppure non è che salti fuori molto sul loro conto, anzi.
Qualcuno si mette un cappuccio, qualcuno lancia "ortaggi"
(a Napoli) e grida slogan contro la polizia, qualcuno – come
Francesco Caruso, il leader dei Disobbedienti napoletani – sta
vicino a furgoni da cui si scaricano bastoni. E se qualcuno degli
indagati partecipa ad azioni violente (per esempio il saccheggio del
supermercato "Di per Di" a Genova), nessuno le organizza o
le guida. Anzi, molte testimonianze carpite in diretta dalle
orecchie del Ros e della Digos indicano un atteggiamento tutt’altro
che comprensivo verso i black bloc e la loro azione distruttiva:
durante gli scontri di Genova la redazione di Radio Gap (sigla che
il gip Plastina collega addirittura a Giangiacomo Feltrinelli)
rischia l’invasione da parte delle Tute nere che "vengono a
rompere il cazzo qua", come dice uno dei redattori
intercettati; mentre Anna Curcio, un’altra redattrice, arrestata
nel blitz cosentino, lamenta che "un anarchico ha spaccato un
palo in testa" a un amico in manifestazione. E proprio
Francesco Caruso, in via Tolemaide, si sgola al megafono per far
arretrare il corteo dei Disobbedienti dopo le prime cariche, come
registrano diversi filmati realizzati sul G8.
RICORSI STORICI. Sotto l’ombrello onnicomprensivo dei reati
del codice Rocco rievocati dalla Procura di Cosenza, alla fine solo
tre persone sono accusate di un reato "concreto", cioè
porto di oggetti atti a offendere (tra cui Caruso, per la vicinanza
al famoso furgone), mentre in sette sono accusati di resistenza a
pubblico ufficiale. Materia eventualmente di competenza delle
Procure di Napoli e Genova. Tra l’altro, spiega l’ordinanza, l’inchiesta
parte da un volantino dei Nipr, che rivendicava l’attentato all’Istituto
per gli Affari internazionali di Roma del 10 aprile 2000, recapitato
allo stabilimento Zanussi di Rende, in provincia di Cosenza. Un
luogo che, secondo il gip, "poteva considerarsi non
casuale" perché lì si trova "l’Università degli studi
Arcavacata", "tenuto conto che proprio il centro
universitario era divenuto noto, a partire dagli anni Settanta, per
la presenza di diversi esponenti di primo piano dei gruppi più
estremisti della sinistra extraparlamentare, coinvolti
successivamente, a vario titolo e livello di responsabilità, nelle
vicende del terrorismo degli anni di piombo". La citazione sta
a pagina 9 dell’ordinanza di custodia cautelare e non ve n’è
più traccia nelle successive 350. Chi abbia recapitato quel
volantino, insomma – dopo tutta l’indagine, tutte le
intercettazioni, tutte le cimici piazzate qua e là – non è mai
saltato fuori.
Un impianto di questo genere ha suscitato una valanga di critiche,
così riassunte dall’avvocato Tommaso Sorrentino, presidente della
camera penale di Cosenza e difensore di alcuni imputati, tra cui
Anna Curcio: "Mi sembra che nessuno ormai possa nutrire dubbi:
questi arresti sono un’autentica operazione di polizia studiata in
altri luoghi e, per questo, autenticamente politica. Già l’avere
estrapolato dalla "moltitudine" poche persone e averle
indicate quali responsabili di fatti individuati come eversivi dell’ordine
economico dello Stato la dice lunga. Se poi si considera che l’eversione
sarebbe stata cagionata da pubbliche manifestazioni nel corso delle
quali i manifestanti hanno resistito alle cariche delle forze dell’ordine",
continua l’avvocato Sorrentino, "l’inconsistenza del quadro
accusatorio risulta di tutta evidenza. Ovviamente tutto ciò non
poteva non essere noto e i magistrati di Cosenza sono
sufficientemente esperti per capire che l’impianto avrebbe
suscitato le reazioni democratiche del Paese. Tuttavia hanno
proceduto ugualmente e, dunque, non è azzardato presumere che a
essi sia stata prospettata una realtà esagerandola o volutamente
travisandola".
Se questa inchiesta è nata con intenti politici, per ora ha
ottenuto un risultato opposto alle intenzioni. Dopo gli arresti, il
movimento new global ancora fresco del successo di Firenze ha
risposto in modo compatto, da Attac ai Disobbedienti, da Lilliput ai
Cobas, passando per padre Alex Zanotelli. In più, si è creato uno
stravagante fronte comune che va dal ministro Giovanardi al
segretario dei Ds Fassino, e in mezzo Francesco Cossiga. Il
"giacobino" Paolo Flores d’Arcais ha criticato i
giudici, il moderato Sergio Cofferati non ha detto cose tanto
diverse dagli autonomi dei centri sociali. Quasi come se fossero
tutti una grande, variegata, capillare associazione sovversiva.
Ha collaborato Danilo Chirico |
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