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RAMON E GLI ALTRI

Viaggio nel mondo delle carceri italiane

 

"Ramon e gli altri" è un lavoro in costante evoluzione ed aggiornamento. Sarà nostra cura aggiornare l’inchiesta periodicamente, ogni qualvolta emergeranno altri casi specifici o altri dati di interesse generale sull’argomento. Chi volesse formulare osservazioni o fornire il proprio contributo è pregato di mandare una mail all’indirizzo info@ecomancina.com

 

prima versione: 14 marzo 2004

 

aggiornamento del 26 aprile 2004:

- sezione "UN ALTRO CARCERE E’ POSSIBILE?": aggiunta intervista al professor Franco Della Casa, docente di diritto penitenziario all’Università di Genova.

- sezione "ALTRE STORIE DI ORDINARIA INUMANITA’": aggiunta intervista a E.G., ex detenuto.

 

aggiornamento del 6 luglio 2004:

- sezione "IL CARCERE VISTO DA…": aggiunta intervista a SERGIO SEGIO.

 

aggiornamento del 27 settembre 2004:

- sezione "IL CARCERE VISTO DA…": aggiunta intervista a LUIGI PAGANO, ex direttore del carcere di San Vittore e oggi Provveditore regionale delle carceri lombarde.

 

aggiornamento del 28 gennaio 2005:

- aggiunta la sezione "IL CASO MARCELLO LONZI", con intervista a MARIA CIUFFI, madre di Marcello Lonzi, deceduto il giorno 11 luglio 2003 presso il carcere "Le Sughere" di Livorno.

- aggiunta la sezione "L’OSPEDALE PSICHIATRICO GIUDIZIARIO", con intervista al dottor ADOLFO FERRARO, direttore dell’OPG di Aversa.

 

***

 

LA STORIA DI PATTY E DI RAMON…

di Francesco Barilli e Francesca Frizzi Maniglio

 

Genova, 28 dicembre 2003 – intervista a Patricia Retamal

 

Domanda:

Vorrei che fossi tu a fare l’introduzione a questa intervista, dicendo in breve chi sei e perché sei qui in Italia.

 

Patty:

Mi chiamo Patricia Retamal. Sono arrivata in Italia lo scorso 14 novembre, per mio figlio Ramon. Pochi giorni prima mi avevano avvertito che era in coma e ne avevano già dichiarato la morte cerebrale. Ramon aveva tentato il suicidio il 28 ottobre, mentre era in carcere; era già morto il 13 novembre, mentre stavo arrivando in Italia.

 

Domanda:

Quando e per quale reato era stato arrestato tuo figlio Ramon?

 

Patty:

E’ stato arrestato nell’agosto 2001 per furto d’auto. Lo hanno condannato a tre anni. Viveva a Genova e lo hanno incarcerato all’istituto penitenziario di Marassi; dopo pochi mesi fu trasferito al carcere di Iglesias, in Sardegna, dove si è ucciso.

 

Domanda:

Quali erano le sue condizioni a Marassi? Sei riuscito a sentirlo, in quel periodo?

 

Patty:

Sì, lui mi scrisse. Disse che stava male, che cominciava ad avere problemi di salute… Già a Marassi aveva tentato per due volte il suicidio con il gas; aveva inalato il gas della bombola per la cucina… Mio figlio stava male, ma invece di curarlo lo hanno trasferito ad Iglesias…

 

Domanda:

C’è però un’altra cosa di cui tu mi hai parlato tempo fa: a tuo figlio, mi dicesti, in carcere era stata diagnosticata l’epilessia e prendeva delle medicine per quello. Aveva mai mostrato dei sintomi, in precedenza? E questo tipo di informazioni sul suo stato di salute ti arrivarono solo da lui o anche da personale medico del carcere?

 

Patty:

Non aveva mai mostrato sintomi di epilessia; io ho il ricordo di mio figlio come di un ragazzo pieno di vita… Che gli avessero diagnosticato l’epilessia e che gli dessero dei farmaci per quello l’ho saputo sempre e solo da lui, dalle sue lettere. Certo, fui sorpresa del fatto che il personale dell’ospedale dove mio figlio era morto dicesse invece che Ramon non era epilettico…

 

Domanda:

Tu mi hai detto che ad un certo punto tuo figlio, dopo aver tentato il suicidio per due volte, da Marassi fu trasferito al carcere di Iglesias. Ad Iglesias come cambiano, se cambiano, le sue condizioni, sia dal punto di vista della salute che dal punto di vista del suo morale?

 

Patty:

Lui diceva che lì non veniva curato. Che loro non si preoccupavano del fatto che stava male. Tornando ai nostri contatti, mio figlio mi scrisse una lettera firmandosi con un nome falso (Michael Chavez), quando ancora era in carcere a Marassi. Io risposi intestando la lettera al nome corretto (Ramon Carrasco Retamal) ma la lettera mi tornò indietro perché a Marassi non risultava alcun detenuto con quel nome.

In seguito lui mi rispose "Mamma, perché mi hai scritto con quel nome?!". Allora io gli ho risposto seguendo le sue indicazioni… Però questa è una cosa che non ho mai capito, perché lui avesse deciso di dare un nome falso… Lui mi disse che in parte era perché non aveva il passaporto, e soprattutto perché non voleva che il suo vero nome venisse infangato, compromesso da questa storia. Uscito dal carcere avrebbe voluto rifarsi una vita, con il suo vero nome "pulito". Provai ancora ad insistere "Per piacere, figlio mio, dì a quelli del carcere quale è il tuo vero nome! Perché devi mentire su questo?" Lui mi rispose di lasciarlo in pace e di non intromettermi; mi disse che ero sempre preoccupata solo per la storia di quel nome… Io volevo andare al Consolato, quando venni a sapere che Ramon era malato, ma mio figlio mi scrisse in una lettera di non andare al Consolato, perché forse sarebbe stato rimpatriato in Cile.

 

Domanda:

Nelle sue lettere cosa ti raccontava della sua vita in carcere? Tu quante volte sei riuscito a contattarlo, e come? Tramite lettere o ci furono anche telefonate?

 

Patty:

Telefonate no, mai. Non aveva il permesso per telefonare a casa. Sulle sue condizioni, fu proprio in una lettera che mi disse di essere sempre più depresso e che a Marassi aveva tentato per due volte di uccidersi, con il gas. Risposi a quella lettera implorandolo di non fare altre sciocchezze, dicendogli che a casa lo pensavamo sempre e che lo aspettavamo… Dopo tre mesi lo mandarono in Sardegna, per scontare il resto della pena. Dopo altri sette mesi fu riportato a Genova, per il processo d’appello; mio figlio sperava di ottenere i domiciliari o di poter scontare la restante pena in Cile, ma la risposta fu negativa. Ricordo che mio figlio mi raccontò che in quel breve periodo di ritorno a Marassi le guardie lo tenevano sotto controllo costantemente, perché lì aveva tentato due volte il suicidio; e che a Marassi non lo volevano, probabilmente proprio perché lì aveva già tentato di ammazzarsi.

 

Domanda:

Sempre riguardo ad eventuali differenze fra Marassi ed Iglesias: In Sardegna cambia la situazione, riguardo ai vostri contatti? Riesci a telefonargli?

 

Patty:

No, anche in Sardegna le telefonate sono impossibili, ma proseguono le lettere.

 

Domanda:

Lui ti dice qualcosa sulle sue condizioni? Ti parla ancora dei suoi propositi di suicidio?

 

Patty:

Sì. C’è una lettera, che in questo momento non ho (è in mano all’avvocato). In quella lettera dice che vuole suicidarsi e che è disperato perché dopo l’appello non lo hanno rimandato in Cile; che gli mancano le forze e che continua a cadere a terra.

 

Domanda:

Una domanda purtroppo dolorosa ma inevitabile: come hai saputo del suicidio di Ramon, e cosa hai potuto ricostruire dei suoi ultimi giorni?

 

Patty:

Un mese prima della sua morte mi scrisse una lettera; diceva che era molto triste e che avrebbe voluto vedere la sua famiglia. Che non ce la faceva più, che non aveva più forze… Però mi diceva di non piangere, che sapeva che continuavo a piangere, ma che prima o poi sarebbe riuscito a tornare da me, in Cile. Mi diceva che sentiva che stava diventando pazzo; che cominciava a parlare da solo, a sognare morti che gli venivano a parlare, a sognare di morte… Che era sempre solo, perché il suo compagno di cella (un altro cileno) lavorava in carcere, ed aveva degli orari per cui non lo vedeva mai… In quella cella solo due persone!… Non so perché non l’abbiano portato in una cella con altre persone, o in infermeria… Non l’hanno aiutato, hanno aspettato che s’ammazzasse… Mio figlio ormai non era più lucido, si sentiva. Diceva che non riusciva più a chiudere le palpebre… Non so, io penso che ormai fosse la sua immaginazione malata a fargli credere certe cose…

 

Domanda:

Tu hai detto che tuo figlio stesso sentiva che la sua salute mentale era a rischio. In un altro momento m’hai raccontato che ad Iglesias furono le stesse guardie carcerarie a bollarlo come "il pazzo", che ridevano di lui… Vorrei che fossi tu a raccontare questo aspetto della storia di Ramon.

 

Patty:

Sì, mio figlio mi scrisse in un’altra lettera che la polizia carceraria era inumana. Lo chiamavano "il pazzo", e per questo lui non voleva più uscire dalla cella (neanche in corridoio), perché tutti ridevano di lui, e questo non lo sopportava… Quando era già morto ho conosciuto un signore, un barista di quelle parti, che mi disse che le guardie, lì, si ubriacano in continuazione; che chiedevano ai carcerati di procurargli foto pornografiche o foto delle loro fidanzate nude in cambio di sigarette o vino…

 

Domanda:

Tornando agli ultimi momenti di Ramon: mi racconti come e quando sei venuta a sapere del suicidio?

 

Patty:

Mio figlio ha tentato il suicidio all’una di pomeriggio del 28 ottobre scorso. Io l’ho saputo 10 giorni dopo. Mi telefonò mio fratello, che vive in Italia. "Cerca di stare tranquilla… ho una brutta notizia… Tuo figlio si è impiccato. E’ in coma e ne hanno già dichiarato la morte cerebrale". Fu mio fratello a dirmi che era successo dieci giorni prima. Io non riuscivo a crederci, e non riuscivo a capire perché fosse passato così tanto tempo. "Al carcere non hanno avvisato nessuno", rispose mio fratello. Mi disse che avevano cercato Lisa, la convivente di Ramon: i carabinieri le avevano mandato un telegramma l’otto novembre, dicendole che doveva contattare con urgenza il carcere di Iglesias, ma senza dare altre spiegazioni.

 

Domanda:

E l’avvocato di Ramon? Anche a lui non furono date notizie in quei primi dieci giorni?

 

Patty:

No, neanche l’avvocato Tambuscio sapeva nulla. La prima notizia arrivò l’otto di novembre con quel telegramma… La ragazza di Ramon chiamò subito il carcere di Iglesias, per chiedere notizie, ma le dissero che Ramon non era più lì, e di chiamare subito l’ospedale. Quando seppe che Ramon era già in coma anche Lisa era disperata, e si domandò perché nessuno le avesse detto niente, prima.

 

Domanda:

Sembra tutto assurdo ed ingiustificabile, ma l’amministrazione penitenziaria come spiega quel ritardo?

 

Patty:

Lo giustifica sempre col fatto che Ramon aveva dato false generalità. In carcere però avevano sicuramente un "registro" della corrispondenza dei detenuti; avevano ben presenti gli indirizzi di chi aveva scritto a Ramon, era impossibile che non sapessero chi avvisare, indipendentemente dal fatto che Ramon fosse registrato sotto falso nome. Le guardie avevano di sicuro gli indirizzi e i numeri di telefono miei, di Lisa e dell’avvocato di Ramon.

 

Domanda:

Tu quando arrivi in Italia?

 

Patty:

il 12 novembre, dopo aver raccolto i soldi necessari per il biglietto aereo, sono partita da Talcahuano per Nizza. Io arrivo a Nizza e poi ad Imperia, ma perdo la coincidenza per Genova. Il 13 novembre Ramon muore in ospedale… Il 14 arrivo a Genova e vengo a sapere che Ramon non c’è più…

 

Domanda:

Sei mai riuscita a parlare con personale del carcere?

 

Patty:

Ho parlato con la signora Caterina, un’assistente carceraria. Fu lei a venire a prendermi all’aeroporto. Mi disse in maniera sbrigativa che dovevo dare l’autorizzazione per cremare il corpo. Io non capii subito cosa intendesse. Caterina mi spiegò che per mandare il corpo in Cile ci volevano molti soldi, e che era molto più conveniente farlo cremare. Mi disse che se autorizzavo subito la cremazione ci potevano pensare loro alle spese per un funerale dignitoso. Io gli risposi che di un funerale "dignitoso" non m’importava nulla! Quello che volevo sapere era come era morto mio figlio… Caterina mi rispose che di spiegazioni ne avevano date già abbastanza; che il carcere non aveva nessuna colpa, e che il Magistrato aveva già archiviato l’inchiesta perché era tutto chiaro, si era trattato di un "normale" suicidio…

 

Domanda:

Tu hai sentito il Magistrato in quei giorni? Direttamente o tramite l’avvocato Tambuscio?

 

Patty:

No. E anche Tambuscio seppe della morte di Ramon con grande ritardo. Quando lo sentii mi fece le condoglianze e mi offrì tutto il suo aiuto, e mi confermò che anche lui non era stato avvertito tempestivamente del gesto di Ramon.

 

Domanda:

Tornando a Caterina, che ti dà queste spiegazioni molto generiche. Ti dice che l’inchiesta è già archiviata: quindi tu ora sei già in possesso degli effetti personali di tuo figlio?

 

Patty:

No, al momento non ho nulla; tutto è ancora in mano al Magistrato. Quando parlai con Caterina e le dissi che volevo parlare col giudice mi rispose che non era importante, che il caso era già chiuso. Un avvocato in Sardegna, in contatto con Tambuscio che è di Genova, gli disse però che il caso NON ERA CHIUSO… Che se avevano detto così a me era solo perché io non insistessi con altre richieste. Penso che questo sia stato fatto per difendere l’amministrazione del carcere, per evitargli problemi…

 

Domanda:

Mi viene spontanea una domanda: pur essendo ignorante in queste procedure, se un caso di suicidio attiva l’interesse di un Magistrato penso che la prima cosa da fare sia l’autopsia… Tu però mi dicevi che non è stata disposta l’autopsia…

 

Patty:

Sì, anche a me sembrava naturale. Sono anche queste risposte che mi attendevo: se mio figlio prendeva delle pastiglie, se queste possono avere influito sulla sua salute, fisica e mentale… Ma cosa è successo a Ramon nessuno me lo vuole dire. Alle mie richieste è stato risposto sempre e solo "no, non si può fare"… No, l’autopsia non si può fare perché non ci sono fondati motivi; no, avere le lettere e gli effetti personali di mio figlio non è possibile, perché è il Magistrato ad avere tutto…

 

Domanda:

Ci sono altre cose che ti senti di dire rispetto a quella che è stata la tua "accoglienza", per così dire, in Italia?

 

Patty:

Sono stata ospitata presso la Caritas per quattro giorni. Dopo quei quattro giorni Caterina mi disse che non potevano più ospitarmi, che tanto non c’era niente da fare per mio figlio, se non firmare per la cremazione e andarmene... Io mi misi a piangere. Volevo restare lì, non mi rassegnavo. Volevo vedere chiaro in quello che era successo… Ma Caterina mi ha ripetuto che lì non potevo più stare. Io mi domandavo il perché di quella insistenza. La Caritas non dovrebbe essere così; la carità lo so anch’io cos’è: la carità è amore, non è quello… Lei mi disse che se proprio non volevo la cremazione, l’unico aiuto che poteva darmi la Caritas era pagarmi la bara per portare il corpo in Cile… Sarebbe triste se, dopo averlo detto, non facessero neppure quello…

 

Domanda:

A me sembra molto importante il discorso dell’isolamento in cui è stato tenuto tuo figlio: il suicidio di Ramon mi sembra dipendere moltissimo dalle condizioni in cui è vissuto in carcere. Ma vorrei che tu mi dicessi cosa è significato PER TE vivere un anno e mezzo senza avere contatti con tuo figlio, e se hai mai riflettuto sul fatto che se anche tu fossi arrivata in Italia prima, quando era ancora vivo, probabilmente non avresti potuto vederlo… Non potervi parlare, non potervi dare conforto reciproco, cosa è significato per te?

 

Patty:

Ricordo i primi tempi in cui Ramon era arrivato in Italia: mi telefonava in continuazione. Cercava di andare avanti in questo nuovo Paese, anche se diceva che non era facile trovare opportunità di lavoro in Italia, per quelli come lui che non avevano il permesso di soggiorno, e che non poteva neppure tornare a casa perché non aveva soldi per il biglietto aereo. Da quando è entrato in carcere non ho più potuto sentire la sua voce… E questo mi mancava, molto… Se a mio figlio fosse stata concessa la possibilità di telefonare anche dal carcere, sarebbe stato diverso; perché sentire la voce della tua famiglia è molto importante. Con le lettere è diverso: le lettere tardano dieci, quindici giorni… Se lui mi avesse detto con la sua voce che era così disperato da pensare al suicidio avrei potuto dirgli qualcosa per farlo desistere… Avrei potuto dirgli almeno quanto gli volevo bene, forse sarebbe bastato…

 

Domanda:

Vuoi dire qualcosa per finire questa intervista, lasciare un tuo messaggio a chi ci sta ascoltando?

 

Patty:

Sì. Vorrei dire qualcosa a "quelli che comandano" le carceri in Italia, a quelli che stanno attenti solo "all’ordine" nelle carceri; a quelli che lavorano in quell’ambiente: che devono pensare anche al lato affettivo dei detenuti. Vorrei dire a questi signori che anche loro hanno dei figli… e i figli crescono, e noi non sappiamo a quali scelte li può portare la vita. Io ho guardato il vostro modo di vivere, i vostri bambini, e so che siamo tutti uguali… Io Ramon ricordo come l’ho allevato, lo ricordo come un ragazzo allegro e pieno di vita… Io dico che la vita è qualcosa che Dio ti dà ed è Dio che ti deve togliere.

"Ci sono le leggi", loro dicono… Io dico che le leggi si possono cambiare: che chi ha il potere per cambiarle deve preoccuparsi anche della salute mentale dei detenuti, non solo di dar loro da mangiare tutti i giorni. Devono dare un aiuto anche psicologico a quei ragazzi, non solo rinchiuderli in una cella, con due persone, con una sola ora al giorno per uscire in cortile… Perché adesso che è successo a me io non trovo le parole per dire quanto mi fa male la morte di mio figlio… Ora sono qui, in un paese straniero, senza soldi, e spero solo che qualcuno mi aiuti per l’unica consolazione che mi è rimasta: riportare il corpo di mio figlio in Cile. In una bara, ma riportarlo dalla sua famiglia, non lasciarlo qui… Mi hanno detto di stare zitta, ma io non sto zitta, io voglio la verità. Perché so che lì, in quel carcere dove è morto mio figlio, si sono uccisi anche altri ragazzi, troppi… Lì succede qualcosa di strano, e la giustizia non fa nulla. E allora voglio fare qualcosa io, non solo per mio figlio, ma anche per gli altri che si sono ammazzati, lì…

 

***

 

Abbiamo scelto di aprire questa inchiesta con l’intervista a Patty, madre di Ramon. Le sue parole ci sono sembrate la migliore introduzione possibile a questo nostro "viaggio nel mondo delle carceri italiane", un viaggio che non ha la pretesa di mostrare un quadro esaustivo di quel mondo, ma il solo scopo di amplificare un grido di dolore e di allarme troppo sommesso e che fino ad oggi è giunto ad orecchie distratte.

Il caso di Ramon ci è sembrato emblematico. Ne siamo venuti a conoscenza praticamente per caso: persino gli organi di controinformazione on line, sempre attenti e sensibili a queste tematiche, non ne hanno dato notizia; il suo nome non figura neppure tra le statistiche dei suicidi nelle carceri che un sito come www.ristretti.it (lodevolmente impegnato da anni nel documentare le condizioni di vita nelle carceri italiane, e dal quale abbiamo attinto molte informazioni utili per la nostra ricerca) tiene costantemente aggiornate. E’ bene precisare che nelle nostre parole non c’è alcuna critica né ai siti di controinformazione né a ristretti.it (che anzi ringraziamo per la mole di dati a cui abbiamo potuto attingere per la nostra ricerca): il silenzio sulla vicenda di Ramon non è da imputare certo a loro distrazione o superficialità. La verità è molto più complessa ed inquietante: il ragazzo cileno rappresenta un simbolo di quell’umanità sommersa che affolla le nostre carceri; un mondo che resta troppo distante proprio da quella società civile alla quale le carceri dovrebbero guardare con attenzione, nell’ottica di un futuro reinserimento dei detenuti.

Che la nostra società sia strutturata in classi è una verità contestabile solo da chi sceglie di non vedere la realtà quando scomoda. Che questa strutturazione si rifletta, in modo anche più rigido, in un microcosmo quale è il carcere appare altrettanto naturale… Chiunque abbia il coraggio e la voglia di guardare a quel microcosmo lontano e scomodo può dunque immaginare che anche nelle carceri esistono cittadini di serie A e di serie B. Ma se con quel coraggio e quella voglia riusciamo ad andare oltre la superficie del "problema carceri" ci accorgeremo che la stratificazione sociale va ben più a fondo. Esiste una serie C di detenuti, e anche oltre… Potremmo parlare, come nel caso di Ramon, di una sorta di "desaparecidos all’italiana". Di uomini che in carcere non vengono privati della sola libertà, ma pure dei diritti fondamentali che vanno garantiti ad ogni uomo in quanto "soggetto di diritti", indipendentemente dalle colpe di cui si può essere macchiato. Detenuti che vivono in uno stato di totale isolamento dal mondo e dai propri affetti, che possono ricevere visite o fare telefonate con estrema difficoltà…

Se la retorica vorrebbe che il carcere abbia compiti non solamente punitivi, ma anche finalizzati al recupero ed al reinserimento dei soggetti nella società, la realtà appare molto diversa. Ed è nostra opinione che la "società civile" stia accettando supinamente, o addirittura approvando in modo strisciante, il giro di vite che negli ultimi anni si è voluto dare al sistema carcerario italiano. Il clima di insicurezza e di precarietà in cui viviamo, in gran parte alimentato ad arte dai media e da certe forze politiche, ci fa forse sembrare che il semplice e rigido isolamento di chi ha sbagliato sia un prezzo accettabile (o addirittura necessario) per ottenere maggiore sicurezza. Che poi questa riduzione dei diritti dei detenuti concretizzi davvero una maggiore sicurezza resta tutto da dimostrare. Sembra invece che quella riduzione dei diritti si traduca in un’ulteriore brutalizzazione dei detenuti, con conseguenti minori possibilità di futuro reinserimento degli stessi nella società.

 

***

 

IL CASO MARCELLO LONZI

di Francesco Barilli

 

L’11 luglio 2003, al carcere "Le Sughere" di Livorno, moriva Marcello Lonzi, 29 anni, detenuto con ancora pochi mesi di pena da scontare. Secondo l’autopsia la morte sarebbe avvenuta per cause naturali (infarto), ma quasi subito sono nati forti dubbi sulla versione ufficiale. Su denuncia della madre del detenuto, il PM Roberto Pennisi aprì un fascicolo contro ignoti, per omicidio: la morte di Marcello sarebbe avvenuta, secondo la denuncia, in seguito ad un violento pestaggio, come evidenzierebbero pure le foto dell’autopsia. In data 10 dicembre 2004 il GIP ha però accolto la richiesta di archiviazione presentata dal PM, escludendo ipotesi diverse dalle "cause naturali" per il decesso.

Del caso Lonzi ci siamo già occupati, pubblicando una lettera firmata da Sergio Segio (Gruppo Abele di Milano), Patrizio Gonnella (Coordinatore nazionale di Antigone), Franco Corleone (Garante dei diritti dei detenuti di Firenze), Ornella Favero (Ristretti Orizzonti). La trovate qui: http://www.ecomancina.com/lonzi.htm

E’ con viva convinzione che aderiamo all’appello finale di quella lettera, in cui si chiedeva la fattiva collaborazione dei media nel seguire una vicenda che, al di là del provvedimento di archiviazione, presenta molti aspetti a dir poco inquietanti. Forniamo il nostro contributo con un’intervista a Maria Ciuffi, madre di Marcello Lonzi.

 

Pisa, 22 gennaio 2005 – intervista a Maria Ciuffi

 

Domanda:

Quando fu arrestato Marcello, e per quale reato?

 

Maria Ciuffi:

Fu arrestato il 3 gennaio 2003, per tentato furto. Lo portarono in Questura, dove fu anche picchiato… Tengo a precisare che su questo aspetto non mi sono mai soffermata più di tanto: forse è vero che al momento dell’arresto aveva bevuto e che fece resistenza, per cui certe conseguenze possono essere comprensibili… Ma il punto è un altro, come ho già detto altre volte ad altri giornali: mio figlio non era un santo, ma non doveva morire in carcere. Aveva preso una condanna per 8 mesi, aveva ancora pochissimo da scontare; presto sarebbe entrato in una comunità, ed aveva tutta la vita davanti…

 

Domanda:

Dal 3 gennaio, momento dell’arresto, fino al giorno della sua morte, tu riuscisti a vedere tuo figlio in carcere?

 

Maria Ciuffi:

No, mai.

 

Domanda:

Ma ti furono posti degli ostacoli alle visite o ci furono altri motivi?

 

Maria Ciuffi:

Ti dico la verità: all’inizio io e Marcello ci scrivevamo spesso, ed era lui a non volere mie visite, temeva che io ne soffrissi troppo. Poi, dopo molte insistenze, fu lui a dirmi di andare; un giorno mi recai a Livorno, e trovai in attesa di una visita a mio figlio anche lo zio di Marcello e la sua compagna: ci dissero però che in quel momento mio figlio era a colloquio con la sua convivente. Provai ad insistere: io venivo da Pisa, la convivente era anche lei detenuta, per cui mi sembrava naturale che Marcello potesse vedere noi, mentre il colloquio con la convivente poteva avvenire in un momento successivo, ma il rifiuto degli addetti fu fermissimo; ricordo che ci fu anche un breve alterco con le guardie, a causa delle nostre insistenze. In sostanza non riuscii mai a vederlo: pochi giorni dopo quel tentativo di visita lui era morto.

 

Domanda:

Nelle lettere che ti aveva inviato cosa ti raccontava della sua vita in carcere?

 

Maria Ciuffi:

Mi scriveva che alle "Sughere" non si trovava bene; che aveva continue discussioni con le guardie carcerarie, che lo avevano già messo diverse volte in isolamento.

 

Domanda:

Ma questi alterchi con le guardie fino a dove arrivavano, stando alle sue lettere? Ti parlò mai di maltrattamenti?

 

Maria Ciuffi:

Penso che i problemi fra lui e le guardie fossero caratteriali. Devi sapere che io glielo avevo sempre detto: "Marcello, tu se vai in carcere ci muori…". Lui aveva un carattere che non poteva sopportare la reclusione... Però quel che voglio dirti è questo: per quanto ho potuto sapere in seguito da altri detenuti, Marcello non si era mai "comportato male" con le guardie. I problemi nascevano quando lui faceva delle richieste e il personale penitenziario gli negava le risposte, o gliele faceva sospirare. Ovviamente sto parlando di cose importanti, non di richieste banali; penso all’orario delle terapie. Da quanto ho capito, per farti un esempio, loro se ne fregavano se tu dovevi prendere il metadone ad una data ora, e magari passavano con ore di ritardo… Ed è chiaro che in quel momento nasce la protesta del detenuto e la conseguente reazione delle guardie.

 

Domanda:

Veniamo ora, purtroppo, all’aspetto più doloroso: tuo figlio muore l’11 luglio. Tu quando vieni avvertita?

 

Maria Ciuffi:

Il giorno dopo. Alle 13,20 circa.

 

Domanda:

E come venne giustificato o spiegato quel ritardo?

 

Maria Ciuffi:

Guarda, a dire il vero la cosa ancora più terribile è che io non fui avvertita ufficialmente DA NESSUNO, neppure al pomeriggio del giorno successivo… Da me non vennero né carabinieri, né questura, né mi telefonò il personale del penitenziario… Io lo venni a sapere dalla zia di mio figlio. E anche lei fu avvertita verso le 10 del mattino successivo al decesso. Ti racconto un episodio che può chiarirti ancora meglio il clima di quei momenti. Io conoscevo, già prima della morte di Marcello, Maurizio Silvestri, giornalista di cronaca de "Il Tirreno". Lui conosceva sia me che mio figlio, ma non sapeva che Marcello portava il cognome del padre (Lonzi) e non il mio (Ciuffi). Maurizio lo vidi il 12 luglio, e mi disse che già dalle 22,00 del giorno precedente nella redazione del Tirreno circolava la voce che un ragazzo era morto in carcere; tanto è vero che, prima di chiudere l’edizione del giornale, avevano lasciato spazio su una pagina per inserire la notizia, e aspettavano la telefonata dal carcere, per avere dettagli. La telefonata arrivò alle 23,20 e Silvestri si recò alle Sughere; nei primi momenti, mi disse, si parlava di un suicidio, poi di un infarto, e mi raccontò che trovò in corso una durissima protesta da parte dei detenuti della sesta sezione (cosa sempre smentita dal direttore del carcere). Quindi già da quella sera il nome del ragazzo morto era di dominio pubblico (tanto è vero che il mio amico giornalista mi avrebbe potuto avvertire, se solo avesse potuto collegare il cognome di Marcello a me). Ma nessuno pensò di chiamare me o qualcuno della famiglia, fino al giorno dopo. E nessuno ha mai giustificato, neanche successivamente, quel ritardo; e questo nonostante io sia di Pisa e gli altri familiari addirittura di Livorno, vicino al carcere…

 

Domanda:

E tu ti sei fatta un’idea sul perché di quel ritardo?

 

Maria Ciuffi:

Di cose, sulla morte di mio figlio, ne ho pensate tante, e ci torneremo in seguito… Sul ritardo mi sono fatta questa idea: che lui sia addirittura morto prima, fra le 17 e le 18. Non potendolo portare fuori, hanno aspettato la sera, e tutti gli altri ritardi vengono di conseguenza. Io penso che Marcello quella sera non abbia neppure cenato. Infatti mi sono sempre chiesta perché abbiano rifiutato di eseguire gli esami tossicologici, nonostante avessero prelevato alcuni organi vitali proprio a quello scopo: malgrado una nostra esplicita richiesta di esecuzione, quegli esami non sono stati mai eseguiti, e gli organi prelevati sono sempre a Pisa, benché io abbia chiesto che mi siano resi.

 

Domanda:

Tornando all’immediatezza dei fatti: tu vieni a sapere della morte di Marcello; nei primi momenti si parla di suicidio, poi di decesso naturale. Come reagisci, in quelle ore?

 

Maria Ciuffi:

Mi precipitai subito da Pisa al carcere di Livorno. L’ipotesi di suicidio, conoscendo mio figlio, mi sembrava totalmente irreale; e pure l’infarto, in un ragazzo giovane e in salute, mi destava dubbi enormi. Era il pomeriggio del 12 luglio, quando arrivai alle "Sughere"; ricordo che mi lasciarono fuori in attesa per più di un’ora. Io non mi intendevo affatto dei "meccanismi" o delle "gerarchie" del carcere; volevo parlare con qualcuno che mi spiegasse cos’era accaduto, ma tutti si sottraevano alle mie richieste. Finalmente, verso le 14,30, mi portarono in direzione. Chiesi di vedere il corpo di mio figlio, ma mi risposero che non era possibile, perché il corpo si trovava già all’esterno del carcere e stavano facendo l’autopsia… Anche questa, a pensarci ora, è una cosa molto strana: nessuno mi aveva avvisato, nessuno mi aveva detto che era mio diritto fare assistere all’autopsia un medico di mia fiducia. Più tardi mi dissero che "dovevo essere io a pensarci". Ma come ci dovevo pensare?! In quel momento, dopo che neppure mi avevano avvertito?!… Mio figlio riuscii a vederlo solo il giorno successivo, 13 luglio, composto nella bara. Il giorno dopo lo seppellirono.

 

Domanda:

Quando hai visto il corpo ti sono venuti subito i dubbi sulla versione ufficiale? Hai visto le ferite?

 

Maria Ciuffi:

Ti dirò un particolare che mi è rimasto impresso. Io ero fuori, in attesa che lo componessero nella bara. Uscirono dalla sala due addetti che l’avevano vestito. In quell’atrio non ero sola, per cui loro non fecero caso alla mia presenza: non potevano sapere che ero la madre di Marcello, e parlottavano fra loro; sentii che dicevano: "hai visto che buco aveva nella testa, quello?". Quando mi avvicinai per chiedere spiegazioni se ne andarono subito, senza rispondermi.

Un altro particolare tragico che ricordo è che, quando lo vidi nella bara, aveva una striscia di sangue che emergeva sul petto, dalla camicia bianca; e non fui la sola a vederla, quella striscia di sangue… Mi sembrava totalmente innaturale…

Però, per tornare al senso della tua domanda, a dirti il vero non pensai subito alle guardie. All’inizio pensai ad una lite con qualche detenuto. Il momento cruciale venne in seguito, quando venni in possesso del referto dell’autopsia con relative foto; mostrai il tutto a Silvestri, il giornalista del Tirreno di cui ti ho parlato. Vedendo le foto lui me lo disse subito: c’erano vere e proprie striature viola sulla pelle; quelli erano i segni di botte, date con un manganello o con un bastone. In quei frangenti fui avvicinata anche dall’avvocato di mio figlio. Nel suo ufficio mi disse chiaramente che Marcello era stato picchiato. Io gli chiesi se sapeva il nome dei detenuti che l’avevano fatto. Lui mi guardò stupito: "Ma quali detenuti?!", mi disse, "sono state le guardie, mentre era in isolamento". Aggiunse che a dargli quella notizia erano stati 4 suoi assistiti, detenuti nella sesta sezione, quella di Marcello, e che quei quattro erano disposti a parlare col Magistrato. Ma poi di quelle testimonianze non vidi più nulla…

 

Domanda:

C’è un momento in cui hai deciso di parlare tu con altri detenuti?

 

Maria Ciuffi:

Molti di loro vennero spontaneamente a cercarmi, quando uscivano dal carcere. Mi ha fatto piacere, certo, ma alla fine quando gli chiedevo di andare a dire le stesse cose al Magistrato si tiravano indietro. Se c’è una cosa che ho imparato dalla mia vicenda è che l’omertà non è solo, come si dice, una prerogativa del sud; a volte per menefreghismo, a volte per paura, ma l’omertà c’è anche qui da noi, eccome se c’è! Pensa anche all’archiviazione successiva: è basata essenzialmente su quello che ha dichiarato il compagno di cella di Marcello. Lui disse che le guardie erano accorse subito, che era presente un medico e che Marcello fu prontamente soccorso… Il punto è che quella stessa persona, una volta uscita dal carcere, mi ha raccontato una versione ben diversa: mi disse che aveva dovuto urlare per più di mezz’ora e praticargli lui la respirazione bocca a bocca, e che quando arrivarono le guardie non c’era nessun medico…

 

Domanda:

E a proposito dei maltrattamenti in generale al carcere "Le Sughere" cosa ti dicevano quei detenuti?

 

Maria Ciuffi:

Da quanto m’hanno raccontato erano un’abitudine. A volte avveniva per punizione, a volte in seguito a banali discussioni: qualche guardia magari aveva bevuto e alla prima discussione con un detenuto prendeva il malcapitato e lo portava via per pestarlo…

 

Domanda:

Veniamo ad un aspetto solo apparentemente secondario nella tua vicenda. Tu, ad un certo punto, decidi di non accontentarti delle versioni ufficiali, e chiedi che le autorità approfondiscano quanto accaduto. E questa mi sembra una richiesta pienamente naturale e legittima, alla quale anche l’amministrazione penitenziaria dovrebbe sentirsi in dovere di rispondere… Ho saputo che, invece, tu sei stata oggetto di iniziative "discutibili" ed al limite dell’intimidazione; penso soprattutto ad una lettera, che ho vista pubblicata su Indymedia, in cui si parla di contatti da te cercati per inscenare azioni dimostrative davanti al penitenziario. Volevo sapere qualcosa di più sull’argomento.

 

Maria Ciuffi:

Devi sapere questo: io all’inizio ero completamente sola; non solo "umanamente", ma pure nelle mie rivendicazioni. Poi una sera mi arrivò una telefonata da un altro giornalista del Tirreno; mi disse che il giorno successivo c’era il processo a Paolo Dorigo, e che ci sarebbe stata pure una manifestazione. Mi disse che anche in quell’occasione si protestava per pestaggi e maltrattamenti subiti in carcere: io decisi di andare, e mi presentai col carteggio dell’autopsia di mio figlio. Trovai diversi giovani, principalmente di centri sociali (c’erano i ragazzi del Godzilla di Livorno, ma anche tanti che venivano da Pisa, Bergamo, Milano…). Gli mostrai le foto, gli parlai del mio caso, ed ottenni subito la loro solidarietà. C’era anche l’avvocato Trupiano: fu in quell’occasione che lo conobbi e lui mi offrì la sua assistenza (in modo totalmente spontaneo e disinteressato, e di questo voglio ringraziarlo di cuore…).

Poi devi sapere che io, periodicamente, porto un mazzo di fiori fuori dal carcere. La prima volta andai da sola (e dovetti pure discutere con le guardie: chiesero se avevo il permesso del Comune per lasciare i fiori sul suolo pubblico…); l’anno successivo furono proprio i ragazzi dei centri sociali a dirmi che non sarei più dovuta andare da sola. E’ questo che voglio dirti: grazie a quei ragazzi io non ero più sola, e questo probabilmente ha dato fastidio a qualcuno… Tu pensa che la lettera di cui tu parli io non l’avevo neppure vista direttamente: l’ho scoperta tra le carte del fascicolo su Marcello. Ed è una lettera assurda: si sostiene, in sostanza, che io cercherei appoggi e sostegno nell’area anarco-insurrezionalista. In realtà io devo dire innanzitutto che non si tratta di "terroristi", ma di ragazzi che mi hanno offerto aiuto e solidarietà spontaneamente, senza che io li cercassi o proponessi loro delle iniziative. E, tengo a precisare, per me la vicenda di Marcello non è una "questione politica", ma solo una ricerca della verità su quanto accaduto.

 

Domanda:

Immagino che per te sia difficile uscire dalla dimensione personale della vicenda di Marcello, però penso che tu (seguendo il caso di tuo figlio, parlando con altri detenuti eccetera) ti sia fatta anche un’idea del carcere più in generale…

 

Maria Ciuffi:

Sicuramente sì, ed è un’impressione orribile. Se posso parlare "bene" di un carcere, per quella che è la mia esperienza, posso farlo parlando della struttura di Lucca. Molto umani coi detenuti e anche coi loro familiari; lì c’è rispetto e comprensione, mentre a Pisa o a Livorno… Tu pensa che ora anche il mio attuale compagno è in carcere. In un primo tempo lo mandarono proprio a Livorno. Ricordo che, ad un colloquio, hanno fatto una vigliaccata che non scorderò mai. Ci misero a sedere ad un tavolino; lui mi disse: "stai tranquilla, ma ora guarda alle mie spalle: quelle sono le famose celle di isolamento, quelle dei pestaggi…". Mi avevano messo lì affinchè io potessi vedere. Io guardavo le celle e mi dicevo che era in una di quelle che avevano picchiato mio figlio… Mi interessai subito per un trasferimento del mio compagno, e lo mandarono a Lucca, dove (come ti dicevo) le condizioni di vita dei detenuti sono migliori.

Comunque anche il mio compagno, durante la sua permanenza a Livorno, ha scoperto alcune cose interessanti su Marcello. Mi raccontò di un detenuto che ebbe una discussione con le guardie; gli intimarono di uscire dalla cella, e lui rispose: "sì, così mi fate quel che avete fatto a Lonzi…". Il mio compagno, durante l’ora d’aria, si avvicinò a quel detenuto (ovviamente senza presentarsi e senza dire che sapeva chi era Marcello), chiedendo cosa fosse successo a quel certo Lonzi. Quel detenuto rispose: "l’hanno menato e l’hanno ammazzato"; poi, ovviamente, anche questo ragazzo ha ritrattato tutto.

 

Domanda:

Mi rendo conto che è difficile farti questa domanda… Ma, dopo l’archiviazione, hai ancora speranze nella Giustizia? Ed hai speranze, parlando più in generale, nelle istituzioni (so che il caso di tuo figlio è arrivato anche in Parlamento, attraverso alcune interrogazioni a cui il ministro Castelli ha risposto in modo a dir poco vago…)?

 

Maria Ciuffi:

Te lo dico col cuore: io prima nella Giustizia ci credevo, moltissimo. Ora no, assolutamente. Poi tieni conto che, da quando sono entrata in "questo mondo", oltre alla storia di mio figlio io ho potuto vedere tante cose. Ho visto che chi ha i soldi ottiene i permessi, i privilegi, più rispetto nel carcere... Io invece non arriverò mai a sapere la verità; o, per meglio dire, non vedrò mai riconosciuta ufficialmente la verità che so già. Mio figlio l’hanno picchiato fino ad ammazzarlo, questo lo so; quello che vorrei sapere è il chi e il perché. Vorrei guardare in faccia queste persone e chiedergli il perché di tutta quella violenza… No, nella giustizia non posso più credere. Quando hanno archiviato il procedimento l’ho detto subito: me l’hanno ammazzato un’altra volta.

Per quanto riguarda Castelli: il Ministro parlò di lesioni che Marcello aveva riportato al momento dell’arresto… Certo, mio figlio quando è entrato in carcere aveva un ematoma al ginocchio e un taglio, ma erano ferite banali e dovute alla colluttazione al momento dell’arresto, quindi SEI MESI PRIMA della morte. Io al ministro Castelli ho scritto, ma non mi ha risposto. Ho scritto anche a Ciampi, il cui ufficio invece, correttamente, mi ha risposto promettendo interessamento… ma senza che quella lettera avesse un seguito pratico…

Ma ti voglio raccontare un episodio che secondo me spiega bene la situazione. Tempo fa mi proposero una fiaccolata in memoria di Marcello. Se ne interessarono i ragazzi di Pisa, quelli del Godzilla, e quelli di Rifondazione/Livorno, arrivammo anche ad un paio di contatti con l’ARCI, sempre a Livorno. Il responsabile dell’ARCI giunse a dirmi: "lei però mi assicura che nessuno poi se ne esca con slogans offensivi tipo secondino assassino?". Io restai a dir poco sorpresa: non sono "il capo" di quei ragazzi come facevo a dare un’assicurazione del genere? Allora il responsabile dell’Arci mi disse che non poteva darmi il suo appoggio: se succedeva qualcosa con che faccia, mi disse, avrebbe potuto tornare dai responsabili del carcere, con cui aveva sempre contatti?

Questo, mi sembra, era il punto, e glielo dissi. Se lui (che entrava ed usciva liberamente dal carcere) aveva "timore reverenziale" verso la direttrice e le guardie, come pensava potessero vivere i detenuti? Quali limiti possono esistere per persone che vivono in un rapporto di inferiorità palese rispetto all’amministrazione del carcere?

Inutile aggiungere che la fiaccolata non fu fatta…

 

Domanda:

… Ma, immagino, questo non vuol dire che tu ti fermi nella tua battaglia…

 

Maria Ciuffi:

Guarda, io lo dissi sinceramente al Dott. Pennisi: "non provi ad archiviare; avevo solo quel figlio, e non ho più nulla da perdere"… No, non lascio correre una cosa così. E’ troppo grossa, non è da me…

***

A proposito del seguito che potrà avere la vicenda, riporto quanto ha affermato l’avvocato Vittorio Trupiano: "Il figlio di Maria, per la storia di cui suo malgrado è stato protagonista, è ora patrimonio di tutta l'umanità. Io di questa turpe storia giudiziaria sono stato anche testimone per cui, con o senza Maria, nessuno mi impedirà di portarla avanti al C.S.M., alla Corte Europea, alla Commissione antitortura in forza a questa, e davanti ai giudici di Genova competenti a giudicare i loro colleghi di Livorno se qualcuno li denuncia penalmente".

Ringrazio Maria Ciuffi e l’Avvocato Vittorio Trupiano per la pazienza e la disponibilità che mi hanno concesso. Gli auguro che la loro battaglia di verità e giustizia possa avere pieno successo; e questo sia per quanto concerne il risalto mediatico che merita la vicenda, sia per quanto attiene i risultati pratici presso le sedi competenti.

 

***

 

UN ALTRO CARCERE E’ POSSIBILE?

di Francesco Barilli e Francesca Frizzi Maniglio

 

Da un articolo del Magistrato Giovanni Tamburino (fonte: www.ristretti.it): "Il corrispondente canadese del nostro Dipartimento penitenziario si chiama Servizio Correzionale del Canada, in sigla S.C.C. Nei documenti che il S.C.C. diffonde in patria e all’estero, la sua missione fondamentale viene descritta con queste parole: Il Servizio correzionale del Canada, quale parte del sistema della giustizia penale e nel riconoscimento del primato del diritto, contribuisce alla protezione della società incitando i delinquenti a diventare cittadini rispettosi delle leggi, nel tempo in cui esercita su di essi un controllo ragionevole, sicuro e umano".

Solo belle parole? Non crediamo… Non crediamo che quelle parole vogliano dire che il carcere in Canada sia una specie di paradiso terrestre; di sicuro non esiste un solo sistema penitenziario in cui il carcere sia qualcosa di diverso da un’esperienza difficile, sia per chi lo subisce sia per chi ci lavora. Ma quelle parole testimoniano un approccio al "problema carcere" distante anni luce da quello italiano. Da noi il carcere è visto solo come una sorta di pattumiera dove la società smaltisce i propri "rifiuti". I diritti dei carcerati sono visti come diritti di serie B, o comunque qualcosa di sacrificabile per ottenere una (presunta…) maggiore sicurezza per la società. In Canada, restando alla enunciazione di principio del S.C.C., quei diritti non sembrano dimenticati, anzi!, risultano centrali nella gestione del mondo dei detenuti. E il carcere sembra avere una missione ben più alta che quella dello "smaltimento dei rifiuti della società"…

Ma è davvero utopistico pensare che un modello di carcere "più umano" sia inapplicabile da noi? Le esigenze di una maggiore sicurezza sono davvero incompatibili con il rispetto dei diritti fondamentali dell’individuo?

In questa sezione affronteremo proprio questo argomento, grazie ad un’intervista al professor Franco Della Casa, docente di diritto penitenziario all’Università di Genova.

 

Genova, 14 marzo 2004 – intervista al professor Della Casa

 

Domanda:

Una domanda generica, ma che mi sembra inevitabile per aprire la nostra chiacchierata: come giudica le condizioni di vita dei detenuti nelle carceri italiane rapportate a quelle negli altri paesi cosiddetti "civili"?

 

Prof. Della Casa:

Per quanto riguarda le condizioni di vita dei detenuti in Italia direi che, a partire dalla riforma del 1975, c’è stato un progresso non solo sul piano normativo, ma anche a livello di strutture; nel senso che alcune strutture ottocentesche sono state via via sostituite da altre di concezione più moderna (anche se devo dire che l’architettura delle carceri moderne può risultare, per certi aspetti, più disumana di quella delle vecchie strutture).

Facendo un paragone con altri ordinamenti che abbiano un grado di evoluzione paragonabile a quello italiano, direi che dal punto di vista normativo la situazione italiana si colloca in una fascia alta della "classifica"; mentre dal punto di vista delle condizioni materiali restano ancora dei progressi da realizzare; anche se leggendo storie di "cattiva detenzione" che provengono da Paesi quali Francia o Gran Bretagna ritengo che, tutto sommato, l’Italia si collochi in una posizione più avanzata.

Se estendiamo l’analisi agli USA il discorso è diverso; nel senso che negli Stati Uniti (ferma restando una serie di limitazioni molto intense verso i soggetti ritenuti ad alta pericolosità sociale) esistono strutture logistiche migliori. Per fare un esempio, credo che al lettore che segua questa materia non sarà sfuggito che Silvia Baraldini, pur essendo molto contenta di essere rientrata in Italia ad espiare il resto della pena inflittale negli USA, faceva notare che dal punto di vista delle attività risocializzanti aveva subito un regresso rispetto alla situazione vissuta in America. Tutto questo, ovviamente, rispetto agli ultimi tempi di detenzione negli USA, in cui la Baraldini ha vissuto una vita carceraria migliore rispetto a quella incontrata poi a Rebibbia, e non certo rispetto al primo periodo di detenzione, quando era ristretta in un carcere di massima sicurezza.

 

Domanda:

Abbiamo aperto la nostra inchiesta con la storia di Ramon, ragazzo cileno suicidatosi nel carcere di Iglesias dove scontava una pena per furto d’auto. Nella sua storia molte cose lasciano perplessità. Fra queste ce n’è una di cui abbiamo parlato anche nell’introduzione: la mancanza di notizie apparse sui media, anche su quelli "alternativi" e molto attenti a queste tematiche. Lei ritiene che i dati (già comunque allarmanti) su suicidi e/o morti "sospette" nelle carceri italiane siano attendibili, o si tratta di cifre sottostimate?

 

Prof. Della Casa:

Il problema degli atti di autolesionismo e, a maggior ragione, quello dei suicidi all’interno delle carceri, siano essi tentati o consumati, è davvero molto grave… Non possiamo ritenere che i dati ufficiali siano esatti, ma sottostimati. Una delle ragioni principali per cui si verifica questa cattiva circolazione delle notizie è data dal fatto che il carcere nasce e "vegeta" come istituzione separata. Uno dei requisiti fondamentali che sta alla base del suo mantenimento è proprio questa separazione; e quando parlo di separazione non mi riferisco solo all’aspetto fisico (quindi i muri, le sbarre che impediscono di evadere), ma anche a quel "muro" (invisibile ma altrettanto consistente quanto i muri di cemento) che impedisce la circolazione delle notizie dall’interno all’esterno.

Per quanto riguarda il problema dei suicidi, uno studioso che si è interessato di questo aspetto è stato Luigi Manconi, il quale recentemente ha pubblicato sulla rivista "Politica del diritto" un articolo ricco di indicazioni. Sono state ripetutamente presentate su questo tema anche alcune interrogazioni parlamentari, ma la risposta politica ufficiale è stata una "difesa d’ufficio" dell’Amministrazione Penitenziaria che è in sostanza questa: è vero che il tasso di suicidi in carcere è più alto rispetto a quello rilevato tra la popolazione non detenuta, ma questo sarebbe da rapportare alla tipologia di persone che finiscono nel carcere. Una simile difesa d’ufficio parte da questo assunto: il carcere – su questo non c'è dubbio - funziona come una sorta di "discarica sociale", per cui i soggetti detenuti presenterebbero una maggiore "predisposizione" al suicidio. Però rimane il fatto che il tasso di suicidi nella popolazione carceraria è incomparabilmente più alto rispetto a quello presente nella popolazione non detenuta…

 

Domanda:

C’è un altro aspetto nel caso di Ramon che mi ha sollevato grande indignazione: le limitazioni subite per quanto concerne diritti alle visite e alle telefonate. Credo che anche quelle limitazioni abbiano contribuito a rendere insostenibile per il ragazzo la propria vita nel carcere, spingendolo al suicidio. A livello di questi diritti (telefonate, visite ecc.) come siamo giudicabili, nel paragone con altri paesi europei o comunque di cultura "occidentale"? E come siamo giudicabili riguardo all’equità con cui consentiamo di esercitare questi diritti (paragonando la condizione dei detenuti di nazionalità italiana con quella degli stranieri)? Chiedo questo perché, perlomeno dal caso di Ramon, viene il sospetto che i detenuti stranieri nelle nostre carceri ottengano questi diritti con molte difficoltà in più rispetto a quelle incontrate dai "colleghi" di nazionalità italiana…

 

Prof. Della Casa:

Per parlare dei diritti dei detenuti, da un punto di vista puramente teorico dovremmo cominciare col fare una distinzione all’interno del carcere fra coloro che sono imputati (e godono ancora della presunzione di non colpevolezza) ed i già condannati. Da un punto di vista teorico, dicevo, perché in realtà la maggior parte degli istituti ammassa indistintamente al proprio interno gli imputati e i condannati, i detenuti con basso grado di pericolosità sociale e quelli con pericolosità medio/alta. Questo è un primo dato importante, perché spiega la confusione che si crea all’interno: di fatto le esigenze di sicurezza in un dato carcere vengono "misurate" in base al soggetto più pericoloso ospitato in quel dato carcere; e questo si ripercuote negativamente su persone che potrebbero senz’altro godere di una detenzione più aperta e con maggiori diritti.

Il problema dei diritti dei detenuti a mio avviso è importantissimo; anche perché ritengo che in Italia ci si sia concentrati prevalentemente su quei detenuti che possono uscire dal carcere grazie alle misure alternative, e ci si sia disinteressati un po’ troppo delle condizioni di vita di quei soggetti che (per una ragione o per l’altra) in carcere ci devono rimanere, e conseguentemente sono sottoposti a tutta una serie di pesanti limitazioni.

Per quanto riguarda i diritti dei detenuti, possiamo distinguere due livelli nel nostro sistema penitenziario. Il primo è quello del riconoscimento legislativo dei diritti della persona privata della libertà personale: da questo punto di vista la nostra legge penitenziaria risente della sua "data di nascita", il 1975, anno in cui su questo tema c’era una sensibilità sicuramente inferiore rispetto ad oggi. Conseguentemente le norme che prevedono delle situazioni soggettive in capo ai detenuti sono state formulate in termini non cogenti per le autorità carcerarie, ma lasciano a tali autorità ampi margini di discrezionalità. In altre parole, già nel linguaggio usato dal legislatore notiamo un tono ben poco tassativo al riguardo: non si dice "a Tizio VA riconosciuto il diritto di…", ma si usano espressioni del tipo "a Tizio PUO’ ESSERE consentito di…".

Accanto a questo primo dato va tenuto altresì presente che la legislazione penitenziaria è come un gioco di scatole cinesi: abbiamo una legge formale (si tratta di un importante conquista risalente alla riforma del 1975); ad un livello inferiore c’è il regolamento d’esecuzione, che contiene una normativa di dettaglio rispetto alle singole previsioni legislative; al di sotto del regolamento d’esecuzione abbiamo poi il regolamento interno di ogni singolo carcere: fonte di grado inferiore, dalla quale però dipendono i concreti connotati della pena detentiva in quella determinata struttura carceraria. Se intervistato, un soggetto che sia stato ristretto in istituti diversi non dirà mai che esiste UNA pena detentiva, ma parlerà della pena detentiva scontata nel carcere A, di quella scontata nel carcere B, e via di seguito. E questa stratificazione normativa, dalla Legge al regolamento d’esecuzione fino al regolamento interno, genera inevitabilmente problemi di confusione, di sovrapposizione. Intendo dire che per lo studioso non c’è problema a capire che la legge è gerarchicamente superiore al regolamento d’esecuzione, che a sua volta è superiore al regolamento interno, ma nella prassi quotidiana delle carceri non è infrequente che i rapporti vengano sovvertiti.

Fermo restando questo dato di fatto, all’interno della popolazione detenuta ci sono poi delle sottocategorie per le quali le restrizioni dei diritti sono ancora più evidenti. Nel senso che a parte le restrizioni derivanti da situazioni oggettive (come l’aver commesso un reato di particolare gravità: ad esempio, sequestro di persona a scopo di estorsione) esistono delle limitazioni che non hanno la loro ragion d’essere nella pericolosità del detenuto, ma derivano dal suo appartenere ad una categoria, per così dire, "svantaggiata". Tra queste categorie possiamo menzionare certamente le donne, che sono "svantaggiate" perché rappresentano una percentuale molto esigua della popolazione detenuta, ed il carcere non è dimensionato sulle loro esigenze. E, accanto alle donne, un’altra componente che ha una consistenza statistica rilevante è quella rappresentata dai detenuti stranieri. Questi si trovano in una situazione oggettivamente diversa da quella degli italiani: generalmente non hanno accanto a sé una famiglia ad assisterli, e di conseguenza vengono spesso trasferiti nelle carceri sulle isole, proprio perché si ritiene che questo possa costituire un peggioramento delle condizioni per un italiano, mentre per uno straniero si ritiene che questo non sia peggiorativo delle sue condizioni.

Insomma, possiamo dire che lo straniero abbia una detenzione particolarmente afflittiva; da un lato, perché per lui l’ottenimento delle misure alternative è molto difficoltoso (per ragioni che vedremo in seguito); dall’altro lato, perché queste situazioni oggettive di cui parlavo non vengono compensate con concessioni che attenuino l’impatto delle limitazioni a cui è "fisiologicamente" sottoposto. Faccio solo un esempio: se un detenuto è straniero, per compensare la sua distanza dalla famiglia gli si potrebbe concedere un maggior numero di telefonate, e, nel caso di un detenuto sprovvisto di mezzi economici per fare telefonate all’estero, si potrebbe arrivare ad accordi con i rispettivi Paesi o riconoscergli la gratuità per un certo numero di telefonate. Questo non avviene, ed è solo uno degli elementi per cui gli stranieri vivono una condizione di detenzione molto diversa e molto più afflittiva rispetto a quella degli italiani.

 

Domanda:

Siccome stiamo parlando delle condizioni di vita nelle carceri, vorrei fare un passo indietro: all’inizio di questa intervista lei mi diceva che, anche se può sembrare paradossale, alcune strutture vecchie spesso risultano tecnicamente ideate e strutturate per consentire condizioni di vita più umane rispetto a carceri più recenti. La cosa mi ha colpito perché si tratta delle stesse parole usate, un paio di settimane fa, da un ex detenuto con esperienze di detenzione in svariati carceri. In quel momento a quella affermazione non ho dato troppo peso, ma sentire formulata la stessa osservazione da lei mi spinge a chiederle un breve approfondimento su questo aspetto, seppure marginale alla nostra inchiesta.

 

Prof. Della Casa:

Il discorso è questo: a mio avviso gli architetti che si occupano di edilizia penitenziaria progettano la funzionalità della struttura rispetto alle astratte esigenze di una corretta esecuzione della pena detentiva (ammesso che questo scopo venga raggiunto), e non rispetto alle esigenze di chi dovrà vivere in quella data struttura. Per cui mi è stato riferito che la vita per chi si trova in carceri costruite negli anni più recenti finisce con l’essere più disumanizzata; ad esempio perché il colore assolutamente dominante è il grigio (per questo e per altri numerosi e analoghi motivi si parla di "deprivazione sensoriale"); oppure perché vengono realizzati spazi in cui l’individuo "si perde", spazi che non favoriscono la socializzazione… Insomma, ho l’impressione che gli architetti che progettano queste strutture non tengano in sufficiente considerazione la qualità della vita degli individui che dovranno esservi ospitati, ma solo parametri rigorosamente "tecnici" e/o economici.

 

Domanda:

Tornando a discorsi più importanti rispetto alla nostra inchiesta: lei ha parlato di discrezionalità dei direttori delle carceri nelle varie strutture. Non sarebbe il caso che i diritti dei detenuti venissero salvaguardati attraverso l’istituzione di un organismo super partes? Per fare un esempio, mi sembra paradossale che un detenuto che, in ipotesi, lamenti un torto da parte di una guardia carceraria, debba sperare di vedere riconosciuta la propria ragione dalla sola "rettitudine morale" del direttore, ossia dello stesso soggetto che collabora strettamente con l’apparato di custodia e che, sempre in ipotesi, magari ha avallato quello che, a torto o a ragione, il detenuto ritiene essere stato un sopruso subito.

 

Prof. Della Casa:

Direi che la domanda sul come tutelare i diritti dei detenuti è centrale. Nel senso che possiamo avere dei testi legislativi anche molto avanzati, ma se restano lettera morta non servono a nessuno. L’importante è avere una legge avanzata, certo, ma ancora più importante è che questa legge preveda dei meccanismi di controllo sul riconoscimento effettivo dei diritti stabiliti dalla stessa. Da questo punto di vista l’Italia ha istituito la figura di un Magistrato, il quale in teoria ha il compito di intervenire laddove possono essersi verificate violazioni dei diritti dei detenuti. Quindi il sistema sembrerebbe poter funzionare, perché il detenuto non ha di fronte solo l’amministrazione penitenziaria (nella figura del direttore), ma ha la possibilità di rivolgere reclami ad un Giudice, che gli offre garanzie di imparzialità di giudizio. Questo sistema, però, ha funzionato solo in parte, per una serie di ragioni che si intrecciano fra loro e che è difficile sintetizzare. Una delle ragioni principali è questa: nel sistema ideato dal legislatore questo Magistrato doveva avere una frequentazione assidua del carcere, parlare direttamente con i detenuti, partecipare in modo continuativo alla vita del carcere su cui doveva vigilare. Questo non è avvenuto, e una delle ragioni è che il Magistrato, come formazione culturale, è un giurista, e può ritenere svilente occuparsi di questioni che nell’ambiente detentivo divengono invece di primaria importanza, quali possono essere la qualità del cibo, le condizioni igieniche delle celle, il fatto che l’acqua nelle docce sia fredda o che il numero delle docce sia scarso rispetto alla popolazione detenuta. In secondo luogo, il Magistrato che constatava la violazione di un diritto del detenuto non aveva i mezzi per intervenire direttamente e fare eseguire la propria decisione, ma doveva semplicemente indirizzare una relazione informativa ai vertici dell’amministrazione penitenziaria, che avrebbero dovuto provvedere di conseguenza. Sennonché nella stragrande maggioranza dei casi i vertici dell'amministrazione penitenziaria, pur sollecitati, sono rimasti inerti: ecco quindi un secondo fattore che (unito a quella scarsa propensione del Magistrato alla frequentazione di luoghi come le carceri) sta alla base di un’insufficiente tutela dei diritti all’interno delle carceri.

Proprio partendo da questa situazione di fatto, sono in discussione al Parlamento alcune proposte di legge che convergono verso un obbiettivo: quello di istituire una nuova figura di controllore all’interno delle carceri, che sarebbe il Difensore Civico delle persone private della libertà personale. Parlo di "persone private della libertà personale" in quanto questo Difensore Civico avrebbe diritto di accedere NON SOLO alle carceri, ma anche a quei luoghi ove vengono detenuti in attesa di espulsione i cittadini stranieri, o a quei luoghi – ad esempio, le c.d. "guardine" - ove vengono mantenuti (già in stato di privazione della libertà personale) i soggetti in attesa di essere trasferiti in carcere.

Questo Difensore Civico avrebbe il compito di intervenire PREVENTIVAMENTE, e di svolgere una azione di MEDIAZIONE tra custodi e custoditi al fine di scongiurare il verificarsi di quelle situazioni in cui si potrebbe configurare la violazione dei diritti del detenuto. Quindi, l’istituzione della figura del Difensore Civico (di nomina parlamentare), con compiti di mediazione e di catalizzatore di dialogo fra le due fondamentali componenti carcerarie, dovrebbe garantire dei passi in avanti in questo settore, analogamente a quanto è accaduto in altri Paesi (quali Gran Bretagna e USA) dove questa figura ha prodotto buoni risultati. E potrebbe rappresentare pure un incentivo per il Magistrato di Sorveglianza, al fine di rilanciare quel ruolo di garante che gli è stato affidato dal legislatore italiano del 1975.

 

Domanda:

Sempre restando al discorso dell’eccessiva discrezionalità di cui godono i direttori delle carceri, vorrei affrontare ora un tema più specifico, ossia quello delle cosiddette "domandine". Ancora prima di questo lavoro mi sono interessato alla storia di Sole e Baleno, i due anarchici suicidatisi in carcere nel 1998, dopo l’arresto nell’ambito delle indagini sugli attentati alla linea TAV della Val di Susa. Un particolare che mi colpì all’epoca (ma che ha assunto maggiore rilevanza interessandomi al "mondo carcere" in generale) fu la lettera di Sole, scritta dopo il suicidio di Baleno. In quella lettera la ragazza scriveva: "La galera e' un posto di tortura fisica e psichica, qua non si dispone di assolutamente niente, non si può decidere a che ora alzarsi, che cosa mangiare, con chi parlare, chi incontrare, a che ora vedere il sole. Per tutto bisogna fare una "domandina", anche per leggere un libro.". Sulle "domandine" di cui parlava Sole: come è possibile che il potere discrezionale dei direttori dei carceri sia così ampio? Come è possibile che una richiesta ritenuta concedibile in una data struttura sia ritenuta inaccettabile in un altro carcere? E, a tale proposito: ha qualche aneddoto curioso su qualche "domandina" (per usare il gergo carcerario) che sia stata respinta con motivi futili?

 

Prof. Della Casa:

La cosiddetta "domandina" costituisce un elemento fondamentale della quotidianità carceraria. Tutto quello che noi nella nostra vita siamo abituati a pensare come normale, all’interno del carcere diventa oggetto di una specifica concessione; così, ad esempio: io voglio tenere in cella un personal computer alimentato a batteria? Devo fare "la domandina". Voglio farmi arrivare dall’esterno un cibo o un prodotto di igiene personale che non è in vendita nello spaccio dell’istituto? Devo fare "la domandina", e così via… Quindi la "domandina" è il passaggio obbligato che il detenuto deve cercare di percorrere per rendere la sua vita detentiva leggermente più confortevole. Naturalmente queste istanze hanno come destinatario l’organo che deciderà sul loro accoglimento o meno: il direttore del carcere.

Se non sbaglio fu Adriano Sofri a scrivere che già nel termine "domandina" abbiamo una spia linguistica del grado di infantilizzazione del detenuto: una persona in carcere non formula richieste, ma "domandine", come un bambino che si rimette ad un’autorità imperscrutabile e di gran lunga superiore. Oltre a questa spia linguistica, abbiamo il fatto che queste "domandine", quando non vengono accettate, vengono il più delle volte respinte SENZA un'adeguata MOTIVAZIONE; anzi, direi che al di là del singolo direttore "illuminato", che spiega le ragioni di un determinato rigetto, le "domandine" vengono respinte con un NO secco e privo di motivazioni. Ed è questo l’aspetto più intollerabile per il detenuto; più ancora che il ricevere un rifiuto, è frustrante questa imperscrutabilità del potere che hai di fronte, l’essere soggetto ad un'entità onnipotente che non deve giustificare le proprie decisioni. Io credo che il principio della motivazione sia un principio che noi tutti esigiamo quando ci viene opposto un rifiuto: è un principio di civiltà che, nel caso del carcere, viene sistematicamente disatteso.

Mi chiedeva di aneddoti emblematici del "sistema delle domandine". Ricordo un caso che si colloca nell’epoca in cui direttore generale dell’amministrazione penitenziaria era il Dottor Coiro, un Magistrato che aveva cercato di limare talune asprezze della vita carceraria, inviando tra l’altro una circolare in cui si diceva che i detenuti avrebbero potuto tenere con sé in cella, previa autorizzazione del direttore, piccoli animali da compagnia, che avrebbero reso meno penosa la loro vita detentiva. Tra questi animali veniva citato l’esempio della vaschetta coi pesci rossi. Un detenuto (mi sembra del carcere di Alessandria), sulla scorta di questa circolare aveva rivolto un’istanza proprio per ottenere una vaschetta con uno o due pesciolini rossi, e questa "domandina" fu rigettata senza alcuna spiegazione delle ragioni che stavano alla base di tale rigetto.

In generale il discorso è che di fronte ad un rifiuto le vie da percorrere per un detenuto non sono molte: prima abbiamo parlato del Magistrato di Sorveglianza, ma non esiste "il diritto a tenere in cella un pesce rosso" o "il diritto di tenere con sé un PC"… Quel che intendo dire è che si tratta di richieste a largo raggio, riguardanti il più delle volte concessioni di piccola portata, che non possono essere regolamentate da un testo normativo; neppure con la pazienza di Giobbe si potrebbe compilare un testo che elencasse tutte le possibili richieste, e quindi è chiaro che un margine di discrezionalità resterà sempre. Una parziale soluzione al problema, a mio avviso, sarebbe quella di fare esercitare anche su queste "domandine" un potere di controllo da parte di un organo terzo.

 

Domanda:

Sempre dal caso di Ramon mi è nata una riflessione. Un’altra cosa appare grottesca nella sua storia: la condanna a tre anni di carcere per un furto d’auto… Non è mia intenzione discutere l’entità della pena (problema che, peraltro, starebbe "a monte" del sistema penitenziario): quel che intendo dire è che per un reato che non denota una particolare pericolosità sociale è il carcere in sè ad apparire totalmente inutile o addirittura controproducente (se l’obbiettivo è, come dovrebbe essere, il recupero del soggetto). Volevo quindi introdurre l’argomento delle "misure alternative". Da quanto mi risulta l’esigenza di alternative alla pena detentiva è da tempo materia di discussione in molti stati, i cui codici già prevedono una differenziazione di interventi, alternativi o integrativi alla limitazione della libertà, quali l’obbligo di prestazioni lavorative per pubblica utilità. In base alla sua esperienza: le risulta che queste alternative siano già applicate in molti Stati e (in caso di risposta affermativa) con quali risultati? E soprattutto: quale è la situazione da noi? Infine le volevo chiedere se anche in questo campo ci sia (ovviamente a parità di reato commesso) una disparità di trattamento fra italiani e stranieri, nel poter usufruire di queste misure alternative.

 

Prof. Della Casa:

Innanzitutto partirei da questa considerazione: a livello planetario si è ormai convinti che il carcere debba essere la pena cui si ricorre quando TUTTE le altre possibilità sono venute meno; e anche laddove si ricorra alla pena detentiva questa, nel corso del tempo, dovrebbe subire delle attenuazioni di carattere qualitativo che consentano di ridurre i danni insiti nella sua stessa natura. Ricordo che la pena detentiva è costosissima; e questo sia dal punto di vista economico (mediamente un giorno di detenzione costa allo Stato più di 100 €), sia dal punto di vista delle lacerazioni che provoca nel tessuto sociale. Insomma, anche a livello di legislazione internazionale si conviene sul fatto che la pena detentiva deve essere compressa il più possibile, e che al suo posto dovrebbero esistere delle misure che limitino la libertà personale del condannato in maniera meno totalizzante.

Le misure alternative nascono da questa consapevolezza: la pena detentiva si ritorce verso chi la espia, ma anche verso chi la infligge; nel senso che la risocializzazione attuata attraverso il carcere è una contraddizione in termini; questo perché non posso risocializzare una persona tenendola in un ambiente che ha caratteristiche antitetiche rispetto a quelle dell’ambiente dove dovrebbe tornare a vivere quella data persona. Le misure alternative nascono anche da questa consapevolezza e attualmente sono largamente presenti in tutti gli ordinamenti "evoluti".

Parlare della gestione di queste misure alternative ci porta a fare innanzitutto una distinzione fra due categorie di detenuti: quella di coloro per cui esse sono una possibilità concretamente a portata di mano, e quella di coloro per cui queste alternative restano un semplice miraggio. Nella prima fascia metterei i condannati italiani che non siano in una condizione particolarmente precaria. Parlo di un detenuto che ha adeguati supporti all’esterno del carcere, che dispone di una residenza da indicare nel caso gli vengano concesse queste misure alternative, che ha un nucleo familiare che si attiverà per procurargli un potenziale datore di lavoro, eccetera. Le misure alternative, infatti, vengono concesse dalla magistratura di sorveglianza proprio a quei soggetti che lasciano supporre che il loro reinserimento nella società sia concretamente possibile (ecco perché avere a disposizione un’abitazione e un posto di lavoro sono elementi di fondamentale importanza).

Se partiamo da questi presupposti capiamo perché gli stranieri (che invece di solito sono catapultati da noi "selvaggiamente" e non godono di supporti esterni) sono fra coloro che ricevono pochissime misure alternative, e quando le ricevono è perché, in determinati carceri, l’azione del volontariato supplisce alla mancanza di supporti socio-familiari. Questa del volontariato carcerario è una presenza che dovrebbe essere incrementata, anche se molto spesso il volontariato deve fare i conti con la struttura chiusa del carcere, che vede come un intruso chiunque si avvicina per operare al suo interno.

 

Domanda:

Secondo una convinzione generalizzata il sovraffollamento delle carceri è praticamente un "non problema", perché qualsiasi sistema carcerario tenderebbe al sovraffollamento in modo inevitabile. Questa domanda si collega alla precedente, in quanto mi risulta che, tanto per fare un esempio, in Svizzera, dove è costante l’utilizzo delle misure alternative, i posti-carcere siano liberi al 25%. La questione mi sembra fondamentale, perchè invece in Italia, accanto al sovraffollamento delle carceri (secondo il Ministero della Giustizia al luglio 2003 avevamo più di 56.000 detenuti presenti a fronte di una capienza stimata in 42.000 posti) abbiamo una carenza nel personale di polizia penitenziaria a disposizione, una carenza che spesso è stata segnalata con preoccupazione dagli stessi organismi sindacali. Volevo un suo parere in generale su questo problema del sovraffollamento: oltre all’utilizzo delle "misure alternative" di cui abbiamo già discusso, quali potrebbero essere le soluzioni a tale problema? E quale è il suo giudizio sul recente dibattito in Italia circa le misure "svuota-carceri", che ha prodotto il cosiddetto "indultino"?

Prof. Della Casa:

Il sovraffollamento carcerario è in effetti un problema che riguarda tutti i Paesi; nel senso che il carcere, nel momento stesso in cui esiste, tende ad essere sovrautilizzato. Il sovraffollamento per il carcere è stato paragonato alla cancrena di un arto per una persona: è qualcosa che paralizza il funzionamento e blocca l’istituzione stessa. Per fare un esempio di ciò che comporta il sovraffollamento basterà ricordare che esso significa l’automatica riduzione delle aree dedicate a spazi ricreativi, che vengono gradualmente assorbiti dall’esigenza di trovare nuovi "posti-letto". Significa più ore di permanenza in cella, perché gli spostamenti dei detenuti divengono più difficoltosi per la custodia e perché in una struttura sovraffollata c’è inevitabilmente una maggiore tensione allo stato latente che si ripercuote su ogni rapporto interpersonale.

Insomma, il sovraffollamento è una condizione deteriore che andrebbe assolutamente evitata. Andrebbe evitata ricorrendo innanzitutto ad un minore utilizzo della pena detentiva e della custodia cautelare in carcere. Quindi: anche nel corso di un processo i giudici dovrebbero usare misure cautelari diverse dalla custodia (ricordo che gli imputati in carcere si aggirano attorno al 40-45% della popolazione detenuta); e quando si giunge all’irrogazione della pena bisognerebbe innanzitutto ridurre il più possibile l’uso della pena detentiva per quanto concerne gli illeciti. Si parla molto di depenalizzazione, il che vuol dire che bisognerebbe lasciare colpiti da sanzione penale solo quei comportamenti oggettivamente gravi; ma noi utilizziamo ancora il codice (penale) fascista del 1930, che prevedeva solo la pena pecuniaria e quella detentiva, irrogata con grande generosità anche per comportamenti denotanti scarsa pericolosità sociale. Quindi il problema del sovraffollamento va risolto in partenza: in carcere devono entrare meno persone, perché una volta che vi sono entrate anche il sistema delle misure alternative costituisce una valvola di sfogo insufficiente.

Veniamo ora alla sua domanda sull’indultino. E’ bene premettere che un tempo, per ridurre il problema del sovraffollamento, in Italia avevamo lo strumento dell’amnistia e dell’indulto. Le amnistie si succedevano periodicamente e realizzavano l’obbiettivo di dare un po’ di respiro all’apparato carcerario. Parlo di "un po’ di respiro" perché si trattava pur sempre di una misura che non agiva sulle cause del problema; e, ripeto, non intervenendo sulle cause il sovraffollamento tenderà sempre a riproporsi periodicamente.

Ad un certo punto (legge cost. n.1/1992) è stata modificata la norma costituzionale (art.79 Cost.) che prevede la concessione dell’amnistia e dell’indulto, introducendo l’obbligo di maggioranze parlamentari qualificate per la loro concessione (due terzi di ciascuna Camera). Questa variazione ha impedito il coagularsi di maggioranze tali da arrivare alla concessione di provvedimenti generali di clemenza. Conseguentemente, negli ultimi tempi sono emerse parecchie pressioni per cercare comunque di limitare il sovraffollamento carcerario: ricordo tra le varie voci quella del Papa. Si è quindi cominciato a parlare dell’indultino; ossia di un provvedimento non pensato come un vero e proprio indulto (anche se indirizzato allo stesso obiettivo), che quindi non richiedeva per la sua approvazione maggioranze parlamentari qualificate, e che poteva costituire una sorta di "misura alternativa camuffata", permettendo comunque l’uscita di un certo numero di detenuti dal carcere. Ma anche nelle fasi di studio di questo provvedimento (varato poi nell’agosto 2003) abbiamo assistito ad un gioco di veti incrociati da parte di talune forze parlamentari, molte delle quali temevano di apparire, agli occhi dell’opinione pubblica, come "quelli che mettono fuori i delinquenti" , quelli a cui non sta a cuore il principio dell’effettività della pena (principio molto reclamizzato – tanto in Europa quanto al di là dell'Atlantico - che di solito garantisce sicuri vantaggi dal punto di vista elettorale). Questa situazione ha creato una sorta di paralisi nella discussione, per cui possiamo davvero dire che la montagna (ossia questo enorme parlare della necessità di un provvedimento di clemenza) ha partorito un topolino, ossia una legge tale per cui ne hanno beneficiato poche persone. E’ stato come somministrare ad un malato grave (il sistema carcerario italiano, con il suo sovraffollamento) un paio di aspirine…

 

Domanda:

Facciamo un passo indietro: nel suo racconto mi ha colpito molto la questione delle "domandine"; il fatto che il detenuto veda la sua vita quotidiana totalmente in balia di quanto può decidere il proprio direttore. Lei diceva che è auspicabile l’inserimento di una figura di controllo imparziale, e che però è praticamente impossibile stilare un regolamento che preveda la miriade di richieste che potenzialmente possono avanzare i detenuti, stabilendo per via regolamentare cosa sia possibile concedere. Questo è sicuramente comprensibile, ma su questo aspetto mi restano alcune perplessità: ripenso ancora alle parole di Sole che diceva che per leggere un libro ci vuole "la domandina"… E penso al racconto della mamma di Ramon: uno dei passaggi più toccanti è quando diceva "se mio figlio era malato perché non l’hanno curato?". Accostare il diritto alla lettura di un libro al diritto alla salute può sembrare azzardato, ma quel che intendo dire è che certi diritti non dovrebbero essere affidati al "buon cuore" o alla discrezionalità del direttore del carcere, ma dovrebbero rimanere diritti fondamentali dell’individuo, anche quando questi è un carcerato. Questo mi sembra naturale per una cosa banale come la lettura di un libro, e così pure per un diritto ancora più importante, come il diritto alla salute. Insomma, è proprio impossibile togliere certe concessioni al meccanismo della "domandina"?

 

Prof. Della Casa:

Ribadisco che in alcuni settori un margine di discrezionalità resta ineliminabile. Nel senso che la legge è un provvedimento generale ed astratto, che non può prendersi carico di tutte le situazioni. Ciò premesso, concordo sul fatto che a livello normativo bisognerebbe, tutte le volte che questo è possibile, produrre norme chiare e tassative che eliminino qualsiasi filtro nel riconoscimento di certi diritti, che devono operare automaticamente. Nella legge penitenziaria ci sono già settori in cui questo accade: per esempio, mentre in passato nelle carceri non poteva entrare la stampa (divieto che una volta operava indistintamente, poi per un certo periodo fu rivolto solo alla stampa politica) oggi esiste una norma che consente ai detenuti di ricevere quotidiani, libri e riviste che siano in libera vendita all’esterno. Questo è un diritto che può essere limitato solo per l’imputato che è sottoposto ad indagini (e che quindi, leggendo i giornali, potrebbe ricevere notizie utili per lui e controproducenti per l’inchiesta); ma anche in questo caso è il Magistrato (e non la struttura penitenziaria) a stabilire eventuali limitazioni.

Quel che voglio dire è che nel campo dell’informazione il diritto è stabilito direttamente dalla legge. Mentre già a livello di "colloqui" abbiamo una situazione meno favorevole; perché la legge dice che devono essere mantenuti i contatti con la famiglia eccetera, ma il numero esatto delle visite o dei colloqui di cui un detenuto può godere è contenuto nel regolamento d’esecuzione, per cui è come se scendessimo di un gradino nel "livello normativo". E così pure dicasi per altri specifici ed importanti settori.

Sono quindi d’accordo sul fatto che, in tutti i casi in cui questo è possibile (a cominciare dal numero dei colloqui) i diritti dovrebbero essere sanciti a livello di legge e non di regolamento, in modo da diminuire il margine di discrezionalità… Ma vorrei anche far notare che questo potrebbe rivelarsi per certi versi un’arma a doppio taglio, perché per modificare poi qualcosa stabilito da una Legge occorre che sia il Parlamento ad intervenire, mentre l’apportare varianti ad un regolamento avviene secondo procedure meno complesse.

Quello che a mio avviso non funziona nel sistema è un’altra cosa: il lasciare il detenuto (che nel carcere è un organismo evidentemente molto più debole dell'apparato che lo ha in carico) senza possibilità di attivare eventuali meccanismi di tutela. C’è una supremazia schiacciante dell’apparato penitenziario rispetto al singolo detenuto. Questa situazione è nella natura delle cose; credo che lo capisca bene chiunque abbia vissuto un’esperienza di degenza in ospedale e abbia sperimentato sulla sua pelle lo squilibrio riscontrabile tra il degente e lo staff medico: figuriamoci la situazione di un detenuto in un carcere! Proprio per questo, il detenuto non dovrebbe mai essere lasciato senza tutela; dovrebbe essere messo in grado di attivare una serie di controlli; e questo sia per il tramite del volontariato operante in carcere (che può essere visto anche come un canale attraverso cui si può esercitare il controllo sociale), sia soprattutto attraverso organismi quali il Magistrato di Sorveglianza o il Difensore Civico. E penso che l’esistenza stessa di questa rete di controlli potrebbe servire a scongiurare in anticipo alcuni atteggiamenti vessatori o comunque contrari alla legge che il singolo direttore o il singolo agente volessero, in ipotesi, assumere nei confronti di un detenuto.

 

Domanda:

Abbiamo accennato più volte al volontariato, all’importanza dei volontari nelle carceri. Vorrei chiudere questa intervista con alcune sue considerazioni su questo aspetto particolare del "mondo carcere" e, se possibile, con un suo "messaggio" generale su questo mondo, sconosciuto alla maggioranza delle persone.

 

Prof. Della Casa:

Secondo me una buona rete di volontariato sarebbe una componente importante nell’attuale sistema, e potrebbe riequilibrare la situazione della vita carceraria a favore dei detenuti, supplendo a certe diffuse carenze. Attualmente questo volontariato è prevalentemente di matrice cattolica, e questo è un dato che, a mio avviso, andrebbe riequilibrato; non che il volontariato cattolico non vada bene, ma avere componenti più variegate sarebbe decisamente positivo. Il fatto che non esista questa maggiore varietà nel volontariato potrebbe essere letto come una sottovalutazione del settore carcerario da parte di forze che, pur essendo "progressiste", hanno dimostrato storicamente una scarsa comprensione dei gravi problemi dell'istituzione carceraria.

C’è scarsa sensibilità da parte dell’opinione pubblica su questa materia. Penso a quando si era parlato del diritto alla sessualità all’interno del carcere: la prima risposta dell’opinione pubblica più o meno è stata questa: "beh, ma si tratta di gente che ha sbagliato… adesso dobbiamo dargli anche le camere matrimoniali?". Io credo che l'impostazione corretta per stabilire la "misura" dei diritti da riconoscere al detenuto sia questa: il detenuto mantiene in carcere TUTTI i diritti non incompatibili con l'esecuzione della pena detentiva. Il diritto alla sessualità non ha nulla di incompatibile con la pena detentiva; negarlo ha uno scopo meramente punitivo.

Secondo molti chi va a finire in carcere è un criminale a cui danno vitto e alloggio gratuiti, per cui può essere contento e non stare troppo a lamentarsi o a pretendere altro. Salvo che succeda qualcosa di eccezionale che vada a smuovere i "buoni" sentimenti e susciti la giusta commozione. E’ facile ottenere solidarietà da parte dell’opinione pubblica se si presenta ad essa il singolo caso "umano", ma il "problema carcere" non sta solo nel singolo detenuto che si suicida, ma anche nel soggetto che al suicidio ci ha pensato cinque-sei volte senza poi arrivare a commettere quel gesto…

Io penso che il carcere non dovrebbe essere qualcosa di cui si parla solo quando succede un evento commovente; si dovrebbe parlare maggiormente delle problematiche carcerarie, nella società civile. Il carcere non dovrebbe essere qualcosa che allontaniamo e confiniamo nell’angolo più oscuro della nostra coscienza, ma qualcosa che fa parte della nostra società, un’istituzione per il momento necessaria che dovremmo sforzarci tutti di migliorare. Perché il carcere non riguarda solo i detenuti e le loro famiglie, ma tutti noi; solo che troppo spesso ce ne dimentichiamo, e ce ne ricordiamo solo se un detenuto evade o si suicida. Il carcere, oggi come oggi, è un luogo utile solo per le facili commozioni: al posto della commozione sarebbe meglio un impegno civile, costante e continuo.

 

***

 

I FANTASMI DELLE CARCERI

di Sonia Benedetti

Sono migliaia i detenuti nelle carceri italiane; uomini e donne che, all’interno di quelle mura, vengono annullati dalla società come persone; così diventano fantasmi!

E questi scomodi fantasmi hanno tante storie da raccontare; sono storie che parlano di violazione, di discriminazione, di intolleranze, di negazione, di sofferenze dalle quali, spesso, questi uomini e queste donne trovano un solo sollievo: la MORTE! Infatti (come dice Adriano Sofri) la morte in carcere è "un altro modo per evadere"!

Sempre più suicidi nelle carceri italiane. E sono aumentati pure gli episodi di autolesionismo. Macabre statistiche di cui ci occuperemo ora (sempre grazie al costante monitoraggio dei casi realizzato dal sito www.ristretti.it) e che in fondo ci parlano solo di una realtà molto semplice: di un carcere che non funziona come istituzione.

I SUICIDI

 

Nelle carceri italiane i detenuti si tolgono la vita con una frequenza 19 volte maggiore rispetto alle persone libere e spesso in istituti dove le condizioni di vita sono peggiori.

Il numero maggiore di suicidi avviene:

-nel Sud e nelle isole

-nel reparto "G14" (infermeria) di Rebibbia (RM)

-nel Nord:

-carcere Marassi (GE) reparto malattie infettive

-carcere S.Vittore (MI) C.O.C. (reparto d’osservazione per tossicodipendenti)

-O.P.G. (Ospedale Psichiatrico Giudiziario)

 

I motivi che portano a questo ultimo gesto estremo del detenuto sono:

-le condizioni di isolamento

-i trasferimenti

-i ricoveri in psichiatria dove il paziente viene legato al letto attraverso cinghie ai polsi e alle caviglie e imbottito di sedativi

-perdita della dignità sociale del detenuto in attesa del processo (e non solo): le persone nel momento in cui vengono indagate sono immediatamente associate, da tutta la società, al crimine che presumibilmente hanno commesso

-la "qualità di vita" all’interno degli istituti penitenziari, resa inadeguata dalla mancanza di operatori, da un’assistenza sanitaria inefficiente, dal sovraffollamento (al 31 gennaio 2003, nelle 205 carceri italiane erano presenti 56250 detenuti, di cui 2509 donne. Vi sono però in totale 205 istituti, che hanno una capienza di 38878 uomini e 2446 donne, per un totale di 41324 "posti")

- il timore del reinserimento nella società al termine della pena

 

Circa il 31% dei deceduti è costituito da tossicodipendenti; per quanto riguarda l’età:

-circa il 36% ha un’età compresa tra i 20 e i 30 anni

-circa il 28% ha un’età compresa tra i 30 e i 40 anni

 

Il Regolamento Penitenziario all’art.77 prevede che il tentativo di suicidio in carcere è punito disciplinarmente (come avviene per l’autolesionismo, il tatuaggio e il piercing) in quanto infrazione per "negligenza nella pulizia e nell’ordine della persona o della camera" attraverso sanzioni decise dal Consiglio di disciplina quali: richiamo, esclusione dalle attività, isolamento; e in quanto infrazione disciplinare questo comporta la perdita dello sconto di pena per buona condotta (liberazione anticipata, nonostante il codice penale non consideri reato il tentativo di suicidio).

 

ASSISTENZA SANITARIA DISASTRATA

 

Oltre 100 detenuti l’anno muoiono per "cause naturali" nelle carceri italiane; a volte la causa ufficiale è:

-un infarto

-un malanno trascurato o curato male

-malattie croniche che portano ad un lungo deperimento

-scioperi della fame.

 

L’art.1 del Decreto Legislativo 230/99 sul riordino della medicina penitenziaria stabilisce che "i detenuti e gli internati hanno diritto, al pari dei cittadini in stato di libertà, alla erogazione delle prestazioni di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione, efficaci ed appropriate, sulla base degli obiettivi generali e speciali di salute e dei livelli essenziali ed uniformi di assistenza individuati nel piano sanitario nazionale, nei piani sanitari regionali ed in quelli locali".

L’art 146 del Codice Penale prevede il "rinvio obbligatorio dell’esecuzione della pena" quando il condannato è affetto da A.I.D.S. conclamata, o da grave deficienza immunitaria, o da un’altra malattia particolarmente grave per effetto della quale le sue condizioni di salute risultino incompatibili con lo stato di detenzione. L’incompatibilità si verifica quando la persona è in una fase della malattia così avanzata da non rispondere più (secondo le certificazioni del servizio sanitario penitenziario o di quello esterno) ai trattamenti terapeutici particolari in carcere.

L’art. 147 del Codice Penale prevede il "rinvio facoltativo dell’esecuzione della pena" per "chi si trova in condizioni di grande infermità fisica". La legge non dice nulla per definire meglio il concetto di "grave infermità fisica".

 

Detenuti tossicodipendenti e malati

Stando alla "Informativa urgente del Governo su un documento riguardante la situazione nelle carceri", illustrata dal ministro della Giustizia alla Camera dei deputati il 3 ottobre 2002, i reclusi affetti da HIV sono almeno 1401, di cui 192 con AIDS conclamata; circa 15000 sono affetti da virus epatici; sono sempre più numerosi i soggetti con forti disagi psichici; un terzo della popolazione carceraria è costituito da persone tossicodipendenti.

Al 30 giugno 2002, risultavano 15698 detenuti tossicodipendenti, 856 alcoldipendenti, 1552 in trattamento metadonico. Alla stessa data HIV erano 1401 (di cui 145 donne): 885 asintomatici, 324 sintomatici, 192 affetti da malattie indicative di AIDS.

 

Questi sono numeri che evidenziano la preoccupante situazione presente nelle carceri italiane, nelle quali intanto si verificano forti tagli ai fondi per le cure mediche e al personale specializzato. Secondo dati del luglio 2002, gli assistenti sociali in organico dovrebbero essere 1630, mentre i presenti sono 1235 (-395); gli educatori previsti in organico sono 1376, i presenti sono 557 (-819); psicologi: dei 95 previsti, risultano essere presenti soltanto in 4 (-91).

Si riscontrano carenze anche per il corpo di polizia penitenziaria rispetto all’organico. In servizio 42781 agenti di polizia penitenziaria, oltre a 7046 unità di personale amministrativo e tecnico (dovrebbero essere 10025).

Inoltre capita spesso che al carcere di destinazione di un detenuto non venga spedita la cartella clinica relativa. Ne consegue la sospensione forzata della terapia, l’annullamento dei risultati raggiunti e il rischio di andare incontro a gravi conseguenze.

E’ da segnalare inoltre come l’infermità psichica non rientri tra i motivi del possibile differimento della pena. Quando l’infermità è accertata nel processo l’imputato viene prosciolto per vizio di mente e, invece della condanna, subisce l’internamento nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario; se un condannato impazzisce durante la detenzione (o rende manifesta una malattia mentale preesistente) l’aspetta comunque il ricovero forzato in un O.P.G. Questa differenza di considerazione fra "malattia fisica" e "malattia mentale" deriva dal fatto che si ritiene che la prima, indebolendo fisicamente il soggetto, renda il detenuto meno pericoloso per la sicurezza sociale e che, al contrario, la malattia mentale rappresenti un elemento di maggior pericolo.

 

MORTI "PER CAUSE NON CHIARE" E PER OVERDOSE

 

Questa categoria può essere divisa in due gruppi; del primo fanno parte tutti quei casi nei quali la causa della morte non è circostanziata a sufficienza dall’informazione (ossia quei casi dove l’uso di termini generici quali "malore",