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RAMON E GLI ALTRI
Viaggio nel mondo delle carceri italiane
"Ramon e gli altri"
è un lavoro in costante evoluzione ed aggiornamento. Sarà
nostra cura aggiornare l’inchiesta periodicamente, ogni qualvolta
emergeranno altri casi specifici o altri dati di interesse generale
sull’argomento. Chi volesse formulare osservazioni o fornire il
proprio contributo è pregato di mandare una mail all’indirizzo info@ecomancina.com
prima versione: 14 marzo 2004
aggiornamento del 26 aprile 2004:
- sezione "UN ALTRO CARCERE E’
POSSIBILE?": aggiunta intervista al professor Franco Della
Casa, docente di diritto penitenziario all’Università di
Genova.
- sezione "ALTRE STORIE DI ORDINARIA INUMANITA’":
aggiunta intervista a E.G., ex detenuto.
aggiornamento del 6 luglio 2004:
- sezione "IL CARCERE VISTO DA…":
aggiunta intervista a SERGIO SEGIO.
aggiornamento del 27 settembre 2004:
- sezione "IL CARCERE VISTO DA…":
aggiunta intervista a LUIGI PAGANO, ex direttore del carcere di
San Vittore e oggi Provveditore regionale delle carceri lombarde.
aggiornamento del 28 gennaio 2005:
- aggiunta la sezione "IL CASO MARCELLO LONZI",
con intervista a MARIA CIUFFI, madre di Marcello Lonzi,
deceduto il giorno 11 luglio 2003 presso il carcere "Le
Sughere" di Livorno.
- aggiunta la sezione "L’OSPEDALE
PSICHIATRICO GIUDIZIARIO", con intervista al dottor ADOLFO
FERRARO, direttore dell’OPG di Aversa.
***
LA STORIA DI PATTY E DI RAMON…
di Francesco Barilli e Francesca Frizzi Maniglio
Genova, 28 dicembre 2003 – intervista a Patricia
Retamal
Domanda:
Vorrei che fossi tu a fare l’introduzione a
questa intervista, dicendo in breve chi sei e perché sei qui in
Italia.
Patty:
Mi chiamo Patricia Retamal. Sono arrivata in Italia
lo scorso 14 novembre, per mio figlio Ramon. Pochi giorni prima mi
avevano avvertito che era in coma e ne avevano già dichiarato la
morte cerebrale. Ramon aveva tentato il suicidio il 28 ottobre, mentre
era in carcere; era già morto il 13 novembre, mentre stavo arrivando
in Italia.
Domanda:
Quando e per quale reato era stato arrestato tuo
figlio Ramon?
Patty:
E’ stato arrestato nell’agosto 2001 per furto d’auto.
Lo hanno condannato a tre anni. Viveva a Genova e lo hanno incarcerato
all’istituto penitenziario di Marassi; dopo pochi mesi fu trasferito
al carcere di Iglesias, in Sardegna, dove si è ucciso.
Domanda:
Quali erano le sue condizioni a Marassi? Sei
riuscito a sentirlo, in quel periodo?
Patty:
Sì, lui mi scrisse. Disse che stava male, che
cominciava ad avere problemi di salute… Già a Marassi aveva tentato
per due volte il suicidio con il gas; aveva inalato il gas della
bombola per la cucina… Mio figlio stava male, ma invece di curarlo
lo hanno trasferito ad Iglesias…
Domanda:
C’è però un’altra cosa di cui tu mi hai
parlato tempo fa: a tuo figlio, mi dicesti, in carcere era stata
diagnosticata l’epilessia e prendeva delle medicine per quello.
Aveva mai mostrato dei sintomi, in precedenza? E questo tipo di
informazioni sul suo stato di salute ti arrivarono solo da lui o anche
da personale medico del carcere?
Patty:
Non aveva mai mostrato sintomi di epilessia; io ho
il ricordo di mio figlio come di un ragazzo pieno di vita… Che gli
avessero diagnosticato l’epilessia e che gli dessero dei farmaci per
quello l’ho saputo sempre e solo da lui, dalle sue lettere. Certo,
fui sorpresa del fatto che il personale dell’ospedale dove mio
figlio era morto dicesse invece che Ramon non era epilettico…
Domanda:
Tu mi hai detto che ad un certo punto tuo figlio,
dopo aver tentato il suicidio per due volte, da Marassi fu trasferito
al carcere di Iglesias. Ad Iglesias come cambiano, se cambiano, le sue
condizioni, sia dal punto di vista della salute che dal punto di vista
del suo morale?
Patty:
Lui diceva che lì non veniva curato. Che loro non
si preoccupavano del fatto che stava male. Tornando ai nostri
contatti, mio figlio mi scrisse una lettera firmandosi con un nome
falso (Michael Chavez), quando ancora era in carcere a Marassi. Io
risposi intestando la lettera al nome corretto (Ramon Carrasco Retamal)
ma la lettera mi tornò indietro perché a Marassi non risultava alcun
detenuto con quel nome.
In seguito lui mi rispose "Mamma, perché mi
hai scritto con quel nome?!". Allora io gli ho risposto seguendo
le sue indicazioni… Però questa è una cosa che non ho mai capito,
perché lui avesse deciso di dare un nome falso… Lui mi disse che in
parte era perché non aveva il passaporto, e soprattutto perché non
voleva che il suo vero nome venisse infangato, compromesso da questa
storia. Uscito dal carcere avrebbe voluto rifarsi una vita, con il suo
vero nome "pulito". Provai ancora ad insistere "Per
piacere, figlio mio, dì a quelli del carcere quale è il tuo vero
nome! Perché devi mentire su questo?" Lui mi rispose di
lasciarlo in pace e di non intromettermi; mi disse che ero sempre
preoccupata solo per la storia di quel nome… Io volevo andare al
Consolato, quando venni a sapere che Ramon era malato, ma mio figlio
mi scrisse in una lettera di non andare al Consolato, perché forse
sarebbe stato rimpatriato in Cile.
Domanda:
Nelle sue lettere cosa ti raccontava della sua vita
in carcere? Tu quante volte sei riuscito a contattarlo, e come?
Tramite lettere o ci furono anche telefonate?
Patty:
Telefonate no, mai. Non aveva il permesso per
telefonare a casa. Sulle sue condizioni, fu proprio in una lettera che
mi disse di essere sempre più depresso e che a Marassi aveva tentato
per due volte di uccidersi, con il gas. Risposi a quella lettera
implorandolo di non fare altre sciocchezze, dicendogli che a casa lo
pensavamo sempre e che lo aspettavamo… Dopo tre mesi lo mandarono in
Sardegna, per scontare il resto della pena. Dopo altri sette mesi fu
riportato a Genova, per il processo d’appello; mio figlio sperava di
ottenere i domiciliari o di poter scontare la restante pena in Cile,
ma la risposta fu negativa. Ricordo che mio figlio mi raccontò che in
quel breve periodo di ritorno a Marassi le guardie lo tenevano sotto
controllo costantemente, perché lì aveva tentato due volte il
suicidio; e che a Marassi non lo volevano, probabilmente proprio
perché lì aveva già tentato di ammazzarsi.
Domanda:
Sempre riguardo ad eventuali differenze fra Marassi
ed Iglesias: In Sardegna cambia la situazione, riguardo ai vostri
contatti? Riesci a telefonargli?
Patty:
No, anche in Sardegna le telefonate sono
impossibili, ma proseguono le lettere.
Domanda:
Lui ti dice qualcosa sulle sue condizioni? Ti parla
ancora dei suoi propositi di suicidio?
Patty:
Sì. C’è una lettera, che in questo momento non
ho (è in mano all’avvocato). In quella lettera dice che vuole
suicidarsi e che è disperato perché dopo l’appello non lo hanno
rimandato in Cile; che gli mancano le forze e che continua a cadere a
terra.
Domanda:
Una domanda purtroppo dolorosa ma inevitabile: come
hai saputo del suicidio di Ramon, e cosa hai potuto ricostruire dei
suoi ultimi giorni?
Patty:
Un mese prima della sua morte mi scrisse una
lettera; diceva che era molto triste e che avrebbe voluto vedere la
sua famiglia. Che non ce la faceva più, che non aveva più forze…
Però mi diceva di non piangere, che sapeva che continuavo a piangere,
ma che prima o poi sarebbe riuscito a tornare da me, in Cile. Mi
diceva che sentiva che stava diventando pazzo; che cominciava a
parlare da solo, a sognare morti che gli venivano a parlare, a sognare
di morte… Che era sempre solo, perché il suo compagno di cella (un
altro cileno) lavorava in carcere, ed aveva degli orari per cui non lo
vedeva mai… In quella cella solo due persone!… Non so perché non
l’abbiano portato in una cella con altre persone, o in infermeria…
Non l’hanno aiutato, hanno aspettato che s’ammazzasse… Mio
figlio ormai non era più lucido, si sentiva. Diceva che non riusciva
più a chiudere le palpebre… Non so, io penso che ormai fosse la sua
immaginazione malata a fargli credere certe cose…
Domanda:
Tu hai detto che tuo figlio stesso sentiva che la
sua salute mentale era a rischio. In un altro momento m’hai
raccontato che ad Iglesias furono le stesse guardie carcerarie a
bollarlo come "il pazzo", che ridevano di lui… Vorrei che
fossi tu a raccontare questo aspetto della storia di Ramon.
Patty:
Sì, mio figlio mi scrisse in un’altra lettera
che la polizia carceraria era inumana. Lo chiamavano "il
pazzo", e per questo lui non voleva più uscire dalla cella
(neanche in corridoio), perché tutti ridevano di lui, e questo non lo
sopportava… Quando era già morto ho conosciuto un signore, un
barista di quelle parti, che mi disse che le guardie, lì, si
ubriacano in continuazione; che chiedevano ai carcerati di procurargli
foto pornografiche o foto delle loro fidanzate nude in cambio di
sigarette o vino…
Domanda:
Tornando agli ultimi momenti di Ramon: mi racconti
come e quando sei venuta a sapere del suicidio?
Patty:
Mio figlio ha tentato il suicidio all’una di
pomeriggio del 28 ottobre scorso. Io l’ho saputo 10 giorni dopo. Mi
telefonò mio fratello, che vive in Italia. "Cerca di stare
tranquilla… ho una brutta notizia… Tuo figlio si è impiccato. E’
in coma e ne hanno già dichiarato la morte cerebrale". Fu mio
fratello a dirmi che era successo dieci giorni prima. Io non riuscivo
a crederci, e non riuscivo a capire perché fosse passato così tanto
tempo. "Al carcere non hanno avvisato nessuno", rispose mio
fratello. Mi disse che avevano cercato Lisa, la convivente di Ramon: i
carabinieri le avevano mandato un telegramma l’otto novembre,
dicendole che doveva contattare con urgenza il carcere di Iglesias, ma
senza dare altre spiegazioni.
Domanda:
E l’avvocato di Ramon? Anche a lui non furono
date notizie in quei primi dieci giorni?
Patty:
No, neanche l’avvocato Tambuscio sapeva nulla. La
prima notizia arrivò l’otto di novembre con quel telegramma… La
ragazza di Ramon chiamò subito il carcere di Iglesias, per chiedere
notizie, ma le dissero che Ramon non era più lì, e di chiamare
subito l’ospedale. Quando seppe che Ramon era già in coma anche
Lisa era disperata, e si domandò perché nessuno le avesse detto
niente, prima.
Domanda:
Sembra tutto assurdo ed ingiustificabile, ma l’amministrazione
penitenziaria come spiega quel ritardo?
Patty:
Lo giustifica sempre col fatto che Ramon aveva dato
false generalità. In carcere però avevano sicuramente un
"registro" della corrispondenza dei detenuti; avevano ben
presenti gli indirizzi di chi aveva scritto a Ramon, era impossibile
che non sapessero chi avvisare, indipendentemente dal fatto che Ramon
fosse registrato sotto falso nome. Le guardie avevano di sicuro gli
indirizzi e i numeri di telefono miei, di Lisa e dell’avvocato di
Ramon.
Domanda:
Tu quando arrivi in Italia?
Patty:
il 12 novembre, dopo aver raccolto i soldi
necessari per il biglietto aereo, sono partita da Talcahuano per
Nizza. Io arrivo a Nizza e poi ad Imperia, ma perdo la coincidenza per
Genova. Il 13 novembre Ramon muore in ospedale… Il 14 arrivo a
Genova e vengo a sapere che Ramon non c’è più…
Domanda:
Sei mai riuscita a parlare con personale del
carcere?
Patty:
Ho parlato con la signora Caterina, un’assistente
carceraria. Fu lei a venire a prendermi all’aeroporto. Mi disse in
maniera sbrigativa che dovevo dare l’autorizzazione per cremare il
corpo. Io non capii subito cosa intendesse. Caterina mi spiegò che
per mandare il corpo in Cile ci volevano molti soldi, e che era molto
più conveniente farlo cremare. Mi disse che se autorizzavo subito la
cremazione ci potevano pensare loro alle spese per un funerale
dignitoso. Io gli risposi che di un funerale "dignitoso" non
m’importava nulla! Quello che volevo sapere era come era morto mio
figlio… Caterina mi rispose che di spiegazioni ne avevano date già
abbastanza; che il carcere non aveva nessuna colpa, e che il
Magistrato aveva già archiviato l’inchiesta perché era tutto
chiaro, si era trattato di un "normale" suicidio…
Domanda:
Tu hai sentito il Magistrato in quei giorni?
Direttamente o tramite l’avvocato Tambuscio?
Patty:
No. E anche Tambuscio seppe della morte di Ramon
con grande ritardo. Quando lo sentii mi fece le condoglianze e mi
offrì tutto il suo aiuto, e mi confermò che anche lui non era stato
avvertito tempestivamente del gesto di Ramon.
Domanda:
Tornando a Caterina, che ti dà queste spiegazioni
molto generiche. Ti dice che l’inchiesta è già archiviata: quindi
tu ora sei già in possesso degli effetti personali di tuo figlio?
Patty:
No, al momento non ho nulla; tutto è ancora in
mano al Magistrato. Quando parlai con Caterina e le dissi che volevo
parlare col giudice mi rispose che non era importante, che il caso era
già chiuso. Un avvocato in Sardegna, in contatto con Tambuscio che è
di Genova, gli disse però che il caso NON ERA CHIUSO… Che se
avevano detto così a me era solo perché io non insistessi con altre
richieste. Penso che questo sia stato fatto per difendere l’amministrazione
del carcere, per evitargli problemi…
Domanda:
Mi viene spontanea una domanda: pur essendo
ignorante in queste procedure, se un caso di suicidio attiva l’interesse
di un Magistrato penso che la prima cosa da fare sia l’autopsia…
Tu però mi dicevi che non è stata disposta l’autopsia…
Patty:
Sì, anche a me sembrava naturale. Sono anche
queste risposte che mi attendevo: se mio figlio prendeva delle
pastiglie, se queste possono avere influito sulla sua salute, fisica e
mentale… Ma cosa è successo a Ramon nessuno me lo vuole dire. Alle
mie richieste è stato risposto sempre e solo "no, non si può
fare"… No, l’autopsia non si può fare perché non ci sono
fondati motivi; no, avere le lettere e gli effetti personali di mio
figlio non è possibile, perché è il Magistrato ad avere tutto…
Domanda:
Ci sono altre cose che ti senti di dire rispetto a
quella che è stata la tua "accoglienza", per così dire, in
Italia?
Patty:
Sono stata ospitata presso la Caritas per quattro
giorni. Dopo quei quattro giorni Caterina mi disse che non potevano
più ospitarmi, che tanto non c’era niente da fare per mio figlio,
se non firmare per la cremazione e andarmene... Io mi misi a piangere.
Volevo restare lì, non mi rassegnavo. Volevo vedere chiaro in quello
che era successo… Ma Caterina mi ha ripetuto che lì non potevo più
stare. Io mi domandavo il perché di quella insistenza. La Caritas non
dovrebbe essere così; la carità lo so anch’io cos’è: la carità
è amore, non è quello… Lei mi disse che se proprio non volevo la
cremazione, l’unico aiuto che poteva darmi la Caritas era pagarmi la
bara per portare il corpo in Cile… Sarebbe triste se, dopo averlo
detto, non facessero neppure quello…
Domanda:
A me sembra molto importante il discorso dell’isolamento
in cui è stato tenuto tuo figlio: il suicidio di Ramon mi sembra
dipendere moltissimo dalle condizioni in cui è vissuto in carcere. Ma
vorrei che tu mi dicessi cosa è significato PER TE vivere un anno e
mezzo senza avere contatti con tuo figlio, e se hai mai riflettuto sul
fatto che se anche tu fossi arrivata in Italia prima, quando era
ancora vivo, probabilmente non avresti potuto vederlo… Non potervi
parlare, non potervi dare conforto reciproco, cosa è significato per
te?
Patty:
Ricordo i primi tempi in cui Ramon era arrivato in
Italia: mi telefonava in continuazione. Cercava di andare avanti in
questo nuovo Paese, anche se diceva che non era facile trovare
opportunità di lavoro in Italia, per quelli come lui che non avevano
il permesso di soggiorno, e che non poteva neppure tornare a casa
perché non aveva soldi per il biglietto aereo. Da quando è entrato
in carcere non ho più potuto sentire la sua voce… E questo mi
mancava, molto… Se a mio figlio fosse stata concessa la possibilità
di telefonare anche dal carcere, sarebbe stato diverso; perché
sentire la voce della tua famiglia è molto importante. Con le lettere
è diverso: le lettere tardano dieci, quindici giorni… Se lui mi
avesse detto con la sua voce che era così disperato da pensare al
suicidio avrei potuto dirgli qualcosa per farlo desistere… Avrei
potuto dirgli almeno quanto gli volevo bene, forse sarebbe bastato…
Domanda:
Vuoi dire qualcosa per finire questa intervista,
lasciare un tuo messaggio a chi ci sta ascoltando?
Patty:
Sì. Vorrei dire qualcosa a "quelli che
comandano" le carceri in Italia, a quelli che stanno attenti solo
"all’ordine" nelle carceri; a quelli che lavorano in quell’ambiente:
che devono pensare anche al lato affettivo dei detenuti. Vorrei dire a
questi signori che anche loro hanno dei figli… e i figli crescono, e
noi non sappiamo a quali scelte li può portare la vita. Io ho
guardato il vostro modo di vivere, i vostri bambini, e so che siamo
tutti uguali… Io Ramon ricordo come l’ho allevato, lo ricordo come
un ragazzo allegro e pieno di vita… Io dico che la vita è qualcosa
che Dio ti dà ed è Dio che ti deve togliere.
"Ci sono le leggi", loro dicono… Io
dico che le leggi si possono cambiare: che chi ha il potere per
cambiarle deve preoccuparsi anche della salute mentale dei detenuti,
non solo di dar loro da mangiare tutti i giorni. Devono dare un aiuto
anche psicologico a quei ragazzi, non solo rinchiuderli in una cella,
con due persone, con una sola ora al giorno per uscire in cortile…
Perché adesso che è successo a me io non trovo le parole per dire
quanto mi fa male la morte di mio figlio… Ora sono qui, in un paese
straniero, senza soldi, e spero solo che qualcuno mi aiuti per l’unica
consolazione che mi è rimasta: riportare il corpo di mio figlio in
Cile. In una bara, ma riportarlo dalla sua famiglia, non lasciarlo qui…
Mi hanno detto di stare zitta, ma io non sto zitta, io voglio la
verità. Perché so che lì, in quel carcere dove è morto mio figlio,
si sono uccisi anche altri ragazzi, troppi… Lì succede qualcosa di
strano, e la giustizia non fa nulla. E allora voglio fare qualcosa io,
non solo per mio figlio, ma anche per gli altri che si sono ammazzati,
lì…
***
Abbiamo scelto di aprire questa inchiesta con l’intervista
a Patty, madre di Ramon. Le sue parole ci sono sembrate la migliore
introduzione possibile a questo nostro "viaggio nel mondo delle
carceri italiane", un viaggio che non ha la pretesa di mostrare
un quadro esaustivo di quel mondo, ma il solo scopo di amplificare un
grido di dolore e di allarme troppo sommesso e che fino ad oggi è
giunto ad orecchie distratte.
Il caso di Ramon ci è sembrato emblematico. Ne
siamo venuti a conoscenza praticamente per caso: persino gli organi di
controinformazione on line, sempre attenti e sensibili a queste
tematiche, non ne hanno dato notizia; il suo nome non figura neppure
tra le statistiche dei suicidi nelle carceri che un sito come www.ristretti.it
(lodevolmente impegnato da anni nel documentare le condizioni di vita
nelle carceri italiane, e dal quale abbiamo attinto molte informazioni
utili per la nostra ricerca) tiene costantemente aggiornate. E’ bene
precisare che nelle nostre parole non c’è alcuna critica né ai
siti di controinformazione né a ristretti.it (che anzi
ringraziamo per la mole di dati a cui abbiamo potuto attingere per la
nostra ricerca): il silenzio sulla vicenda di Ramon non è da imputare
certo a loro distrazione o superficialità. La verità è molto più
complessa ed inquietante: il ragazzo cileno rappresenta un simbolo di
quell’umanità sommersa che affolla le nostre carceri; un mondo che
resta troppo distante proprio da quella società civile alla quale le
carceri dovrebbero guardare con attenzione, nell’ottica di un futuro
reinserimento dei detenuti.
Che la nostra società sia strutturata in classi è
una verità contestabile solo da chi sceglie di non vedere la realtà
quando scomoda. Che questa strutturazione si rifletta, in modo anche
più rigido, in un microcosmo quale è il carcere appare altrettanto
naturale… Chiunque abbia il coraggio e la voglia di guardare a quel
microcosmo lontano e scomodo può dunque immaginare che anche nelle
carceri esistono cittadini di serie A e di serie B. Ma se con quel
coraggio e quella voglia riusciamo ad andare oltre la superficie del
"problema carceri" ci accorgeremo che la stratificazione
sociale va ben più a fondo. Esiste una serie C di detenuti, e anche
oltre… Potremmo parlare, come nel caso di Ramon, di una sorta di
"desaparecidos all’italiana". Di uomini che in carcere non
vengono privati della sola libertà, ma pure dei diritti fondamentali
che vanno garantiti ad ogni uomo in quanto "soggetto di
diritti", indipendentemente dalle colpe di cui si può essere
macchiato. Detenuti che vivono in uno stato di totale isolamento dal
mondo e dai propri affetti, che possono ricevere visite o fare
telefonate con estrema difficoltà…
Se la retorica vorrebbe che il carcere abbia
compiti non solamente punitivi, ma anche finalizzati al recupero ed al
reinserimento dei soggetti nella società, la realtà appare molto
diversa. Ed è nostra opinione che la "società civile" stia
accettando supinamente, o addirittura approvando in modo strisciante,
il giro di vite che negli ultimi anni si è voluto dare al sistema
carcerario italiano. Il clima di insicurezza e di precarietà in cui
viviamo, in gran parte alimentato ad arte dai media e da certe forze
politiche, ci fa forse sembrare che il semplice e rigido isolamento di
chi ha sbagliato sia un prezzo accettabile (o addirittura necessario)
per ottenere maggiore sicurezza. Che poi questa riduzione dei diritti
dei detenuti concretizzi davvero una maggiore sicurezza resta tutto da
dimostrare. Sembra invece che quella riduzione dei diritti si traduca
in un’ulteriore brutalizzazione dei detenuti, con conseguenti minori
possibilità di futuro reinserimento degli stessi nella società.
***
IL CASO MARCELLO LONZI
di Francesco Barilli
L’11 luglio 2003, al carcere "Le
Sughere" di Livorno, moriva Marcello Lonzi, 29 anni, detenuto con
ancora pochi mesi di pena da scontare. Secondo l’autopsia la morte
sarebbe avvenuta per cause naturali (infarto), ma quasi subito sono
nati forti dubbi sulla versione ufficiale. Su denuncia della madre del
detenuto, il PM Roberto Pennisi aprì un fascicolo contro ignoti, per
omicidio: la morte di Marcello sarebbe avvenuta, secondo la denuncia,
in seguito ad un violento pestaggio, come evidenzierebbero pure le
foto dell’autopsia. In data 10 dicembre 2004 il GIP ha però accolto
la richiesta di archiviazione presentata dal PM, escludendo ipotesi
diverse dalle "cause naturali" per il decesso.
Del caso Lonzi ci siamo già occupati, pubblicando
una lettera firmata da Sergio Segio (Gruppo Abele di Milano), Patrizio
Gonnella (Coordinatore nazionale di Antigone), Franco Corleone
(Garante dei diritti dei detenuti di Firenze), Ornella Favero
(Ristretti Orizzonti). La trovate qui: http://www.ecomancina.com/lonzi.htm
E’ con viva convinzione che aderiamo all’appello
finale di quella lettera, in cui si chiedeva la fattiva collaborazione
dei media nel seguire una vicenda che, al di là del provvedimento di
archiviazione, presenta molti aspetti a dir poco inquietanti. Forniamo
il nostro contributo con un’intervista a Maria Ciuffi, madre
di Marcello Lonzi.
Pisa, 22 gennaio 2005 – intervista a Maria Ciuffi
Domanda:
Quando fu arrestato Marcello, e per quale reato?
Maria Ciuffi:
Fu arrestato il 3 gennaio 2003, per tentato furto.
Lo portarono in Questura, dove fu anche picchiato… Tengo a precisare
che su questo aspetto non mi sono mai soffermata più di tanto: forse
è vero che al momento dell’arresto aveva bevuto e che fece
resistenza, per cui certe conseguenze possono essere comprensibili…
Ma il punto è un altro, come ho già detto altre volte ad altri
giornali: mio figlio non era un santo, ma non doveva morire in
carcere. Aveva preso una condanna per 8 mesi, aveva ancora pochissimo
da scontare; presto sarebbe entrato in una comunità, ed aveva tutta
la vita davanti…
Domanda:
Dal 3 gennaio, momento dell’arresto, fino al
giorno della sua morte, tu riuscisti a vedere tuo figlio in carcere?
Maria Ciuffi:
No, mai.
Domanda:
Ma ti furono posti degli ostacoli alle visite o ci
furono altri motivi?
Maria Ciuffi:
Ti dico la verità: all’inizio io e Marcello ci
scrivevamo spesso, ed era lui a non volere mie visite, temeva che io
ne soffrissi troppo. Poi, dopo molte insistenze, fu lui a dirmi di
andare; un giorno mi recai a Livorno, e trovai in attesa di una visita
a mio figlio anche lo zio di Marcello e la sua compagna: ci dissero
però che in quel momento mio figlio era a colloquio con la sua
convivente. Provai ad insistere: io venivo da Pisa, la convivente era
anche lei detenuta, per cui mi sembrava naturale che Marcello potesse
vedere noi, mentre il colloquio con la convivente poteva avvenire in
un momento successivo, ma il rifiuto degli addetti fu fermissimo;
ricordo che ci fu anche un breve alterco con le guardie, a causa delle
nostre insistenze. In sostanza non riuscii mai a vederlo: pochi giorni
dopo quel tentativo di visita lui era morto.
Domanda:
Nelle lettere che ti aveva inviato cosa ti
raccontava della sua vita in carcere?
Maria Ciuffi:
Mi scriveva che alle "Sughere" non si
trovava bene; che aveva continue discussioni con le guardie
carcerarie, che lo avevano già messo diverse volte in isolamento.
Domanda:
Ma questi alterchi con le guardie fino a dove
arrivavano, stando alle sue lettere? Ti parlò mai di maltrattamenti?
Maria Ciuffi:
Penso che i problemi fra lui e le guardie fossero
caratteriali. Devi sapere che io glielo avevo sempre detto:
"Marcello, tu se vai in carcere ci muori…". Lui aveva un
carattere che non poteva sopportare la reclusione... Però quel che
voglio dirti è questo: per quanto ho potuto sapere in seguito da
altri detenuti, Marcello non si era mai "comportato male"
con le guardie. I problemi nascevano quando lui faceva delle richieste
e il personale penitenziario gli negava le risposte, o gliele faceva
sospirare. Ovviamente sto parlando di cose importanti, non di
richieste banali; penso all’orario delle terapie. Da quanto ho
capito, per farti un esempio, loro se ne fregavano se tu dovevi
prendere il metadone ad una data ora, e magari passavano con ore di
ritardo… Ed è chiaro che in quel momento nasce la protesta del
detenuto e la conseguente reazione delle guardie.
Domanda:
Veniamo ora, purtroppo, all’aspetto più
doloroso: tuo figlio muore l’11 luglio. Tu quando vieni avvertita?
Maria Ciuffi:
Il giorno dopo. Alle 13,20 circa.
Domanda:
E come venne giustificato o spiegato quel ritardo?
Maria Ciuffi:
Guarda, a dire il vero la cosa ancora più
terribile è che io non fui avvertita ufficialmente DA NESSUNO,
neppure al pomeriggio del giorno successivo… Da me non vennero né
carabinieri, né questura, né mi telefonò il personale del
penitenziario… Io lo venni a sapere dalla zia di mio figlio. E anche
lei fu avvertita verso le 10 del mattino successivo al decesso. Ti
racconto un episodio che può chiarirti ancora meglio il clima di quei
momenti. Io conoscevo, già prima della morte di Marcello, Maurizio
Silvestri, giornalista di cronaca de "Il Tirreno". Lui
conosceva sia me che mio figlio, ma non sapeva che Marcello portava il
cognome del padre (Lonzi) e non il mio (Ciuffi). Maurizio lo vidi il
12 luglio, e mi disse che già dalle 22,00 del giorno precedente nella
redazione del Tirreno circolava la voce che un ragazzo era morto in
carcere; tanto è vero che, prima di chiudere l’edizione del
giornale, avevano lasciato spazio su una pagina per inserire la
notizia, e aspettavano la telefonata dal carcere, per avere dettagli.
La telefonata arrivò alle 23,20 e Silvestri si recò alle Sughere;
nei primi momenti, mi disse, si parlava di un suicidio, poi di un
infarto, e mi raccontò che trovò in corso una durissima protesta da
parte dei detenuti della sesta sezione (cosa sempre smentita dal
direttore del carcere). Quindi già da quella sera il nome del ragazzo
morto era di dominio pubblico (tanto è vero che il mio amico
giornalista mi avrebbe potuto avvertire, se solo avesse potuto
collegare il cognome di Marcello a me). Ma nessuno pensò di chiamare
me o qualcuno della famiglia, fino al giorno dopo. E nessuno ha mai
giustificato, neanche successivamente, quel ritardo; e questo
nonostante io sia di Pisa e gli altri familiari addirittura di Livorno,
vicino al carcere…
Domanda:
E tu ti sei fatta un’idea sul perché di quel
ritardo?
Maria Ciuffi:
Di cose, sulla morte di mio figlio, ne ho pensate
tante, e ci torneremo in seguito… Sul ritardo mi sono fatta questa
idea: che lui sia addirittura morto prima, fra le 17 e le 18. Non
potendolo portare fuori, hanno aspettato la sera, e tutti gli altri
ritardi vengono di conseguenza. Io penso che Marcello quella sera non
abbia neppure cenato. Infatti mi sono sempre chiesta perché abbiano
rifiutato di eseguire gli esami tossicologici, nonostante avessero
prelevato alcuni organi vitali proprio a quello scopo: malgrado una
nostra esplicita richiesta di esecuzione, quegli esami non sono stati
mai eseguiti, e gli organi prelevati sono sempre a Pisa, benché io
abbia chiesto che mi siano resi.
Domanda:
Tornando all’immediatezza dei fatti: tu vieni a
sapere della morte di Marcello; nei primi momenti si parla di
suicidio, poi di decesso naturale. Come reagisci, in quelle ore?
Maria Ciuffi:
Mi precipitai subito da Pisa al carcere di Livorno.
L’ipotesi di suicidio, conoscendo mio figlio, mi sembrava totalmente
irreale; e pure l’infarto, in un ragazzo giovane e in salute, mi
destava dubbi enormi. Era il pomeriggio del 12 luglio, quando arrivai
alle "Sughere"; ricordo che mi lasciarono fuori in attesa
per più di un’ora. Io non mi intendevo affatto dei
"meccanismi" o delle "gerarchie" del carcere;
volevo parlare con qualcuno che mi spiegasse cos’era accaduto, ma
tutti si sottraevano alle mie richieste. Finalmente, verso le 14,30,
mi portarono in direzione. Chiesi di vedere il corpo di mio figlio, ma
mi risposero che non era possibile, perché il corpo si trovava già
all’esterno del carcere e stavano facendo l’autopsia… Anche
questa, a pensarci ora, è una cosa molto strana: nessuno mi aveva
avvisato, nessuno mi aveva detto che era mio diritto fare assistere
all’autopsia un medico di mia fiducia. Più tardi mi dissero che
"dovevo essere io a pensarci". Ma come ci dovevo pensare?!
In quel momento, dopo che neppure mi avevano avvertito?!… Mio figlio
riuscii a vederlo solo il giorno successivo, 13 luglio, composto nella
bara. Il giorno dopo lo seppellirono.
Domanda:
Quando hai visto il corpo ti sono venuti subito i
dubbi sulla versione ufficiale? Hai visto le ferite?
Maria Ciuffi:
Ti dirò un particolare che mi è rimasto impresso.
Io ero fuori, in attesa che lo componessero nella bara. Uscirono dalla
sala due addetti che l’avevano vestito. In quell’atrio non ero
sola, per cui loro non fecero caso alla mia presenza: non potevano
sapere che ero la madre di Marcello, e parlottavano fra loro; sentii
che dicevano: "hai visto che buco aveva nella testa,
quello?". Quando mi avvicinai per chiedere spiegazioni se ne
andarono subito, senza rispondermi.
Un altro particolare tragico che ricordo è che,
quando lo vidi nella bara, aveva una striscia di sangue che emergeva
sul petto, dalla camicia bianca; e non fui la sola a vederla, quella
striscia di sangue… Mi sembrava totalmente innaturale…
Però, per tornare al senso della tua domanda, a
dirti il vero non pensai subito alle guardie. All’inizio pensai ad
una lite con qualche detenuto. Il momento cruciale venne in seguito,
quando venni in possesso del referto dell’autopsia con relative
foto; mostrai il tutto a Silvestri, il giornalista del Tirreno di cui
ti ho parlato. Vedendo le foto lui me lo disse subito: c’erano vere
e proprie striature viola sulla pelle; quelli erano i segni di botte,
date con un manganello o con un bastone. In quei frangenti fui
avvicinata anche dall’avvocato di mio figlio. Nel suo ufficio mi
disse chiaramente che Marcello era stato picchiato. Io gli chiesi se
sapeva il nome dei detenuti che l’avevano fatto. Lui mi guardò
stupito: "Ma quali detenuti?!", mi disse, "sono state
le guardie, mentre era in isolamento". Aggiunse che a dargli
quella notizia erano stati 4 suoi assistiti, detenuti nella sesta
sezione, quella di Marcello, e che quei quattro erano disposti a
parlare col Magistrato. Ma poi di quelle testimonianze non vidi più
nulla…
Domanda:
C’è un momento in cui hai deciso di parlare tu
con altri detenuti?
Maria Ciuffi:
Molti di loro vennero spontaneamente a cercarmi,
quando uscivano dal carcere. Mi ha fatto piacere, certo, ma alla fine
quando gli chiedevo di andare a dire le stesse cose al Magistrato si
tiravano indietro. Se c’è una cosa che ho imparato dalla mia
vicenda è che l’omertà non è solo, come si dice, una prerogativa
del sud; a volte per menefreghismo, a volte per paura, ma l’omertà
c’è anche qui da noi, eccome se c’è! Pensa anche all’archiviazione
successiva: è basata essenzialmente su quello che ha dichiarato il
compagno di cella di Marcello. Lui disse che le guardie erano accorse
subito, che era presente un medico e che Marcello fu prontamente
soccorso… Il punto è che quella stessa persona, una volta uscita
dal carcere, mi ha raccontato una versione ben diversa: mi disse che
aveva dovuto urlare per più di mezz’ora e praticargli lui la
respirazione bocca a bocca, e che quando arrivarono le guardie non c’era
nessun medico…
Domanda:
E a proposito dei maltrattamenti in generale al
carcere "Le Sughere" cosa ti dicevano quei detenuti?
Maria Ciuffi:
Da quanto m’hanno raccontato erano un’abitudine.
A volte avveniva per punizione, a volte in seguito a banali
discussioni: qualche guardia magari aveva bevuto e alla prima
discussione con un detenuto prendeva il malcapitato e lo portava via
per pestarlo…
Domanda:
Veniamo ad un aspetto solo apparentemente
secondario nella tua vicenda. Tu, ad un certo punto, decidi di non
accontentarti delle versioni ufficiali, e chiedi che le autorità
approfondiscano quanto accaduto. E questa mi sembra una richiesta
pienamente naturale e legittima, alla quale anche l’amministrazione
penitenziaria dovrebbe sentirsi in dovere di rispondere… Ho saputo
che, invece, tu sei stata oggetto di iniziative
"discutibili" ed al limite dell’intimidazione; penso
soprattutto ad una lettera, che ho vista pubblicata su Indymedia, in
cui si parla di contatti da te cercati per inscenare azioni
dimostrative davanti al penitenziario. Volevo sapere qualcosa di più
sull’argomento.
Maria Ciuffi:
Devi sapere questo: io all’inizio ero
completamente sola; non solo "umanamente", ma pure nelle mie
rivendicazioni. Poi una sera mi arrivò una telefonata da un altro
giornalista del Tirreno; mi disse che il giorno successivo c’era il
processo a Paolo Dorigo, e che ci sarebbe stata pure una
manifestazione. Mi disse che anche in quell’occasione si protestava
per pestaggi e maltrattamenti subiti in carcere: io decisi di andare,
e mi presentai col carteggio dell’autopsia di mio figlio. Trovai
diversi giovani, principalmente di centri sociali (c’erano i ragazzi
del Godzilla di Livorno, ma anche tanti che venivano da Pisa, Bergamo,
Milano…). Gli mostrai le foto, gli parlai del mio caso, ed ottenni
subito la loro solidarietà. C’era anche l’avvocato Trupiano: fu
in quell’occasione che lo conobbi e lui mi offrì la sua assistenza
(in modo totalmente spontaneo e disinteressato, e di questo voglio
ringraziarlo di cuore…).
Poi devi sapere che io, periodicamente, porto un
mazzo di fiori fuori dal carcere. La prima volta andai da sola (e
dovetti pure discutere con le guardie: chiesero se avevo il permesso
del Comune per lasciare i fiori sul suolo pubblico…); l’anno
successivo furono proprio i ragazzi dei centri sociali a dirmi che non
sarei più dovuta andare da sola. E’ questo che voglio dirti: grazie
a quei ragazzi io non ero più sola, e questo probabilmente ha dato
fastidio a qualcuno… Tu pensa che la lettera di cui tu parli io non
l’avevo neppure vista direttamente: l’ho scoperta tra le carte del
fascicolo su Marcello. Ed è una lettera assurda: si sostiene, in
sostanza, che io cercherei appoggi e sostegno nell’area
anarco-insurrezionalista. In realtà io devo dire innanzitutto che non
si tratta di "terroristi", ma di ragazzi che mi hanno
offerto aiuto e solidarietà spontaneamente, senza che io li cercassi
o proponessi loro delle iniziative. E, tengo a precisare, per me la
vicenda di Marcello non è una "questione politica", ma solo
una ricerca della verità su quanto accaduto.
Domanda:
Immagino che per te sia difficile uscire dalla
dimensione personale della vicenda di Marcello, però penso che tu
(seguendo il caso di tuo figlio, parlando con altri detenuti eccetera)
ti sia fatta anche un’idea del carcere più in generale…
Maria Ciuffi:
Sicuramente sì, ed è un’impressione orribile.
Se posso parlare "bene" di un carcere, per quella che è la
mia esperienza, posso farlo parlando della struttura di Lucca. Molto
umani coi detenuti e anche coi loro familiari; lì c’è rispetto e
comprensione, mentre a Pisa o a Livorno… Tu pensa che ora anche il
mio attuale compagno è in carcere. In un primo tempo lo mandarono
proprio a Livorno. Ricordo che, ad un colloquio, hanno fatto una
vigliaccata che non scorderò mai. Ci misero a sedere ad un tavolino;
lui mi disse: "stai tranquilla, ma ora guarda alle mie spalle:
quelle sono le famose celle di isolamento, quelle dei pestaggi…".
Mi avevano messo lì affinchè io potessi vedere. Io guardavo le celle
e mi dicevo che era in una di quelle che avevano picchiato mio figlio…
Mi interessai subito per un trasferimento del mio compagno, e lo
mandarono a Lucca, dove (come ti dicevo) le condizioni di vita dei
detenuti sono migliori.
Comunque anche il mio compagno, durante la sua
permanenza a Livorno, ha scoperto alcune cose interessanti su
Marcello. Mi raccontò di un detenuto che ebbe una discussione con le
guardie; gli intimarono di uscire dalla cella, e lui rispose:
"sì, così mi fate quel che avete fatto a Lonzi…". Il mio
compagno, durante l’ora d’aria, si avvicinò a quel detenuto
(ovviamente senza presentarsi e senza dire che sapeva chi era
Marcello), chiedendo cosa fosse successo a quel certo Lonzi. Quel
detenuto rispose: "l’hanno menato e l’hanno ammazzato";
poi, ovviamente, anche questo ragazzo ha ritrattato tutto.
Domanda:
Mi rendo conto che è difficile farti questa
domanda… Ma, dopo l’archiviazione, hai ancora speranze nella
Giustizia? Ed hai speranze, parlando più in generale, nelle
istituzioni (so che il caso di tuo figlio è arrivato anche in
Parlamento, attraverso alcune interrogazioni a cui il ministro
Castelli ha risposto in modo a dir poco vago…)?
Maria Ciuffi:
Te lo dico col cuore: io prima nella Giustizia ci
credevo, moltissimo. Ora no, assolutamente. Poi tieni conto che, da
quando sono entrata in "questo mondo", oltre alla storia di
mio figlio io ho potuto vedere tante cose. Ho visto che chi ha i soldi
ottiene i permessi, i privilegi, più rispetto nel carcere... Io
invece non arriverò mai a sapere la verità; o, per meglio dire, non
vedrò mai riconosciuta ufficialmente la verità che so già. Mio
figlio l’hanno picchiato fino ad ammazzarlo, questo lo so; quello
che vorrei sapere è il chi e il perché. Vorrei guardare in faccia
queste persone e chiedergli il perché di tutta quella violenza… No,
nella giustizia non posso più credere. Quando hanno archiviato il
procedimento l’ho detto subito: me l’hanno ammazzato un’altra
volta.
Per quanto riguarda Castelli: il Ministro parlò di
lesioni che Marcello aveva riportato al momento dell’arresto…
Certo, mio figlio quando è entrato in carcere aveva un ematoma al
ginocchio e un taglio, ma erano ferite banali e dovute alla
colluttazione al momento dell’arresto, quindi SEI MESI PRIMA della
morte. Io al ministro Castelli ho scritto, ma non mi ha risposto. Ho
scritto anche a Ciampi, il cui ufficio invece, correttamente, mi ha
risposto promettendo interessamento… ma senza che quella lettera
avesse un seguito pratico…
Ma ti voglio raccontare un episodio che secondo me
spiega bene la situazione. Tempo fa mi proposero una fiaccolata in
memoria di Marcello. Se ne interessarono i ragazzi di Pisa, quelli del
Godzilla, e quelli di Rifondazione/Livorno, arrivammo anche ad un paio
di contatti con l’ARCI, sempre a Livorno. Il responsabile dell’ARCI
giunse a dirmi: "lei però mi assicura che nessuno poi se ne esca
con slogans offensivi tipo secondino assassino?". Io restai a dir
poco sorpresa: non sono "il capo" di quei ragazzi come
facevo a dare un’assicurazione del genere? Allora il responsabile
dell’Arci mi disse che non poteva darmi il suo appoggio: se
succedeva qualcosa con che faccia, mi disse, avrebbe potuto tornare
dai responsabili del carcere, con cui aveva sempre contatti?
Questo, mi sembra, era il punto, e glielo dissi. Se
lui (che entrava ed usciva liberamente dal carcere) aveva "timore
reverenziale" verso la direttrice e le guardie, come pensava
potessero vivere i detenuti? Quali limiti possono esistere per persone
che vivono in un rapporto di inferiorità palese rispetto all’amministrazione
del carcere?
Inutile aggiungere che la fiaccolata non fu fatta…
Domanda:
… Ma, immagino, questo non vuol dire che tu ti
fermi nella tua battaglia…
Maria Ciuffi:
Guarda, io lo dissi sinceramente al Dott. Pennisi:
"non provi ad archiviare; avevo solo quel figlio, e non ho più
nulla da perdere"… No, non lascio correre una cosa così. E’
troppo grossa, non è da me…
***
A proposito del seguito che potrà avere la
vicenda, riporto quanto ha affermato l’avvocato Vittorio Trupiano:
"Il figlio di Maria, per la storia di cui suo malgrado è
stato protagonista, è ora patrimonio di tutta l'umanità. Io di
questa turpe storia giudiziaria sono stato anche testimone per cui,
con o senza Maria, nessuno mi impedirà di portarla avanti al C.S.M.,
alla Corte Europea, alla Commissione antitortura in forza a questa, e
davanti ai giudici di Genova competenti a giudicare i loro colleghi di
Livorno se qualcuno li denuncia penalmente".
Ringrazio Maria Ciuffi e l’Avvocato Vittorio
Trupiano per la pazienza e la disponibilità che mi hanno concesso.
Gli auguro che la loro battaglia di verità e giustizia possa avere
pieno successo; e questo sia per quanto concerne il risalto mediatico
che merita la vicenda, sia per quanto attiene i risultati pratici
presso le sedi competenti.
***
UN ALTRO CARCERE E’ POSSIBILE?
di Francesco Barilli e Francesca Frizzi Maniglio
Da un articolo del Magistrato Giovanni Tamburino
(fonte: www.ristretti.it): "Il corrispondente canadese
del nostro Dipartimento penitenziario si chiama Servizio Correzionale
del Canada, in sigla S.C.C. Nei documenti che il S.C.C. diffonde in
patria e all’estero, la sua missione fondamentale viene descritta
con queste parole: Il Servizio correzionale del Canada, quale parte
del sistema della giustizia penale e nel riconoscimento del primato
del diritto, contribuisce alla protezione della società incitando i
delinquenti a diventare cittadini rispettosi delle leggi, nel tempo in
cui esercita su di essi un controllo ragionevole, sicuro e
umano".
Solo belle parole? Non crediamo… Non crediamo che
quelle parole vogliano dire che il carcere in Canada sia una specie di
paradiso terrestre; di sicuro non esiste un solo sistema penitenziario
in cui il carcere sia qualcosa di diverso da un’esperienza
difficile, sia per chi lo subisce sia per chi ci lavora. Ma quelle
parole testimoniano un approccio al "problema carcere"
distante anni luce da quello italiano. Da noi il carcere è visto solo
come una sorta di pattumiera dove la società smaltisce i propri
"rifiuti". I diritti dei carcerati sono visti come diritti
di serie B, o comunque qualcosa di sacrificabile per ottenere una
(presunta…) maggiore sicurezza per la società. In Canada, restando
alla enunciazione di principio del S.C.C., quei diritti non sembrano
dimenticati, anzi!, risultano centrali nella gestione del mondo dei
detenuti. E il carcere sembra avere una missione ben più alta che
quella dello "smaltimento dei rifiuti della società"…
Ma è davvero utopistico pensare che un modello di
carcere "più umano" sia inapplicabile da noi? Le esigenze
di una maggiore sicurezza sono davvero incompatibili con il rispetto
dei diritti fondamentali dell’individuo?
In questa sezione affronteremo proprio questo
argomento, grazie ad un’intervista al professor Franco Della Casa,
docente di diritto penitenziario all’Università di Genova.
Genova, 14 marzo 2004 – intervista al professor
Della Casa
Domanda:
Una domanda generica, ma che mi sembra inevitabile
per aprire la nostra chiacchierata: come giudica le condizioni di vita
dei detenuti nelle carceri italiane rapportate a quelle negli altri
paesi cosiddetti "civili"?
Prof. Della Casa:
Per quanto riguarda le condizioni di vita dei
detenuti in Italia direi che, a partire dalla riforma del 1975, c’è
stato un progresso non solo sul piano normativo, ma anche a livello di
strutture; nel senso che alcune strutture ottocentesche sono state via
via sostituite da altre di concezione più moderna (anche se devo dire
che l’architettura delle carceri moderne può risultare, per certi
aspetti, più disumana di quella delle vecchie strutture).
Facendo un paragone con altri ordinamenti che
abbiano un grado di evoluzione paragonabile a quello italiano, direi
che dal punto di vista normativo la situazione italiana si colloca in
una fascia alta della "classifica"; mentre dal punto di
vista delle condizioni materiali restano ancora dei progressi da
realizzare; anche se leggendo storie di "cattiva detenzione"
che provengono da Paesi quali Francia o Gran Bretagna ritengo che,
tutto sommato, l’Italia si collochi in una posizione più avanzata.
Se estendiamo l’analisi agli USA il discorso è
diverso; nel senso che negli Stati Uniti (ferma restando una serie di
limitazioni molto intense verso i soggetti ritenuti ad alta
pericolosità sociale) esistono strutture logistiche migliori. Per
fare un esempio, credo che al lettore che segua questa materia non
sarà sfuggito che Silvia Baraldini, pur essendo molto contenta di
essere rientrata in Italia ad espiare il resto della pena inflittale
negli USA, faceva notare che dal punto di vista delle attività
risocializzanti aveva subito un regresso rispetto alla situazione
vissuta in America. Tutto questo, ovviamente, rispetto agli ultimi
tempi di detenzione negli USA, in cui la Baraldini ha vissuto una vita
carceraria migliore rispetto a quella incontrata poi a Rebibbia, e non
certo rispetto al primo periodo di detenzione, quando era ristretta in
un carcere di massima sicurezza.
Domanda:
Abbiamo aperto la nostra inchiesta con la storia di
Ramon, ragazzo cileno suicidatosi nel carcere di Iglesias dove
scontava una pena per furto d’auto. Nella sua storia molte cose
lasciano perplessità. Fra queste ce n’è una di cui abbiamo parlato
anche nell’introduzione: la mancanza di notizie apparse sui media,
anche su quelli "alternativi" e molto attenti a queste
tematiche. Lei ritiene che i dati (già comunque allarmanti) su
suicidi e/o morti "sospette" nelle carceri italiane siano
attendibili, o si tratta di cifre sottostimate?
Prof. Della Casa:
Il problema degli atti di autolesionismo e, a
maggior ragione, quello dei suicidi all’interno delle carceri, siano
essi tentati o consumati, è davvero molto grave… Non possiamo
ritenere che i dati ufficiali siano esatti, ma sottostimati. Una delle
ragioni principali per cui si verifica questa cattiva circolazione
delle notizie è data dal fatto che il carcere nasce e
"vegeta" come istituzione separata. Uno dei requisiti
fondamentali che sta alla base del suo mantenimento è proprio questa
separazione; e quando parlo di separazione non mi riferisco solo all’aspetto
fisico (quindi i muri, le sbarre che impediscono di evadere), ma anche
a quel "muro" (invisibile ma altrettanto consistente quanto
i muri di cemento) che impedisce la circolazione delle notizie dall’interno
all’esterno.
Per quanto riguarda il problema dei suicidi, uno
studioso che si è interessato di questo aspetto è stato Luigi
Manconi, il quale recentemente ha pubblicato sulla rivista
"Politica del diritto" un articolo ricco di indicazioni.
Sono state ripetutamente presentate su questo tema anche alcune
interrogazioni parlamentari, ma la risposta politica ufficiale è
stata una "difesa d’ufficio" dell’Amministrazione
Penitenziaria che è in sostanza questa: è vero che il tasso di
suicidi in carcere è più alto rispetto a quello rilevato tra la
popolazione non detenuta, ma questo sarebbe da rapportare alla
tipologia di persone che finiscono nel carcere. Una simile difesa d’ufficio
parte da questo assunto: il carcere – su questo non c'è dubbio -
funziona come una sorta di "discarica sociale", per cui i
soggetti detenuti presenterebbero una maggiore
"predisposizione" al suicidio. Però rimane il fatto che il
tasso di suicidi nella popolazione carceraria è incomparabilmente
più alto rispetto a quello presente nella popolazione non detenuta…
Domanda:
C’è un altro aspetto nel caso di Ramon che mi ha
sollevato grande indignazione: le limitazioni subite per quanto
concerne diritti alle visite e alle telefonate. Credo che anche quelle
limitazioni abbiano contribuito a rendere insostenibile per il ragazzo
la propria vita nel carcere, spingendolo al suicidio. A livello di
questi diritti (telefonate, visite ecc.) come siamo giudicabili, nel
paragone con altri paesi europei o comunque di cultura
"occidentale"? E come siamo giudicabili riguardo all’equità
con cui consentiamo di esercitare questi diritti (paragonando la
condizione dei detenuti di nazionalità italiana con quella degli
stranieri)? Chiedo questo perché, perlomeno dal caso di Ramon, viene
il sospetto che i detenuti stranieri nelle nostre carceri ottengano
questi diritti con molte difficoltà in più rispetto a quelle
incontrate dai "colleghi" di nazionalità italiana…
Prof. Della Casa:
Per parlare dei diritti dei detenuti, da un punto
di vista puramente teorico dovremmo cominciare col fare una
distinzione all’interno del carcere fra coloro che sono imputati (e
godono ancora della presunzione di non colpevolezza) ed i già
condannati. Da un punto di vista teorico, dicevo, perché in realtà
la maggior parte degli istituti ammassa indistintamente al proprio
interno gli imputati e i condannati, i detenuti con basso grado di
pericolosità sociale e quelli con pericolosità medio/alta. Questo è
un primo dato importante, perché spiega la confusione che si crea all’interno:
di fatto le esigenze di sicurezza in un dato carcere vengono
"misurate" in base al soggetto più pericoloso ospitato in
quel dato carcere; e questo si ripercuote negativamente su persone che
potrebbero senz’altro godere di una detenzione più aperta e con
maggiori diritti.
Il problema dei diritti dei detenuti a mio avviso
è importantissimo; anche perché ritengo che in Italia ci si sia
concentrati prevalentemente su quei detenuti che possono uscire dal
carcere grazie alle misure alternative, e ci si sia disinteressati un
po’ troppo delle condizioni di vita di quei soggetti che (per una
ragione o per l’altra) in carcere ci devono rimanere, e
conseguentemente sono sottoposti a tutta una serie di pesanti
limitazioni.
Per quanto riguarda i diritti dei detenuti,
possiamo distinguere due livelli nel nostro sistema penitenziario. Il
primo è quello del riconoscimento legislativo dei diritti della
persona privata della libertà personale: da questo punto di vista la
nostra legge penitenziaria risente della sua "data di
nascita", il 1975, anno in cui su questo tema c’era una
sensibilità sicuramente inferiore rispetto ad oggi. Conseguentemente
le norme che prevedono delle situazioni soggettive in capo ai detenuti
sono state formulate in termini non cogenti per le autorità
carcerarie, ma lasciano a tali autorità ampi margini di
discrezionalità. In altre parole, già nel linguaggio usato dal
legislatore notiamo un tono ben poco tassativo al riguardo: non si
dice "a Tizio VA riconosciuto il diritto di…", ma si usano
espressioni del tipo "a Tizio PUO’ ESSERE consentito di…".
Accanto a questo primo dato va tenuto altresì
presente che la legislazione penitenziaria è come un gioco di scatole
cinesi: abbiamo una legge formale (si tratta di un importante
conquista risalente alla riforma del 1975); ad un livello inferiore c’è
il regolamento d’esecuzione, che contiene una normativa di dettaglio
rispetto alle singole previsioni legislative; al di sotto del
regolamento d’esecuzione abbiamo poi il regolamento interno di ogni
singolo carcere: fonte di grado inferiore, dalla quale però dipendono
i concreti connotati della pena detentiva in quella determinata
struttura carceraria. Se intervistato, un soggetto che sia stato
ristretto in istituti diversi non dirà mai che esiste UNA pena
detentiva, ma parlerà della pena detentiva scontata nel carcere A, di
quella scontata nel carcere B, e via di seguito. E questa
stratificazione normativa, dalla Legge al regolamento d’esecuzione
fino al regolamento interno, genera inevitabilmente problemi di
confusione, di sovrapposizione. Intendo dire che per lo studioso non c’è
problema a capire che la legge è gerarchicamente superiore al
regolamento d’esecuzione, che a sua volta è superiore al
regolamento interno, ma nella prassi quotidiana delle carceri non è
infrequente che i rapporti vengano sovvertiti.
Fermo restando questo dato di fatto, all’interno
della popolazione detenuta ci sono poi delle sottocategorie per le
quali le restrizioni dei diritti sono ancora più evidenti. Nel senso
che a parte le restrizioni derivanti da situazioni oggettive (come l’aver
commesso un reato di particolare gravità: ad esempio, sequestro di
persona a scopo di estorsione) esistono delle limitazioni che non
hanno la loro ragion d’essere nella pericolosità del detenuto, ma
derivano dal suo appartenere ad una categoria, per così dire,
"svantaggiata". Tra queste categorie possiamo menzionare
certamente le donne, che sono "svantaggiate" perché
rappresentano una percentuale molto esigua della popolazione detenuta,
ed il carcere non è dimensionato sulle loro esigenze. E, accanto alle
donne, un’altra componente che ha una consistenza statistica
rilevante è quella rappresentata dai detenuti stranieri. Questi si
trovano in una situazione oggettivamente diversa da quella degli
italiani: generalmente non hanno accanto a sé una famiglia ad
assisterli, e di conseguenza vengono spesso trasferiti nelle carceri
sulle isole, proprio perché si ritiene che questo possa costituire un
peggioramento delle condizioni per un italiano, mentre per uno
straniero si ritiene che questo non sia peggiorativo delle sue
condizioni.
Insomma, possiamo dire che lo straniero abbia una
detenzione particolarmente afflittiva; da un lato, perché per lui l’ottenimento
delle misure alternative è molto difficoltoso (per ragioni che
vedremo in seguito); dall’altro lato, perché queste situazioni
oggettive di cui parlavo non vengono compensate con concessioni che
attenuino l’impatto delle limitazioni a cui è
"fisiologicamente" sottoposto. Faccio solo un esempio: se un
detenuto è straniero, per compensare la sua distanza dalla famiglia
gli si potrebbe concedere un maggior numero di telefonate, e, nel caso
di un detenuto sprovvisto di mezzi economici per fare telefonate all’estero,
si potrebbe arrivare ad accordi con i rispettivi Paesi o riconoscergli
la gratuità per un certo numero di telefonate. Questo non avviene, ed
è solo uno degli elementi per cui gli stranieri vivono una condizione
di detenzione molto diversa e molto più afflittiva rispetto a quella
degli italiani.
Domanda:
Siccome stiamo parlando delle condizioni di vita
nelle carceri, vorrei fare un passo indietro: all’inizio di questa
intervista lei mi diceva che, anche se può sembrare paradossale,
alcune strutture vecchie spesso risultano tecnicamente ideate e
strutturate per consentire condizioni di vita più umane rispetto a
carceri più recenti. La cosa mi ha colpito perché si tratta delle
stesse parole usate, un paio di settimane fa, da un ex detenuto con
esperienze di detenzione in svariati carceri. In quel momento a quella
affermazione non ho dato troppo peso, ma sentire formulata la stessa
osservazione da lei mi spinge a chiederle un breve approfondimento su
questo aspetto, seppure marginale alla nostra inchiesta.
Prof. Della Casa:
Il discorso è questo: a mio avviso gli architetti
che si occupano di edilizia penitenziaria progettano la funzionalità
della struttura rispetto alle astratte esigenze di una corretta
esecuzione della pena detentiva (ammesso che questo scopo venga
raggiunto), e non rispetto alle esigenze di chi dovrà vivere in
quella data struttura. Per cui mi è stato riferito che la vita per
chi si trova in carceri costruite negli anni più recenti finisce con
l’essere più disumanizzata; ad esempio perché il colore
assolutamente dominante è il grigio (per questo e per altri numerosi
e analoghi motivi si parla di "deprivazione sensoriale");
oppure perché vengono realizzati spazi in cui l’individuo "si
perde", spazi che non favoriscono la socializzazione… Insomma,
ho l’impressione che gli architetti che progettano queste strutture
non tengano in sufficiente considerazione la qualità della vita degli
individui che dovranno esservi ospitati, ma solo parametri
rigorosamente "tecnici" e/o economici.
Domanda:
Tornando a discorsi più importanti rispetto alla
nostra inchiesta: lei ha parlato di discrezionalità dei direttori
delle carceri nelle varie strutture. Non sarebbe il caso che i diritti
dei detenuti venissero salvaguardati attraverso l’istituzione di un
organismo super partes? Per fare un esempio, mi sembra paradossale che
un detenuto che, in ipotesi, lamenti un torto da parte di una guardia
carceraria, debba sperare di vedere riconosciuta la propria ragione
dalla sola "rettitudine morale" del direttore, ossia dello
stesso soggetto che collabora strettamente con l’apparato di
custodia e che, sempre in ipotesi, magari ha avallato quello che, a
torto o a ragione, il detenuto ritiene essere stato un sopruso subito.
Prof. Della Casa:
Direi che la domanda sul come tutelare i diritti
dei detenuti è centrale. Nel senso che possiamo avere dei testi
legislativi anche molto avanzati, ma se restano lettera morta non
servono a nessuno. L’importante è avere una legge avanzata, certo,
ma ancora più importante è che questa legge preveda dei meccanismi
di controllo sul riconoscimento effettivo dei diritti stabiliti dalla
stessa. Da questo punto di vista l’Italia ha istituito la figura di
un Magistrato, il quale in teoria ha il compito di intervenire laddove
possono essersi verificate violazioni dei diritti dei detenuti. Quindi
il sistema sembrerebbe poter funzionare, perché il detenuto non ha di
fronte solo l’amministrazione penitenziaria (nella figura del
direttore), ma ha la possibilità di rivolgere reclami ad un Giudice,
che gli offre garanzie di imparzialità di giudizio. Questo sistema,
però, ha funzionato solo in parte, per una serie di ragioni che si
intrecciano fra loro e che è difficile sintetizzare. Una delle
ragioni principali è questa: nel sistema ideato dal legislatore
questo Magistrato doveva avere una frequentazione assidua del carcere,
parlare direttamente con i detenuti, partecipare in modo continuativo
alla vita del carcere su cui doveva vigilare. Questo non è avvenuto,
e una delle ragioni è che il Magistrato, come formazione culturale,
è un giurista, e può ritenere svilente occuparsi di questioni che
nell’ambiente detentivo divengono invece di primaria importanza,
quali possono essere la qualità del cibo, le condizioni igieniche
delle celle, il fatto che l’acqua nelle docce sia fredda o che il
numero delle docce sia scarso rispetto alla popolazione detenuta. In
secondo luogo, il Magistrato che constatava la violazione di un
diritto del detenuto non aveva i mezzi per intervenire direttamente e
fare eseguire la propria decisione, ma doveva semplicemente
indirizzare una relazione informativa ai vertici dell’amministrazione
penitenziaria, che avrebbero dovuto provvedere di conseguenza.
Sennonché nella stragrande maggioranza dei casi i vertici
dell'amministrazione penitenziaria, pur sollecitati, sono rimasti
inerti: ecco quindi un secondo fattore che (unito a quella scarsa
propensione del Magistrato alla frequentazione di luoghi come le
carceri) sta alla base di un’insufficiente tutela dei diritti all’interno
delle carceri.
Proprio partendo da questa situazione di fatto,
sono in discussione al Parlamento alcune proposte di legge che
convergono verso un obbiettivo: quello di istituire una nuova figura
di controllore all’interno delle carceri, che sarebbe il Difensore
Civico delle persone private della libertà personale. Parlo di
"persone private della libertà personale" in quanto questo
Difensore Civico avrebbe diritto di accedere NON SOLO alle carceri, ma
anche a quei luoghi ove vengono detenuti in attesa di espulsione i
cittadini stranieri, o a quei luoghi – ad esempio, le c.d.
"guardine" - ove vengono mantenuti (già in stato di
privazione della libertà personale) i soggetti in attesa di essere
trasferiti in carcere.
Questo Difensore Civico avrebbe il compito di
intervenire PREVENTIVAMENTE, e di svolgere una azione di MEDIAZIONE
tra custodi e custoditi al fine di scongiurare il verificarsi di
quelle situazioni in cui si potrebbe configurare la violazione dei
diritti del detenuto. Quindi, l’istituzione della figura del
Difensore Civico (di nomina parlamentare), con compiti di mediazione e
di catalizzatore di dialogo fra le due fondamentali componenti
carcerarie, dovrebbe garantire dei passi in avanti in questo settore,
analogamente a quanto è accaduto in altri Paesi (quali Gran Bretagna
e USA) dove questa figura ha prodotto buoni risultati. E potrebbe
rappresentare pure un incentivo per il Magistrato di Sorveglianza, al
fine di rilanciare quel ruolo di garante che gli è stato affidato dal
legislatore italiano del 1975.
Domanda:
Sempre restando al discorso dell’eccessiva
discrezionalità di cui godono i direttori delle carceri, vorrei
affrontare ora un tema più specifico, ossia quello delle cosiddette
"domandine". Ancora prima di questo lavoro mi sono
interessato alla storia di Sole e Baleno, i due anarchici suicidatisi
in carcere nel 1998, dopo l’arresto nell’ambito delle indagini
sugli attentati alla linea TAV della Val di Susa. Un particolare che
mi colpì all’epoca (ma che ha assunto maggiore rilevanza
interessandomi al "mondo carcere" in generale) fu la lettera
di Sole, scritta dopo il suicidio di Baleno. In quella lettera la
ragazza scriveva: "La galera e' un posto di tortura fisica e
psichica, qua non si dispone di assolutamente niente, non si può
decidere a che ora alzarsi, che cosa mangiare, con chi parlare, chi
incontrare, a che ora vedere il sole. Per tutto bisogna fare una
"domandina", anche per leggere un libro.". Sulle
"domandine" di cui parlava Sole: come è possibile che il
potere discrezionale dei direttori dei carceri sia così ampio? Come
è possibile che una richiesta ritenuta concedibile in una data
struttura sia ritenuta inaccettabile in un altro carcere? E, a tale
proposito: ha qualche aneddoto curioso su qualche
"domandina" (per usare il gergo carcerario) che sia stata
respinta con motivi futili?
Prof. Della Casa:
La cosiddetta "domandina" costituisce un
elemento fondamentale della quotidianità carceraria. Tutto quello che
noi nella nostra vita siamo abituati a pensare come normale, all’interno
del carcere diventa oggetto di una specifica concessione; così, ad
esempio: io voglio tenere in cella un personal computer alimentato a
batteria? Devo fare "la domandina". Voglio farmi arrivare
dall’esterno un cibo o un prodotto di igiene personale che non è in
vendita nello spaccio dell’istituto? Devo fare "la
domandina", e così via… Quindi la "domandina" è il
passaggio obbligato che il detenuto deve cercare di percorrere per
rendere la sua vita detentiva leggermente più confortevole.
Naturalmente queste istanze hanno come destinatario l’organo che
deciderà sul loro accoglimento o meno: il direttore del carcere.
Se non sbaglio fu Adriano Sofri a scrivere che già
nel termine "domandina" abbiamo una spia linguistica del
grado di infantilizzazione del detenuto: una persona in carcere non
formula richieste, ma "domandine", come un bambino che si
rimette ad un’autorità imperscrutabile e di gran lunga superiore.
Oltre a questa spia linguistica, abbiamo il fatto che queste
"domandine", quando non vengono accettate, vengono il più
delle volte respinte SENZA un'adeguata MOTIVAZIONE; anzi, direi che al
di là del singolo direttore "illuminato", che spiega le
ragioni di un determinato rigetto, le "domandine" vengono
respinte con un NO secco e privo di motivazioni. Ed è questo l’aspetto
più intollerabile per il detenuto; più ancora che il ricevere un
rifiuto, è frustrante questa imperscrutabilità del potere che hai di
fronte, l’essere soggetto ad un'entità onnipotente che non deve
giustificare le proprie decisioni. Io credo che il principio della
motivazione sia un principio che noi tutti esigiamo quando ci viene
opposto un rifiuto: è un principio di civiltà che, nel caso del
carcere, viene sistematicamente disatteso.
Mi chiedeva di aneddoti emblematici del
"sistema delle domandine". Ricordo un caso che si colloca
nell’epoca in cui direttore generale dell’amministrazione
penitenziaria era il Dottor Coiro, un Magistrato che aveva cercato di
limare talune asprezze della vita carceraria, inviando tra l’altro
una circolare in cui si diceva che i detenuti avrebbero potuto tenere
con sé in cella, previa autorizzazione del direttore, piccoli animali
da compagnia, che avrebbero reso meno penosa la loro vita detentiva.
Tra questi animali veniva citato l’esempio della vaschetta coi pesci
rossi. Un detenuto (mi sembra del carcere di Alessandria), sulla
scorta di questa circolare aveva rivolto un’istanza proprio per
ottenere una vaschetta con uno o due pesciolini rossi, e questa
"domandina" fu rigettata senza alcuna spiegazione delle
ragioni che stavano alla base di tale rigetto.
In generale il discorso è che di fronte ad un
rifiuto le vie da percorrere per un detenuto non sono molte: prima
abbiamo parlato del Magistrato di Sorveglianza, ma non esiste "il
diritto a tenere in cella un pesce rosso" o "il diritto di
tenere con sé un PC"… Quel che intendo dire è che si tratta
di richieste a largo raggio, riguardanti il più delle volte
concessioni di piccola portata, che non possono essere regolamentate
da un testo normativo; neppure con la pazienza di Giobbe si potrebbe
compilare un testo che elencasse tutte le possibili richieste, e
quindi è chiaro che un margine di discrezionalità resterà sempre.
Una parziale soluzione al problema, a mio avviso, sarebbe quella di
fare esercitare anche su queste "domandine" un potere di
controllo da parte di un organo terzo.
Domanda:
Sempre dal caso di Ramon mi è nata una
riflessione. Un’altra cosa appare grottesca nella sua storia: la
condanna a tre anni di carcere per un furto d’auto… Non è mia
intenzione discutere l’entità della pena (problema che, peraltro,
starebbe "a monte" del sistema penitenziario): quel che
intendo dire è che per un reato che non denota una particolare
pericolosità sociale è il carcere in sè ad apparire totalmente
inutile o addirittura controproducente (se l’obbiettivo è, come
dovrebbe essere, il recupero del soggetto). Volevo quindi introdurre l’argomento
delle "misure alternative". Da quanto mi risulta l’esigenza
di alternative alla pena detentiva è da tempo materia di discussione
in molti stati, i cui codici già prevedono una differenziazione di
interventi, alternativi o integrativi alla limitazione della libertà,
quali l’obbligo di prestazioni lavorative per pubblica utilità. In
base alla sua esperienza: le risulta che queste alternative siano già
applicate in molti Stati e (in caso di risposta affermativa) con quali
risultati? E soprattutto: quale è la situazione da noi? Infine le
volevo chiedere se anche in questo campo ci sia (ovviamente a parità
di reato commesso) una disparità di trattamento fra italiani e
stranieri, nel poter usufruire di queste misure alternative.
Prof. Della Casa:
Innanzitutto partirei da questa considerazione: a
livello planetario si è ormai convinti che il carcere debba essere la
pena cui si ricorre quando TUTTE le altre possibilità sono venute
meno; e anche laddove si ricorra alla pena detentiva questa, nel corso
del tempo, dovrebbe subire delle attenuazioni di carattere qualitativo
che consentano di ridurre i danni insiti nella sua stessa natura.
Ricordo che la pena detentiva è costosissima; e questo sia dal punto
di vista economico (mediamente un giorno di detenzione costa allo
Stato più di 100 €), sia dal punto di vista delle lacerazioni che
provoca nel tessuto sociale. Insomma, anche a livello di legislazione
internazionale si conviene sul fatto che la pena detentiva deve essere
compressa il più possibile, e che al suo posto dovrebbero esistere
delle misure che limitino la libertà personale del condannato in
maniera meno totalizzante.
Le misure alternative nascono da questa
consapevolezza: la pena detentiva si ritorce verso chi la espia, ma
anche verso chi la infligge; nel senso che la risocializzazione
attuata attraverso il carcere è una contraddizione in termini; questo
perché non posso risocializzare una persona tenendola in un ambiente
che ha caratteristiche antitetiche rispetto a quelle dell’ambiente
dove dovrebbe tornare a vivere quella data persona. Le misure
alternative nascono anche da questa consapevolezza e attualmente sono
largamente presenti in tutti gli ordinamenti "evoluti".
Parlare della gestione di queste misure alternative
ci porta a fare innanzitutto una distinzione fra due categorie di
detenuti: quella di coloro per cui esse sono una possibilità
concretamente a portata di mano, e quella di coloro per cui queste
alternative restano un semplice miraggio. Nella prima fascia metterei
i condannati italiani che non siano in una condizione particolarmente
precaria. Parlo di un detenuto che ha adeguati supporti all’esterno
del carcere, che dispone di una residenza da indicare nel caso gli
vengano concesse queste misure alternative, che ha un nucleo familiare
che si attiverà per procurargli un potenziale datore di lavoro,
eccetera. Le misure alternative, infatti, vengono concesse dalla
magistratura di sorveglianza proprio a quei soggetti che lasciano
supporre che il loro reinserimento nella società sia concretamente
possibile (ecco perché avere a disposizione un’abitazione e un
posto di lavoro sono elementi di fondamentale importanza).
Se partiamo da questi presupposti capiamo perché
gli stranieri (che invece di solito sono catapultati da noi
"selvaggiamente" e non godono di supporti esterni) sono fra
coloro che ricevono pochissime misure alternative, e quando le
ricevono è perché, in determinati carceri, l’azione del
volontariato supplisce alla mancanza di supporti socio-familiari.
Questa del volontariato carcerario è una presenza che dovrebbe essere
incrementata, anche se molto spesso il volontariato deve fare i conti
con la struttura chiusa del carcere, che vede come un intruso chiunque
si avvicina per operare al suo interno.
Domanda:
Secondo una convinzione generalizzata il
sovraffollamento delle carceri è praticamente un "non
problema", perché qualsiasi sistema carcerario tenderebbe al
sovraffollamento in modo inevitabile. Questa domanda si collega alla
precedente, in quanto mi risulta che, tanto per fare un esempio, in
Svizzera, dove è costante l’utilizzo delle misure alternative, i
posti-carcere siano liberi al 25%. La questione mi sembra
fondamentale, perchè invece in Italia, accanto al sovraffollamento
delle carceri (secondo il Ministero della Giustizia al luglio 2003
avevamo più di 56.000 detenuti presenti a fronte di una capienza
stimata in 42.000 posti) abbiamo una carenza nel personale di polizia
penitenziaria a disposizione, una carenza che spesso è stata
segnalata con preoccupazione dagli stessi organismi sindacali. Volevo
un suo parere in generale su questo problema del sovraffollamento:
oltre all’utilizzo delle "misure alternative" di cui
abbiamo già discusso, quali potrebbero essere le soluzioni a tale
problema? E quale è il suo giudizio sul recente dibattito in Italia
circa le misure "svuota-carceri", che ha prodotto il
cosiddetto "indultino"?
Prof. Della Casa:
Il sovraffollamento carcerario è in effetti un
problema che riguarda tutti i Paesi; nel senso che il carcere, nel
momento stesso in cui esiste, tende ad essere sovrautilizzato. Il
sovraffollamento per il carcere è stato paragonato alla cancrena di
un arto per una persona: è qualcosa che paralizza il funzionamento e
blocca l’istituzione stessa. Per fare un esempio di ciò che
comporta il sovraffollamento basterà ricordare che esso significa l’automatica
riduzione delle aree dedicate a spazi ricreativi, che vengono
gradualmente assorbiti dall’esigenza di trovare nuovi
"posti-letto". Significa più ore di permanenza in cella,
perché gli spostamenti dei detenuti divengono più difficoltosi per
la custodia e perché in una struttura sovraffollata c’è
inevitabilmente una maggiore tensione allo stato latente che si
ripercuote su ogni rapporto interpersonale.
Insomma, il sovraffollamento è una condizione
deteriore che andrebbe assolutamente evitata. Andrebbe evitata
ricorrendo innanzitutto ad un minore utilizzo della pena detentiva e
della custodia cautelare in carcere. Quindi: anche nel corso di un
processo i giudici dovrebbero usare misure cautelari diverse dalla
custodia (ricordo che gli imputati in carcere si aggirano attorno al
40-45% della popolazione detenuta); e quando si giunge all’irrogazione
della pena bisognerebbe innanzitutto ridurre il più possibile l’uso
della pena detentiva per quanto concerne gli illeciti. Si parla molto
di depenalizzazione, il che vuol dire che bisognerebbe lasciare
colpiti da sanzione penale solo quei comportamenti oggettivamente
gravi; ma noi utilizziamo ancora il codice (penale) fascista del 1930,
che prevedeva solo la pena pecuniaria e quella detentiva, irrogata con
grande generosità anche per comportamenti denotanti scarsa
pericolosità sociale. Quindi il problema del sovraffollamento va
risolto in partenza: in carcere devono entrare meno persone, perché
una volta che vi sono entrate anche il sistema delle misure
alternative costituisce una valvola di sfogo insufficiente.
Veniamo ora alla sua domanda sull’indultino. E’
bene premettere che un tempo, per ridurre il problema del
sovraffollamento, in Italia avevamo lo strumento dell’amnistia e
dell’indulto. Le amnistie si succedevano periodicamente e
realizzavano l’obbiettivo di dare un po’ di respiro all’apparato
carcerario. Parlo di "un po’ di respiro" perché si
trattava pur sempre di una misura che non agiva sulle cause del
problema; e, ripeto, non intervenendo sulle cause il sovraffollamento
tenderà sempre a riproporsi periodicamente.
Ad un certo punto (legge cost. n.1/1992) è stata
modificata la norma costituzionale (art.79 Cost.) che prevede la
concessione dell’amnistia e dell’indulto, introducendo l’obbligo
di maggioranze parlamentari qualificate per la loro concessione (due
terzi di ciascuna Camera). Questa variazione ha impedito il coagularsi
di maggioranze tali da arrivare alla concessione di provvedimenti
generali di clemenza. Conseguentemente, negli ultimi tempi sono emerse
parecchie pressioni per cercare comunque di limitare il
sovraffollamento carcerario: ricordo tra le varie voci quella del
Papa. Si è quindi cominciato a parlare dell’indultino; ossia di un
provvedimento non pensato come un vero e proprio indulto (anche se
indirizzato allo stesso obiettivo), che quindi non richiedeva per la
sua approvazione maggioranze parlamentari qualificate, e che poteva
costituire una sorta di "misura alternativa camuffata",
permettendo comunque l’uscita di un certo numero di detenuti dal
carcere. Ma anche nelle fasi di studio di questo provvedimento (varato
poi nell’agosto 2003) abbiamo assistito ad un gioco di veti
incrociati da parte di talune forze parlamentari, molte delle quali
temevano di apparire, agli occhi dell’opinione pubblica, come
"quelli che mettono fuori i delinquenti" , quelli a cui non
sta a cuore il principio dell’effettività della pena (principio
molto reclamizzato – tanto in Europa quanto al di là dell'Atlantico
- che di solito garantisce sicuri vantaggi dal punto di vista
elettorale). Questa situazione ha creato una sorta di paralisi nella
discussione, per cui possiamo davvero dire che la montagna (ossia
questo enorme parlare della necessità di un provvedimento di
clemenza) ha partorito un topolino, ossia una legge tale per cui ne
hanno beneficiato poche persone. E’ stato come somministrare ad un
malato grave (il sistema carcerario italiano, con il suo
sovraffollamento) un paio di aspirine…
Domanda:
Facciamo un passo indietro: nel suo racconto mi ha
colpito molto la questione delle "domandine"; il fatto che
il detenuto veda la sua vita quotidiana totalmente in balia di quanto
può decidere il proprio direttore. Lei diceva che è auspicabile l’inserimento
di una figura di controllo imparziale, e che però è praticamente
impossibile stilare un regolamento che preveda la miriade di richieste
che potenzialmente possono avanzare i detenuti, stabilendo per via
regolamentare cosa sia possibile concedere. Questo è sicuramente
comprensibile, ma su questo aspetto mi restano alcune perplessità:
ripenso ancora alle parole di Sole che diceva che per leggere un libro
ci vuole "la domandina"… E penso al racconto della mamma
di Ramon: uno dei passaggi più toccanti è quando diceva "se mio
figlio era malato perché non l’hanno curato?". Accostare il
diritto alla lettura di un libro al diritto alla salute può sembrare
azzardato, ma quel che intendo dire è che certi diritti non
dovrebbero essere affidati al "buon cuore" o alla
discrezionalità del direttore del carcere, ma dovrebbero rimanere
diritti fondamentali dell’individuo, anche quando questi è un
carcerato. Questo mi sembra naturale per una cosa banale come la
lettura di un libro, e così pure per un diritto ancora più
importante, come il diritto alla salute. Insomma, è proprio
impossibile togliere certe concessioni al meccanismo della
"domandina"?
Prof. Della Casa:
Ribadisco che in alcuni settori un margine di
discrezionalità resta ineliminabile. Nel senso che la legge è un
provvedimento generale ed astratto, che non può prendersi carico di
tutte le situazioni. Ciò premesso, concordo sul fatto che a livello
normativo bisognerebbe, tutte le volte che questo è possibile,
produrre norme chiare e tassative che eliminino qualsiasi filtro nel
riconoscimento di certi diritti, che devono operare automaticamente.
Nella legge penitenziaria ci sono già settori in cui questo accade:
per esempio, mentre in passato nelle carceri non poteva entrare la
stampa (divieto che una volta operava indistintamente, poi per un
certo periodo fu rivolto solo alla stampa politica) oggi esiste una
norma che consente ai detenuti di ricevere quotidiani, libri e riviste
che siano in libera vendita all’esterno. Questo è un diritto che
può essere limitato solo per l’imputato che è sottoposto ad
indagini (e che quindi, leggendo i giornali, potrebbe ricevere notizie
utili per lui e controproducenti per l’inchiesta); ma anche in
questo caso è il Magistrato (e non la struttura penitenziaria) a
stabilire eventuali limitazioni.
Quel che voglio dire è che nel campo dell’informazione
il diritto è stabilito direttamente dalla legge. Mentre già a
livello di "colloqui" abbiamo una situazione meno
favorevole; perché la legge dice che devono essere mantenuti i
contatti con la famiglia eccetera, ma il numero esatto delle visite o
dei colloqui di cui un detenuto può godere è contenuto nel
regolamento d’esecuzione, per cui è come se scendessimo di un
gradino nel "livello normativo". E così pure dicasi per
altri specifici ed importanti settori.
Sono quindi d’accordo sul fatto che, in tutti i
casi in cui questo è possibile (a cominciare dal numero dei colloqui)
i diritti dovrebbero essere sanciti a livello di legge e non di
regolamento, in modo da diminuire il margine di discrezionalità… Ma
vorrei anche far notare che questo potrebbe rivelarsi per certi versi
un’arma a doppio taglio, perché per modificare poi qualcosa
stabilito da una Legge occorre che sia il Parlamento ad intervenire,
mentre l’apportare varianti ad un regolamento avviene secondo
procedure meno complesse.
Quello che a mio avviso non funziona nel sistema è
un’altra cosa: il lasciare il detenuto (che nel carcere è un
organismo evidentemente molto più debole dell'apparato che lo ha in
carico) senza possibilità di attivare eventuali meccanismi di tutela.
C’è una supremazia schiacciante dell’apparato penitenziario
rispetto al singolo detenuto. Questa situazione è nella natura delle
cose; credo che lo capisca bene chiunque abbia vissuto un’esperienza
di degenza in ospedale e abbia sperimentato sulla sua pelle lo
squilibrio riscontrabile tra il degente e lo staff medico: figuriamoci
la situazione di un detenuto in un carcere! Proprio per questo, il
detenuto non dovrebbe mai essere lasciato senza tutela; dovrebbe
essere messo in grado di attivare una serie di controlli; e questo sia
per il tramite del volontariato operante in carcere (che può essere
visto anche come un canale attraverso cui si può esercitare il
controllo sociale), sia soprattutto attraverso organismi quali il
Magistrato di Sorveglianza o il Difensore Civico. E penso che l’esistenza
stessa di questa rete di controlli potrebbe servire a scongiurare in
anticipo alcuni atteggiamenti vessatori o comunque contrari alla legge
che il singolo direttore o il singolo agente volessero, in ipotesi,
assumere nei confronti di un detenuto.
Domanda:
Abbiamo accennato più volte al volontariato, all’importanza
dei volontari nelle carceri. Vorrei chiudere questa intervista con
alcune sue considerazioni su questo aspetto particolare del
"mondo carcere" e, se possibile, con un suo
"messaggio" generale su questo mondo, sconosciuto alla
maggioranza delle persone.
Prof. Della Casa:
Secondo me una buona rete di volontariato sarebbe
una componente importante nell’attuale sistema, e potrebbe
riequilibrare la situazione della vita carceraria a favore dei
detenuti, supplendo a certe diffuse carenze. Attualmente questo
volontariato è prevalentemente di matrice cattolica, e questo è un
dato che, a mio avviso, andrebbe riequilibrato; non che il
volontariato cattolico non vada bene, ma avere componenti più
variegate sarebbe decisamente positivo. Il fatto che non esista questa
maggiore varietà nel volontariato potrebbe essere letto come una
sottovalutazione del settore carcerario da parte di forze che, pur
essendo "progressiste", hanno dimostrato storicamente una
scarsa comprensione dei gravi problemi dell'istituzione carceraria.
C’è scarsa sensibilità da parte dell’opinione
pubblica su questa materia. Penso a quando si era parlato del diritto
alla sessualità all’interno del carcere: la prima risposta dell’opinione
pubblica più o meno è stata questa: "beh, ma si tratta di gente
che ha sbagliato… adesso dobbiamo dargli anche le camere
matrimoniali?". Io credo che l'impostazione corretta per
stabilire la "misura" dei diritti da riconoscere al detenuto
sia questa: il detenuto mantiene in carcere TUTTI i diritti non
incompatibili con l'esecuzione della pena detentiva. Il diritto alla
sessualità non ha nulla di incompatibile con la pena detentiva;
negarlo ha uno scopo meramente punitivo.
Secondo molti chi va a finire in carcere è un
criminale a cui danno vitto e alloggio gratuiti, per cui può essere
contento e non stare troppo a lamentarsi o a pretendere altro. Salvo
che succeda qualcosa di eccezionale che vada a smuovere i
"buoni" sentimenti e susciti la giusta commozione. E’
facile ottenere solidarietà da parte dell’opinione pubblica se si
presenta ad essa il singolo caso "umano", ma il
"problema carcere" non sta solo nel singolo detenuto che si
suicida, ma anche nel soggetto che al suicidio ci ha pensato
cinque-sei volte senza poi arrivare a commettere quel gesto…
Io penso che il carcere non dovrebbe essere
qualcosa di cui si parla solo quando succede un evento commovente; si
dovrebbe parlare maggiormente delle problematiche carcerarie, nella
società civile. Il carcere non dovrebbe essere qualcosa che
allontaniamo e confiniamo nell’angolo più oscuro della nostra
coscienza, ma qualcosa che fa parte della nostra società, un’istituzione
per il momento necessaria che dovremmo sforzarci tutti di migliorare.
Perché il carcere non riguarda solo i detenuti e le loro famiglie, ma
tutti noi; solo che troppo spesso ce ne dimentichiamo, e ce ne
ricordiamo solo se un detenuto evade o si suicida. Il carcere, oggi
come oggi, è un luogo utile solo per le facili commozioni: al posto
della commozione sarebbe meglio un impegno civile, costante e
continuo.
***
I FANTASMI DELLE CARCERI
di Sonia Benedetti
Sono migliaia i detenuti nelle carceri italiane;
uomini e donne che, all’interno di quelle mura, vengono annullati
dalla società come persone; così diventano fantasmi!
E questi scomodi fantasmi hanno tante storie da
raccontare; sono storie che parlano di violazione, di discriminazione,
di intolleranze, di negazione, di sofferenze dalle quali, spesso,
questi uomini e queste donne trovano un solo sollievo: la MORTE!
Infatti (come dice Adriano Sofri) la morte in carcere è "un
altro modo per evadere"!
Sempre più suicidi nelle carceri italiane. E sono
aumentati pure gli episodi di autolesionismo. Macabre statistiche di
cui ci occuperemo ora (sempre grazie al costante monitoraggio dei casi
realizzato dal sito www.ristretti.it)
e che in fondo ci parlano solo di una realtà molto semplice: di un
carcere che non funziona come istituzione.
I SUICIDI
Nelle carceri italiane i detenuti si tolgono la
vita con una frequenza 19 volte maggiore rispetto alle persone libere
e spesso in istituti dove le condizioni di vita sono peggiori.
Il numero maggiore di suicidi avviene:
-nel Sud e nelle isole
-nel reparto "G14" (infermeria) di
Rebibbia (RM)
-nel Nord:
-carcere Marassi (GE) reparto malattie infettive
-carcere S.Vittore (MI) C.O.C. (reparto d’osservazione
per tossicodipendenti)
-O.P.G. (Ospedale Psichiatrico Giudiziario)
I motivi che portano a questo ultimo gesto estremo
del detenuto sono:
-le condizioni di isolamento
-i trasferimenti
-i ricoveri in psichiatria dove il paziente viene
legato al letto attraverso cinghie ai polsi e alle caviglie e
imbottito di sedativi
-perdita della dignità sociale del detenuto in
attesa del processo (e non solo): le persone nel momento in cui
vengono indagate sono immediatamente associate, da tutta la società,
al crimine che presumibilmente hanno commesso
-la "qualità di vita" all’interno
degli istituti penitenziari, resa inadeguata dalla mancanza di
operatori, da un’assistenza sanitaria inefficiente, dal
sovraffollamento (al 31 gennaio 2003, nelle 205 carceri italiane erano
presenti 56250 detenuti, di cui 2509 donne. Vi sono però in totale
205 istituti, che hanno una capienza di 38878 uomini e 2446 donne, per
un totale di 41324 "posti")
- il timore del reinserimento nella società al
termine della pena
Circa il 31% dei deceduti è costituito da
tossicodipendenti; per quanto riguarda l’età:
-circa il 36% ha un’età compresa tra i 20 e i 30
anni
-circa il 28% ha un’età compresa tra i 30 e i 40
anni
Il Regolamento Penitenziario all’art.77
prevede che il tentativo di suicidio in carcere è punito
disciplinarmente (come avviene per l’autolesionismo, il tatuaggio e
il piercing) in quanto infrazione per "negligenza nella
pulizia e nell’ordine della persona o della camera"
attraverso sanzioni decise dal Consiglio di disciplina quali:
richiamo, esclusione dalle attività, isolamento; e in quanto
infrazione disciplinare questo comporta la perdita dello sconto di
pena per buona condotta (liberazione anticipata, nonostante il codice
penale non consideri reato il tentativo di suicidio).
ASSISTENZA SANITARIA DISASTRATA
Oltre 100 detenuti l’anno muoiono per "cause
naturali" nelle carceri italiane; a volte la causa ufficiale è:
-un infarto
-un malanno trascurato o curato male
-malattie croniche che portano ad un lungo
deperimento
-scioperi della fame.
L’art.1 del Decreto Legislativo 230/99 sul
riordino della medicina penitenziaria stabilisce che "i
detenuti e gli internati hanno diritto, al pari dei cittadini in
stato di libertà, alla erogazione delle prestazioni di
prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione, efficaci ed appropriate,
sulla base degli obiettivi generali e speciali di salute e dei livelli
essenziali ed uniformi di assistenza individuati nel piano sanitario
nazionale, nei piani sanitari regionali ed in quelli locali".
L’art 146 del Codice Penale prevede il "rinvio
obbligatorio dell’esecuzione della pena" quando il
condannato è affetto da A.I.D.S. conclamata, o da grave deficienza
immunitaria, o da un’altra malattia particolarmente grave per
effetto della quale le sue condizioni di salute risultino
incompatibili con lo stato di detenzione. L’incompatibilità si
verifica quando la persona è in una fase della malattia così
avanzata da non rispondere più (secondo le certificazioni del
servizio sanitario penitenziario o di quello esterno) ai trattamenti
terapeutici particolari in carcere.
L’art. 147 del Codice Penale prevede il "rinvio
facoltativo dell’esecuzione della pena" per "chi
si trova in condizioni di grande infermità fisica". La legge
non dice nulla per definire meglio il concetto di "grave
infermità fisica".
Detenuti tossicodipendenti e malati
Stando alla "Informativa urgente del Governo
su un documento riguardante la situazione nelle carceri",
illustrata dal ministro della Giustizia alla Camera dei deputati il 3
ottobre 2002, i reclusi affetti da HIV sono almeno 1401, di cui 192
con AIDS conclamata; circa 15000 sono affetti da virus epatici; sono
sempre più numerosi i soggetti con forti disagi psichici; un terzo
della popolazione carceraria è costituito da persone
tossicodipendenti.
Al 30 giugno 2002, risultavano 15698 detenuti
tossicodipendenti, 856 alcoldipendenti, 1552 in trattamento metadonico.
Alla stessa data HIV erano 1401 (di cui 145 donne): 885 asintomatici,
324 sintomatici, 192 affetti da malattie indicative di AIDS.
Questi sono numeri che evidenziano la preoccupante
situazione presente nelle carceri italiane, nelle quali intanto si
verificano forti tagli ai fondi per le cure mediche e al personale
specializzato. Secondo dati del luglio 2002, gli assistenti sociali in
organico dovrebbero essere 1630, mentre i presenti sono 1235 (-395);
gli educatori previsti in organico sono 1376, i presenti sono 557 (-819);
psicologi: dei 95 previsti, risultano essere presenti soltanto in 4 (-91).
Si riscontrano carenze anche per il corpo di
polizia penitenziaria rispetto all’organico. In servizio 42781
agenti di polizia penitenziaria, oltre a 7046 unità di personale
amministrativo e tecnico (dovrebbero essere 10025).
Inoltre capita spesso che al carcere di
destinazione di un detenuto non venga spedita la cartella clinica
relativa. Ne consegue la sospensione forzata della terapia, l’annullamento
dei risultati raggiunti e il rischio di andare incontro a gravi
conseguenze.
E’ da segnalare inoltre come l’infermità
psichica non rientri tra i motivi del possibile differimento della
pena. Quando l’infermità è accertata nel processo l’imputato
viene prosciolto per vizio di mente e, invece della condanna, subisce
l’internamento nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario; se un
condannato impazzisce durante la detenzione (o rende manifesta una
malattia mentale preesistente) l’aspetta comunque il ricovero
forzato in un O.P.G. Questa differenza di considerazione fra
"malattia fisica" e "malattia mentale" deriva dal
fatto che si ritiene che la prima, indebolendo fisicamente il
soggetto, renda il detenuto meno pericoloso per la sicurezza sociale e
che, al contrario, la malattia mentale rappresenti un elemento di
maggior pericolo.
MORTI "PER CAUSE NON CHIARE" E PER
OVERDOSE
Questa categoria può essere divisa in due gruppi;
del primo fanno parte tutti quei casi nei quali la causa della morte
non è circostanziata a sufficienza dall’informazione (ossia quei
casi dove l’uso di termini generici quali "malore",
"arresto cardiocircolatorio", ecc. chiarisce ben poco) e i
casi di overdose, provocata da droghe, da psicofarmaci e alcool, dal
gas delle bombolette da camping. Nel secondo gruppo rientrano i casi
nei quali le versioni ufficiali presentano zone d’ombra ed
incongruenze tali da far nascere il sospetto che mascherino episodi di
maltrattamenti ad opera di agenti o violenze da parte di altri
detenuti.
ALCUNI DATI E STORIE
ANNO 2003
- 43 suicidi
- 9 morti a causa di un’assistenza sanitaria disastrata
- 8 morti per cause non chiare
- 6 morti per overdose
ANNO 2002
- 43 suicidi
- 14 morti a causa di un’assistenza sanitaria disastrata
- 12 morti per cause non chiare
- 3 morti per overdose
ANNO 2001
- 70 suicidi
- 6352 episodi di autolesionismo
- 852 tentati suicidi
ANNO 2000
- 61 suicidi
- 6788 episodi di autolesionismo
- 892 tentati suicidi
ANNO 1999
53 suicidi
6536 episodi di autolesionismo
920 tentati suicidi
Grazie all’inchiesta "Morire di carcere
– dossier 2002-2004", sempre realizzata da ristretti.it e
che vi invitiamo caldamente a leggere integralmente (da tale dossier
sono estratti i precedenti dati), vi presentiamo di seguito alcuni
casi, che abbiamo ritenuto emblematici, di morti nelle carceri
italiane.
SUICIDIO - 5 maggio 2002, Carcere di Marassi
(Genova).
Fabio B., di 38 anni, residente a Sestri, si uccide
nel Centro Clinico del carcere di Marassi. Le guardie carcerarie hanno
trovato il detenuto impiccato con la cintura dei pantaloni usata come
cappio. Era stato arrestato la sera del 15 febbraio dello stesso anno
nella casa dei suoi genitori, con i quali aveva avuto una violenta
lite. Sarebbe stata una lettera della fidanzata a farlo cadere in una depressione
ancora più profonda di quella che già lo affliggeva (lo ha
rivelato il suo compagno di cella): dopo aver letto la missiva, si
sarebbe chiuso in un mutismo assoluto. I tentativi di farlo
parlare non avrebbero avuto successo. Questo è stato il terzo
suicidio, in cinque mesi, a Marassi e il secondo in due giorni nel
Centro Clinico della Casa Circondariale.
MORTE PER CAUSE NON CHIARE - 13 luglio 2002,
Carcere di Cagliari.
Luca Saba, 31 anni, muore in cella dopo una
settimana dall’arresto. La madre è andata al colloquio, ma Luca non
poteva esserci: "Suo figlio è morto, non lo sa?", così l’hanno
liquidata sul portone di "Buoncammino", a Cagliari. C’è
voluto l’arrivo dell’avvocato per saperne di più: "Il
detenuto è deceduto per arresto cardiocircolatorio". Ma
nonostante il fisico debilitato, le sue condizioni generali erano
buone. Mai avuto problemi cardiaci, nè fastidi che potessero in
qualche modo segnalare l’arrivo di un infarto.
OVERDOSE - 8 marzo 2003, Carcere di Aurelia (Roma).
Manuela Contu e Franca Fiorini, rispettivamente di
42 e 37 anni, muoiono per overdose. Le trovano abbracciate, in un
lettino della loro cella, che non danno segni di vita: l’allarme
scatta immediatamente, ma ormai non c’era più nulla da fare.
Manuela Contu, di Roma, aveva avuto in passato dei legami con la banda
della Magliana e da tre anni era ospite della sezione femminile di
Aurelia, per scontare una pena per spaccio di sostanze stupefacenti.
Franca Fiorini, di Sezze, era in carcere per furto da circa due anni.
La mattina dell’8 la Contu ha ricevuto la visita di Leofreddi, l’uomo
da cui aveva avuto un figlio. Nella casa di Leofreddi è stata trovata
una lettera della Contu, con tutte le istruzioni per fare entrare due
grammi di eroina in carcere. Sia la cella che le due donne, dopo il
colloquio con l’uomo, sono state perquisite. Non è stato trovato
nulla.
SUICIDIO - 12 marzo 2003, Carcere di Marassi
(Genova).
Santo R., 50 anni, si uccide ingerendo una
massiccia dose di tranquillanti. L’uomo, accusato di avere
violentato una famigliare, non riusciva a parlare con un magistrato:
questo sarebbe il motivo che lo ha portato al gesto suicida.
ASSISTENZA SANITARIA DISASTRATA - 5 aprile 2003,
Carcere di Poggioreale (Napoli).
Mariano Maestrino, 35 anni, muore per un collasso
cardiaco. Si tratta del secondo detenuto deceduto a Poggioreale in
poco più di due settimane e sulla sua fine avrebbe influito
negativamente la carenza di cure appropriate. Il 26 marzo Maestrino,
sofferente di sovrappeso e che proprio per questo accusava problemi
cardiaci e respiratori, aveva partecipato all’udienza per la
sospensione della pena, richiesta per il suo delicatissimo stato di
salute. La sua obesità non aveva però influito sul regime
carcerario, tant’è vero che fino al suo ricovero nel centro
diagnostico terapeutico della casa circondariale di Poggioreale era
rimasto in regime carcerario ordinario.
SUICIDIO - 5 maggio 2003, Carcere di San Vittore
(Milano).
Chamorro Morocho, 30 anni, ecuadoriano, viene
arrestato il 3 maggio, per aver ucciso la moglie e ferito il figlio,
investendoli con l’auto. Il 4 maggio l’uomo, nella visita di
routine dello psicologo, "non dichiara propositi autolesivi",
ma il medico, come per ogni protagonista di delitti famigliari,
dispone comunque "massima sorveglianza, con controlli
ravvicinati". Il detenuto risulta malato di tubercolosi, ma
"per mancanza di celle idonee" viene rinchiuso in una stanza
di fortuna, ricavata nella sala d’attesa (cella del reparto
"nuovi giunti"). Il pericolo di contagio ne imporrebbe
"l’isolamento sanitario", ma in quella "piccola cella
con i materassi a terra" sono ammassati altri nove detenuti
stremati dall’afa. Il 5 maggio l’ecuadoriano si impicca nel
bagno con una stringa delle scarpe.
(Dopo due mesi di accertamenti, la procura non si
limita ad escludere qualsiasi responsabilità degli agenti, per la
mancata sorveglianza dell’arrestato, ma elogia la direzione per
"l’innegabile attenzione" al problema dei suicidi, fino a
concludere che i problemi oggettivi di San Vittore sono tanto gravi
da mettere in dubbio perfino l’obiettivo minimo della sopravvivenza:
"Le condizioni di sovraffollamento e la cronica mancanza di mezzi
in cui versa il carcere rendono sostanzialmente impossibile attuare
una politica di reale ed efficace prevenzione degli atti autolesivi e
dei suicidi (…) Si tratta di condizioni di detenzione non degne di
un Paese civile". Lo stesso direttore di San Vittore spiega che
la capienza massima del carcere è di 800 detenuti, mentre la media
ordinaria è di 1600 reclusi.)
ASSISTENZA SANITARIA DISASTRATA - 13 agosto 2003,
Carcere di Catanzaro.
Emiliano Mosciaro, 47 anni, muore di peritonite.
Stava scontando una pena di sette anni di carcere. Il 4 agosto
telefona alla madre, per dirle che non si sente bene e che le cure dei
medici del carcere non funzionano. Emiliano soffre di crisi
depressive e quei dolori addominali, che accusa da qualche giorno,
sono forse scambiati per effetti di qualche forma di somatizzazioni.
Il giorno dopo la telefonata alla madre Emiliano viene trasferito d’urgenza
all’Ospedale di Catanzaro, su richiesta di un medico esterno che lo
ha visitato in carcere. Troppo tardi, la peritonite è ormai in stato
di necrosi avanzata.
***
ALTRE STORIE DI ORDINARIA INUMANITA’
di Francesco Barilli e Sonia Benedetti
Fino ad ora abbiamo trattato (direttamente con le
interviste a Patty e a Maria Ciuffi, o indirettamente grazie alla
rielaborazione di dati estrapolati da ristretti.it) casi
particolarmente drammatici ed eclatanti. Ma forse la realtà del
carcere italiano può essere meglio rappresentata nella sua
"ordinaria inumanità" proprio da storie che,
fortunatamente, non sono sfociate in epiloghi tragici.
Abbiamo cercato persone che avessero voglia di
raccontare le loro "storie ordinarie di carcere", e
cominciamo il nostro racconto con la vicenda di Ivan Zancolich,
una vicenda breve ma significativa, proprio perché narrata da una
persona che non avrebbe mai pensato di affrontare l’esperienza
carceraria, e che quindi può fornire un punto di vista
"diverso" su quella realtà. A seguire l’esperienza di E.G.,
ex detenuto che ci ha chiesto di mantenere l’anonimato.
Padova, 14 gennaio 2004 – intervista a Ivan
Zancolich
Domanda:
Vorrei che fossi tu ad introdurre la tua storia e a
spiegare come e perché sei finito in carcere.
Ivan Zancolich:
Mi chiamo Ivan Zancolich, sono uno psicologo e da
qualche anno lavoro "nel sociale". La vicenda che mi ha
portato in carcere è piuttosto allucinante, a mio avviso. Lavoro in
una comunità di minori, e devi sapere che in questo ambiente ci sono
delle procedure e servizi particolari, tra cui il cosiddetto
"pronta accoglienza". Con questo servizio i minori presi in
flagranza di reato vengono portati proprio in comunità di questo tipo
e non in carcere (ti ricordo che per legge i minori di 14 anni non
possono essere detenuti). Queste comunità non hanno l’obbligo di
trattenerli con la forza; la prassi che ho potuto constatare nel
periodo in cui ho lavorato in quella comunità era questa, in estrema
sintesi: i ragazzini arrivano, si compilano le carte per l’accettazione,
ma quando vogliono uscire dalla comunità nessuno li può trattenere;
l’unico obbligo a capo del personale è quello di fare un fax alla
sede centrale della comunità, che poi attiverà a sua volta le
procedure con Questura e Tribunale.
Bene, la sera dell’8 dicembre 2003, arrivano due
minori scortate dai cc, dopo aver disbrigato le pratiche per l’accettazione,
concedo loro di fare una telefonata a casa dopo la quale mi dicono di
aver ricevuto indicazioni dai genitori che vogliono che tornino a
casa. Così le bambine lasciano la comunità. Poi succede un fatto
strano: le bimbe rientrano in comunità dopo poco, molto spaventate
dicendo di essere seguite da due brutti ceffi, che poi scoprirò
essere uomini dell’arma. Allora esco a controllare e in effetti si
ferma una macchina con a bordo due uomini che si qualificano come Cc e
quando dico loro chi sono e cosa sto facendo mi salutano e mi lasciano
andare. Ah, le bimbe mi avevano chiesto di portarle in stazione e
stavo per farlo, ma l’incontro coi cc mi aveva lasciato perplesso,
quindi giro la macchina e faccio rientro in comunità. Qui le bimbe
richiamano a casa, perché nel frattempo le avevo convinte a rimanere
presso la comunità, ma i genitori non lo consentono, così se vanno
da sole a piedi verso la stazione. Dopo pochissimo tempo tornano i
carabinieri e mi chiedono delle minori, dico loro ciò che è successo
ma evidentemente, non conoscendo bene queste prassi, hanno ritenuto
che io avessi commesso il reato di abbandono di minori. Beh, tutto in
realtà è più complicato, ma per sommi capi questa è la storia. La
cosa assurda, dal mio punto di vista, è che io sono stato arrestato
mentre stavo semplicemente facendo il mio lavoro.
Domanda:
Indipendentemente da quella che vedremo in seguito
essere la tua "storia di carcere", tu ti senti mancante in
qualche aspetto (a livello di procedure amministrative, intendo)? Mi
hai parlato, per esempio, dell’obbligo di un fax…
Ivan Zancolich:
In realtà le cose sono un po’ più complesse.
Nella prassi operativa di tutti i giorni, con 7 o 8 ragazzini da
gestire, ci possono essere dei ritardi nell’occuparsi di un
adempimento burocratico quale può essere il fax. Comunque, a questo
proposito, ci tengo a precisare che io in quel periodo ero "in
prova" e supervisionato da un altro operatore più anziano, che
avrebbe potuto/dovuto in qualche modo tutelarmi e spiegare a chi di
dovere come erano andate le cose. E se non poteva farlo a titolo
personale, poteva intervenire la Comunità. E questo non è avvenuto
per nulla.
Domanda:
Torniamo a quella che è l’esperienza più
direttamente attinente la nostra inchiesta. Vieni quindi tradotto in
carcere: dove? Ti viene subito spiegato il motivo per cui vieni tratto
in arresto?
Ivan Zancolich:
Da Mestre, dove sono stato arrestato, dopo il
disbrigo delle prime procedure (impronte digitali, foto ecc.) sono
stato tradotto al carcere di Santa Croce di Venezia, dove arrivo a
mezzanotte. Lì vengo accettato dalle guardie carcerarie. Passa un’altra
oretta di procedure (perquisizione ecc.) e alle tre di notte entro in
quella che sarà la mia "casa" per i successivi tre giorni.
Una cella con sei compagni, di circa 20 metri quadrati.
Domanda:
In quei tre giorni hai potuto parlare con qualcuno?
Ivan Zancolich:
Alla fine dei tre giorni sì; ho parlato con l’avvocato
perchè era arrivato il PM per interrogarmi.
Domanda:
Per i primi tre giorni quindi nessuno è venuto a
sentire le tue ragioni, la tua versione dei fatti?
Ivan Zancolich:
No. La prima persona che vedi con il
"potere" di scarcerarti è il PM… Devo dire che tutte
queste procedure di legge me le hanno insegnate i miei compagni di
cella, io ero totalmente a digiuno delle procedure burocratiche
inerenti quel mondo… Mi hanno spiegato loro che ci sono 48 ore entro
le quali la persona fermata vede il PM; se questo non ti rilascia ci
sono altre 48 ore entro le quali dovrebbe venire ad interrogarti il
GIP e decidere l’eventuale scarcerazione. A me è andata bene, come
ti dicevo, perché il PM ha deciso di scarcerarmi senza porre altre
limitazioni (tipo obbligo di firma, arresti domiciliari o cose del
genere).
Domanda:
C’è una cosa che mi lascia perplesso: tutta la
tua accoglienza mi sembra approssimativa (come atteggiamento della
amministrazione carceraria nei confronti di un "nuovo
arrivato", intendo): tu vieni inserito in un mondo totalmente
alieno per te, eppure nessuno a livello ufficiale ti spiega quali sono
i tuoi diritti e i tuoi doveri, le dinamiche all’interno del
carcere, le mille cose spicciole che "costruiscono" la
quotidianità di vita nel carcere. E poi: dell’avvocato mi hai già
detto. Ma in quei tre giorni hai avuto altri contatti con l’esterno?
La tua compagna Valentina, i familiari, intendo…
Ivan Zancolich:
Solo i compagni di cella mi spiegano "come ci
si deve comportare", quali sono le prassi da seguire, cos’è
"l’ufficio matricola", tanto per dire… Io ero totalmente
all’oscuro di queste procedure interne. Sono loro che mi danno tutte
le informazioni necessarie.
Per quanto riguarda altri contatti con l’esterno:
no, non ne ho avuti; perché quando vieni arrestato non puoi parlare
con nessuno finchè non vedi il PM, perché ci sarebbe la possibilità
di inquinamento delle prove. E questa devo ammettere che mi sembra una
prassi comprensibile. L’unico contatto che si può avere, e solo in
entrata, sono i telegrammi. Valentina mi mandò un telegramma con il
nome dell’avvocato da nominare (chiaramente nel momento in cui ero
stato arrestato non avevo un avvocato di fiducia, non avevo mai
pensato di poterne avere bisogno…).
Domanda:
Tutta la tua esperienza in carcere deve esserti
sembrata estranea e ostile rispetto al tuo modo di vivere consueto, ma
c’è qualcosa che ti ha colpito particolarmente?
Ivan Zancolich:
Beh, tutto è particolare e "curioso",
perché all’interno del carcere si creano delle dinamiche
particolari, quasi fosse un mondo totalmente a sé. Non riesco ad
isolare un singolo aspetto che mi abbia colpito in particolare. Anche
perché tu prova ad immaginare come può sentirsi uno che viene preso
e portato in carcere mentre sta lavorando, e senza sentire in
coscienza di aver fatto nulla di male! Non riesco, insomma, a
focalizzare un solo aspetto. Posso dire che quello che più mi è
rimasto di questa esperienza è stato il contatto con gli altri
carcerati. Perché tu arrivi lì dentro e sei come un bambino, non sai
niente di quel mondo, e quella sarà, per i giorni successivi, la tua
famiglia. Ti consolano, ti dicono "come muoverti"…
Questa è la cosa che mi ha colpito di più. Ma io
penso di essere stato molto fortunato ad incontrare persone così
umane, che mi hanno aiutato a superare quei momenti.
Domanda:
Quindi tu, per quanto hai potuto vedere nella tua
limitata esperienza, non hai vissuto esperienze ostili; non hai visto
episodi di "nonnismo" o forme di sopraffazione fra i
detenuti, ma hai vissuto anzi un ambiente "di accoglienza"…
Ivan Zancolich:
Guarda, il nonnismo credo proprio che esista anche
nel carcere, anche in base a quanto mi hanno detto i miei compagni di
cella. Furono le stesse guardie carcerarie, dopo aver espletato tutte
le formalità per la mia accettazione, a dirmi che mi avrebbero messo
in una cella di "definitivi", ossia persone che hanno già
avuto la condanna e sanno "cosa li aspetta", per cui con un
livello di ansia e di aggressività inferiore rispetto a quello della
popolazione carceraria in attesa di giudizio e che non sa ancora a
quale pena andrà incontro. Mi diceva un ragazzo che nelle celle
"dei negretti" (come li chiamava lui), ossia abitate da soli
extracomunitari, a volte la situazione era insostenibile. Perché
questi non hanno soldi, capiscono a malapena la lingua… Ripeto, so
di essere stato fortunato ad essere messo in cella con persone che
avevano già consolidato le proprie dinamiche interne al carcere e
sapevano già quanto dovevano rimanere lì dentro, per cui accettavano
quella vita; non dico che l’accettavano serenamente, ma se ne
facevano una ragione. Chi è lì e non parla l’italiano, non ha un
avvocato, non ha soldi, non sa bene quali siano le sue prospettive…
Beh, credo che per quella gente la realtà sia molto più dura …
Domanda:
Volevo chiedere una cosa alla tua compagna,
Valentina. Abbiamo sentito come ha vissuto la sua storia Ivan. Abbiamo
detto che la sua è stata un’esperienza "aliena". Ma penso
che il termine "aliena" o "estranea" possa
definire anche la tua esperienza… Per cui volevo sapere la tua
storia: come e quando hai saputo dell’arresto, quali sono state le
tue reazioni eccetera.
Valentina:
Io vengo a sapere dell’arresto il giorno stesso,
alla mezzanotte dell’8 dicembre. Doveva essere una serata
tranquilla, ricordo che avevamo in programma di vedere la seconda
puntata de "La meglio gioventù". Ivan doveva arrivare verso
le nove e mezza di sera. Alle dieci e mezza ho cominciato a
preoccuparmi: so che alla Comunità può sempre succedere qualche
imprevisto, ma lui in questi casi mi chiama sempre; e poi quando ho
provato a chiamarlo non rispondeva al cellulare. Ad un certo punto ho
chiamato anche la sede della comunità, ma mi hanno risposto
genericamente che c’era stato qualche contrattempo e che non dovevo
preoccuparmi. Dopo pochi minuti mi telefona un Commissario che mi dice
"la sto chiamando per notificarle l’arresto di Ivan Zancolich".
Io in quel momento non riuscivo a realizzare l’accaduto, pensavo
addirittura ad uno scherzo di qualcuno della comunità, e mi sono
fatta ripetere il suo nome un paio di volte. "Sono il commissario
D., dei carabinieri di Cessalto"… Tra l’altro devi sapere che
Ivan lavora a Marghera, mentre Cessalto è in provincia di Treviso,
per cui non riuscivo a capire cosa potesse essere successo. Chiedo
quindi informazioni più precise al commissario, che mi risponde
"Zancolich è stato arrestato per abbandono di minore". A
quel punto ho richiamato la Comunità, ma loro non ne sapevano nulla.
Ed è a qui che è cominciata una vicenda che posso solo definire, per
quel che mi riguarda, assolutamente kafkiana.
Non ho dormito tutta la notte. La mattina dopo ho
telefonato ad un amico per raccontare la storia. Ero sconvolta, era la
prima volta che mi capitava di dover assistere una persona arrestata.
Può sembrare assurdo, ma ricordo che ho pensato che la vicenda non
doveva essere tenuta segreta, ma che era talmente assurda che dovevo
far sapere la notizia a più persone possibili. Quindi, dopo aver
chiamato questo mio amico e dopo aver trovato un avvocato per Ivan, ho
chiamato la Comunità, che mi ha lasciato completamente "a
piedi"… Devi sapere che si tratta di una IPAB; un istituto di
matrice religiosa che ha un sacco di "comunità satelliti"
(sia per il recupero di minori, sia di richiedenti asilo), quindi è
una comunità molto nota e influente nell’ambiente. Probabilmente
non sapevano bene neppure loro come erano andati i fatti, ed hanno
pensato bene di scaricare tutta la responsabilità su Ivan e di dirmi
che loro, in ogni caso, non potevano farci nulla.
Poi c’è l’aspetto finanziario (pagare l’avvocato
eccetera): io ho solo una borsa di studio e Ivan faceva l’operatore
in prova, per cui anche l’aspetto economico poteva diventare un
problema. Devo dire che abbiamo avuto massima solidarietà dagli
amici, dai compagni che ci sono stati vicini, dall’associazione per
cui avevamo lavorato in passato entrambi, per cui non mi sono sentita
sola…
La cosa peggiore è che non potevo comunicare con
lui. In quei momenti ti vengono in mente le cose più banali, le
esigenze che poteva avere Ivan e che io non potevo soddisfare. Per
esempio, Ivan è miope e porta le lenti a contatto, e pensavo a come
potevo fargli avere gli occhiali perché non poteva stare con le lenti
per tanti giorni. Non sapevo se avesse soldi con sé, sicuramente non
aveva indumenti per cambiarsi… E io mi sentivo impotente, non sapevo
cosa potevo fare per lui, e questa è stata la cosa peggiore, per me.
Domanda:
Tornando ad Ivan: dopo questa brutta avventura hai
avuto anche ripercussioni negative a livello lavorativo?
Ivan Zancolich:
Beh, chiaramente non me la sono più sentita di
tornare in quella Comunità… Altre ripercussioni non le so e non le
posso ancora sapere, perché la storia è ancora troppo fresca. Sto
cercando un altro lavoro, sempre nel mio campo, e gli articoli
denigratori che sono usciti sui giornali in quei giorni (cose
allucinanti, del tipo "mandava a rubare le bambine zingare invece
di educarle"…) non so cosa potranno portare nel mio futuro. In
questo caso spero che la memoria della gente sia breve, per cui spero
che articoli apparsi solo per due-tre giorni non lascino il segno.
Domanda:
Una domanda che è estranea alla nostra inchiesta,
ma che mi sorge spontanea vista l’assurdità della tua storia: pensi
che dietro al tuo arresto possa esserci stata qualche "manovra
strana" nei tuoi confronti?
Ivan Zancolich:
Sinceramente penso di no. Non credo ci sia stato un
disegno per incastrarmi. Credo semplicemente che i carabinieri di
Cessalto non conoscessero bene le procedure operative che sono all’ordine
del giorno e ben conosciute dai tribunali dalle questure e da chi
opera in questi settori. Penso che quei carabinieri abbiano vissuto un
senso di frustrazione nel portare quelle bambine alla Comunità e nel
ritrovarsele dopo una settimana a rubacchiare in giro… Quindi credo
che abbiano fatto partire una loro indagine autonoma e che la
"sfortuna cosmica" abbia voluto che ci finissi di mezzo io,
l’operatore che stava seguendo proprio quel caso.
Valentina:
Rispetto alle prassi e al lavoro in questo settore
volevo aggiungere una cosa. Il fatto che la gestione di servizi di
questo tipo (comunità di minori, nel nostro caso) non avvenga tramite
strutture pubbliche, ma venga lasciata a soggetti privati o
semi-privati comporta a mio avviso anche una minore tutela dei
lavoratori. Ivan si è trovato in questa situazione e nessun ente ha
voluto/potuto tutelarlo. Anche perché in questo campo non ci sono
leggi o regolamenti precisi, ma solo prassi consolidate di queste
comunità che vengono poi condivise dai soggetti pubblici che
gravitano attorno a questa realtà (tribunale, comune di Venezia
ecc.). I carabinieri di Cessalto probabilmente non erano a conoscenza
di questa prassi; per cui anche dal punto di vista legislativo ci sono
lacune e scollegamenti fra apparati che invece dovrebbero dialogare ed
interagire. Per cui immagino che se invece dei carabinieri di Cessalto
Ivan avesse incontrato quelli di Marghera le cose sarebbero andate
diversamente, perché questi ultimi conoscono già bene questa realtà
e sanno come comportarsi…
Domanda:
Volevo soffermarmi sull’aspetto più puramente
umano ed emozionale: cosa hai provato quando sei stato arrestato e
quali sono state le tue reazioni a livello emotivo in quei tre giorni?
Ivan Zancolich:
Quando mi hanno arrestato la mia reazione è stata
di incredulità. Devo avergli risposto qualcosa tipo "ma state
scherzando?!". Successivamente non ho avuto un "crollo
emotivo", ho sempre cercato di mantenermi lucido e razionale. Ho
cercato di capire se c’era il modo di dare le spiegazioni giuste ai
carabinieri, magari mettendoli in contatto con l’altro operatore
alla comunità, però era tutto inutile. A quel punto, quando ho
capito che la decisione dell’arresto era irrevocabile, ho smesso di
parlare e mi sono semplicemente sottoposto alle procedure per la
traduzione in carcere…
Lì per lì non ci credevo, mi sembrava solo un
brutto sogno… Il brutto viene quando entri in cella. Le prime 24 ore
emotivamente sono state davvero brutte. Non riuscivo a parlare con
nessuno perché mi veniva "il magone"; mi sentivo vittima di
un torto enorme… Le emozioni non riesco a descrivertele bene Una
sensazione di impotenza, di sopruso subito, di rabbia, di
preoccupazione per chi stava fuori (perché sapevo che anche per loro
sarebbe stato un colpo molto duro)… E poi preoccupazione per me, per
il futuro, perché io lavoro con i minori ed è un lavoro che amo
molto, ed ho pensato che in seguito all’arresto magari non avrei
più potuto lavorare con i minorenni, con i bambini…
Tutto un turbinio di sensazioni, non mi è
possibile isolarne una…
Domanda:
Volevo chiederti un’ultima cosa. Mi hai detto che
per alleviare questa tua brutta esperienza ti è servito molto l’aver
trovato contatti umani significativi con i tuoi compagni di cella:
sono poi proseguiti una volta che hai riacquistato la libertà, o è
stata un’esperienza confinata a quei soli tre giorni?
Ivan Zancolich:
No, l’esperienza non è finita lì. Anche perché
io sento un dovere di riconoscenza verso queste persone e i contatti
continuano tramite lettere. Loro in quei giorni (visto che eravamo
vicini a Natale) mi hanno chiesto se potevo mandargli delle cartoline
che poi loro avrebbero spedito a parenti ed amici, e questo l’ho
fatto con piacere: ho comprato buste e cartoline natalizie e gliele ho
spedite. Poi ho cercato di aiutare economicamente uno di quei ragazzi,
che sotto quell’aspetto era messo molto male. Ma sono cose che mi
sembrano naturali: così come loro hanno aiutato me in quei momenti,
le piccole e poche cose che potevo fare per loro "da fuori"
le ho fatte e le farò volentieri.
E adesso continuo questo rapporto epistolare
(specie con uno di loro, un ragazzo che deve farsi dentro un bel po’
di tempo), perché ho capito che per loro è importante scrivere e
ricevere lettere, avere un contatto con chi sta fuori, con chi vive la
libertà, con chi "vive il mondo": ricevendo una sua lettera
è come se una parte di quel mondo libero ti entrasse in carcere… E
poi l’opportunità di scrivere e di esternare i sentimenti è
importante in quell’ambiente. Molti mi dicevano che diventa
difficile farlo in un ambiente chiuso ed aggressivo come il carcere.
Riuscire a comunicare è difficile quando non hai neppure la libertà
per fare quattro passi dentro il carcere, per cui ti devi inventare
mille scuse per farti un giro e così fermarti a parlare con chi sta
facendo le pulizie…
Poi, ripeto, io ho visto solo una realtà, e credo
sia stata la migliore che potesse capitarmi in quel frangente, perché
tutto sommato in quella cella l’aria che si respirava era quella di
una comunità , di una piccola famiglia… Loro una sera me ne
parlarono proprio così: "Qui la famiglia siamo noi. Se non ci
aiutiamo, io con te e tu con me, se non ci passiamo le sigarette
quando siamo senza o non ci diamo una mano l’uno con l’altro, che
fine facciamo, visto che siamo nella stessa barca?"…
***
25 febbraio 2004 – intervista a E.G.
Domanda:
Quando sei stato incarcerato per la prima volta? E,
in seguito, quali sono state le tue esperienze nei penitenziari
italiani?
E.G.:
Il 25 aprile 1975, per detenzione e spaccio
stupefacenti. Poi, sempre quell’anno, a luglio, ancora per
detenzione e spaccio. Poi tante altre volte, o per "roba" o
per furti. Di carceri ne ho visti tanti. Cremona, Brescia, Mantova,
San Vittore, Opera, Busto Arsizio, Gallarate, Brescia, Bologna, Reggio
Emilia, Piacenza, Massa Carrara, Pisa, Livorno…
Domanda:
Immagino che avrai trovato esperienze e contatti
umani molto diversi in questi anni. C’è qualche cosa che ti ha
colpito particolarmente, sia riguardo al rapporto fra detenuti, sia
riguardo al rapporto con gente che lavora nel carcere (agenti,
volontari ecc.)?
E.G.:
Guarda, posso dirti che tra i detenuti ho visto
sempre molta solidarietà. Le "cose che non vanno bene",
quelle che non si devono fare… Beh, si sanno subito. Certi soprusi
tra detenuti io li ho visti solo nei film americani.
Domanda:
Tu dici: prepotenze fra detenuti non ne ho viste…
E.G.:
Beh, un attimo: ne ho viste, ma ho visto anche le
conseguenze che subiva chi, fra i detenuti, commetteva quelle
prepotenze ai danni di altri: scattava sempre la solidarietà.
Domanda:
Okay. Ma soprusi da parte di guardie carcerarie nei
confronti dei detenuti, invece?
E.G.:
Sì, ne ho visti. Si trattava sempre di episodi
commessi in modo che dopo si potesse imboscare tutto. Non ti dico di
"cose eclatanti", ma di botte sì, tante. Ho visto gente
picchiata di brutto.
Domanda:
E per quali motivi?
E.G.:
I motivi? Beh, di versioni ce ne sono sempre due:
quella del carcerato e quella della guardia!… Qualche botta l’ho
presa pure io. Ricordo di una volta che avevo chiesto una pastiglia
per il mal di testa e non me la portavano. Allora cominci a lamentarti
dopo mezz’ora… Poi dopo un’ora…. Dopo due ore cominciano a
volare le parole, poi ti lascio immaginare…
Domanda:
E gente che si è ammazzata in carcere ne hai
vista?
E.G.:
Sì. Ma pochi e sempre "a cose fatte".
Atti di autolesionismo sì, tantissimi… Però, ti dirò, credo che
se uno vuole morire si ammazza e basta. Gli atti di autolesionismo
spesso sono un modo per attirare l’attenzione su di sé; un modo
disperato per dar forza a certe richieste.
Domanda:
Parlami dei contatti con l’esterno: visite
telefonate…
E.G.:
Ci sono i colloqui e le telefonate stabilite per
legge ogni mese. Se non sbaglio adesso sono cinque colloqui al mese,
più tre telefonate di sei minuti l’una, sempre al mese. Poi dipende
dal tuo comportamento: se non hai ammonizioni o roba del genere
possono concederti qualche colloquio in più… Poi dipende anche dal
carcere; in un "penale" hai qualcosa in più. Ti ricordo che
esistono due tipi di carceri. In quello circondariale ci vai appena
arrestato, poi c’è il processo e se prendi una condanna
"consistente" non puoi stare in quel tipo di carcere. Nel
"penale", insomma, ci vai se hai preso una condanna
definitiva di una certa entità; e lì hai qualche agevolazione in
più.
Domanda:
Immagino che, nelle tue esperienze di carcere che
si snodano lungo quasi trent’anni, avrai notato che la percentuale
di carcerati extracomunitari è aumentata moltissimo.
E.G.:
Sì, adesso saremo attorno al trenta per cento o
giù di lì…
Domanda:
Il trattamento riservato loro è analogo a quello
riservato agli italiani?
E.G.:
Beh, il trattamento dovrebbe essere uguale. Poi
"si recita a soggetto": c’è l’agente che ce l’ha con
i detenuti in generale, quello che odia i marocchini, quello per cui
tutti sono uguali... Poi, chiaro, se guardi l’ordinamento, i diritti
sono diritti, e dovrebbero essere garantiti per tutti.
Domanda:
Hai mai visto direttori di carceri prendere
provvedimenti nei confronti di guardie che avessero commesso abusi nei
confronti dei prigionieri?
E.G.:
Sì, la direttrice che era al carcere di Cremona
fino ad un po’ di tempo fa. Lei guardava dove era il torto e dove la
ragione, e se era il caso difendeva il detenuto. In linea generale,
tieni conto innanzitutto di una cosa: nel carcere c’è il direttore,
sì, ma c’è anche un maresciallo, un responsabile delle guardie; ed
è lui il responsabile della sicurezza nel carcere. Il direttore
"conta" più del maresciallo, chiaro, ma la sicurezza ce l’ha
in mano quest’ultimo, e se lui dice che una certa guardia si è
comportata in un certo modo per "motivi superiori di
sicurezza", perchè altrimenti poteva succedere un’evasione,
una rivolta o cose del genere… Beh, la scusa per l’agente è già
trovata, e il direttore può dire quello che vuole! Insomma, se una
guardia fa qualcosa di male ad un carcerato per avere ragione ce ne
vuole; se invece sei tu che fai qualcosa di male ad una guardia, sei
mesi in più di galera te li becchi subito… Sei mesi me li sono
presi pure io, in quel modo…
Domanda:
Cosa avevi fatto?
E.G.:
Gli avevo tirato una bottiglia in testa. Mi aveva
esasperato… A me sembrava di avere ragione, ma i sei mesi me li sono
beccati subito. E sono finito a Busto Arsizio, in un
"punitivo".
Domanda:
La nostra inchiesta è rivolta soprattutto a chi in
carcere non c’è mai stato e ne ha un’idea vaga e magari pensa che
le carceri italiane siano, come disse il Ministro Castelli,
"hotel di lusso". Ti senti di dire qualcosa, al proposito?
E.G.:
Alberghi di lusso… già, lo disse a Cagliari, in
visita al Buoncammino… Beh, lasciando stare le provocazioni, ti dico
che uno che in carcere non c’è mai finito deve preoccuparsi
innanzitutto… di non andarci!!! Ma se ci finisci dentro (ed è più
facile di quanto si possa pensare…) devi innanzitutto preoccuparti
di capire come ci si deve comportare, lì. Convivere con altra gente,
con la testa diversa dalla tua, non è semplice anche fuori; ma in
carcere di problemi ce n’è anche di più… Ma se non sei un
bastardo qualcuno che ti dia una mano, lì, lo troverai. Fra i
detenuti troverai come una "società del mutuo soccorso
interno". Insomma, se ci finisci dentro, non contare tanto sul
tuo avvocato, ma cerca di capire innanzitutto l’aria che tira e cosa
è bene e cosa non è bene fare, lì dentro…
***
IL CARCERE VISTO DA…
di Francesco Barilli
In questa sezione vedremo di affrontare il
"mondo carcere" assieme a chi ha vissuto questa realtà
"dall’altra parte della barricata" (direttori di istituti,
assistenti sociali, agenti di polizia penitenziaria), o assieme a chi
il carcere l’ha conosciuto come detenuto, ma ha deciso (sia durante
che dopo l’esperienza detentiva) di impegnarsi in prima persona nel
difficile tentativo di migliorare le condizioni di vita nelle carceri,
o comunque di denunciare le innumerevoli storture di questa
istituzione.
Apriamo questa parte della nostra inchiesta con una
testimonianza che rientra nella seconda possibilità; la testimonianza
di Sergio Segio, dell’Associazione "SocietàINformazione".
Si tratta di un personaggio già noto per i lettori che si sono
interessati delle problematiche carcerarie; per quelli che non lo
conoscessero, rimandiamo alla sua prima risposta, che costituisce
anche una presentazione della sua esperienza umana e del suo impegno
civile.
Di seguito potete trovare un contributo che rientra
nell’esperienza di chi il carcere lo conosce bene dopo averci
lavorato per molti anni, sempre impegnato nell’obbiettivo di
costruire un carcere migliore e più umano. Si tratta di Luigi
Pagano, a lungo direttore di San Vittore e oggi Provveditore
regionale delle carceri lombarde.
Ringraziamo di cuore Sergio Segio e Luigi Pagano
per la pazienza e la disponibilità che ci hanno concesso.
Milano, 2 luglio 2004 – intervista a Sergio Segio
Domanda:
I media che parlano di lei spesso partono con una
presentazione comune, parlando quasi con curiosità di "Sergio
Segio, ex terrorista che in seguito, all’interno del carcere, ha
scoperto l’impegno sociale a fianco dei detenuti". Al di là
della banalità della definizione, come è maturata dentro di lei la
decisione di questo impegno civile?
Sergio Segio:
Potrà forse scandalizzare qualcuno, ma l’impegno
sul/contro il carcere è un tratto di continuità nella mia biografia
individuale e politica. Nei primissimi anni Settanta militavo in Lotta
continua che, unico tra i gruppi dell’allora sinistra
extraparlamentare, aveva un forte intervento di sostegno ai detenuti.
In seguito, con Prima linea, l’organizzazione armata che fondammo a
metà degli anni Settanta, la critica contro l’istituzione totale
carcere si fece ancor più radicale. Successivamente, ho scontato
complessivamente una pena di 22 anni. Pur se ho maturato da tempo una
convinzione nonviolenta, conoscere dall’interno la prigione ha
rafforzato la mia visione critica di questa istituzione, la cui
funzione è sempre più identificabile quale quella di contenitore di
povertà, sostituto autoritario alle politiche di welfare.
È anche per questo, oltre che per solidarietà
umana verso chi vive l’esperienza della prigionia, che da anni
svolgo attività di volontariato sui temi del carcere e della
giustizia. Sono stato per molti anni responsabile del Gruppo Abele per
queste problematiche, faccio parte del direttivo della Conferenza
nazionale volontariato giustizia e di Forum Droghe.
Ma l’attenzione e impegno su questa difficile
problematica attraversa anche le mie altre attività pubblicistiche e
di ricerca. Uno dei capitoli del Rapporto sui diritti globali,
promosso da una rete di associazioni (CGIL, ARCI, Antigone,
Legambiente, Coordinamento nazionale comunità di accoglienza), che
curo e realizzo annualmente attraverso il centro studi della mia
associazione, SocietàINformazione, è dedicato proprio al carcere e
alle giustizia.
Mi scuso per aver citato le cose che faccio, ma è
per dire che mi pare vi sia da parte mia linearità e non
"folgorazione" al riguardo. Del resto, anche da dentro le
carceri, con i miei compagni, alla metà degli anni Ottanta avevamo
sviluppato una forte dialettica con i parlamentari, ma anche gli enti
locali, per promuovere la riforma, che poi venne varata nel 1986, e
per una maggior apertura e comunicazione tra interno ed esterno.
In ogni modo, credo che il carcere sia e debba
essere considerato, non a sé stante, ma come un capitolo delle
politiche sociali. Quindi, l’impegno sul carcere è per me parte di
un più complessivo impegno contro l’esclusione e per una maggior
giustizia sociale.
Domanda:
Uno degli aspetti che più colpisce nel carcere è
questo: la presenza di un alto tasso di recidivi. Molti attribuiscono
questa recidività a una predisposizione naturale di quei soggetti
verso il crimine: mi sembra una spiegazione, oltre che banale, molto
comoda. In questo modo, infatti (attribuendo cioè questo mancato
recupero alla semplice predisposizione al crimine) si nasconde il
fallimento del carcere come istituzione che dovrebbe tendere al
recupero del detenuto. Secondo lei cosa manca al carcere (come
istituzione) affinché si possa parlare davvero di una struttura che
tende al futuro reinserimento dei soggetti nella società?
Sergio Segio:
Il fallimento è reale ed evidente. Alcuni, la
destra, ne traggono una considerazione di impossibilità. Ad esempio,
AN ha depositato il 28 aprile 2004 una proposta di legge, primo
firmatario Cirielli, che tende addirittura a modificare l’articolo
27 della Costituzione, a favore di una concezione della pena come
deterrenza ed esemplarità. In sostanza, come pura e semplice
ritorsione sociale o, più crudamente ma realisticamente, come
vendetta, come incapacitazione selettiva delle fasce sociali più a
rischio e meno integrate. Esattamente come avviene negli USA, dove
ormai con oltre 2 milioni di persone in carcere e altri 5 milioni
sottoposte a controllo penale esterno (probation, libertà sulla
parola, ecc.), si è raggiunto un impressionante primato. In quel
Paese il 12,9% dei giovani neri, di età compresa tra i 25 e i 29
anni, è in carcere. Tra i bianchi della stessa fascia d’età, la
percentuale è dell’1,6%. È insomma evidente la funzione di
contenitore e di ghetto in cui rinchiudere chi disturba. Cifre così
imponenti, peraltro, falsano anche i dati sull’occupazione e la
stessa platea elettorale, perché si tratta di milioni di persone che
di fatto o per legge non possono votare.
Il carcere, in particolare negli ultimi decenni, è
diventato un deposito di quelli che il criminologo abolizionista Nils
Chistie ha efficacemente definito "nemici perfetti", vale a
dire di quei soggetti e gruppi sociali facilmente stigmatizzabili e da
sempre oggetto di processi di esclusione: tossicodipendenti,
immigrati, senza dimora, giovani delle periferie urbane, ecc.
Dunque, il penitenziario è al contempo un modello
sociale incapacitativo e un business che naturalmente tende a
incrementare se stesso. L’Italia è dichiaratamente e da tempo
indirizzata a un’emulazione di tali logiche. Sia sul versante dell’ipertrofia
del sistema che del business. Il ministro Castelli, inaugurando
recentemente un nuovo carcere in Campania, a San’Angelo dei Lombardi
(ci sono voluti 19 anni per costruirlo) ha annunciato che 23 nuove
strutture carcerarie saranno realizzate nei prossimi 10 anni. Costo
previsto 1,7 miliardi di euro! (di cui 1,2 di fondi pubblici). Per il
programma ordinario di edilizia penitenziaria, istituito con la legge
1133/1971 sono stati sinora stanziati (sino alla finanziaria del
dicembre 2001) ben quasi 3 miliardi di euro. Insomma, cifre enormi,
che non risolvono alcun problema e che di fatto vengono sottratte a
politiche sociali, alla prevenzione e reinserimento, che diversamente
potrebbero avere grande efficacia dal punto di vista anche del
contenimento del crimine e dell’abbattimento della recidiva. Deve
essere chiaro che questo significa tolleranza zero, come dimostra l’esperienza
della città di New York che di tali politiche è stata la culla all’inizio
degli anni Novanta, quando in 5 anni ha quasi raddoppiato il budget
della polizia, portandolo all’equivalente di oltre 5.000 miliardi di
lire (quattro volte tanto gli stanziamenti invece concessi agli
ospedali pubblici) e aumentandone gli organici di 12.000 unità; nello
stesso periodo, il budget dei servizi sociali è stato decurtato di un
terzo, con la perdita di 8.000 operatori.
In virtù di questi spostamenti di risorse, dallo
Stato sociale si è passati allo Stato penale, dove il carcere diventa
semplicemente un contenitore.
In realtà, la recidiva è la spia di una
contraddizione insanabile. Il carcere non è la medicina bensì la
malattia. Nella visione rieducativa e correzionalistica, il contatto
con la società è visto come "medicina" che recupera e
rieduca il "deviante". Al contempo, tale
"medicina" viene prima traumaticamente negata mediante la
separazione forzata e l’internamento e, poi, irragionevolmente
centellinata e diluita sino a rendere inefficace il principio attivo
del "farmaco". Diversamente, l’eziologia del
"male" che ha portato al crimine, se indagata, quasi sempre
rivelerebbe nel singolo individuo un deficit pregresso di socialità e
di opportunità: cioè di quanto, di nuovo, gli viene negato in forza
e nelle forme della pena reclusiva, aspettandosi - o fingendo di
attendersi - che ciò possa contribuire alla sua
"guarigione", che si possa cioè reinserire senza aver prima
mai inserito ma, all’opposto, emarginato. La stragrande maggioranza
della popolazione detenuta proviene dai ceti sociali più
svantaggiati, economicamente e culturalmente. Il sistema penale e
penitenziario, insomma, conserva una logica e caratteristiche, ma
anche una funzione, di classe. Basti guardare al grado di istruzione:
sui 54.237 detenuti in carcere al 31 dicembre 2003, infatti, 457
risultavano laureati, 2.277 con diploma di scuola media superiore,
1.953 con diploma professionale, 20.570 con licenza di scuola media
inferiore, 15.102 con quella di scuola elementare, 3.423 privi di
titolo di studio, 767 analfabeti (per 9.688 il dato non è stato
rilevato). Per quanto invece riguarda la situazione lavorativa
precedente alla carcerazione, solo 13.953 risultavano avere una
precedente occupazione, 13.791 erano disoccupati, 1.405 in cerca di
occupazione, 350 erano casalinghe, 452 studenti, 328 ritirati dal
lavoro, 9 in servizio di leva, 493 di altra condizione, mentre per
23.456 il dato non era stato rilevato.
Se non si pone mano ai nodi che queste cifre
sottolineano il reinserimento rimane una parola vuota. Ma questa è
questione e deficit che riguarda non tanto l’istituzione carcere
quanto la responsabilità politica, le istituzioni all’esterno, che
devono investire in politiche sociali, in opportunità sul territorio,
in percorsi di inclusione.
Domanda:
Avendo vissuto il carcere in prima persona credo
che lei si sia reso conto, oltre che del disagio dei detenuti (di cui
fino ad ora abbiamo parlato abbondantemente nella nostra inchiesta),
anche della vita di operatori, agenti di polizia penitenziaria, e di
tutta l’umanità che gravita attorno al mondo-carcere. Credo che
anche queste persone condividano, seppure in forme e per motivazioni
diverse, il disagio del carcere, e volevo sapere, in base alla sua
esperienza, quale sia la sua impressione sulla vita quotidiana di
queste persone. In altre parole: esistono, a suo avviso, delle lacune
nell’istituzione-carcere che rendono in qualche modo
"difficile" la vita anche a chi nel carcere opera
quotidianamente?
Sergio Segio:
È indubbio che il degrado e il disagio connesso a
una gestione disastrosa e disastrata dell’amministrazione
penitenziaria si ripercuotono in primo luogo sui reclusi ma anche e
contemporaneamente su chiunque vive e lavora in carcere. Ad esempio, l’altra
faccia del sovraffollamento è il carico di lavoro ulteriore ed
eccessivo che grava su un numero di operatori che, diversamente, sono
già cronicamente sotto organico. Anche qui valgano alcune cifre: per
quanto riguarda le sedi dirigenziali, la presenza effettiva è di 69
unità su un organico complessivo di 385 posti; su 204 istituti 49
risultano privi di direttore titolare. Gli educatori sono
tradizionalmente la "cenerentola" del sistema: 558 su un
organico previsto di 1.376. Ancora peggio è la situazione degli
psicologi e, in generale, del personale sanitario. Migliore è l’organico
degli agenti di polizia penitenziaria: 42.781, oltre a 7.046 unità di
personale amministrativo e tecnico (ma dovrebbero essere 10.025). Pur
se mal distribuito, il numero degli agenti è decisamente superiore
alla media degli altri Paesi. Ma nel loro caso il disagio viene dalle
condizioni di lavoro, rese difficoltose dai problemi strutturali,
nonché da quelle abitative. E, ancora di più, c’è un problema di
formazione insufficiente, per non dire inesistente.
Domanda:
Tornando al suo impegno nel carcere: quale è stata
l’iniziativa o l’esperienza che più la rende orgoglioso di quel
suo impegno civile?
Sergio Segio:
Su un problema così difficile e trascurato da
tutti, sinistra e movimenti compresi, le cose che si fanno sono sempre
insufficienti e quasi mai portano a risultati concreti e duraturi. Sul
carcere, del resto, vale la legge non scritta che per fare le riforme,
per migliorare la situazione occorrono decenni, mentre per le
controriforme, le chiusure, bastano pochi mesi: un paio di fatti di
cronaca nera e qualche campagna allarmistica sui media.
Anche la campagna per l’indulto-amnistia e per il
"piccolo Piano Marshall per le carceri" che, assieme ad
altri, promossi nel 2000, in occasione del Giubileo, ma che continuò
incessantemente per 3 anni, non ha portato ai risultati auspicati. Il
gioco dei veti incrociati, un cinico ping-pong che quasi tutte le
forze politiche misero in campo, mandò deluse le aspettative. L’indulto
alla fine non si fece e anche il piano Marshall non poté decollare
perché, nonostante le promesse che ottenemmo dall’allora governo
Amato e dal centrosinistra di inserimento di apposite risorse nella
Finanziaria 2001, la fine anticipata della legislatura e, di nuovo, la
disattenzione se non indisponibilità di gran parte del Parlamento,
portò il tutto su un binario morto.
Pure, credo che quella lunga campagna e le tante
iniziative che portammo avanti, riuscendo a coagulare un cartello di
forze composto da tutte le maggior organizzazioni sindacali, del
volontariato, della cooperazione sociale e delle piccole imprese, sia
comunque servita a togliere dall’isolamento e dall’invisibilità
le problematiche penitenziarie e a gettare le basi, anche all’interno,
di una maggior coscienza e capacità di rivendicare diritti e
cambiamento. A quella nostra proposta, peraltro, e a proposito della
domanda precedente, aderirono anche i maggiori sindacati della polizia
penitenziaria, che si dichiarano a favore dell’indulto-amnistia e
del piano Marshall, come precondizione per l’affrontamento dei
problemi strutturali del sistema. Fu un risultato non da poco, che ha
contribuito a cambiare un po’ anche la loro cultura e le spinte
corporative.
Domanda:
Volevo un suo parere in generale su uno dei
problemi che, quando si parla di questo mondo, ricorre più
frequentemente: il sovraffollamento. Oltre ad un utilizzo più intenso
delle "misure alternative", quali potrebbero essere le
soluzioni a tale problema? E quale è il suo giudizio sul recente
dibattito in Italia circa le misure "svuota-carceri", che ha
prodotto il cosiddetto "indultino"?
Sergio Segio:
L’indultino, ribattezzato dai detenuti
"insultino", è stata una vera e propria truffa. Sia
perché, come avevamo inascoltati da subito denunciato, non avrebbe
portato nessun beneficio: chiunque conosca la materia sapeva bene che
quella legge non avrebbe potuto fare uscire un solo detenuto in più,
semmai qualcuno in meno, di quanti sarebbero comunque usciti con le
misure alternative già in vigore. I dati lo hanno poi dimostrato.
Come ha recentemente dichiarato il vicecapo dell’amministrazione
penitenziaria Di Somma, "Appena 4.000 detenuti sono stati
liberati: esattamente la metà rispetto alle previsioni". Altro
che svuotamento delle carceri. Fatto sta che oggi siamo di nuovo
tornati a superare i 56.000 detenuti a fronte di 42.000 posti.
Esattamente come prima dell’indultino. Quello che Di Somma non dice
è che gran parte dei 4000 usciti, sarebbero usciti comunque in
affidamento al servizio sociale, una misura alternativa già esistente
e assai meno vessatoria delle norme introdotte dall’indultino. L’altro
motivo per cui parlo di vera e propria truffa è che si è spacciato
per provvedimento di clemenza quello che, come giustamente e
autorevolmente ha commentato Emilio Santoro, docente universitario di
Firenze e direttore del Centro di documentazione "L’altro
diritto", era in realtà "un provvedimento antirecidiva
ispirato a una logica puramente repressiva". Peraltro e in
verità, se l’indultino sicuramente ha rafforzato la logica
repressiva, attraverso il sistema rigidissimo di controlli e
prescrizioni che ha introdotto, diversamente non ha avuto né poteva
avere efficacia antirecidiva, la quale ha bisogno di sostegno al
reinserimento socio-lavorativo non di controllo poliziesco.
Affossata, grazie a quella legge-truffa, ogni
ipotesi di indulto-amnistia, ora il problema del sovraffollamento è
diventato ancor più esplosivo. Le soluzioni possibili stanno sì in
una rivitalizzazione delle misure alternative, ma anche in un progetto
serio di depenalizzazione. Rivolto però non già ai reati
economico-ambientali e a beneficio dei più forti, come temo questo
governo e l’attuale commissione per la riforma del codice penale
vogliano perseguire, bensì a quelle leggi ingiuste che, da sole,
producono la gran parte delle carcerazioni: in primo luogo la legge
sulle droghe (che per giunta Fini e il governo vorrebbero peggiorare,
rendendo le pene più pesanti, da 6 a 20 anni, colpendo anche il
consumo personale ed equiparando droghe leggere e pesanti), ma anche
le norme sull’immigrazione.
Domanda:
La scarsa conoscenza dell’universo penitenziario
porta spesso l’opinione pubblica a pensare che le carceri siano
quasi degli "alberghi di lusso", come infelicemente
sintetizzò il ministro Castelli in visita al Buoncammino di Cagliari
un paio di anni fa. A questo proposito mi viene in mente il prof.
Della Casa, docente in diritto penitenziario, il quale ha amaramente
detto: "… il carcere non dovrebbe essere qualcosa di cui si
parla solo quando succede un evento commovente; si dovrebbe parlare
maggiormente delle problematiche carcerarie, nella società civile.
… il carcere non riguarda solo i detenuti e le loro famiglie, ma
tutti noi; solo che troppo spesso ce ne dimentichiamo, e ce ne
ricordiamo solo se un detenuto evade o si suicida. Il carcere, oggi
come oggi, è un luogo utile solo per le facili commozioni: al posto
della commozione sarebbe meglio un impegno civile, costante e
continuo.". Nella visione distorta, distratta e parziale che l’opinione
pubblica ha del carcere, quali sono, a suo avviso, le colpe della
politica, e quali quelle dei media?
Sergio Segio:
Le responsabilità sono indubbie ed enormi. La
politica ha l’aggravante di legiferare su una materia come questa
che spesso non conosce e non vuole conoscere. Ma tra media e politica
(di centrodestra così come di centrosinistra) in questi anni si è
costruito un sistema di gioco di specchi, che ha fatto della
strumentalizzazione della paura e dell’enfasi securitaria un
paradigma culturale e una centralità politica che ha reso il carcere
un "valore", una panacea per qualsiasi problema e
contraddizione sociale.
A differenza del professor Della Casa, temo che del
carcere non si parli e non ci si interessi neppure in occasioni di
eventi che dovrebbero commuovere. Basti vedere la cappa di silenzio
che nasconde i suicidi e le tante morti evitabili che succedono nelle
celle (13 nel solo mese di giugno 2004). O basti pensare che,
nonostante l’apposita legge varata nel marzo 2001, in carcere
continuano a esserci i bambini e le loro madri. E nessuno o quasi ne
vede e dice lo scandalo.
Le logiche, le politiche e la cultura della
tolleranza zero, la criminalizzazione delle povertà hanno prodotto
una devastazione culturale e morale anche a sinistra e hanno corroso
la capacità di "commozione" dell’opinione pubblica. E si
tratta di guasti per riparare i quali occorreranno decenni. Il
ministro Castelli esprime, magari in maniera più rozza, un sentimento
di egoismo sociale e di concezione dei poveri e degli emarginati
quali, appunto, "nemici" da allontanare e rinchiudere, che
appartiene a pezzi non indifferenti di opinione pubblica e delle
stesse forze politiche.
Domanda:
Trovandomi ad intervistare ex detenuti mi è spesso
sembrato naturale e scontato chiedere quale fosse stato il primo
impatto con l’ingresso in carcere. Mi sembra ugualmente naturale
chiederlo a lei, seppure con sfumature diverse: nel senso che questa
domanda sul primo impatto si impernia generalmente sulla
"sorpresa" (un uomo generalmente non si aspetta di finire in
carcere, o perlomeno spera di non finirci mai), mentre con lei mi
sembra giusto un approccio diverso. Senza voler rivangare un periodo
della sua vita del quale credo non voglia parlare, immagino che un
uomo come lei avesse "messo in preventivo" che il carcere
poteva essere un’esperienza probabile, se non inevitabile. Quale è
stato, quindi, il suo primo impatto con il carcere, nel confrontare la
realtà con ciò che fino a quel momento aveva solo immaginato?
Sergio Segio:
Per me è sempre valsa la convinzione che un
rivoluzionario che non è stato in carcere non è un buon
rivoluzionario. E in ogni caso anche prima delle scelte, che ora
giudico sbagliate, di radicalizzazione armata che mi portarono in
carcere, pur se per periodi ben più brevi, l’esperienza della
carcerazione era abbastanza consueta e connessa alle lotte operaie e
studentesche della fine anni sessanta-inizio settanta e, come dicevo,
già presente come area di intervento e militanza dentro Lotta
continua. Dunque, nessuna sorpresa. Certo il carcere speciale della
fine anni settanta e degli anni ottanta era sensibilmente diverso e
ben più disumano di quello precedente. Ci sono molti carceri assai
diversi, ancora oggi. Variano da regione a regione, da regime a
regime. In ogni modo, la qualità della vita in carcere – mi si
passi l’ossimoro - non dipende tanto dalle strutture fisiche quanto
dal tipo di gestione e dagli input politici che a essa vengono dati.
***
Milano, 11 settembre 2004 – intervista a Luigi
Pagano
Domanda:
Come ho già detto nell’intervista a Sergio Segio,
incontrando ex detenuti mi è spesso sembrato naturale chiedere, per
prima cosa, quale fosse stato il primo impatto con l’ingresso in
carcere. Mi sembra ugualmente naturale partire in modo analogo con
lei, seppure con sfumature diverse: nel senso che questa domanda sul
primo impatto si impernia (nel caso di un detenuto) sulla
"sorpresa". Per un uomo come lei che si trova (immagino in
giovane età) ad avere il primo incarico come direttore di un carcere,
credo invece che questo primo incarico voglia dire innanzitutto il
confrontare la realtà dei fatti con la teoria che fino a quel momento
si è studiata. Quale è stato, quindi, il suo primo impatto con il
carcere?
Luigi Pagano:
Il primo approccio è stato catastrofico… Nel
senso che mi ero laureato in Legge nel 1977, con una tesi in
antropologia criminale ed uno studio sul sistema della probation,
ossia sulle esperienze all’estero di applicazione di misure esterne
al carcere. Da poco tempo queste misure (parlo della cosiddetta
"messa in prova", della semilibertà ecc.) avevano
cominciato a prendere piede pure in Italia, dopo che nel ’75 era
stata varata la Legge di riforma dell’ordinamento penitenziario, in
cui si parlava anche della necessità del rapporto fra il carcere e la
società esterna. E invece nel 1979 mi ritrovai a Pianosa, un’isola
dell’arcipelago toscano, in un carcere con sezioni di massima
sicurezza: era l’antitesi di quanto avevo studiato e teorizzato… E
poi erano gli anni del terrorismo, di problemi che avevo studiato ma
con cui ora mi trovavo a confrontarmi quotidianamente… I primi
giorni furono davvero difficili; poi, mi dissi, quello era il mio
lavoro, e da allora molte cose sono cambiate…
Domanda:
Lei è stato per molto tempo direttore del carcere
di San Vittore. Un carcere da sempre "rinomato", ma che è
rimasto sotto i riflettori nel periodo di tangentopoli, quando ai
detenuti classici si è mescolata la novità dei "colletti
bianchi". La cosa ovviamente ha destato clamore: ricordo
distintamente che in quel periodo si tornò a parlare (in modo in
parte strumentale) di sovraffollamento e degli altri problemi
carcerari. Questo ha prodotto qualcosa di positivo nella realtà di
San Vittore? E, sempre a proposito di "colletti bianchi": ci
furono difficoltà riguardo la convivenza fra questi ed i detenuti
"normali"?
Luigi Pagano:
La presenza dei "colletti bianchi" non
poteva cambiare assolutamente nulla… Poi, le dirò, non è del tutto
corretto parlare di un loro numero massiccio: le presenze giornaliere,
rapportate alla popolazione totale del carcere, erano in realtà
poche.
La Giustizia in generale in quel momento era nell’occhio
del ciclone e giornalmente sotto l’attenzione dei media. Basta
ricordare le traversie che interessarono le proposte dei Ministri
Conso e Biondi, in quel periodo… Quindi la presenza di
"detenuti eccellenti" non poteva cambiare niente, perché
qualsiasi provvedimento sarebbe apparso come funzionale ad una certa
categoria di persone. Ma se parliamo di sovraffollamento mi sembra che
si debba sottolineare innanzitutto un fatto: all’epoca di
tangentopoli esistevano le stesse leggi in vigore oggi; se le
applicassimo (o, per meglio dire, se potessimo applicarle…) il
problema del sovraffollamento sarebbe inferiore. L’opinione pubblica
si interessa di questo problema solo in certi momenti, ma in realtà
si tratta di una questione che da sempre preoccupa l’Amministrazione
Penitenziaria.
Tornando alla presenza dei "colletti
bianchi", direi che NON SOLO la loro presenza non poteva cambiare
nulla, ma non so neppure cosa avrebbe potuto cambiare; ripeto: già in
quel momento avevamo a disposizione molte Leggi che avrebbero
perlomeno potuto limitare il sovraffollamento. Anzi, per paradosso
forse l’effetto è stato l’inverso, per il detenuto comune in
genere. Tanto per farle un esempio banale, il ragionamento di fondo
era questo: se la Giustizia non risparmia nemmeno i
"privilegiati", quale garanzia o tutela in più potevano
esserci per il piccolo tossicodipendente, tanto per dire? Il carcere
"appartiene" da sempre a certe categorie storiche, e questo
non cambiò certo con tangentopoli. Per l’opinione pubblica può
esserci stata l’impressione contraria, ossia che mani pulite avesse
avuto delle conseguenze serie anche riguardo la composizione della
popolazione penitenziaria; ma per le categorie sociali che
storicamente affollano le carceri non c’era nulla di nuovo. Tanto è
vero che i detenuti comuni (e qui vengo alla seconda parte della sua
domanda) non si mescolavano più di tanto con quelli di tangentopoli.
I detenuti comuni intuivano, in parole povere, che per i colletti
bianchi si trattava di un momento di passaggio, che era impensabile
rimanessero in carcere per lunghi periodi e si integrassero col resto
della popolazione detenuta. Le faccio un esempio concreto: in genere,
per una sorta di legge non scritta, chi parla in carcere (intendo dire
chi "fa dei nomi", chiamando in correità altri imputati)
non viene visto di buon occhio e deve essere isolato dagli altri: le
chiamate di correo non sono gradite agli altri detenuti, sono
considerate un tradimento. Invece gli imputati di mani pulite
(nonostante le numerosissime chiamate di correità) vivevano
tranquillamente all’interno dei penitenziari. Dico
"tranquillamente" nel senso che, passato il primo periodo, i
detenuti comuni concessero molta solidarietà agli
"eccellenti", mantenendo però sempre un certo distacco…
Sembrava che la popolazione carceraria consueta accogliesse i nuovi
arrivati capendo che queste persone stavano provando un’esperienza
totalmente inattesa e traumatica, e gli concedesse la propria
solidarietà; una solidarietà magari distaccata, ma mai segnata da
disprezzo. E devo dire pure che molti "colletti bianchi"
hanno trovato più solidarietà all’interno che non all’esterno
del carcere; Sergio Cusani è il caso più conosciuto, ma le assicuro
che molte persone, una volta tornate in libertà, continuarono a
mantenere contatti con i detenuti comuni, offrendo loro tutto l’aiuto
possibile.
Domanda:
La nostra inchiesta è nata dal caso di Ramon,
ragazzo cileno suicidatosi nel carcere di Iglesias. Un aspetto che ci
ha particolarmente colpito nella sua storia è quello delle
limitazioni da lui subite per quanto concerne diritti a visite e
telefonate; limitazioni che crediamo abbiano contribuito a spingere il
ragazzo alla disperata scelta del suicidio. Rivolgo quindi anche a lei
alcune domande fatte al prof. Della Casa: a livello di questi diritti
(telefonate, visite ecc.) come siamo giudicabili, nel paragone con
altri paesi europei o comunque di cultura "occidentale"? E
come siamo giudicabili riguardo all’equità con cui consentiamo di
esercitare questi diritti (paragonando la condizione dei detenuti di
nazionalità italiana con quella degli stranieri)? Analogamente,
volevo chiederle se detenuti italiani e detenuti stranieri ricevano un
uguale trattamento riguardo la concessione delle misure alternative.
E, in caso di risposta negativa, quali sono i motivi per cui agli
immigrati queste alternative alla pena detentiva vengono riconosciute
con più difficoltà?
Luigi Pagano:
Innanzitutto direi che come sistema legislativo l’Italia
non teme paragoni con altri Paesi. Abbiamo la Legge penitenziaria, la
Gozzini, la Simeone, la Legge sulle donne madri, quella sull’AIDS…
Abbiamo un panorama normativo valido, che dice esplicitamente che il
carcere dovrebbe essere un’extrema ratio, una soluzione cui
ricorrere quando tutte le altre misure risultano inapplicabili…
Eppure, paradossalmente, abbiamo un costante aumento dei detenuti. Ma
se andiamo a vedere "che tipo" di detenuti affollano le
nostre carceri cominciamo a capire meglio la situazione, e cominciamo
a capire pure perché le misure alternative, che dovevano servire
anche da valvola di sfogo dei penitenziari, non sono servite allo
scopo. E questo nonostante attualmente il numero di soggetti in misura
penale esterna sia più o meno analogo a quello dei soggetti che
abbiamo internamente al carcere.
Il problema è questo: abbiamo un ottimo sistema
normativo, ma parametrato sul detenuto comune italiano. Ossia su un
soggetto che in qualche modo ha una casa ed una famiglia, e che un
lavoro potenzialmente può trovarlo… Per cui per le pene medio-brevi
(inferiori ai tre anni) questo soggetto-tipo le misure alternative
riesce ad ottenerle. Invece gli stranieri per la maggior parte sono
irregolari. La logica delle misure alternative è questa: l’arresto
domiciliare lo concedi a chi ha un domicilio certo all’esterno; il
lavoro all’esterno lo dai a chi ha già un lavoro (o una prospettiva
concreta di lavoro): per questo lo straniero, non potendo vantare
questo tipo di condizioni, spesso non riesce ad accedere alle misure
alternative. A questo punto, per risolvere almeno parzialmente il
problema, non si deve intervenire sul sistema penale (come qualcuno
pensa o finge di pensare), ma sulle condizioni sociali all’esterno,
che favoriscono questo tipo di problema, o ne rendono difficile la
soluzione.
Arriviamo ora al discorso telefonate e visite:
anche qui c’è un problema di limitazioni, è vero. Cominciamo però
col dire che un minimo di controllo ci deve essere, su questi
contatti. Moltissimi detenuti sono clandestini, il che vuol dire che
non si hanno notizie su di loro dalle ambasciate, non si hanno a
disposizione documenti identificativi validi, eccetera. Molte volte è
dunque difficile valutare quale sia il reale tasso di pericolosità di
queste persone, e vedere quindi per chi e fino a che punto sia
ragionevole porre limitazioni e per chi sia invece inutile ed
ingiusto.
Le racconto un episodio: quattro anni fa un gruppo
di 8 persone tentò un’evasione da San Vittore. Era implicato come
capo del tentativo un detenuto che lavorava nel carcere, un addetto
alle pulizie. Seppi solo successivamente che quell’uomo (che si era
presentato come volenteroso e che godeva della fiducia di tutti all’interno
dell’Istituto) era implicato in grossi traffici di droga… E’
solo un esempio, ma le assicuro che non è raro scoprire che persone
che sono in carcere per un furto hanno alle spalle carriere criminali
notevoli ed allarmanti…
E’ chiaro che la presenza in carcere di molti
stranieri è fonte di problemi. Esistono aspetti che all’esterno
possono sembrare banali, insignificanti, ma che nella realtà
quotidiana di un penitenziario sono importantissimi. Penso al cibo:
adesso ci siamo adeguati, con menù appositi per chi professa la fede
islamica, ma all’inizio le assicuro che questo era un grosso
problema, di cui non si capiva appieno la valenza culturale o
religiosa… Per non parlare della lingua; e quando parlo della lingua
non intendo solo un ovvio problema di traduzione, ma parlo di un modo
di esprimersi diverso dal nostro. Il problema di capire che a volte
discussioni a voce alta non erano il segno di una rissa, ma un modo
"naturale" di comunicare; il problema di capire che a volte
gli stranieri imparavano come prima espressione italiana una
bestemmia, e anche qui si innescavano banalmente dei conflitti…
Non dobbiamo dimenticare che nel carcere si
concentrano determinate fette della società, e che il fenomeno della
stigmatizzazione finisce col farti sentire "diverso" e
"negativo" rispetto a chi sta all’esterno. Vede, in fondo
nel carcere si crea una riproduzione limitata ed in negativo della
società, con le sue contraddizioni e le sue difficoltà di
integrazione. E le peculiarità dell’ambiente contribuiscono a
rendere la situazione ancora più deteriorata.
Domanda:
Mi sembra evidente che nel sistema penitenziario l’amministrazione
(direttore più custodia) abbia una supremazia schiacciante rispetto
al detenuto. Questa, voglio precisarlo, non è una critica, ma una
constatazione sulla natura delle cose. Il prof. Della Casa, a tale
proposito, ripone molta fiducia nell’introduzione del Difensore
Civico, come figura super partes che costituirebbe un elemento di
mediazione fra custodi e custoditi. Volevo conoscere le sue
valutazioni su questa nuova figura.
Luigi Pagano:
Io sono scettico… Torniamo a quanto dicevo in
precedenza: se lei va a vedere il sistema di garanzie presente nella
Legge lo trova già valido; non sono le Leggi ad essere inadeguate: il
punto è che non sono applicate o che, per meglio dire, si creano le
condizioni per cui diventano inapplicabili.
Esistono già figure che hanno reali poteri per
intervenire a tutela del detenuto: il giudice comune, il magistrato di
sorveglianza, il TAR… La figura del Difensore Civico esiste già,
nei Comuni per esempio, ma non è che funzioni molto; figuriamoci in
un ambiente come quello carcerario… Una figura del genere come la
costruisci? Con quali poteri di incidenza? Come la integri con un
sistema di garanzie che già allo stato attuale non funziona NON per
mancanze legislative? Un Difensore Civico, necessariamente con poteri
limitati, potrebbe servire da mediatore, certo… Però poi ci deve
essere qualcuno che risponde alle esigenze dei detenuti.
Domanda:
Quando si parla di carcere, uno dei discorsi che
ricorre più frequentemente è quello sul sovraffollamento, di cui
abbiamo già parlato in questo nostro articolo. Ripeto dunque a lei
una domanda che ormai mi esce "automatica": oltre ad un
utilizzo più intenso delle "misure alternative", quali
potrebbero essere le soluzioni a tale problema? E quale è il suo
giudizio sul recente dibattito in Italia circa le misure "svuota-carceri",
che ha prodotto il cosiddetto "indultino"?
Luigi Pagano:
L’indultino non poteva produrre nessun serio
effetto. In definitiva si è trattato di un atto di cortesia verso l’appello
del Papa, e nulla più. Ma in realtà anche un indulto o un’amnistia
non sarebbero serviti a nulla.
Si torna sempre al concetto di cui parlavamo prima:
per risolvere il "problema carcere" ci vuole un intervento
innanzitutto della società esterna. Bisogna far sì che la società
esterna dimostri una sensibilità più attenta e meno episodica verso
il carcere. Svuotare le carceri senza creare le condizioni di
accoglienza nella società significa mandare allo sbaraglio le
persone; significa aumentare (direttamente o indirettamente) la
conflittualità sociale, e comporta un’onda di ritorno senza
precedenti…
Torniamo al discorso precedente sulle misure
alternative: trovo assurdo che con tutte le misure alternative alla
detenzione già esistenti non si riesca a creare una valvola di sfogo
per le carceri. Anche con una misura specificamente indirizzata allo
svuotamento dei penitenziari cosa succederebbe? La maggior parte dei
detenuti stranieri hanno subito condanne per reati minori, hanno pene
brevi, e quindi costituirebbero la maggior parte dei beneficiari: dopo
una misura seriamente "svuota carceri" dove andrebbero?…
Io penso fosse molto meglio l’idea proposta da
molte associazioni, Gruppo Abele in testa, che si interessano di
questi problemi quotidianamente: "adottiamo un detenuto". In
altre parole, queste persone devono uscire perché alla base c’è un
serio progetto di reinserimento. Dovrebbe essere la società a dare
una mano al carcere. Svuotare i penitenziari senza che la società sia
prima attrezzata significa, ripeto, mandare allo sbaraglio delle
persone, che finiranno inevitabilmente col tornare in carcere… Le
cito un dato: noi abbiamo avuto l’ultima amnistia nel 1990. San
Vittore contava circa 2000 presenze e si ridusse a 1300… per tornare
in beve tempo allo stesso numero di presenze…
Il carcere non è la risoluzione dei problemi
sociali: il carcere è un problema sociale da risolvere. Da risolvere
con misure preventive, innanzitutto; investendo maggiormente sulle ASL
o sulle comunità (se pensiamo alla tossicodipendenza), o su tutte le
Associazioni che si interessano seriamente di inserimento nel mondo
del lavoro… Le misure alternative alla detenzione vanno bene, ma
sono sempre una misura a posteriori: bisogna invece lavorare sulla
prevenzione. Io dico sempre che prima di arrivare all’art. 27 della
Costituzione Italiana (quello sulla responsabilità penale e sul
divieto di trattamenti penali contrari al senso di umanità), dovremmo
rileggerci bene l’art. 3 (quello che dice che è compito della
Repubblica "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e
sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei
cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…")
e cominciare ad applicarlo.
Domanda:
Ho letto, grazie al sito ristretti.it, un
interessante articolo di Roger Matthews (Centre for crimonology,
Middlesex University) sull’esperienza in Gran Bretagna e negli USA
di parziale privatizzazione delle carceri. C’è un aspetto nell’intervento
di Matthews che mi ha preoccupato: secondo l’autore "L’impatto
più significativo della privatizzazione è stato lo sviluppo di un
sistema carcerario più impersonale ed automatizzato. … Questa
strategia si presta ad una politica di ‘inabilitazione’ dei
detenuti e di pura custodia, con scarsa incentivazione allo sviluppo
di programmi riabilitativi …. Gli imprenditori privati hanno poco
interesse alla rieducazione dei detenuti e alla riduzione dei tassi di
recidiva". Mi è sembrato giusto introdurre anche questo
argomento perché trovo un’allarmante analogia sulle riflessioni che
facevamo sulla "filosofia" imperante da noi circa un carcere
meramente punitivo, i cui obbiettivi di recupero vengono in subordine
rispetto alle esigenze di "ordine e sicurezza": secondo lei
la strada della privatizzazione (anche parziale) è sbagliata in ogni
caso, oppure potrebbe essere un modello da seguire, seppure con
particolare attenzione e con particolari correttivi rispetto al
modello proposto in Gran Bretagna e negli USA? Le chiedo questo
perché ultimamente anche il Ministro Castelli ha cominciato a parlare
di una possibile e parziale privatizzazione delle carceri in Italia.
Luigi Pagano:
Non credo, ma è mia considerazione personale, che
quello della privatizzazione sia un obbiettivo primariamente
perseguito dal Ministero. La privatizzazione di certi servizi, invece,
potrebbe essere un discorso interessante; specie se parliamo di
affidamento di alcuni servizi a cooperative di detenuti.
Il rischio di una privatizzazione totale è quello
a cui accennava lei, la possibilità che il privato possa, anche in
buona fede, avere come obiettivo più il proprio utile che il
miglioramento delle condizioni di vita dei detenuti o il percorso di
reinserimento sociale, fatto che potrebbe portare a storture e ad
eccessi …
In Italia non credo esistano le condizioni per una
privatizzazione. E, francamente, resto convinto che, anche per
questioni di principio, l’esecuzione penale debba essere affidata in
via esclusiva allo Stato.
Domanda:
Restando all’aspetto più grave del
"problema carceri", ossia all’elevato numero di suicidi e
di atti di autolesionismo: in base alle statistiche di ristretti.it il
fenomeno appare diffuso in tutte le strutture penitenziarie italiane,
ma in alcune di queste i casi si presentano con una frequenza ancora
più preoccupante. Al di là del fatto che ogni caso sarebbe da
approfondire singolarmente, le risulta che ci siano dei "buchi
neri" nelle strutture penitenziarie italiane, ossia istituti di
pena in cui il fenomeno dei suicidi (o delle "morti
sospette") sia riconducibile proprio a condizioni particolarmente
inumane o degradanti?
Luigi Pagano:
Credo che il carcere in sé sia una grossa
tentazione, perché fatalmente lascia l’uomo abbandonato a se
stesso, cella, monastero, penitenza, penitenziario, linguaggio,
termini comuni e questo innesca dinamiche difficili da affrontare,
perché riguardano la dimensione individuale e difficilmente si
possono trovare soluzioni applicabili indistintamente a tutti.
Ultimamente come Amministrazione Penitenziaria è
stato creato un gruppo di studio proprio per cercare di affrontare e
prevenire questo fenomeno. Ma ci rendiamo conto che è difficile
trovare "la causa" del suicidio: per ogni caso c’è una
dimensione individuale che incide pesantemente. Bisogna riconoscere
che non esiste la possibilità di andare realmente a capire cosa sta
succedendo nella testa di ogni persona: ogni individuo è talmente
unico che può succedere in ogni momento, tanto per fare un esempio, l’arrivo
di una notizia avversa che lo stato detentivo (già di per sé
frustrante) amplifica nell’animo di quel dato individuo e funziona
da detonatore. Il discorso è che dal momento del suo ingresso in
carcere una persona non ha più la sua vita precedente, ma "un’altra
vita". E’ significativo che il fenomeno dei suicidi interessa
spesso non chi è già abituato alla vita del carcere, ma soggetti che
trovano particolarmente traumatico l’approccio con la nuova realtà.
E’ chiaro, allora, che l’articolazione di tutta
una serie di attenzioni può avere effetti positivi, un po’ come
quando si butta un sasso nello stagno e le onde vanno a cerchi
concentrici, perché l’effetto positivo raggiunga tutti i detenuti
anche quello che non conoscerai mai. Forse è solo empirismo, non si
potrà creare una realtà scientifica, ma il criterio sembra
funzionare se è vero che questo anno c’è stata una tendenza
generale all’abbassamento del numero dei casi; parlando di San
Vittore, che ovviamente è una realtà che conosco bene, ad esempio,
abbiamo avuto un solo caso. E’ chiaro: l’obbiettivo deve essere
quello di arrivare a nessun suicidio, ma il risultato sin qui ottenuto
significa comunque che, anche in questo campo, prestare attenzione al
fenomeno in fase preventiva funziona…
Sicuramente una vita diversa,poi, in carcere
potrebbe limitare il fenomeno. Io non credo alle "carceri
modello", lo trovo utopistico, ma un carcere che citerei come
esempio è quello di Bollate. Nel senso che si tratta di un Istituto
nato per rendere concretamente migliore la qualità di vita al suo
interno; è nato pensando PRIMA a creare certe condizioni "di
vita" (trattamento, lavoro, ecc.) e DOPO alle regole vere e
proprie del carcere.
Io credo infine, ma è banale come pensiero, che se
il detenuto viene impegnato in una serie di attività
"positive" alla fine ha un ritorno favorevole anche la
società. Diminuiscono i costi sanitari (perché a volte questi costi
non sono dovuti, come si potrebbe pensare, a patologie preesistenti,
ma alle caratteristiche intrinseche del carcere stesso), aumentano le
possibilità di un reinserimento futuro, eccetera… Però la gente
deve capire prima questo (e torniamo ad un discorso che abbiamo già
fatto): il carcere non è un’isola a sé, ma fa parte della
società, e quindi è necessario un maggiore interesse alla
risoluzione delle sue problematiche. Il carcere deve funzionare come
"trattamento", ai fini della riduzione della pericolosità
sociale di certi soggetti; il carcere visto come luogo di punizione,
dove ci si limita a "far passare il tempo" per detenuti, non
serve a nulla… Anzi, diventa un’istituzione costosa per la
società, che rischia di creare criminalità (invece di diminuirla), e
dove si innescano dinamiche negative che portano all’elevato numero
dei suicidi eccetera. Se il carcere esiste, deve esistere all’interno
di un contesto sociale che lo accetta, lo conosce e partecipa alla sua
vita perché ne riconosce l’utilità.
Tante volte sento parlare di inasprimento delle
misure repressive, di carcere duro, di massima sicurezza: si tratta di
realtà che abbiamo già sperimentato. Fino al 1975 esisteva già il
carcere come certi vorrebbero tornasse; i Vallanzasca, i Turatello e
tutta una serie di grandi criminali, sono nati proprio all’interno
di quella realtà.
Il sistema attuale sembra non funzionare, è vero,
ma bisogna ammettere che non ci si è mai sforzati di farlo
funzionare. Per esempio con tutte le collaborazioni e le interazioni
fra Enti Locali che andavano attivate. Oggi si parla molto di
federalismo, di decentramento di certe funzioni; la Sanità è
competenza della Regione, la formazione professionale è competenza
della Provincia: quindi è necessaria la loro collaborazione se,
ripeto, come è naturale sia il carcere fa parte della società…
E poi bisogna studiare pene diverse: è assurdo
detenere nella stessa struttura persone che devono scontare poche
anni, se non mesi, e persone condannate all’ergastolo. Non dico che
non si debbano punire i reati minori, ma bisogna studiare altre pene
NON come semplice alternativa alla detenzione, ma IN VIA PRIMARIA,
arrivando ad un sistema che sia più elastico e reattivo, con una pena
che sia costruttiva e che in questo modo pensi non solo al colpevole
ma anche alla vittima. Capisco che questo può sembrare paradossale,
ma trovo che l’attuale sistema non restituisca nulla, né alla
vittima né alla società, se non un qualche senso di rivalsa e di
vendetta. Le faccio un esempio banale: se uno ha rubato in un
supermercato forse è meglio farlo lavorare per un paio di mesi in
quel supermercato, piuttosto che metterlo in carcere per lo stesso
periodo…
Domanda:
Una curiosità finale: parlando con ex detenuti ho
trovato alcune preoccupanti analogie nei loro racconti. Ad esempio
tutti descrivono come particolarmente angosciante il proprio primo
impatto col carcere; ma soprattutto tutti dicono di aver appreso da
altri detenuti "le regole di comportamento" interne dell’istituto
penitenziario. Io penso che sia normale che l’ingresso in carcere
per una persona sia traumatico, ma proprio per questo riterrei
naturale che sia l’amministrazione penitenziaria ad occuparsi dell’impatto
psicologico sui "nuovi arrivati". E questo specialmente
perché, secondo i dati estrapolati da ristretti.it, risulta che i
suicidi riguardano spesso soggetti giovani e/o appena entrati in
carcere. Questo servizio di "prima accoglienza" o di
"assistenza psicologica" verso i nuovi arrivati esiste nelle
carceri italiane? E, nel caso in cui esista, quali sono a suo avviso i
motivi per cui non funziona adeguatamente?
Luigi Pagano:
In realtà il servizio esiste, e così pure l’attenzione
per i nuovi arrivati, perché come dicevo in precedenza conosciamo la
delicatezza dell’inserimento nei primi momenti. A San Vittore
abbiamo pensato intenzionalmente di utilizzare per questo servizio non
soltanto il volontariato esterno, ma gli stessi detenuti, proprio per
la loro conoscenza già approfondita della vita carceraria. Il nuovo
arrivato, dal suo ingresso in matricola e per i primi dieci/dodici
giorni, oltre ad essere sottoposto a visite mediche e psicologiche
viene seguito da un volontario, che lo affianca e lo segue per questo
periodo.
A dire il vero i suicidi non interessano solo i
nuovi arrivati, ma si collocano anche in momenti successivi, proprio
perché è sempre possibile che si inneschino quelle situazioni
imprevedibili di cui parlavamo prima (l’arrivo di una notizia
sgradita, il cui effetto negativo viene amplificato dal trovarsi in un
ambiente ostile come quello del carcere). Però è chiaro che il
momento dell’ingresso è delicato, e che a volte basterebbe un po’
più di sensibilità e di attenzione per evitare certi episodi… E
fermo restando che la soluzione al problema non è semplice; perché
è vero che bisogna sforzarsi di far sì che i nuovi arrivati si
adattino al carcere, ma è anche vero che il carcere vive di
paradossi: uno di questi è che più ti adatti alla vita in carcere
più ti sarà difficile il momento del reinserimento nella società
esterna…
E qui torniamo al discorso sull’importanza del
rapporto con la società: io credo che l’opinione pubblica deve
decidersi e dire quale carcere vuole. Se l’opinione pubblica
partecipasse maggiormente al "mondo carcere", e non solo
sull’onda emotiva di certi momenti, sarebbe buona cosa. Non è
possibile che l’opinione pubblica si schieri in termini teorici in
un dato momento e poi basti un episodio a farle cambiare orientamento.
Invece, a fronte magari di tanti casi di detenuti che escono e si
reinseriscono, trovano lavoro eccetera, si enfatizza magari il caso di
chi, appena uscito dal carcere, commette un crimine magari peggiore di
quello per cui era stato condannato. Ed ecco che l’opinione
pubblica, che prima chiedeva misure svuota carceri, torna a chiedere
più rigore e severità…
***
L’OSPEDALE PSICHIATRICO GIUDIZIARIO
di Carlo Del Grande
gennaio 2005 – intervista al dottor Adolfo
Ferraro, direttore dell’OPG di Aversa
Domanda:
Il luogo in cui ci troviamo non è un carcere, né
può essere definito propriamente un ospedale, perchè il ricovero non
è volontario. Può dirci cos'è un Ospedale Psichiatrico Giudiziario
(OPG)? Ed in cosa differisce dalle più comuni case circondariali?
Adolfo Ferraro:
Innanzitutto i soggetti in opg sono internati, e
non detenuti (come avviene in un carcere), ovvero sia sottoposti ad
una misura di sicurezza psichiatrica, in quanto giuridicamente
ritenuti incapaci d’intendere e di volere e socialmente pericolosi
nel momento in cui hanno commesso un’azione delittuosa. L’incapacità
d’intendere, in senso psichiatrico forense, viene intesa come la
valutazione nel soggetto della capacità di capire il valore o il
disvalore dell’azione che si trasforma in delitto; l’incapacità
di volere valuta invece la capacità di autodeterminarsi nell’evitamento
o meno dell’azione delittuosa. Nel momento in cui sono presenti
questi elementi di incapacità, viene riconosciuta nel reo una
condizione di non imputabilità, quindi non viene applicata una pena,
ma, appunto, una misura di sicurezza che può essere di due, cinque o
dieci anni a seconda della gravità del reato commesso. Essa prevede
un periodo di internamento all’interno di una struttura come l’opg,
che non è un carcere in senso stretto per la presenza di questo tipo
di ospiti con i consequenziali significati, e non è un ospedale in
senso stretto perchè non sempre c’è nel paziente, come dicevi, la
volontà di essere internati. E’ una sorta di TSO (trattamento
sanitario obbligatorio), come quelli che vengono messi in pratica
nelle strutture psichiatriche del territorio, prolungato nel tempo
finché non si riduce la pericolosità sociale del soggetto, ovvero la
possibilità che questi possa ripetere lo stesso tipo di azione
delittuosa per gli stessi motivi precedenti.
Domanda:
Quanti OPG ci sono in Italia?
Adolfo Ferraro:
Gli OPG in Italia sono 6. 5 fanno parte dell’Amministrazione
Penitenziaria e sono Aversa (il più antico, fondato nel 1876, in
provincia di Caserta), Napoli, Barcellona Pozzo di Gotto (Messina),
Montelupo Fiorentino (Firenze) e Reggio Emilia. Il sesto è a
Castiglione delle Stiviere (Mantova), ma è una struttura dell’A.S.L.
locale che ha da anni una onerosa convenzione con il Ministero della
Giustizia e riceve un certo numero d’internati.
In tutta Italia gl’internati sono circa 1200.
Domanda:
Avete problemi di sovraffollamento?
Adolfo Ferraro:
Ci sono strutture come quella di Napoli che sono
molto piccole ed anguste perchè la maggior parte di esse sono state
recuperate da vecchi edifici nati con diversi scopi, come conventi,
caserme di cavalleria, antichi palazzi nobiliari e simili. Questo di
Aversa è sempre stato un OPG ed ha delle strutture organizzate ad
evitare i rischi del sovraffollamento, che comunque è presente, in
quanto vi sono alcuni reparti chiusi per ristrutturazione (saranno in
funzione tra breve). In ogni caso, anche adesso, riusciamo a mantenere
gli spazi vitali per ognuno degl’internati.
Domanda:
In un OPG cura e pena sono gli elementi portanti:
in che modo possono trovarsi in equilibrio? E, se così non fosse, su
quale linea siete orientati qui?
Adolfo Ferraro:
L’idea che stiamo portando avanti da 6-7 anni è
quella di uno spostamento verso l’aspetto sanitario rispetto a
quello custodialistico del significato dell’istituto. Nell’ambiguità
di fondo dell’istituzione il concetto di cura rispetto a quello di
custodia tendono spesso a sovrapporsi, e sembra quasi che custodire
rappresenti già di per sé una forma di cura, il che non è reale, o
almeno non in senso stretto. E’ evidente che nell’ambito di questa
condizione ambigua c’è la necessità di fare una scelta, che noi
riteniamo essere quella di una sanitarizzazione dell’istituzione,
primo passo verso un superamento concreto dell’istituzione così
come veniva intesa: privilegiare quindi l’aspetto sanitario
piuttosto che quello custodialistico e questo dev’essere realizzato
non solo dando una formazione più completa alle figure sanitarie dell’istituto
(infermieri, medici, vari consulenti, psichiatri), ma anche dandone
una sanitaria agli altri operatori che lavorano nella struttura,
compresa la polizia penitenziaria, che c’è e che, se formata
adeguatamente, dà dei contributi che possono essere di supporto e di
aiuto a quelli sanitari.
Domanda:
In un istituto di pena per così dire
"comune" il personale è costituito per la maggior parte da
guardie carcerarie. Chi si occupa della sicurezza in un OPG e che tipo
di formazione ha?
Adolfo Ferraro:
La sicurezza dell’istituto viene affidata al
corpo di polizia penitenziaria, ma è evidente che un poliziotto
penitenziario che lavora in un carcere ha regole assolutamente diverse
da quelle che vi sono in un OPG. Di ciò ci eravamo già resi conto in
passato e questa consapevolezza ha acquisito maggiore consistenza
negli ultimi anni, tanto che da circa 3 anni stiamo realizzando, con l’Istituto
Superiore degli Studi Penitenziari (di competenza del Ministero della
Giustizia), corsi periodici di formazione per polizia penitenziaria e
non solo. I progetti sono finalizzati alla formazione della polizia
penitenziaria che lavora in questi istituti, e fornisce conoscenze di
natura giuridica ma anche sanitaria; ad esempio, 2 anni fa abbiamo
promosso un corso di formazione, che chiamammo "Le ali ai
letti", a cui hanno partecipato la polizia penitenziaria, gl’infermieri
e i medici, e che ha portato all’eliminazione, all’interno della
struttura, dei letti di contenzione: questo è un istituto in
cui non si pratica la contenzione fisica, condizione che, c’è da
dirlo, nei servizi di salute mentale territoriali è una prassi
comune. Non condividiamo questo aspetto brutale del contenimento,
anche se siamo consapevoli che esistono vari tipi di contenzione,
dalla farmacologia alla psicologica, ecc. Il fatto è che non
condividiamo tutto ciò che in qualche modo umilia il corpo . Siamo
infine riusciti a fare sì che la polizia penitenziaria acquisisse
delle conoscenze tali da potersi disporre, nei confronti di un
paziente – nel momento di una sua crisi potenzialmente
aggressiva – in modo da non arrivare a produrre altre
esasperazioni che inevitabilmente innestano catene di aggressività
subita/espressa, tanto da arrivare alla fine alla necessità di
ricorrere alla coercizione fisica del paziente. Se a monte riusciamo a
far sì che si costruisca un approccio più sano, più
tranquillizzante da parte degli operatori, non si arriva a questo. Ed
è quello che sta succedendo ormai da un anno.
Domanda:
Si parla spesso (e giustamente) del disagio dei
detenuti, ma anche operatori, agenti di polizia penitenziaria, e in
generale tutta l’umanità che gravita attorno al mondo-carcere credo
condivida, seppure in forme e per motivi diversi, il disagio del
carcere. Vorrei sapere, in base alla Sua esperienza, quale sia la Sua
impressione sulla vita quotidiana di queste persone.
Adolfo Ferraro:
Il disagio nella vita quotidiana c’è,
inevitabilmente, perchè per gli operatori che lavorano qui è
sicuramente un lavoro duro, con pochi mezzi e spesso senza garanzie
per nessuno, ed è per questo che in certe situazioni si sono
raggiunti in passato – e si potrebbero raggiungere ancora – degli
eccessi. Proprio perchè un lavoro è più duro ti costringe ad
assumere delle forme di autodifesa dalla brutalità e dalla violenza e
ciò crea altra brutalità e violenza. Io credo che chi lavora in un
OPG debba essere considerato un professionista e un professionista di
per sé è uno che risolve i problemi. E per risolvere i problemi c’è
soprattutto il bisogno di conoscerli. Il disagio dell’istituzione si
supera nel momento in cui non esistono più comunicazioni errate tra
medico-guardia-detenuto-internato-malato, in cui è chiaro a tutti,
con una interpretazione sistemico-relazionale, che il comportamento di
un elemento produce comportamenti di conseguenza da parte di altri
elementi. Se c’è un tentativo di abbassare il livello di tensione,
fatto attraverso formazione, conoscenza, colloquio, modalità
espressive recepite, un certo tipo di tensione sicuramente si abbassa.
Inoltre, nella consapevolezza che si deve riconoscere e gratificare il
lavoro degli operatori, stiamo portando avanti proposte per cui chi
lavora in un OPG possa avere degli incentivi economici maggiori
rispetto a chi lavora negli istituti penitenziari carcerari. È
importante, però, che tutti capiscano che si lavora per lo stesso
scopo che è anche, giocosamente, quello di cambiare il mondo. Perchè
la possibilità di cambiare il mondo c’è, se cominciamo a cambiare
noi stessi, naturalmente. Il che significa nel caso specifico anche
apportare una sorta di "reingegnerizzazione": trasformare un
oggetto in un altro oggetto di uguale importanza. Se diciamo:
"Questo non è un carcere, ma è una struttura in cui si cura, si
parla, ecc.," diamo altra importanza alla cosa ed allo stesso
tempo motiviamo le persone che ci lavorano ad avere un ruolo, una
figura, una gratificazione maggiore. I risultati si vedono. È chiaro
che per ottenere ciò occorrono anni: all’inizio, anni fa, è stata
molto dura, perchè molti, soprattutto della polizia penitenziaria,
erano convinti di lavorare in un carcere e non volevano spostarsi da
questo concetto. Quella era la loro formazione basata sul concetto
"non ho nessun bisogno di crescere, perchè ciò che so mi
basta". Riteniamo che in realtà c’è sempre da imparare e da
studiare , ed a chi non aveva tale impostazione abbiamo chiesto di
adattarsi o di andarsene. Una parte si è adattata, un’altra parte
è andata via.
Domanda:
Che tipi di reato hanno compiuto le persone che si
trovato in un OPG?
Adolfo Ferraro:
Il 46-47% dei soggetti internati qui hanno commesso
un reato definito "bagattellare", cioè estremamente lieve,
con periodi non superiori ai 2 anni d’internamento. La maggior parte
dei reati sono "contro la persona", e per gran parte lievi
come il maltrattamento in famiglia, ma vi sono soggetti che hanno
commesso omicidi, anche molto gravi; ma sempre in relazione di una
condizione psicopatologica di base.
Domanda:
Come si svolge una giornata-tipo di una persona che
vive in un O.PG.? Quali sono le attività volte alla
guarigione/riabilitazione della persona?
Adolfo Ferraro:
Le stanze dei reparti sono aperte dalla mattina
alle 7 fino alla sera alle 21/22:30, il 20% degl’internati ha un’attività
lavorativa interna, come pulire i giardini, trasportare merci e
pacchi, e sono regolarmente retribuiti con un regolare stipendio: sono
naturalmente i soggetti in migliori condizioni psichiche. Un’altra
parte, circa il 40% è impegnato nelle cosiddette "attività
trattamentali e riabilitative": queste attività tendono all’uso
terapeutico di manifestazioni espressive e si tenta di superare l’azzeramento
della personalità prodotto dalla malattia e dalla sua
istituzionalizzazione. Si tratta di attività di vario impegno
espressivo, che partono da quelle "più morbide" come l’Area
Verde (spazio verde in cui gli animali presenti vengono accuditi dagli
internati che partecipano a tale attività), passando per il
Laboratorio di Colore (dove trovano spazio le capacità espressive in
relazione all’uso del colore ), quello di Musicoterapia, fino ad
arrivare allo psico-dramma, che è la tecnica terapeutica più
impegnativa a causa del coinvolgimento emotivo che rende più dura l’esperienza.
Molti nostri internati, ad esempio, vengono da una cultura contadina e
recuperare le loro origini serve a recuperare loro stessi: l’Area
Verde ha proprio questa funzione. Coltivare 8000 mq di terreno,
riprendere contatto con gli animali che sono circa 400, di cui alcune
specie in via di estinzione forniteci da WWF e dalla Legambiente,
permette di farli riavvicinare alle cose che avevano e che sanno
riconoscere. In istituto sono internati, ad esempio, dei soggetti che
provengono dalla Sardegna, e che erano pastori: avere delle pecore,
ritrovare il gregge, tosarle, parlarci perfino, serve a farli
riavvicinare a qualcosa che avevano perso.
Domanda:
Cosa accade una volta scontata "la pena"?
La persona può tornare a casa, ad una vita per così dire
"normale"?
Adolfo Ferraro:
Quando termina la misura di sicurezza si va a
rivalutare la pericolosità sociale, cioè ci si accerta che il
soggetto sia in condizione di poter evitare per il futuro atti
delittuosi, basandosi non solo sulle condizioni psichiche, ma anche
sulle strutture su cui possono contare; molte volte la dimissione
però non è possibile, in quanto noi cerchiamo di curare, mentre
guarire può essere decisamente più complesso ed a volte impossibile.
Quando cioè, alla scadenza della misura, ci sono delle strutture
sociali (familiari, il Servizio Sanitario Nazionale, strutture di
accoglienza o comunità) che possono farsi carico del soggetto nel
seguirlo e curarlo, non vi sono problemi alla dimissione. Quando
questo non accade il magistrato di sorveglianza, da cui giuridicamente
dipende l’internato, è costretto a prorogare la misura di
sicurezza. E’ un’azione dolorosissima, che tra l’altro crea un
ingorgo enorme all’interno degli OPG. Noi abbiamo circa il 40% degl’internati
che sono in proroga di misura di sicurezza che potrebbero
tranquillamente uscire da qui oggi stesso, ma fuori non c’è nessuno
che li accolga. Noi li sistemiamo in reparti particolari, senza
polizia penitenziaria, in cui si autogestiscono e cercano di vivere,
per quanto possibile, una situazione da liberi. Però, fin quando i
servizi non sono in grado di stabilire un piano d’azione, l’ingorgo
si crea. Per eliminarlo, già da 2-3 anni, abbiamo iniziato a proporre
all’Assessorato Regionale Campano (ma recentemente se n’è firmato
uno anche con l’Abruzzo) per l’organizzazione di protocolli d’intesa
con i servizi di salute mentale dei vari territori nazionali: nel
momento in cui l’internato appartenente ad un dipartimento di salute
mentale arriva nel nostro istituto, noi avvertiamo quel dipartimento e
creiamo un’equipe mista (psichiatri interni ed esterni all’OPG),
che segue l’andamento del paziente all’interno della struttura e
lo accompagna anche fuori, in strutture preparate dove può essere
alloggiato e seguito. Il punto doloroso è che non tutti i
dipartimenti di salute mentale sono pronti a questo: su 13 ASL della
Campania, solo 3 hanno firmato i protocolli d’intesa. Le altre si
sono defilate.
Domanda:
Vorrei alcune Sue considerazioni su un aspetto
particolare del "mondo carcere" (sempre riferito alla
dimensione "particolare" degli OPG): il volontariato.
Adolfo Ferraro:
Negli ultimi anni entra nell’OPG una quantità di
persone a cui prima l’ingresso era interdetto, e tra questi i
volontari (ma anche i tirocinanti in psicologia, gli specializzandi in
psichiatria, laureandi in varie branche etc. ), persone dotate delle
giuste competenze: molti lavorano all’interno dell’OPG, molti
altri all’esterno. A proposito di questi ultimi, è indicativo il
progetto che stiamo conducendo con la locale CARITAS che sta
organizzando alloggi esterni, in vicinanza dell’OPG, per ospitare gl’internati
quando escono o i loro parenti che vengono in visita.
Domanda:
Lei, che è all'interno di una realtà carceraria,
vedrà certamente dei problemi e delle disfunzioni. Non crede che
parlandone di più si potrebbero affrontare con maggiore
efficacia? Perchè, secondo Lei, si parla così poco di questo
mondo?
Adolfo Ferraro:
Credo che se ne parli troppo poco perchè questo è
uno scheletro nell’armadio, utilizzabile solo se l’ambiguità di
fondo permane. Così l’OPG mantiene la funzione di una specie di
contenitore per tutti i fallimenti della psichiatria e della
giustizia, garantendo che nel momento in cui ci sono necessità di
liberarsi di sensi di colpa collettivi, l’OPG funge da spauracchio
da tirar fuori al momento giusto. E questa è una condizione a cui non
ci vogliamo adattare, non foss’altro che per tutelare i soggetti che
qui sono internati. Le nostre iniziative (dal sito www.opgaversa.it,
ai convegni di studio, alla sensibilizzazione dei giovani che vengono
in istituto a studiare e a formarsi) lo dimostrano. Credo che se si
riuscisse a comprendere meglio il linguaggio della malattia mentale,
molta gente qui dentro non ci arriverebbe. Riteniamo che l’OPG è
una struttura che deve essere superata inevitabilmente e che devono
essere reinserite nel tessuto sociale le persone che inutilmente sono
qui internate. Così dei 1200 internati attualmente presenti in tutti
gli opg di Italia, ne rimarrebbero al massimo 200 di soggetti
realmente pericolosi. E’ un passo da fare con molta calma, perché
ritengo che la eventuale chiusura brusca di queste strutture non
risolverebbe il problema, ma ne creerebbe altri. Per risolvere il
"problema OPG", bisogna capire chi deve stare realmente qui
dentro: su un numero ridotto di persone avremmo maggiore e migliore
possibilità di prenderle in carico, viceversa diventa molto più
difficile svolgere un ruolo ed una funzione che compete alla
struttura.
***
YA FUCKING BASTA
di Francesca Frizzi Maniglio
Abbiamo aperto questa nostra inchiesta sul mondo
delle carceri italiane con la storia di Patty. E vogliamo chiuderla
allo stesso modo… La storia di Patty ha una valenza che trascende il
livello "personale"; è una storia che ci ha aperto gli
occhi (come speriamo abbia fatto per voi) su una realtà di soprusi,
di diritti negati, di disparità di trattamento fra cittadini. Eccovi
dunque questo commento che venne scritto "a caldo", pochi
giorni dopo aver preso contatto con Patty: abbiamo pensato di
proporvelo perché è un commento ancora molto attuale e dal quale, in
fondo, sono nate le idee per questa inchiesta.
***
Non sono un operatore sociale, non lavoro nelle
carceri e in carcere non ci sono mai finita, né ho mai avuto
occasione, qui in Italia, di andarci per trovare un amico. Eppure
occasioni se ne sono già presentate. Ma in Italia non si può. Ho
abitato però sei anni negli USA (dal 95 al 2001) e lì ho vissuto
più da vicino la condizione dei carcerati, in quanto questi, a
differenza dei detenuti italiani, non sono isolati dalla società
civile come succede da noi, hanno il diritto di ricevere visite e di
fare telefonate. Ho avuto modo di andare a trovare più di una persona
e di avere un costante contatto telefonico ed epistolare.
Patty, così si fa chiamare la giovane mamma di
Ramon Enrique, vuole gridare il suo dolore; e il suo grido mi ha
definitivamente svegliata da un torpore che è durato fin troppo a
lungo. Patty, venuta dal Cile nemmeno un mese fa, per scoprire che suo
figlio è morto come un cane abbandonato, vuole gridare il suo dolore
a tutta Italia… Chi osa fermarla? Io la incoraggio: grida mamasita,
grida perché non sei sola, abbiamo bisogno di ascoltare il tuo grido
di dolore, aiutaci tu a capire, a farci capire, a farli capire.
Chi lavora come operatore, spesso è rassegnato
allo status quo… ogni giorno vede il dolore, i soprusi, le piccole
ingiustizie quotidiane e forse non ci non crede più che le cose
possano cambiare, perché tutti i giorni vive e vede situazioni di
questo tipo, ma dobbiamo crederci per poter vincere, dobbiamo vincerla
questa battaglia, la situazione può e deve cambiare proprio perché
ha mietuto e continua a mietere un numero assurdo di vittime. Gli
operatori, gli assistenti sociali ci aiuteranno a contattare persone,
raccogliere testimonianze, racconti, esperienze, il vissuto. Ma
lasciate a noi la grinta di sognare un carcere diverso, riformato,
umanizzato, possibile, necessario, indispensabile.
Puntiamo il dito sulle carceri americane e sulla
loro pena di morte (GIUSTAMENTE!), eppure noi, nel nostro paese,
permettiamo che dei ragazzi per reati minori (spesso spinti a
compierli per situazioni di povertà, per mancanza di alternative)
muoiano sepolti vivi. E dire sepolti vivi non è una forzatura o un’esagerazione,
ritengo invece che sia il nocciolo del problema!
In Italia i detenuti sono in un continuo stato di
isolamento dal mondo, se poi capita che sia uno straniero (e qual è
la percentuale di stranieri nelle carceri italiane?) l’isolamento è
ancora più totale.
In USA quando non ricevi una telefonata per più di
10 giorni da un carcerato sai il perché: è in isolamento, idem vale
per le visite… l’isolamento è messo in pratica come castigo per
cattiva condotta e in questo caso niente visite, si va ‘in the hole’,
‘nel buco’. Ma in Italia i carcerati sono sempre in isolamento,
sono sempre in punizione: possono telefonare e ricevere visite solo
dai familiari (perché mai?) e solo se in possesso di un regolare
permesso di soggiorno! Come a dire: "se non hai famiglia, o se
sei immigrato, impiccati pure! Perché tanto qui dentro sei sepolto
vivo! NON ESISTI PIU’!"
Se Patty fosse arrivata in tempo per Ramon Enrique,
non le avrebbero concesso la visita molto probabilmente!
Perché tutto questo? Perché brutalizziamo così
chi ha sbagliato? Perché questa forma di tortura costante e
micidiale? Perché? La detenzione non implica l’isolamento, eppure
da noi in Italia sembrano essere sinonimi.
Accenno a questo problema perché è quello che ho
potuto toccare con mano e ritengo che sia una delle cause dell’elevato
numero di suicidi. Inoltre se vogliamo cambiare le cose dobbiamo
assolutamente fare delle richieste specifiche, che partano dalle
esigenze della vita di tutti i giorni, denunciando gli abusi ai
diritti umani, i diritti fondamentali della persona.
Anche chi ha compiuto un crimine è e rimane un
soggetto di diritti, una persona, un essere umano. Non è più
ammissibile che: i detenuti in quanto a regole siano in balia dei
direttori del carcere, che non esista un regolamento di tutela dei
diritti dei detenuti uguale per tutti gli istituti, che le morti in
carcere non facciano notizia, che Amnesty International abbia
dichiarato che in Italia nelle carceri vengono violati i diritti
umani. Non è ammissibile che tutto ciò continui a succedere
giornalmente senza che si levi forte e chiaro un BASTA da parte della
società civile. Occorre informare e sensibilizzare l’opinione
pubblica, stimolare i parlamentari, umanizzare il problema,
prescindendo dal colore politico. Qui stiamo parlando di diritti
umani!!!
Cose specifiche, esempi, una lista degli abusi e
dei rispettivi diritti che dovrebbero essere tutelati anziché
infranti in continuazione. Il diritto ad essere curati, il diritto
alla salute, il diritto a non essere sepolti vivi, il diritto per gli
immigrati ad essere trattati come gli altri detenuti!… Quale può
essere il nesso tra riabilitazione e isolamento dal mondo? Quale se
non un abbrutimento della persona? Una tortura gratuita e
ingiustificata?
I diritti fondamentali DEVONO essere uguali per
tutti, il diritto a essere curati, a telefonare e ricevere visite
inclusi, perché queste privazioni sono letali e i suicidi ne sono la
conferma!
Perché per chi ha compiuto reati non violenti
anziché il carcere e l’isolamento (che nulla hanno di riabilitativo
ma anzi accrescono odio, risentimento, emarginazione e comportamenti
devianti) non si pone come alternativa lo svolgimento di lavori
socialmente utili da compiere nel territorio (manutenzione e pulizia
dei parchi, pulizia delle strade) come avviene nei paesi ‘civili’,
affiancando ai carcerati, nello svolgimento di questi lavori,
assistenti sociali che lavorino fianco a fianco con questi ragazzi,
permettendo attraverso la frequentazione di modelli positivi di
percorrere un autentico percorso riabilitativo e di integrazione?
Patty nel suo funesto viaggio a Iglesias ha saputo
che prima di Ramon altri due ragazzi nel giro di pochi mesi si erano
tolti la vita. Nemmeno un mese dopo la morte di Ramon, il 30 novembre
si è impiccato Gabriele Pasceddu, un 35enne, in un carcere di
Cagliari, anche lui in carcere per reati minori. E chissà quanti
altri nomi sfuggono alle cronache!…
Uniamo le forze, iniziamo il tam tam, la situazione
delle carceri italiane è il peggio che abbiamo in questo paese, grida
vendetta al cospetto di Dio. Si tratta della violazione dei diritti
umani fondamentali! Ya basta! Facciamo sì che la morte di Ramon non
sia stata vana.
Uniamoci al grido di dolore di Patty e di tutti
quelli che da dentro non possono gridare, non possono parlarci, non
possono comunicare con l’esterno se non attraverso il gesto estremo.
Io alzo il mio grido contro una situazione intollerabile, disumana che
non può e non deve più continuare. Unite anche voi il vostro grido
al mio e a quello di quanti hanno collaborato e collaboreranno in
questa inchiesta!
Facciamolo ahora, adesso. Da adesso. Tutti. Per
vincere la battaglia per i diritti umani nelle carceri italiane.
***
Intervista (o sarebbe meglio dire, chiacchierata) a Emilio
Santoro, professore associato di Filosofia del diritto nella
Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Firenze, direttore del
centro di documentazione L'altro
diritto, incentrato sui temi dell'emarginazione sociale,
della devianza e del carcere. Fra le sue pubblicazioni "Carcere
e società liberale" (edito da Giappichelli).
di David Santi, per Ecomancina.com
David Santi.: Al giorno d’oggi è diffusa la convinzione,
lanciata negli anni ’70 da intellettuali di sinistra, che il carcere
come misura rieducativa non funzioni, abbia fallito la sua missione.
Ciò nonostante l’istituzione carceraria è ancora presente. Quali
sono le sue vere o nuove funzioni?
Emilio Santoro: Bisogna sempre intendere cosa rieducazione voglia
dire, cosa non voglia dire; se il carcere doveva essere lo strumento
di trasformazione di un sottoproletariato urbano in operai per le
fabbriche, non ha mai funzionato, non è stato così nell’800 non è
stato così nel 1900.
Abbiamo vissuto invece un carcere del welfare state che ha avuto
una funzione sicuramente non di rieducazione, fortunatamente, ma di
reinserimento sociale, nel senso che per alcuni tipi di soggetti il
carcere del dopo la Gozzini in Italia è stato un carcere che ha
svolto e concentrato un certo numero di risorse e di attenzioni su
persone socialmente marginali che nella loro vita non avevano mai
avuto una concentrazione di risorse; questo un pochino ha funzionato.
Soprattutto la misura dell’affidamento ha avuto una certa
importanza.
Oggi il carcere è qualcosa di completamente diverso, oggi il
carcere è un grande contenitore della marginalità sociale; basta
prendere le statistiche della popolazione detenuta, quasi il 40% sono
migranti, quasi tutti irregolari, un terzo circa sono
tossicodipendenti; normalmente nelle grandi città le carceri sono un
centro di permanenza temporanea per i migranti, una grossa comunità
terapeutica coattiva per i tossicodipendenti, ma anche spesso e
volentieri il primo centro d’accoglienza per i senza fissa dimora;
spesso e volentieri la prima corsia psichiatrica, cioè trovi più
sofferenti psichici nelle carceri che non altrove… Quindi veramente
il carcere ha assunto un ruolo quasi di pattumiera sociale, di
contenimento di un disagio altrimenti incontenibile. Credo che la
grossa funzione su cui il carcere si gioca la sua vita e la sua ragion
d’essere, in Italia come in molti Paesi europei, è soprattutto
quello dei migranti, cioè la cerniera tra la permanenza in Italia e
l’espulsione di moltissimi migranti.
Se passa il progetto Fini sulle tossicodipendenze diventerà anche
questa l’altra funzione; per ora è soprattutto i migranti. I
tossicodipendenti hanno una rilevanza grandissima, però il carcere
divide ancora con fatica, non l’ha ancora metabolizzato, mentre il
meccanismo sulla gestione dei migranti è veramente ormai un
meccanismo oliato, e questa è la funzione sociale che oggi il carcere
ha.
D.S.: Si può quindi dire che il carcere divida la popolazione in
due grandi classi, chi ha i diritti e chi no?
E.S.: Io direi che la divisione è già stata fatta, che il carcere
è l’istituzione che gestisce chi non ha i diritti; non è il
carcere che divide. Il carcere istituzione di stigmatizzazione oggi lo
è poco, poco o niente; casomai la divisione è già stata fatta,
abbiamo già deciso chi non ha i diritti e ne affidiamo appunto al
carcere la gestione. Casomai, di nuovo, serve per stigmatizzare i
migranti, tra i migranti irregolari ma buoni, quelli che si adattano a
lavorare in nero, non fanno "casino" e accettano qualsiasi
condizione di lavoro, e quelli irregolari che devono essere destinati
all’espulsione perché protestano, brontolano, e via dicendo; lì il
carcere serve a distinguere le cose.
D.S.: Quindi una teoria del "Border control" à la Bauman?
E.S.: Sì e no, cioè, è vero c’è un controllo dei confini, però
secondo me non è tanto una funzione di controllo dei confini, se per
controllo dei confini intendiamo anche chi li dirige e li sorveglia e
via dicendo; secondo me il carcere non svolge questa funzione. Il
carcere è più una macchina che riprocessa chi abbiamo già
controllato e già sistemato; secondo me affidare al carcere una
funzione attiva, forte, oggi, non ha molto senso. Il carcere è
un’istituzione in qualche senso residuale, nel senso che con la fine
delle grandi discussioni sul reinserimento sociale, sulla Gozzini e
via dicendo, in Italia il carcere e la cultura penologica hanno perso
ogni funzione di guida, per cui il carcere si trova a doversi
riadattare, reinventare a seconda di chi gli viene scaricato addosso;
dargli una sua autonomia, una sua capacità di gestione, di
individuazione di una sua propria funzione, secondo me in questo
momento non è corretto, non corrisponde ai fatti… Se uno va a
parlare con gli operatori penitenziari, dai direttori agli educatori,
ma anche agli agenti di polizia penitenziaria, nessuno di loro
esercita una funzione forte, cioè non esiste una politica del
carcere. Al carcere vengono scaricati addosso un milione di problemi e
deve fare i salti mortali per gestirli, e naturalmente li deve gestire
poiché altrimenti perde la sua ragione d’essere.
D.S.: Quindi in definitiva un cambiamento del paradigma punitivo
lei lo vede con l’approvazione della legge Gozzini?
E.S.: No, non è che c’è un cambiamento; la legge Gozzini è
sicuramente l’attuazione in Italia del carcere del welfare state. Il
carcere del welfare state arriva in Italia con la Gozzini, 1986, e ha
una vita in effetti brevissima in senso pieno perché nel ‘91/’92
i decreti dopo l’uccisione di Borsellino e Falcone bloccano
immediatamente la cosa, però fino alla Simeone del ’98, con un
andamento un po’ sinusoidale, il carcere del welfare state
sicuramente è vivo e presente; questo dico a livello di cultura,
penso ai dibattiti sugli educatori, alla creazione del centro servizio
sociale per gli adulti, a uno sviluppo di una certa cultura penologica
in Italia che è molto legata alla scuola di Baratta, alla rivista
"La questione criminale" prima e poi "Dei delitti e
delle pene", o si pensi a Salvatore Verdi. E’ finito un
dibattito che ha coinvolto operatori, esperti, e che ha coinvolto
anche parte della cittadinanza del carcere; ha avuto il suo canto del
cigno con la legge Simeone del ‘98 e poi è finito, ed è finito
perché il carcere, se forse è riuscito grazie all’affidamento
terapeutico, al Testo Unico del ’90, alla legge Gozzini, a gestire i
tossicodipendenti, non è stato capace di rielaborare cultura per
gestire gli immigrati, che oggi rappresentano la stragrande
maggioranza dell’utenza del carcere; e poi alla fine degli anni
’90 e all’inizio del 2000 abbiamo un nuovo paradigma, si avverte
che il carcere cerca di adattarsi e trovare una sua funzione. La
Gozzini segna il momento di un carcere attivo che discute sulla sua
funzione e cerca di imporre la sua funzione alle altre istituzioni,
abbiamo la cultura della magistratura di sorveglianza, e anche le
polemiche fra magistratura di sorveglianza e magistratura ordinaria.
Con l’inizio del 2000 tutto questo cambia profondamente.
D.S.: Si può dire che siamo in scia agli americani e agli inglesi,
con i dovuti distinguo…
E.S.: Con molti distinguo, si, siamo in scia agli americani e agli
inglesi
D.S.: Quella che Garland chiama la "tarda modernità"…
E.S.: Io non ci credo molto a questa analisi di Garland molto
culturale, molto incentrata sul cambiamento del rapporto vittima
offensore e tutto il resto. Siamo di fronte a una trasformazione del
mercato del lavoro molto potente e ad una trasformazione dell’idea
di cittadinanza molto forte che ha sconvolto e sta sconvolgendo tutto,
tutto il nostro modo di vivere, e in cui la stessa idea di
cittadinanza e anche di coesione sociale, cioè dei fattori di
integrazione sociale, è molto cambiata; noi abbiamo avuto per tutto
l’800 e per la prima parte del ‘900 la cittadinanza basata
sull’idea che il lavoratore fosse il cittadino, poi con gli anni
‘50 e ‘60 comincia ad affermarsi una cittadinanza di tipo
keynesiano-fordista, in cui è il consumo più che il lavoro che fa il
cittadino e l’integrazione nella cittadinanza. Oggi siamo in una
fase di recessione, ci rendiamo conto che una cittadinanza basata sul
consumo non è possibile, che non è integrazione ma disintegrazione,
che è un meccanismo integrativo che richiede sempre maggiori domande
che ne’ lo stato sociale ne’ il meccanismo fordista riesce ad
affrontare. Questa grande trasformazione sicuramente è scoppiata
prima negli Stati Uniti, poi è arrivata in Europa nell’Inghilterra
della Tatcher e sta arrivando in Italia, ma non è una questione di
modelli, è una questione che via via che si integra un mercato del
lavoro e dei capitali finanziari fatti in una certa maniera, la società
lo deve rincorrere, i singoli Stati non hanno grande capacità di
governo; non so se a livello di Unione Europea ci sia la forza di
governare una cosa di questo genere, sicuramente non c’è
l’accordo per farlo in questo momento; è discutibile se a livello
comunitario ci sia la forza, cioè ci siano le dimensioni per provare
a governare; siamo di fronte a quelle cose che Carpoliani vedeva tanti
anni fa in cui lo Stato invece di governare si sente di dovere
diventare ancillare rispetto alle funzioni del mercato, e il carcere
è uno dei pezzi dello Stato che ne risente di più…
D.S.: Uno smantellamento del welfare state e una riorganizzazione
dello Stato come…
E.S.: Ma guarda che questo è successo in Inghilterra e negli Stati
Uniti, per questo dico poi non è la strada; in Italia non sta
succedendo questo, e forse nemmeno in altri Paesi europei; stiamo
assistendo ad un restringimento del welfare state e non ad un suo
smantellamento, cioè il welfare state diminuisce gli utenti; se vuoi
è una politica di tipo vittoriano-edwardiana, cioè diamo il welfare
state a chi se lo merita, e il carcere in questo senso è gestore di
un welfare state tutto particolare, si prende in carico chi non se lo
merita; una concezione dei diritti come qualcosa che non spetta
appunto per diritto in quanto membro della comunità, ma come qualche
cosa che si dà o si toglie a seconda che uno se lo merita o no.
D.S.: Intellettuali come Foucault e Hulsman dalla critica
all’istituzione carceraria arrivavano ad una critica al sistema
penale in generale, cioè al diritto di punire; lei cosa ne pensa?
E.S.: Sicuramente Foucault critica le modalità di punire, ma io
credo che è difficile dire che Foucault si ponga il problema del
diritto di punire, non credo si sia mai immaginato potesse esistere
una società in qualsiasi forma senza la punizione…
D.S.: Diceva "non spetta a noi dirvi come ci dovete
punire", in quanto appunto criticando la società e il sistema di
dominio…
E.S.: Si, appunto in un gioco che era "agonistico"; è
come dire in ogni società c’è una punizione, in ogni società
bisogna opporsi alla punizione…
D.S.: In quanto dalla parte dei dominati e non dei dominanti.
E.S.: In quanto dalla parte dei dominati, però sapendo bene che è
un gioco agonistico di potere in cui quando chi si oppone vince
comunque punirà e ci sarà qualcun altro che si opporrà, per cui
pensare che Foucault si immagini una società senza punizione non mi
sembra corrispondente alle cose che lui dice, pensa, fa. Si immagina
una lotta sulla punizione, questo mi sembra realistico, cioè ogni
volta che il potere viene esercitato è fondamentale contrastare
questa idea, però immaginarsi che esista un potere che venga
esercitato e non faccia presa sul corpo e sulle anime delle persone
sarebbe un’utopia. Per cui io continuo a dire che questa dimensione
è importantissima, cioè la dimensione di critica, di lotta, di
sorveglianza sulle modalità in cui la pena viene esercitata, ma non
la pena, anzi, il potere viene esercitato; la pena in quanto oggi
momento pregnante, è ancora il momento in cui lo Stato prende
direttamente il corpo delle persone, per cui è il momento decisivo di
tutto il sistema di meccanismi di potere che ci sono, per cui è
fondamentale criticarla… Da questo a dire si critica il diritto di
punire… Io questo salto non lo faccio. E in questo senso mi convince
Luigi Ferrajoli quando dice stiamo attenti alle società che non hanno
pene formalizzate, non hanno un diritto di punire formalizzato, perché
possono essere molto peggio di quelle con un diritto di punire
formalizzato. Una pena che non si nasconde è meglio di un controllo
diffuso che non assume l’aspetto della pena. Per cui prima di
contestare il diritto di punire… Un’altra cosa è dire se ci
possiamo immaginare una società senza carcere… Oggi direi di no;
possiamo immaginarci società con carceri diverse, con carceri con
funzioni diverse, con carceri che guardano ad una popolazione
completamente diversa. Io oggi mi sentirei di dire che il 60 / 70%
delle persone che sta in carcere in Italia non ci dovrebbe stare, ma
non mi sentirei di dire che esiste un altro sistema di punire quel 20
/ 30% di persone che resterebbero comunque nelle carceri; penso che un
carcere fatto in maniera seria, a norma di legge, un carcere che sia
privazione della libertà e non distruzione della vita, sia comunque
un metodo di punizione più garantista di molti altri che ci possono
venire in mente rispetto a questo 20 / 30 % che potrebbe essere i
rapinatori, i grandi trafficanti di droga, la mafia, la corruzione
politica e amministrativa e finanziaria… C’è un 20 / 30 % di
"delinquenti", gente che sceglie di vivere in questa maniera
e che inquina i rapporti di potere, per cui penso che per questo 20 /
30 % di 55000 persone, comprese quelle in attesa di giudizio, o dei
25000 - 30000 definitivi, probabilmente un totale di 10000 persone,
non si possa pensare di gestire socialmente come tossicodipendenti,
immigrati, sofferenti psichici, senza fissa dimora che invece
dovrebbero essere gestiti assolutamente con interventi di tipo
sociale. Che ci sia un gruppo di 10000 persone che ha commesso dei
reati per cui c’è una reazione della società, un’autodifesa, e
dire che ci immaginiamo altri metodi, io non ne ho altri più
garantisti del carcere liberale così come è stato pensato, e avrei
paura di metodi diversi, nel senso che secondo me rischiano di
diventare una violenza forte sulle persone, non qualcosa che
garantisca queste persone, che hanno commesso reati, ma che i loro
diritti ce li hanno e continuano ad avere.
David Santi
"Ramon e gli altri" è un lavoro
realizzato per Ecomancina.com da (in ordine alfabetico):
Francesco Barilli
Sonia Benedetti
Carlo Del Grande
Francesca Frizzi Manigilio
David Santi
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