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RAMON E GLI ALTRI
Viaggio nel mondo delle carceri italiane
"Ramon e gli altri"
è un lavoro in costante evoluzione ed aggiornamento. Sarà
nostra cura aggiornare l’inchiesta periodicamente, ogni qualvolta
emergeranno altri casi specifici o altri dati di interesse generale
sull’argomento. Chi volesse formulare osservazioni o fornire il
proprio contributo è pregato di mandare una mail all’indirizzo info@ecomancina.com
prima versione: 14 marzo 2004
aggiornamento del 26 aprile 2004:
- sezione "UN ALTRO CARCERE E’
POSSIBILE?": aggiunta intervista al professor Franco Della
Casa, docente di diritto penitenziario all’Università di
Genova.
- sezione "ALTRE STORIE DI ORDINARIA INUMANITA’":
aggiunta intervista a E.G., ex detenuto.
aggiornamento del 6 luglio 2004:
- sezione "IL CARCERE VISTO DA…":
aggiunta intervista a SERGIO SEGIO.
aggiornamento del 27 settembre 2004:
- sezione "IL CARCERE VISTO DA…":
aggiunta intervista a LUIGI PAGANO, ex direttore del carcere di
San Vittore e oggi Provveditore regionale delle carceri lombarde.
aggiornamento del 28 gennaio 2005:
- aggiunta la sezione "IL CASO MARCELLO LONZI",
con intervista a MARIA CIUFFI, madre di Marcello Lonzi,
deceduto il giorno 11 luglio 2003 presso il carcere "Le
Sughere" di Livorno.
- aggiunta la sezione "L’OSPEDALE
PSICHIATRICO GIUDIZIARIO", con intervista al dottor ADOLFO
FERRARO, direttore dell’OPG di Aversa.
***
LA STORIA DI PATTY E DI RAMON…
di Francesco Barilli e Francesca Frizzi Maniglio
Genova, 28 dicembre 2003 – intervista a Patricia
Retamal
Domanda:
Vorrei che fossi tu a fare l’introduzione a
questa intervista, dicendo in breve chi sei e perché sei qui in
Italia.
Patty:
Mi chiamo Patricia Retamal. Sono arrivata in Italia
lo scorso 14 novembre, per mio figlio Ramon. Pochi giorni prima mi
avevano avvertito che era in coma e ne avevano già dichiarato la
morte cerebrale. Ramon aveva tentato il suicidio il 28 ottobre, mentre
era in carcere; era già morto il 13 novembre, mentre stavo arrivando
in Italia.
Domanda:
Quando e per quale reato era stato arrestato tuo
figlio Ramon?
Patty:
E’ stato arrestato nell’agosto 2001 per furto d’auto.
Lo hanno condannato a tre anni. Viveva a Genova e lo hanno incarcerato
all’istituto penitenziario di Marassi; dopo pochi mesi fu trasferito
al carcere di Iglesias, in Sardegna, dove si è ucciso.
Domanda:
Quali erano le sue condizioni a Marassi? Sei
riuscito a sentirlo, in quel periodo?
Patty:
Sì, lui mi scrisse. Disse che stava male, che
cominciava ad avere problemi di salute… Già a Marassi aveva tentato
per due volte il suicidio con il gas; aveva inalato il gas della
bombola per la cucina… Mio figlio stava male, ma invece di curarlo
lo hanno trasferito ad Iglesias…
Domanda:
C’è però un’altra cosa di cui tu mi hai
parlato tempo fa: a tuo figlio, mi dicesti, in carcere era stata
diagnosticata l’epilessia e prendeva delle medicine per quello.
Aveva mai mostrato dei sintomi, in precedenza? E questo tipo di
informazioni sul suo stato di salute ti arrivarono solo da lui o anche
da personale medico del carcere?
Patty:
Non aveva mai mostrato sintomi di epilessia; io ho
il ricordo di mio figlio come di un ragazzo pieno di vita… Che gli
avessero diagnosticato l’epilessia e che gli dessero dei farmaci per
quello l’ho saputo sempre e solo da lui, dalle sue lettere. Certo,
fui sorpresa del fatto che il personale dell’ospedale dove mio
figlio era morto dicesse invece che Ramon non era epilettico…
Domanda:
Tu mi hai detto che ad un certo punto tuo figlio,
dopo aver tentato il suicidio per due volte, da Marassi fu trasferito
al carcere di Iglesias. Ad Iglesias come cambiano, se cambiano, le sue
condizioni, sia dal punto di vista della salute che dal punto di vista
del suo morale?
Patty:
Lui diceva che lì non veniva curato. Che loro non
si preoccupavano del fatto che stava male. Tornando ai nostri
contatti, mio figlio mi scrisse una lettera firmandosi con un nome
falso (Michael Chavez), quando ancora era in carcere a Marassi. Io
risposi intestando la lettera al nome corretto (Ramon Carrasco Retamal)
ma la lettera mi tornò indietro perché a Marassi non risultava alcun
detenuto con quel nome.
In seguito lui mi rispose "Mamma, perché mi
hai scritto con quel nome?!". Allora io gli ho risposto seguendo
le sue indicazioni… Però questa è una cosa che non ho mai capito,
perché lui avesse deciso di dare un nome falso… Lui mi disse che in
parte era perché non aveva il passaporto, e soprattutto perché non
voleva che il suo vero nome venisse infangato, compromesso da questa
storia. Uscito dal carcere avrebbe voluto rifarsi una vita, con il suo
vero nome "pulito". Provai ancora ad insistere "Per
piacere, figlio mio, dì a quelli del carcere quale è il tuo vero
nome! Perché devi mentire su questo?" Lui mi rispose di
lasciarlo in pace e di non intromettermi; mi disse che ero sempre
preoccupata solo per la storia di quel nome… Io volevo andare al
Consolato, quando venni a sapere che Ramon era malato, ma mio figlio
mi scrisse in una lettera di non andare al Consolato, perché forse
sarebbe stato rimpatriato in Cile.
Domanda:
Nelle sue lettere cosa ti raccontava della sua vita
in carcere? Tu quante volte sei riuscito a contattarlo, e come?
Tramite lettere o ci furono anche telefonate?
Patty:
Telefonate no, mai. Non aveva il permesso per
telefonare a casa. Sulle sue condizioni, fu proprio in una lettera che
mi disse di essere sempre più depresso e che a Marassi aveva tentato
per due volte di uccidersi, con il gas. Risposi a quella lettera
implorandolo di non fare altre sciocchezze, dicendogli che a casa lo
pensavamo sempre e che lo aspettavamo… Dopo tre mesi lo mandarono in
Sardegna, per scontare il resto della pena. Dopo altri sette mesi fu
riportato a Genova, per il processo d’appello; mio figlio sperava di
ottenere i domiciliari o di poter scontare la restante pena in Cile,
ma la risposta fu negativa. Ricordo che mio figlio mi raccontò che in
quel breve periodo di ritorno a Marassi le guardie lo tenevano sotto
controllo costantemente, perché lì aveva tentato due volte il
suicidio; e che a Marassi non lo volevano, probabilmente proprio
perché lì aveva già tentato di ammazzarsi.
Domanda:
Sempre riguardo ad eventuali differenze fra Marassi
ed Iglesias: In Sardegna cambia la situazione, riguardo ai vostri
contatti? Riesci a telefonargli?
Patty:
No, anche in Sardegna le telefonate sono
impossibili, ma proseguono le lettere.
Domanda:
Lui ti dice qualcosa sulle sue condizioni? Ti parla
ancora dei suoi propositi di suicidio?
Patty:
Sì. C’è una lettera, che in questo momento non
ho (è in mano all’avvocato). In quella lettera dice che vuole
suicidarsi e che è disperato perché dopo l’appello non lo hanno
rimandato in Cile; che gli mancano le forze e che continua a cadere a
terra.
Domanda:
Una domanda purtroppo dolorosa ma inevitabile: come
hai saputo del suicidio di Ramon, e cosa hai potuto ricostruire dei
suoi ultimi giorni?
Patty:
Un mese prima della sua morte mi scrisse una
lettera; diceva che era molto triste e che avrebbe voluto vedere la
sua famiglia. Che non ce la faceva più, che non aveva più forze…
Però mi diceva di non piangere, che sapeva che continuavo a piangere,
ma che prima o poi sarebbe riuscito a tornare da me, in Cile. Mi
diceva che sentiva che stava diventando pazzo; che cominciava a
parlare da solo, a sognare morti che gli venivano a parlare, a sognare
di morte… Che era sempre solo, perché il suo compagno di cella (un
altro cileno) lavorava in carcere, ed aveva degli orari per cui non lo
vedeva mai… In quella cella solo due persone!… Non so perché non
l’abbiano portato in una cella con altre persone, o in infermeria…
Non l’hanno aiutato, hanno aspettato che s’ammazzasse… Mio
figlio ormai non era più lucido, si sentiva. Diceva che non riusciva
più a chiudere le palpebre… Non so, io penso che ormai fosse la sua
immaginazione malata a fargli credere certe cose…
Domanda:
Tu hai detto che tuo figlio stesso sentiva che la
sua salute mentale era a rischio. In un altro momento m’hai
raccontato che ad Iglesias furono le stesse guardie carcerarie a
bollarlo come "il pazzo", che ridevano di lui… Vorrei che
fossi tu a raccontare questo aspetto della storia di Ramon.
Patty:
Sì, mio figlio mi scrisse in un’altra lettera
che la polizia carceraria era inumana. Lo chiamavano "il
pazzo", e per questo lui non voleva più uscire dalla cella
(neanche in corridoio), perché tutti ridevano di lui, e questo non lo
sopportava… Quando era già morto ho conosciuto un signore, un
barista di quelle parti, che mi disse che le guardie, lì, si
ubriacano in continuazione; che chiedevano ai carcerati di procurargli
foto pornografiche o foto delle loro fidanzate nude in cambio di
sigarette o vino…
Domanda:
Tornando agli ultimi momenti di Ramon: mi racconti
come e quando sei venuta a sapere del suicidio?
Patty:
Mio figlio ha tentato il suicidio all’una di
pomeriggio del 28 ottobre scorso. Io l’ho saputo 10 giorni dopo. Mi
telefonò mio fratello, che vive in Italia. "Cerca di stare
tranquilla… ho una brutta notizia… Tuo figlio si è impiccato. E’
in coma e ne hanno già dichiarato la morte cerebrale". Fu mio
fratello a dirmi che era successo dieci giorni prima. Io non riuscivo
a crederci, e non riuscivo a capire perché fosse passato così tanto
tempo. "Al carcere non hanno avvisato nessuno", rispose mio
fratello. Mi disse che avevano cercato Lisa, la convivente di Ramon: i
carabinieri le avevano mandato un telegramma l’otto novembre,
dicendole che doveva contattare con urgenza il carcere di Iglesias, ma
senza dare altre spiegazioni.
Domanda:
E l’avvocato di Ramon? Anche a lui non furono
date notizie in quei primi dieci giorni?
Patty:
No, neanche l’avvocato Tambuscio sapeva nulla. La
prima notizia arrivò l’otto di novembre con quel telegramma… La
ragazza di Ramon chiamò subito il carcere di Iglesias, per chiedere
notizie, ma le dissero che Ramon non era più lì, e di chiamare
subito l’ospedale. Quando seppe che Ramon era già in coma anche
Lisa era disperata, e si domandò perché nessuno le avesse detto
niente, prima.
Domanda:
Sembra tutto assurdo ed ingiustificabile, ma l’amministrazione
penitenziaria come spiega quel ritardo?
Patty:
Lo giustifica sempre col fatto che Ramon aveva dato
false generalità. In carcere però avevano sicuramente un
"registro" della corrispondenza dei detenuti; avevano ben
presenti gli indirizzi di chi aveva scritto a Ramon, era impossibile
che non sapessero chi avvisare, indipendentemente dal fatto che Ramon
fosse registrato sotto falso nome. Le guardie avevano di sicuro gli
indirizzi e i numeri di telefono miei, di Lisa e dell’avvocato di
Ramon.
Domanda:
Tu quando arrivi in Italia?
Patty:
il 12 novembre, dopo aver raccolto i soldi
necessari per il biglietto aereo, sono partita da Talcahuano per
Nizza. Io arrivo a Nizza e poi ad Imperia, ma perdo la coincidenza per
Genova. Il 13 novembre Ramon muore in ospedale… Il 14 arrivo a
Genova e vengo a sapere che Ramon non c’è più…
Domanda:
Sei mai riuscita a parlare con personale del
carcere?
Patty:
Ho parlato con la signora Caterina, un’assistente
carceraria. Fu lei a venire a prendermi all’aeroporto. Mi disse in
maniera sbrigativa che dovevo dare l’autorizzazione per cremare il
corpo. Io non capii subito cosa intendesse. Caterina mi spiegò che
per mandare il corpo in Cile ci volevano molti soldi, e che era molto
più conveniente farlo cremare. Mi disse che se autorizzavo subito la
cremazione ci potevano pensare loro alle spese per un funerale
dignitoso. Io gli risposi che di un funerale "dignitoso" non
m’importava nulla! Quello che volevo sapere era come era morto mio
figlio… Caterina mi rispose che di spiegazioni ne avevano date già
abbastanza; che il carcere non aveva nessuna colpa, e che il
Magistrato aveva già archiviato l’inchiesta perché era tutto
chiaro, si era trattato di un "normale" suicidio…
Domanda:
Tu hai sentito il Magistrato in quei giorni?
Direttamente o tramite l’avvocato Tambuscio?
Patty:
No. E anche Tambuscio seppe della morte di Ramon
con grande ritardo. Quando lo sentii mi fece le condoglianze e mi
offrì tutto il suo aiuto, e mi confermò che anche lui non era stato
avvertito tempestivamente del gesto di Ramon.
Domanda:
Tornando a Caterina, che ti dà queste spiegazioni
molto generiche. Ti dice che l’inchiesta è già archiviata: quindi
tu ora sei già in possesso degli effetti personali di tuo figlio?
Patty:
No, al momento non ho nulla; tutto è ancora in
mano al Magistrato. Quando parlai con Caterina e le dissi che volevo
parlare col giudice mi rispose che non era importante, che il caso era
già chiuso. Un avvocato in Sardegna, in contatto con Tambuscio che è
di Genova, gli disse però che il caso NON ERA CHIUSO… Che se
avevano detto così a me era solo perché io non insistessi con altre
richieste. Penso che questo sia stato fatto per difendere l’amministrazione
del carcere, per evitargli problemi…
Domanda:
Mi viene spontanea una domanda: pur essendo
ignorante in queste procedure, se un caso di suicidio attiva l’interesse
di un Magistrato penso che la prima cosa da fare sia l’autopsia…
Tu però mi dicevi che non è stata disposta l’autopsia…
Patty:
Sì, anche a me sembrava naturale. Sono anche
queste risposte che mi attendevo: se mio figlio prendeva delle
pastiglie, se queste possono avere influito sulla sua salute, fisica e
mentale… Ma cosa è successo a Ramon nessuno me lo vuole dire. Alle
mie richieste è stato risposto sempre e solo "no, non si può
fare"… No, l’autopsia non si può fare perché non ci sono
fondati motivi; no, avere le lettere e gli effetti personali di mio
figlio non è possibile, perché è il Magistrato ad avere tutto…
Domanda:
Ci sono altre cose che ti senti di dire rispetto a
quella che è stata la tua "accoglienza", per così dire, in
Italia?
Patty:
Sono stata ospitata presso la Caritas per quattro
giorni. Dopo quei quattro giorni Caterina mi disse che non potevano
più ospitarmi, che tanto non c’era niente da fare per mio figlio,
se non firmare per la cremazione e andarmene... Io mi misi a piangere.
Volevo restare lì, non mi rassegnavo. Volevo vedere chiaro in quello
che era successo… Ma Caterina mi ha ripetuto che lì non potevo più
stare. Io mi domandavo il perché di quella insistenza. La Caritas non
dovrebbe essere così; la carità lo so anch’io cos’è: la carità
è amore, non è quello… Lei mi disse che se proprio non volevo la
cremazione, l’unico aiuto che poteva darmi la Caritas era pagarmi la
bara per portare il corpo in Cile… Sarebbe triste se, dopo averlo
detto, non facessero neppure quello…
Domanda:
A me sembra molto importante il discorso dell’isolamento
in cui è stato tenuto tuo figlio: il suicidio di Ramon mi sembra
dipendere moltissimo dalle condizioni in cui è vissuto in carcere. Ma
vorrei che tu mi dicessi cosa è significato PER TE vivere un anno e
mezzo senza avere contatti con tuo figlio, e se hai mai riflettuto sul
fatto che se anche tu fossi arrivata in Italia prima, quando era
ancora vivo, probabilmente non avresti potuto vederlo… Non potervi
parlare, non potervi dare conforto reciproco, cosa è significato per
te?
Patty:
Ricordo i primi tempi in cui Ramon era arrivato in
Italia: mi telefonava in continuazione. Cercava di andare avanti in
questo nuovo Paese, anche se diceva che non era facile trovare
opportunità di lavoro in Italia, per quelli come lui che non avevano
il permesso di soggiorno, e che non poteva neppure tornare a casa
perché non aveva soldi per il biglietto aereo. Da quando è entrato
in carcere non ho più potuto sentire la sua voce… E questo mi
mancava, molto… Se a mio figlio fosse stata concessa la possibilità
di telefonare anche dal carcere, sarebbe stato diverso; perché
sentire la voce della tua famiglia è molto importante. Con le lettere
è diverso: le lettere tardano dieci, quindici giorni… Se lui mi
avesse detto con la sua voce che era così disperato da pensare al
suicidio avrei potuto dirgli qualcosa per farlo desistere… Avrei
potuto dirgli almeno quanto gli volevo bene, forse sarebbe bastato…
Domanda:
Vuoi dire qualcosa per finire questa intervista,
lasciare un tuo messaggio a chi ci sta ascoltando?
Patty:
Sì. Vorrei dire qualcosa a "quelli che
comandano" le carceri in Italia, a quelli che stanno attenti solo
"all’ordine" nelle carceri; a quelli che lavorano in quell’ambiente:
che devono pensare anche al lato affettivo dei detenuti. Vorrei dire a
questi signori che anche loro hanno dei figli… e i figli crescono, e
noi non sappiamo a quali scelte li può portare la vita. Io ho
guardato il vostro modo di vivere, i vostri bambini, e so che siamo
tutti uguali… Io Ramon ricordo come l’ho allevato, lo ricordo come
un ragazzo allegro e pieno di vita… Io dico che la vita è qualcosa
che Dio ti dà ed è Dio che ti deve togliere.
"Ci sono le leggi", loro dicono… Io
dico che le leggi si possono cambiare: che chi ha il potere per
cambiarle deve preoccuparsi anche della salute mentale dei detenuti,
non solo di dar loro da mangiare tutti i giorni. Devono dare un aiuto
anche psicologico a quei ragazzi, non solo rinchiuderli in una cella,
con due persone, con una sola ora al giorno per uscire in cortile…
Perché adesso che è successo a me io non trovo le parole per dire
quanto mi fa male la morte di mio figlio… Ora sono qui, in un paese
straniero, senza soldi, e spero solo che qualcuno mi aiuti per l’unica
consolazione che mi è rimasta: riportare il corpo di mio figlio in
Cile. In una bara, ma riportarlo dalla sua famiglia, non lasciarlo qui…
Mi hanno detto di stare zitta, ma io non sto zitta, io voglio la
verità. Perché so che lì, in quel carcere dove è morto mio figlio,
si sono uccisi anche altri ragazzi, troppi… Lì succede qualcosa di
strano, e la giustizia non fa nulla. E allora voglio fare qualcosa io,
non solo per mio figlio, ma anche per gli altri che si sono ammazzati,
lì…
***
Abbiamo scelto di aprire questa inchiesta con l’intervista
a Patty, madre di Ramon. Le sue parole ci sono sembrate la migliore
introduzione possibile a questo nostro "viaggio nel mondo delle
carceri italiane", un viaggio che non ha la pretesa di mostrare
un quadro esaustivo di quel mondo, ma il solo scopo di amplificare un
grido di dolore e di allarme troppo sommesso e che fino ad oggi è
giunto ad orecchie distratte.
Il caso di Ramon ci è sembrato emblematico. Ne
siamo venuti a conoscenza praticamente per caso: persino gli organi di
controinformazione on line, sempre attenti e sensibili a queste
tematiche, non ne hanno dato notizia; il suo nome non figura neppure
tra le statistiche dei suicidi nelle carceri che un sito come www.ristretti.it
(lodevolmente impegnato da anni nel documentare le condizioni di vita
nelle carceri italiane, e dal quale abbiamo attinto molte informazioni
utili per la nostra ricerca) tiene costantemente aggiornate. E’ bene
precisare che nelle nostre parole non c’è alcuna critica né ai
siti di controinformazione né a ristretti.it (che anzi
ringraziamo per la mole di dati a cui abbiamo potuto attingere per la
nostra ricerca): il silenzio sulla vicenda di Ramon non è da imputare
certo a loro distrazione o superficialità. La verità è molto più
complessa ed inquietante: il ragazzo cileno rappresenta un simbolo di
quell’umanità sommersa che affolla le nostre carceri; un mondo che
resta troppo distante proprio da quella società civile alla quale le
carceri dovrebbero guardare con attenzione, nell’ottica di un futuro
reinserimento dei detenuti.
Che la nostra società sia strutturata in classi è
una verità contestabile solo da chi sceglie di non vedere la realtà
quando scomoda. Che questa strutturazione si rifletta, in modo anche
più rigido, in un microcosmo quale è il carcere appare altrettanto
naturale… Chiunque abbia il coraggio e la voglia di guardare a quel
microcosmo lontano e scomodo può dunque immaginare che anche nelle
carceri esistono cittadini di serie A e di serie B. Ma se con quel
coraggio e quella voglia riusciamo ad andare oltre la superficie del
"problema carceri" ci accorgeremo che la stratificazione
sociale va ben più a fondo. Esiste una serie C di detenuti, e anche
oltre… Potremmo parlare, come nel caso di Ramon, di una sorta di
"desaparecidos all’italiana". Di uomini che in carcere non
vengono privati della sola libertà, ma pure dei diritti fondamentali
che vanno garantiti ad ogni uomo in quanto "soggetto di
diritti", indipendentemente dalle colpe di cui si può essere
macchiato. Detenuti che vivono in uno stato di totale isolamento dal
mondo e dai propri affetti, che possono ricevere visite o fare
telefonate con estrema difficoltà…
Se la retorica vorrebbe che il carcere abbia
compiti non solamente punitivi, ma anche finalizzati al recupero ed al
reinserimento dei soggetti nella società, la realtà appare molto
diversa. Ed è nostra opinione che la "società civile" stia
accettando supinamente, o addirittura approvando in modo strisciante,
il giro di vite che negli ultimi anni si è voluto dare al sistema
carcerario italiano. Il clima di insicurezza e di precarietà in cui
viviamo, in gran parte alimentato ad arte dai media e da certe forze
politiche, ci fa forse sembrare che il semplice e rigido isolamento di
chi ha sbagliato sia un prezzo accettabile (o addirittura necessario)
per ottenere maggiore sicurezza. Che poi questa riduzione dei diritti
dei detenuti concretizzi davvero una maggiore sicurezza resta tutto da
dimostrare. Sembra invece che quella riduzione dei diritti si traduca
in un’ulteriore brutalizzazione dei detenuti, con conseguenti minori
possibilità di futuro reinserimento degli stessi nella società.
***
IL CASO MARCELLO LONZI
di Francesco Barilli
L’11 luglio 2003, al carcere "Le
Sughere" di Livorno, moriva Marcello Lonzi, 29 anni, detenuto con
ancora pochi mesi di pena da scontare. Secondo l’autopsia la morte
sarebbe avvenuta per cause naturali (infarto), ma quasi subito sono
nati forti dubbi sulla versione ufficiale. Su denuncia della madre del
detenuto, il PM Roberto Pennisi aprì un fascicolo contro ignoti, per
omicidio: la morte di Marcello sarebbe avvenuta, secondo la denuncia,
in seguito ad un violento pestaggio, come evidenzierebbero pure le
foto dell’autopsia. In data 10 dicembre 2004 il GIP ha però accolto
la richiesta di archiviazione presentata dal PM, escludendo ipotesi
diverse dalle "cause naturali" per il decesso.
Del caso Lonzi ci siamo già occupati, pubblicando
una lettera firmata da Sergio Segio (Gruppo Abele di Milano), Patrizio
Gonnella (Coordinatore nazionale di Antigone), Franco Corleone
(Garante dei diritti dei detenuti di Firenze), Ornella Favero
(Ristretti Orizzonti). La trovate qui: http://www.ecomancina.com/lonzi.htm
E’ con viva convinzione che aderiamo all’appello
finale di quella lettera, in cui si chiedeva la fattiva collaborazione
dei media nel seguire una vicenda che, al di là del provvedimento di
archiviazione, presenta molti aspetti a dir poco inquietanti. Forniamo
il nostro contributo con un’intervista a Maria Ciuffi, madre
di Marcello Lonzi.
Pisa, 22 gennaio 2005 – intervista a Maria Ciuffi
Domanda:
Quando fu arrestato Marcello, e per quale reato?
Maria Ciuffi:
Fu arrestato il 3 gennaio 2003, per tentato furto.
Lo portarono in Questura, dove fu anche picchiato… Tengo a precisare
che su questo aspetto non mi sono mai soffermata più di tanto: forse
è vero che al momento dell’arresto aveva bevuto e che fece
resistenza, per cui certe conseguenze possono essere comprensibili…
Ma il punto è un altro, come ho già detto altre volte ad altri
giornali: mio figlio non era un santo, ma non doveva morire in
carcere. Aveva preso una condanna per 8 mesi, aveva ancora pochissimo
da scontare; presto sarebbe entrato in una comunità, ed aveva tutta
la vita davanti…
Domanda:
Dal 3 gennaio, momento dell’arresto, fino al
giorno della sua morte, tu riuscisti a vedere tuo figlio in carcere?
Maria Ciuffi:
No, mai.
Domanda:
Ma ti furono posti degli ostacoli alle visite o ci
furono altri motivi?
Maria Ciuffi:
Ti dico la verità: all’inizio io e Marcello ci
scrivevamo spesso, ed era lui a non volere mie visite, temeva che io
ne soffrissi troppo. Poi, dopo molte insistenze, fu lui a dirmi di
andare; un giorno mi recai a Livorno, e trovai in attesa di una visita
a mio figlio anche lo zio di Marcello e la sua compagna: ci dissero
però che in quel momento mio figlio era a colloquio con la sua
convivente. Provai ad insistere: io venivo da Pisa, la convivente era
anche lei detenuta, per cui mi sembrava naturale che Marcello potesse
vedere noi, mentre il colloquio con la convivente poteva avvenire in
un momento successivo, ma il rifiuto degli addetti fu fermissimo;
ricordo che ci fu anche un breve alterco con le guardie, a causa delle
nostre insistenze. In sostanza non riuscii mai a vederlo: pochi giorni
dopo quel tentativo di visita lui era morto.
Domanda:
Nelle lettere che ti aveva inviato cosa ti
raccontava della sua vita in carcere?
Maria Ciuffi:
Mi scriveva che alle "Sughere" non si
trovava bene; che aveva continue discussioni con le guardie
carcerarie, che lo avevano già messo diverse volte in isolamento.
Domanda:
Ma questi alterchi con le guardie fino a dove
arrivavano, stando alle sue lettere? Ti parlò mai di maltrattamenti?
Maria Ciuffi:
Penso che i problemi fra lui e le guardie fossero
caratteriali. Devi sapere che io glielo avevo sempre detto:
"Marcello, tu se vai in carcere ci muori…". Lui aveva un
carattere che non poteva sopportare la reclusione... Però quel che
voglio dirti è questo: per quanto ho potuto sapere in seguito da
altri detenuti, Marcello non si era mai "comportato male"
con le guardie. I problemi nascevano quando lui faceva delle richieste
e il personale penitenziario gli negava le risposte, o gliele faceva
sospirare. Ovviamente sto parlando di cose importanti, non di
richieste banali; penso all’orario delle terapie. Da quanto ho
capito, per farti un esempio, loro se ne fregavano se tu dovevi
prendere il metadone ad una data ora, e magari passavano con ore di
ritardo… Ed è chiaro che in quel momento nasce la protesta del
detenuto e la conseguente reazione delle guardie.
Domanda:
Veniamo ora, purtroppo, all’aspetto più
doloroso: tuo figlio muore l’11 luglio. Tu quando vieni avvertita?
Maria Ciuffi:
Il giorno dopo. Alle 13,20 circa.
Domanda:
E come venne giustificato o spiegato quel ritardo?
Maria Ciuffi:
Guarda, a dire il vero la cosa ancora più
terribile è che io non fui avvertita ufficialmente DA NESSUNO,
neppure al pomeriggio del giorno successivo… Da me non vennero né
carabinieri, né questura, né mi telefonò il personale del
penitenziario… Io lo venni a sapere dalla zia di mio figlio. E anche
lei fu avvertita verso le 10 del mattino successivo al decesso. Ti
racconto un episodio che può chiarirti ancora meglio il clima di quei
momenti. Io conoscevo, già prima della morte di Marcello, Maurizio
Silvestri, giornalista di cronaca de "Il Tirreno". Lui
conosceva sia me che mio figlio, ma non sapeva che Marcello portava il
cognome del padre (Lonzi) e non il mio (Ciuffi). Maurizio lo vidi il
12 luglio, e mi disse che già dalle 22,00 del giorno precedente nella
redazione del Tirreno circolava la voce che un ragazzo era morto in
carcere; tanto è vero che, prima di chiudere l’edizione del
giornale, avevano lasciato spazio su una pagina per inserire la
notizia, e aspettavano la telefonata dal carcere, per avere dettagli.
La telefonata arrivò alle 23,20 e Silvestri si recò alle Sughere;
nei primi momenti, mi disse, si parlava di un suicidio, poi di un
infarto, e mi raccontò che trovò in corso una durissima protesta da
parte dei detenuti della sesta sezione (cosa sempre smentita dal
direttore del carcere). Quindi già da quella sera il nome del ragazzo
morto era di dominio pubblico (tanto è vero che il mio amico
giornalista mi avrebbe potuto avvertire, se solo avesse potuto
collegare il cognome di Marcello a me). Ma nessuno pensò di chiamare
me o qualcuno della famiglia, fino al giorno dopo. E nessuno ha mai
giustificato, neanche successivamente, quel ritardo; e questo
nonostante io sia di Pisa e gli altri familiari addirittura di Livorno,
vicino al carcere…
Domanda:
E tu ti sei fatta un’idea sul perché di quel
ritardo?
Maria Ciuffi:
Di cose, sulla morte di mio figlio, ne ho pensate
tante, e ci torneremo in seguito… Sul ritardo mi sono fatta questa
idea: che lui sia addirittura morto prima, fra le 17 e le 18. Non
potendolo portare fuori, hanno aspettato la sera, e tutti gli altri
ritardi vengono di conseguenza. Io penso che Marcello quella sera non
abbia neppure cenato. Infatti mi sono sempre chiesta perché abbiano
rifiutato di eseguire gli esami tossicologici, nonostante avessero
prelevato alcuni organi vitali proprio a quello scopo: malgrado una
nostra esplicita richiesta di esecuzione, quegli esami non sono stati
mai eseguiti, e gli organi prelevati sono sempre a Pisa, benché io
abbia chiesto che mi siano resi.
Domanda:
Tornando all’immediatezza dei fatti: tu vieni a
sapere della morte di Marcello; nei primi momenti si parla di
suicidio, poi di decesso naturale. Come reagisci, in quelle ore?
Maria Ciuffi:
Mi precipitai subito da Pisa al carcere di Livorno.
L’ipotesi di suicidio, conoscendo mio figlio, mi sembrava totalmente
irreale; e pure l’infarto, in un ragazzo giovane e in salute, mi
destava dubbi enormi. Era il pomeriggio del 12 luglio, quando arrivai
alle "Sughere"; ricordo che mi lasciarono fuori in attesa
per più di un’ora. Io non mi intendevo affatto dei
"meccanismi" o delle "gerarchie" del carcere;
volevo parlare con qualcuno che mi spiegasse cos’era accaduto, ma
tutti si sottraevano alle mie richieste. Finalmente, verso le 14,30,
mi portarono in direzione. Chiesi di vedere il corpo di mio figlio, ma
mi risposero che non era possibile, perché il corpo si trovava già
all’esterno del carcere e stavano facendo l’autopsia… Anche
questa, a pensarci ora, è una cosa molto strana: nessuno mi aveva
avvisato, nessuno mi aveva detto che era mio diritto fare assistere
all’autopsia un medico di mia fiducia. Più tardi mi dissero che
"dovevo essere io a pensarci". Ma come ci dovevo pensare?!
In quel momento, dopo che neppure mi avevano avvertito?!… Mio figlio
riuscii a vederlo solo il giorno successivo, 13 luglio, composto nella
bara. Il giorno dopo lo seppellirono.
Domanda:
Quando hai visto il corpo ti sono venuti subito i
dubbi sulla versione ufficiale? Hai visto le ferite?
Maria Ciuffi:
Ti dirò un particolare che mi è rimasto impresso.
Io ero fuori, in attesa che lo componessero nella bara. Uscirono dalla
sala due addetti che l’avevano vestito. In quell’atrio non ero
sola, per cui loro non fecero caso alla mia presenza: non potevano
sapere che ero la madre di Marcello, e parlottavano fra loro; sentii
che dicevano: "hai visto che buco aveva nella testa,
quello?". Quando mi avvicinai per chiedere spiegazioni se ne
andarono subito, senza rispondermi.
Un altro particolare tragico che ricordo è che,
quando lo vidi nella bara, aveva una striscia di sangue che emergeva
sul petto, dalla camicia bianca; e non fui la sola a vederla, quella
striscia di sangue… Mi sembrava totalmente innaturale…
Però, per tornare al senso della tua domanda, a
dirti il vero non pensai subito alle guardie. All’inizio pensai ad
una lite con qualche detenuto. Il momento cruciale venne in seguito,
quando venni in possesso del referto dell’autopsia con relative
foto; mostrai il tutto a Silvestri, il giornalista del Tirreno di cui
ti ho parlato. Vedendo le foto lui me lo disse subito: c’erano vere
e proprie striature viola sulla pelle; quelli erano i segni di botte,
date con un manganello o con un bastone. In quei frangenti fui
avvicinata anche dall’avvocato di mio figlio. Nel suo ufficio mi
disse chiaramente che Marcello era stato picchiato. Io gli chiesi se
sapeva il nome dei detenuti che l’avevano fatto. Lui mi guardò
stupito: "Ma quali detenuti?!", mi disse, "sono state
le guardie, mentre era in isolamento". Aggiunse che a dargli
quella notizia erano stati 4 suoi assistiti, detenuti nella sesta
sezione, quella di Marcello, e che quei quattro erano disposti a
parlare col Magistrato. Ma poi di quelle testimonianze non vidi più
nulla…
Domanda:
C’è un momento in cui hai deciso di parlare tu
con altri detenuti?
Maria Ciuffi:
Molti di loro vennero spontaneamente a cercarmi,
quando uscivano dal carcere. Mi ha fatto piacere, certo, ma alla fine
quando gli chiedevo di andare a dire le stesse cose al Magistrato si
tiravano indietro. Se c’è una cosa che ho imparato dalla mia
vicenda è che l’omertà non è solo, come si dice, una prerogativa
del sud; a volte per menefreghismo, a volte per paura, ma l’omertà
c’è anche qui da noi, eccome se c’è! Pensa anche all’archiviazione
successiva: è basata essenzialmente su quello che ha dichiarato il
compagno di cella di Marcello. Lui disse che le guardie erano accorse
subito, che era presente un medico e che Marcello fu prontamente
soccorso… Il punto è che quella stessa persona, una volta uscita
dal carcere, mi ha raccontato una versione ben diversa: mi disse che
aveva dovuto urlare per più di mezz’ora e praticargli lui la
respirazione bocca a bocca, e che quando arrivarono le guardie non c’era
nessun medico…
Domanda:
E a proposito dei maltrattamenti in generale al
carcere "Le Sughere" cosa ti dicevano quei detenuti?
Maria Ciuffi:
Da quanto m’hanno raccontato erano un’abitudine.
A volte avveniva per punizione, a volte in seguito a banali
discussioni: qualche guardia magari aveva bevuto e alla prima
discussione con un detenuto prendeva il malcapitato e lo portava via
per pestarlo…
Domanda:
Veniamo ad un aspetto solo apparentemente
secondario nella tua vicenda. Tu, ad un certo punto, decidi di non
accontentarti delle versioni ufficiali, e chiedi che le autorità
approfondiscano quanto accaduto. E questa mi sembra una richiesta
pienamente naturale e legittima, alla quale anche l’amministrazione
penitenziaria dovrebbe sentirsi in dovere di rispondere… Ho saputo
che, invece, tu sei stata oggetto di iniziative
"discutibili" ed al limite dell’intimidazione; penso
soprattutto ad una lettera, che ho vista pubblicata su Indymedia, in
cui si parla di contatti da te cercati per inscenare azioni
dimostrative davanti al penitenziario. Volevo sapere qualcosa di più
sull’argomento.
Maria Ciuffi:
Devi sapere questo: io all’inizio ero
completamente sola; non solo "umanamente", ma pure nelle mie
rivendicazioni. Poi una sera mi arrivò una telefonata da un altro
giornalista del Tirreno; mi disse che il giorno successivo c’era il
processo a Paolo Dorigo, e che ci sarebbe stata pure una
manifestazione. Mi disse che anche in quell’occasione si protestava
per pestaggi e maltrattamenti subiti in carcere: io decisi di andare,
e mi presentai col carteggio dell’autopsia di mio figlio. Trovai
diversi giovani, principalmente di centri sociali (c’erano i ragazzi
del Godzilla di Livorno, ma anche tanti che venivano da Pisa, Bergamo,
Milano…). Gli mostrai le foto, gli parlai del mio caso, ed ottenni
subito la loro solidarietà. C’era anche l’avvocato Trupiano: fu
in quell’occasione che lo conobbi e lui mi offrì la sua assistenza
(in modo totalmente spontaneo e disinteressato, e di questo voglio
ringraziarlo di cuore…).
Poi devi sapere che io, periodicamente, porto un
mazzo di fiori fuori dal carcere. La prima volta andai da sola (e
dovetti pure discutere con le guardie: chiesero se avevo il permesso
del Comune per lasciare i fiori sul suolo pubblico…); l’anno
successivo furono proprio i ragazzi dei centri sociali a dirmi che non
sarei più dovuta andare da sola. E’ questo che voglio dirti: grazie
a quei ragazzi io non ero più sola, e questo probabilmente ha dato
fastidio a qualcuno… Tu pensa che la lettera di cui tu parli io non
l’avevo neppure vista direttamente: l’ho scoperta tra le carte del
fascicolo su Marcello. Ed è una lettera assurda: si sostiene, in
sostanza, che io cercherei appoggi e sostegno nell’area
anarco-insurrezionalista. In realtà io devo dire innanzitutto che non
si tratta di "terroristi", ma di ragazzi che mi hanno
offerto aiuto e solidarietà spontaneamente, senza che io li cercassi
o proponessi loro delle iniziative. E, tengo a precisare, per me la
vicenda di Marcello non è una "questione politica", ma solo
una ricerca della verità su quanto accaduto.
Domanda:
Immagino che per te sia difficile uscire dalla
dimensione personale della vicenda di Marcello, però penso che tu
(seguendo il caso di tuo figlio, parlando con altri detenuti eccetera)
ti sia fatta anche un’idea del carcere più in generale…
Maria Ciuffi:
Sicuramente sì, ed è un’impressione orribile.
Se posso parlare "bene" di un carcere, per quella che è la
mia esperienza, posso farlo parlando della struttura di Lucca. Molto
umani coi detenuti e anche coi loro familiari; lì c’è rispetto e
comprensione, mentre a Pisa o a Livorno… Tu pensa che ora anche il
mio attuale compagno è in carcere. In un primo tempo lo mandarono
proprio a Livorno. Ricordo che, ad un colloquio, hanno fatto una
vigliaccata che non scorderò mai. Ci misero a sedere ad un tavolino;
lui mi disse: "stai tranquilla, ma ora guarda alle mie spalle:
quelle sono le famose celle di isolamento, quelle dei pestaggi…".
Mi avevano messo lì affinchè io potessi vedere. Io guardavo le celle
e mi dicevo che era in una di quelle che avevano picchiato mio figlio…
Mi interessai subito per un trasferimento del mio compagno, e lo
mandarono a Lucca, dove (come ti dicevo) le condizioni di vita dei
detenuti sono migliori.
Comunque anche il mio compagno, durante la sua
permanenza a Livorno, ha scoperto alcune cose interessanti su
Marcello. Mi raccontò di un detenuto che ebbe una discussione con le
guardie; gli intimarono di uscire dalla cella, e lui rispose:
"sì, così mi fate quel che avete fatto a Lonzi…". Il mio
compagno, durante l’ora d’aria, si avvicinò a quel detenuto
(ovviamente senza presentarsi e senza dire che sapeva chi era
Marcello), chiedendo cosa fosse successo a quel certo Lonzi. Quel
detenuto rispose: "l’hanno menato e l’hanno ammazzato";
poi, ovviamente, anche questo ragazzo ha ritrattato tutto.
Domanda:
Mi rendo conto che è difficile farti questa
domanda… Ma, dopo l’archiviazione, hai ancora speranze nella
Giustizia? Ed hai speranze, parlando più in generale, nelle
istituzioni (so che il caso di tuo figlio è arrivato anche in
Parlamento, attraverso alcune interrogazioni a cui il ministro
Castelli ha risposto in modo a dir poco vago…)?
Maria Ciuffi:
Te lo dico col cuore: io prima nella Giustizia ci
credevo, moltissimo. Ora no, assolutamente. Poi tieni conto che, da
quando sono entrata in "questo mondo", oltre alla storia di
mio figlio io ho potuto vedere tante cose. Ho visto che chi ha i soldi
ottiene i permessi, i privilegi, più rispetto nel carcere... Io
invece non arriverò mai a sapere la verità; o, per meglio dire, non
vedrò mai riconosciuta ufficialmente la verità che so già. Mio
figlio l’hanno picchiato fino ad ammazzarlo, questo lo so; quello
che vorrei sapere è il chi e il perché. Vorrei guardare in faccia
queste persone e chiedergli il perché di tutta quella violenza… No,
nella giustizia non posso più credere. Quando hanno archiviato il
procedimento l’ho detto subito: me l’hanno ammazzato un’altra
volta.
Per quanto riguarda Castelli: il Ministro parlò di
lesioni che Marcello aveva riportato al momento dell’arresto…
Certo, mio figlio quando è entrato in carcere aveva un ematoma al
ginocchio e un taglio, ma erano ferite banali e dovute alla
colluttazione al momento dell’arresto, quindi SEI MESI PRIMA della
morte. Io al ministro Castelli ho scritto, ma non mi ha risposto. Ho
scritto anche a Ciampi, il cui ufficio invece, correttamente, mi ha
risposto promettendo interessamento… ma senza che quella lettera
avesse un seguito pratico…
Ma ti voglio raccontare un episodio che secondo me
spiega bene la situazione. Tempo fa mi proposero una fiaccolata in
memoria di Marcello. Se ne interessarono i ragazzi di Pisa, quelli del
Godzilla, e quelli di Rifondazione/Livorno, arrivammo anche ad un paio
di contatti con l’ARCI, sempre a Livorno. Il responsabile dell’ARCI
giunse a dirmi: "lei però mi assicura che nessuno poi se ne esca
con slogans offensivi tipo secondino assassino?". Io restai a dir
poco sorpresa: non sono "il capo" di quei ragazzi come
facevo a dare un’assicurazione del genere? Allora il responsabile
dell’Arci mi disse che non poteva darmi il suo appoggio: se
succedeva qualcosa con che faccia, mi disse, avrebbe potuto tornare
dai responsabili del carcere, con cui aveva sempre contatti?
Questo, mi sembra, era il punto, e glielo dissi. Se
lui (che entrava ed usciva liberamente dal carcere) aveva "timore
reverenziale" verso la direttrice e le guardie, come pensava
potessero vivere i detenuti? Quali limiti possono esistere per persone
che vivono in un rapporto di inferiorità palese rispetto all’amministrazione
del carcere?
Inutile aggiungere che la fiaccolata non fu fatta…
Domanda:
… Ma, immagino, questo non vuol dire che tu ti
fermi nella tua battaglia…
Maria Ciuffi:
Guarda, io lo dissi sinceramente al Dott. Pennisi:
"non provi ad archiviare; avevo solo quel figlio, e non ho più
nulla da perdere"… No, non lascio correre una cosa così. E’
troppo grossa, non è da me…
***
A proposito del seguito che potrà avere la
vicenda, riporto quanto ha affermato l’avvocato Vittorio Trupiano:
"Il figlio di Maria, per la storia di cui suo malgrado è
stato protagonista, è ora patrimonio di tutta l'umanità. Io di
questa turpe storia giudiziaria sono stato anche testimone per cui,
con o senza Maria, nessuno mi impedirà di portarla avanti al C.S.M.,
alla Corte Europea, alla Commissione antitortura in forza a questa, e
davanti ai giudici di Genova competenti a giudicare i loro colleghi di
Livorno se qualcuno li denuncia penalmente".
Ringrazio Maria Ciuffi e l’Avvocato Vittorio
Trupiano per la pazienza e la disponibilità che mi hanno concesso.
Gli auguro che la loro battaglia di verità e giustizia possa avere
pieno successo; e questo sia per quanto concerne il risalto mediatico
che merita la vicenda, sia per quanto attiene i risultati pratici
presso le sedi competenti.
***
UN ALTRO CARCERE E’ POSSIBILE?
di Francesco Barilli e Francesca Frizzi Maniglio
Da un articolo del Magistrato Giovanni Tamburino
(fonte: www.ristretti.it): "Il corrispondente canadese
del nostro Dipartimento penitenziario si chiama Servizio Correzionale
del Canada, in sigla S.C.C. Nei documenti che il S.C.C. diffonde in
patria e all’estero, la sua missione fondamentale viene descritta
con queste parole: Il Servizio correzionale del Canada, quale parte
del sistema della giustizia penale e nel riconoscimento del primato
del diritto, contribuisce alla protezione della società incitando i
delinquenti a diventare cittadini rispettosi delle leggi, nel tempo in
cui esercita su di essi un controllo ragionevole, sicuro e
umano".
Solo belle parole? Non crediamo… Non crediamo che
quelle parole vogliano dire che il carcere in Canada sia una specie di
paradiso terrestre; di sicuro non esiste un solo sistema penitenziario
in cui il carcere sia qualcosa di diverso da un’esperienza
difficile, sia per chi lo subisce sia per chi ci lavora. Ma quelle
parole testimoniano un approccio al "problema carcere"
distante anni luce da quello italiano. Da noi il carcere è visto solo
come una sorta di pattumiera dove la società smaltisce i propri
"rifiuti". I diritti dei carcerati sono visti come diritti
di serie B, o comunque qualcosa di sacrificabile per ottenere una
(presunta…) maggiore sicurezza per la società. In Canada, restando
alla enunciazione di principio del S.C.C., quei diritti non sembrano
dimenticati, anzi!, risultano centrali nella gestione del mondo dei
detenuti. E il carcere sembra avere una missione ben più alta che
quella dello "smaltimento dei rifiuti della società"…
Ma è davvero utopistico pensare che un modello di
carcere "più umano" sia inapplicabile da noi? Le esigenze
di una maggiore sicurezza sono davvero incompatibili con il rispetto
dei diritti fondamentali dell’individuo?
In questa sezione affronteremo proprio questo
argomento, grazie ad un’intervista al professor Franco Della Casa,
docente di diritto penitenziario all’Università di Genova.
Genova, 14 marzo 2004 – intervista al professor
Della Casa
Domanda:
Una domanda generica, ma che mi sembra inevitabile
per aprire la nostra chiacchierata: come giudica le condizioni di vita
dei detenuti nelle carceri italiane rapportate a quelle negli altri
paesi cosiddetti "civili"?
Prof. Della Casa:
Per quanto riguarda le condizioni di vita dei
detenuti in Italia direi che, a partire dalla riforma del 1975, c’è
stato un progresso non solo sul piano normativo, ma anche a livello di
strutture; nel senso che alcune strutture ottocentesche sono state via
via sostituite da altre di concezione più moderna (anche se devo dire
che l’architettura delle carceri moderne può risultare, per certi
aspetti, più disumana di quella delle vecchie strutture).
Facendo un paragone con altri ordinamenti che
abbiano un grado di evoluzione paragonabile a quello italiano, direi
che dal punto di vista normativo la situazione italiana si colloca in
una fascia alta della "classifica"; mentre dal punto di
vista delle condizioni materiali restano ancora dei progressi da
realizzare; anche se leggendo storie di "cattiva detenzione"
che provengono da Paesi quali Francia o Gran Bretagna ritengo che,
tutto sommato, l’Italia si collochi in una posizione più avanzata.
Se estendiamo l’analisi agli USA il discorso è
diverso; nel senso che negli Stati Uniti (ferma restando una serie di
limitazioni molto intense verso i soggetti ritenuti ad alta
pericolosità sociale) esistono strutture logistiche migliori. Per
fare un esempio, credo che al lettore che segua questa materia non
sarà sfuggito che Silvia Baraldini, pur essendo molto contenta di
essere rientrata in Italia ad espiare il resto della pena inflittale
negli USA, faceva notare che dal punto di vista delle attività
risocializzanti aveva subito un regresso rispetto alla situazione
vissuta in America. Tutto questo, ovviamente, rispetto agli ultimi
tempi di detenzione negli USA, in cui la Baraldini ha vissuto una vita
carceraria migliore rispetto a quella incontrata poi a Rebibbia, e non
certo rispetto al primo periodo di detenzione, quando era ristretta in
un carcere di massima sicurezza.
Domanda:
Abbiamo aperto la nostra inchiesta con la storia di
Ramon, ragazzo cileno suicidatosi nel carcere di Iglesias dove
scontava una pena per furto d’auto. Nella sua storia molte cose
lasciano perplessità. Fra queste ce n’è una di cui abbiamo parlato
anche nell’introduzione: la mancanza di notizie apparse sui media,
anche su quelli "alternativi" e molto attenti a queste
tematiche. Lei ritiene che i dati (già comunque allarmanti) su
suicidi e/o morti "sospette" nelle carceri italiane siano
attendibili, o si tratta di cifre sottostimate?
Prof. Della Casa:
Il problema degli atti di autolesionismo e, a
maggior ragione, quello dei suicidi all’interno delle carceri, siano
essi tentati o consumati, è davvero molto grave… Non possiamo
ritenere che i dati ufficiali siano esatti, ma sottostimati. Una delle
ragioni principali per cui si verifica questa cattiva circolazione
delle notizie è data dal fatto che il carcere nasce e
"vegeta" come istituzione separata. Uno dei requisiti
fondamentali che sta alla base del suo mantenimento è proprio questa
separazione; e quando parlo di separazione non mi riferisco solo all’aspetto
fisico (quindi i muri, le sbarre che impediscono di evadere), ma anche
a quel "muro" (invisibile ma altrettanto consistente quanto
i muri di cemento) che impedisce la circolazione delle notizie dall’interno
all’esterno.
Per quanto riguarda il problema dei suicidi, uno
studioso che si è interessato di questo aspetto è stato Luigi
Manconi, il quale recentemente ha pubblicato sulla rivista
"Politica del diritto" un articolo ricco di indicazioni.
Sono state ripetutamente presentate su questo tema anche alcune
interrogazioni parlamentari, ma la risposta politica ufficiale è
stata una "difesa d’ufficio" dell’Amministrazione
Penitenziaria che è in sostanza questa: è vero che il tasso di
suicidi in carcere è più alto rispetto a quello rilevato tra la
popolazione non detenuta, ma questo sarebbe da rapportare alla
tipologia di persone che finiscono nel carcere. Una simile difesa d’ufficio
parte da questo assunto: il carcere – su questo non c'è dubbio -
funziona come una sorta di "discarica sociale", per cui i
soggetti detenuti presenterebbero una maggiore
"predisposizione" al suicidio. Però rimane il fatto che il
tasso di suicidi nella popolazione carceraria è incomparabilmente
più alto rispetto a quello presente nella popolazione non detenuta…
Domanda:
C’è un altro aspetto nel caso di Ramon che mi ha
sollevato grande indignazione: le limitazioni subite per quanto
concerne diritti alle visite e alle telefonate. Credo che anche quelle
limitazioni abbiano contribuito a rendere insostenibile per il ragazzo
la propria vita nel carcere, spingendolo al suicidio. A livello di
questi diritti (telefonate, visite ecc.) come siamo giudicabili, nel
paragone con altri paesi europei o comunque di cultura
"occidentale"? E come siamo giudicabili riguardo all’equità
con cui consentiamo di esercitare questi diritti (paragonando la
condizione dei detenuti di nazionalità italiana con quella degli
stranieri)? Chiedo questo perché, perlomeno dal caso di Ramon, viene
il sospetto che i detenuti stranieri nelle nostre carceri ottengano
questi diritti con molte difficoltà in più rispetto a quelle
incontrate dai "colleghi" di nazionalità italiana…
Prof. Della Casa:
Per parlare dei diritti dei detenuti, da un punto
di vista puramente teorico dovremmo cominciare col fare una
distinzione all’interno del carcere fra coloro che sono imputati (e
godono ancora della presunzione di non colpevolezza) ed i già
condannati. Da un punto di vista teorico, dicevo, perché in realtà
la maggior parte degli istituti ammassa indistintamente al proprio
interno gli imputati e i condannati, i detenuti con basso grado di
pericolosità sociale e quelli con pericolosità medio/alta. Questo è
un primo dato importante, perché spiega la confusione che si crea all’interno:
di fatto le esigenze di sicurezza in un dato carcere vengono
"misurate" in base al soggetto più pericoloso ospitato in
quel dato carcere; e questo si ripercuote negativamente su persone che
potrebbero senz’altro godere di una detenzione più aperta e con
maggiori diritti.
Il problema dei diritti dei detenuti a mio avviso
è importantissimo; anche perché ritengo che in Italia ci si sia
concentrati prevalentemente su quei detenuti che possono uscire dal
carcere grazie alle misure alternative, e ci si sia disinteressati un
po’ troppo delle condizioni di vita di quei soggetti che (per una
ragione o per l’altra) in carcere ci devono rimanere, e
conseguentemente sono sottoposti a tutta una serie di pesanti
limitazioni.
Per quanto riguarda i diritti dei detenuti,
possiamo distinguere due livelli nel nostro sistema penitenziario. Il
primo è quello del riconoscimento legislativo dei diritti della
persona privata della libertà personale: da questo punto di vista la
nostra legge penitenziaria risente della sua "data di
nascita", il 1975, anno in cui su questo tema c’era una
sensibilità sicuramente inferiore rispetto ad oggi. Conseguentemente
le norme che prevedono delle situazioni soggettive in capo ai detenuti
sono state formulate in termini non cogenti per le autorità
carcerarie, ma lasciano a tali autorità ampi margini di
discrezionalità. In altre parole, già nel linguaggio usato dal
legislatore notiamo un tono ben poco tassativo al riguardo: non si
dice "a Tizio VA riconosciuto il diritto di…", ma si usano
espressioni del tipo "a Tizio PUO’ ESSERE consentito di…".
Accanto a questo primo dato va tenuto altresì
presente che la legislazione penitenziaria è come un gioco di scatole
cinesi: abbiamo una legge formale (si tratta di un importante
conquista risalente alla riforma del 1975); ad un livello inferiore c’è
il regolamento d’esecuzione, che contiene una normativa di dettaglio
rispetto alle singole previsioni legislative; al di sotto del
regolamento d’esecuzione abbiamo poi il regolamento interno di ogni
singolo carcere: fonte di grado inferiore, dalla quale però dipendono
i concreti connotati della pena detentiva in quella determinata
struttura carceraria. Se intervistato, un soggetto che sia stato
ristretto in istituti diversi non dirà mai che esiste UNA pena
detentiva, ma parlerà della pena detentiva scontata nel carcere A, di
quella scontata nel carcere B, e via di seguito. E questa
stratificazione normativa, dalla Legge al regolamento d’esecuzione
fino al regolamento interno, genera inevitabilmente problemi di
confusione, di sovrapposizione. Intendo dire che per lo studioso non c’è
problema a capire che la legge è gerarchicamente superiore al
regolamento d’esecuzione, che a sua volta è superiore al
regolamento interno, ma nella prassi quotidiana delle carceri non è
infrequente che i rapporti vengano sovvertiti.
Fermo restando questo dato di fatto, all’interno
della popolazione detenuta ci sono poi delle sottocategorie per le
quali le restrizioni dei diritti sono ancora più evidenti. Nel senso
che a parte le restrizioni derivanti da situazioni oggettive (come l’aver
commesso un reato di particolare gravità: ad esempio, sequestro di
persona a scopo di estorsione) esistono delle limitazioni che non
hanno la loro ragion d’essere nella pericolosità del detenuto, ma
derivano dal suo appartenere ad una categoria, per così dire,
"svantaggiata". Tra queste categorie possiamo menzionare
certamente le donne, che sono "svantaggiate" perché
rappresentano una percentuale molto esigua della popolazione detenuta,
ed il carcere non è dimensionato sulle loro esigenze. E, accanto alle
donne, un’altra componente che ha una consistenza statistica
rilevante è quella rappresentata dai detenuti stranieri. Questi si
trovano in una situazione oggettivamente diversa da quella degli
italiani: generalmente non hanno accanto a sé una famiglia ad
assisterli, e di conseguenza vengono spesso trasferiti nelle carceri
sulle isole, proprio perché si ritiene che questo possa costituire un
peggioramento delle condizioni per un italiano, mentre per uno
straniero si ritiene che questo non sia peggiorativo delle sue
condizioni.
Insomma, possiamo dire che lo straniero abbia una
detenzione particolarmente afflittiva; da un lato, perché per lui l’ottenimento
delle misure alternative è molto difficoltoso (per ragioni che
vedremo in seguito); dall’altro lato, perché queste situazioni
oggettive di cui parlavo non vengono compensate con concessioni che
attenuino l’impatto delle limitazioni a cui è
"fisiologicamente" sottoposto. Faccio solo un esempio: se un
detenuto è straniero, per compensare la sua distanza dalla famiglia
gli si potrebbe concedere un maggior numero di telefonate, e, nel caso
di un detenuto sprovvisto di mezzi economici per fare telefonate all’estero,
si potrebbe arrivare ad accordi con i rispettivi Paesi o riconoscergli
la gratuità per un certo numero di telefonate. Questo non avviene, ed
è solo uno degli elementi per cui gli stranieri vivono una condizione
di detenzione molto diversa e molto più afflittiva rispetto a quella
degli italiani.
Domanda:
Siccome stiamo parlando delle condizioni di vita
nelle carceri, vorrei fare un passo indietro: all’inizio di questa
intervista lei mi diceva che, anche se può sembrare paradossale,
alcune strutture vecchie spesso risultano tecnicamente ideate e
strutturate per consentire condizioni di vita più umane rispetto a
carceri più recenti. La cosa mi ha colpito perché si tratta delle
stesse parole usate, un paio di settimane fa, da un ex detenuto con
esperienze di detenzione in svariati carceri. In quel momento a quella
affermazione non ho dato troppo peso, ma sentire formulata la stessa
osservazione da lei mi spinge a chiederle un breve approfondimento su
questo aspetto, seppure marginale alla nostra inchiesta.
Prof. Della Casa:
Il discorso è questo: a mio avviso gli architetti
che si occupano di edilizia penitenziaria progettano la funzionalità
della struttura rispetto alle astratte esigenze di una corretta
esecuzione della pena detentiva (ammesso che questo scopo venga
raggiunto), e non rispetto alle esigenze di chi dovrà vivere in
quella data struttura. Per cui mi è stato riferito che la vita per
chi si trova in carceri costruite negli anni più recenti finisce con
l’essere più disumanizzata; ad esempio perché il colore
assolutamente dominante è il grigio (per questo e per altri numerosi
e analoghi motivi si parla di "deprivazione sensoriale");
oppure perché vengono realizzati spazi in cui l’individuo "si
perde", spazi che non favoriscono la socializzazione… Insomma,
ho l’impressione che gli architetti che progettano queste strutture
non tengano in sufficiente considerazione la qualità della vita degli
individui che dovranno esservi ospitati, ma solo parametri
rigorosamente "tecnici" e/o economici.
Domanda:
Tornando a discorsi più importanti rispetto alla
nostra inchiesta: lei ha parlato di discrezionalità dei direttori
delle carceri nelle varie strutture. Non sarebbe il caso che i diritti
dei detenuti venissero salvaguardati attraverso l’istituzione di un
organismo super partes? Per fare un esempio, mi sembra paradossale che
un detenuto che, in ipotesi, lamenti un torto da parte di una guardia
carceraria, debba sperare di vedere riconosciuta la propria ragione
dalla sola "rettitudine morale" del direttore, ossia dello
stesso soggetto che collabora strettamente con l’apparato di
custodia e che, sempre in ipotesi, magari ha avallato quello che, a
torto o a ragione, il detenuto ritiene essere stato un sopruso subito.
Prof. Della Casa:
Direi che la domanda sul come tutelare i diritti
dei detenuti è centrale. Nel senso che possiamo avere dei testi
legislativi anche molto avanzati, ma se restano lettera morta non
servono a nessuno. L’importante è avere una legge avanzata, certo,
ma ancora più importante è che questa legge preveda dei meccanismi
di controllo sul riconoscimento effettivo dei diritti stabiliti dalla
stessa. Da questo punto di vista l’Italia ha istituito la figura di
un Magistrato, il quale in teoria ha il compito di intervenire laddove
possono essersi verificate violazioni dei diritti dei detenuti. Quindi
il sistema sembrerebbe poter funzionare, perché il detenuto non ha di
fronte solo l’amministrazione penitenziaria (nella figura del
direttore), ma ha la possibilità di rivolgere reclami ad un Giudice,
che gli offre garanzie di imparzialità di giudizio. Questo sistema,
però, ha funzionato solo in parte, per una serie di ragioni che si
intrecciano fra loro e che è difficile sintetizzare. Una delle
ragioni principali è questa: nel sistema ideato dal legislatore
questo Magistrato doveva avere una frequentazione assidua del carcere,
parlare direttamente con i detenuti, partecipare in modo continuativo
alla vita del carcere su cui doveva vigilare. Questo non è avvenuto,
e una delle ragioni è che il Magistrato, come formazione culturale,
è un giurista, e può ritenere svilente occuparsi di questioni che
nell’ambiente detentivo divengono invece di primaria importanza,
quali possono essere la qualità del cibo, le condizioni igieniche
delle celle, il fatto che l’acqua nelle docce sia fredda o che il
numero delle docce sia scarso rispetto alla popolazione detenuta. In
secondo luogo, il Magistrato che constatava la violazione di un
diritto del detenuto non aveva i mezzi per intervenire direttamente e
fare eseguire la propria decisione, ma doveva semplicemente
indirizzare una relazione informativa ai vertici dell’amministrazione
penitenziaria, che avrebbero dovuto provvedere di conseguenza.
Sennonché nella stragrande maggioranza dei casi i vertici
dell'amministrazione penitenziaria, pur sollecitati, sono rimasti
inerti: ecco quindi un secondo fattore che (unito a quella scarsa
propensione del Magistrato alla frequentazione di luoghi come le
carceri) sta alla base di un’insufficiente tutela dei diritti all’interno
delle carceri.
Proprio partendo da questa situazione di fatto,
sono in discussione al Parlamento alcune proposte di legge che
convergono verso un obbiettivo: quello di istituire una nuova figura
di controllore all’interno delle carceri, che sarebbe il Difensore
Civico delle persone private della libertà personale. Parlo di
"persone private della libertà personale" in quanto questo
Difensore Civico avrebbe diritto di accedere NON SOLO alle carceri, ma
anche a quei luoghi ove vengono detenuti in attesa di espulsione i
cittadini stranieri, o a quei luoghi – ad esempio, le c.d.
"guardine" - ove vengono mantenuti (già in stato di
privazione della libertà personale) i soggetti in attesa di essere
trasferiti in carcere.
Questo Difensore Civico avrebbe il compito di
intervenire PREVENTIVAMENTE, e di svolgere una azione di MEDIAZIONE
tra custodi e custoditi al fine di scongiurare il verificarsi di
quelle situazioni in cui si potrebbe configurare la violazione dei
diritti del detenuto. Quindi, l’istituzione della figura del
Difensore Civico (di nomina parlamentare), con compiti di mediazione e
di catalizzatore di dialogo fra le due fondamentali componenti
carcerarie, dovrebbe garantire dei passi in avanti in questo settore,
analogamente a quanto è accaduto in altri Paesi (quali Gran Bretagna
e USA) dove questa figura ha prodotto buoni risultati. E potrebbe
rappresentare pure un incentivo per il Magistrato di Sorveglianza, al
fine di rilanciare quel ruolo di garante che gli è stato affidato dal
legislatore italiano del 1975.
Domanda:
Sempre restando al discorso dell’eccessiva
discrezionalità di cui godono i direttori delle carceri, vorrei
affrontare ora un tema più specifico, ossia quello delle cosiddette
"domandine". Ancora prima di questo lavoro mi sono
interessato alla storia di Sole e Baleno, i due anarchici suicidatisi
in carcere nel 1998, dopo l’arresto nell’ambito delle indagini
sugli attentati alla linea TAV della Val di Susa. Un particolare che
mi colpì all’epoca (ma che ha assunto maggiore rilevanza
interessandomi al "mondo carcere" in generale) fu la lettera
di Sole, scritta dopo il suicidio di Baleno. In quella lettera la
ragazza scriveva: "La galera e' un posto di tortura fisica e
psichica, qua non si dispone di assolutamente niente, non si può
decidere a che ora alzarsi, che cosa mangiare, con chi parlare, chi
incontrare, a che ora vedere il sole. Per tutto bisogna fare una
"domandina", anche per leggere un libro.". Sulle
"domandine" di cui parlava Sole: come è possibile che il
potere discrezionale dei direttori dei carceri sia così ampio? Come
è possibile che una richiesta ritenuta concedibile in una data
struttura sia ritenuta inaccettabile in un altro carcere? E, a tale
proposito: ha qualche aneddoto curioso su qualche
"domandina" (per usare il gergo carcerario) che sia stata
respinta con motivi futili?
Prof. Della Casa:
La cosiddetta "domandina" costituisce un
elemento fondamentale della quotidianità carceraria. Tutto quello che
noi nella nostra vita siamo abituati a pensare come normale, all’interno
del carcere diventa oggetto di una specifica concessione; così, ad
esempio: io voglio tenere in cella un personal computer alimentato a
batteria? Devo fare "la domandina". Voglio farmi arrivare
dall’esterno un cibo o un prodotto di igiene personale che non è in
vendita nello spaccio dell’istituto? Devo fare "la
domandina", e così via… Quindi la "domandina" è il
passaggio obbligato che il detenuto deve cercare di percorrere per
rendere la sua vita detentiva leggermente più confortevole.
Naturalmente queste istanze hanno come destinatario l’organo che
deciderà sul loro accoglimento o meno: il direttore del carcere.
Se non sbaglio fu Adriano Sofri a scrivere che già
nel termine "domandina" abbiamo una spia linguistica del
grado di infantilizzazione del detenuto: una persona in carcere non
formula richieste, ma "domandine", come un bambino che si
rimette ad un’autorità imperscrutabile e di gran lunga superiore.
Oltre a questa spia linguistica, abbiamo il fatto che queste
"domandine", quando non vengono accettate, vengono il più
delle volte respinte SENZA un'adeguata MOTIVAZIONE; anzi, direi che al
di là del singolo direttore "illuminato", che spiega le
ragioni di un determinato rigetto, le "domandine" vengono
respinte con un NO secco e privo di motivazioni. Ed è questo l’aspetto
più intollerabile per il detenuto; più ancora che il ricevere un
rifiuto, è frustrante questa imperscrutabilità del potere che hai di
fronte, l’essere soggetto ad un'entità onnipotente che non deve
giustificare le proprie decisioni. Io credo che il principio della
motivazione sia un principio che noi tutti esigiamo quando ci viene
opposto un rifiuto: è un principio di civiltà che, nel caso del
carcere, viene sistematicamente disatteso.
Mi chiedeva di aneddoti emblematici del
"sistema delle domandine". Ricordo un caso che si colloca
nell’epoca in cui direttore generale dell’amministrazione
penitenziaria era il Dottor Coiro, un Magistrato che aveva cercato di
limare talune asprezze della vita carceraria, inviando tra l’altro
una circolare in cui si diceva che i detenuti avrebbero potuto tenere
con sé in cella, previa autorizzazione del direttore, piccoli animali
da compagnia, che avrebbero reso meno penosa la loro vita detentiva.
Tra questi animali veniva citato l’esempio della vaschetta coi pesci
rossi. Un detenuto (mi sembra del carcere di Alessandria), sulla
scorta di questa circolare aveva rivolto un’istanza proprio per
ottenere una vaschetta con uno o due pesciolini rossi, e questa
"domandina" fu rigettata senza alcuna spiegazione delle
ragioni che stavano alla base di tale rigetto.
In generale il discorso è che di fronte ad un
rifiuto le vie da percorrere per un detenuto non sono molte: prima
abbiamo parlato del Magistrato di Sorveglianza, ma non esiste "il
diritto a tenere in cella un pesce rosso" o "il diritto di
tenere con sé un PC"… Quel che intendo dire è che si tratta
di richieste a largo raggio, riguardanti il più delle volte
concessioni di piccola portata, che non possono essere regolamentate
da un testo normativo; neppure con la pazienza di Giobbe si potrebbe
compilare un testo che elencasse tutte le possibili richieste, e
quindi è chiaro che un margine di discrezionalità resterà sempre.
Una parziale soluzione al problema, a mio avviso, sarebbe quella di
fare esercitare anche su queste "domandine" un potere di
controllo da parte di un organo terzo.
Domanda:
Sempre dal caso di Ramon mi è nata una
riflessione. Un’altra cosa appare grottesca nella sua storia: la
condanna a tre anni di carcere per un furto d’auto… Non è mia
intenzione discutere l’entità della pena (problema che, peraltro,
starebbe "a monte" del sistema penitenziario): quel che
intendo dire è che per un reato che non denota una particolare
pericolosità sociale è il carcere in sè ad apparire totalmente
inutile o addirittura controproducente (se l’obbiettivo è, come
dovrebbe essere, il recupero del soggetto). Volevo quindi introdurre l’argomento
delle "misure alternative". Da quanto mi risulta l’esigenza
di alternative alla pena detentiva è da tempo materia di discussione
in molti stati, i cui codici già prevedono una differenziazione di
interventi, alternativi o integrativi alla limitazione della libertà,
quali l’obbligo di prestazioni lavorative per pubblica utilità. In
base alla sua esperienza: le risulta che queste alternative siano già
applicate in molti Stati e (in caso di risposta affermativa) con quali
risultati? E soprattutto: quale è la situazione da noi? Infine le
volevo chiedere se anche in questo campo ci sia (ovviamente a parità
di reato commesso) una disparità di trattamento fra italiani e
stranieri, nel poter usufruire di queste misure alternative.
Prof. Della Casa:
Innanzitutto partirei da questa considerazione: a
livello planetario si è ormai convinti che il carcere debba essere la
pena cui si ricorre quando TUTTE le altre possibilità sono venute
meno; e anche laddove si ricorra alla pena detentiva questa, nel corso
del tempo, dovrebbe subire delle attenuazioni di carattere qualitativo
che consentano di ridurre i danni insiti nella sua stessa natura.
Ricordo che la pena detentiva è costosissima; e questo sia dal punto
di vista economico (mediamente un giorno di detenzione costa allo
Stato più di 100 €), sia dal punto di vista delle lacerazioni che
provoca nel tessuto sociale. Insomma, anche a livello di legislazione
internazionale si conviene sul fatto che la pena detentiva deve essere
compressa il più possibile, e che al suo posto dovrebbero esistere
delle misure che limitino la libertà personale del condannato in
maniera meno totalizzante.
Le misure alternative nascono da questa
consapevolezza: la pena detentiva si ritorce verso chi la espia, ma
anche verso chi la infligge; nel senso che la risocializzazione
attuata attraverso il carcere è una contraddizione in termini; questo
perché non posso risocializzare una persona tenendola in un ambiente
che ha caratteristiche antitetiche rispetto a quelle dell’ambiente
dove dovrebbe tornare a vivere quella data persona. Le misure
alternative nascono anche da questa consapevolezza e attualmente sono
largamente presenti in tutti gli ordinamenti "evoluti".
Parlare della gestione di queste misure alternative
ci porta a fare innanzitutto una distinzione fra due categorie di
detenuti: quella di coloro per cui esse sono una possibilità
concretamente a portata di mano, e quella di coloro per cui queste
alternative restano un semplice miraggio. Nella prima fascia metterei
i condannati italiani che non siano in una condizione particolarmente
precaria. Parlo di un detenuto che ha adeguati supporti all’esterno
del carcere, che dispone di una residenza da indicare nel caso gli
vengano concesse queste misure alternative, che ha un nucleo familiare
che si attiverà per procurargli un potenziale datore di lavoro,
eccetera. Le misure alternative, infatti, vengono concesse dalla
magistratura di sorveglianza proprio a quei soggetti che lasciano
supporre che il loro reinserimento nella società sia concretamente
possibile (ecco perché avere a disposizione un’abitazione e un
posto di lavoro sono elementi di fondamentale importanza).
Se partiamo da questi presupposti capiamo perché
gli stranieri (che invece di solito sono catapultati da noi
"selvaggiamente" e non godono di supporti esterni) sono fra
coloro che ricevono pochissime misure alternative, e quando le
ricevono è perché, in determinati carceri, l’azione del
volontariato supplisce alla mancanza di supporti socio-familiari.
Questa del volontariato carcerario è una presenza che dovrebbe essere
incrementata, anche se molto spesso il volontariato deve fare i conti
con la struttura chiusa del carcere, che vede come un intruso chiunque
si avvicina per operare al suo interno.
Domanda:
Secondo una convinzione generalizzata il
sovraffollamento delle carceri è praticamente un "non
problema", perché qualsiasi sistema carcerario tenderebbe al
sovraffollamento in modo inevitabile. Questa domanda si collega alla
precedente, in quanto mi risulta che, tanto per fare un esempio, in
Svizzera, dove è costante l’utilizzo delle misure alternative, i
posti-carcere siano liberi al 25%. La questione mi sembra
fondamentale, perchè invece in Italia, accanto al sovraffollamento
delle carceri (secondo il Ministero della Giustizia al luglio 2003
avevamo più di 56.000 detenuti presenti a fronte di una capienza
stimata in 42.000 posti) abbiamo una carenza nel personale di polizia
penitenziaria a disposizione, una carenza che spesso è stata
segnalata con preoccupazione dagli stessi organismi sindacali. Volevo
un suo parere in generale su questo problema del sovraffollamento:
oltre all’utilizzo delle "misure alternative" di cui
abbiamo già discusso, quali potrebbero essere le soluzioni a tale
problema? E quale è il suo giudizio sul recente dibattito in Italia
circa le misure "svuota-carceri", che ha prodotto il
cosiddetto "indultino"?
Prof. Della Casa:
Il sovraffollamento carcerario è in effetti un
problema che riguarda tutti i Paesi; nel senso che il carcere, nel
momento stesso in cui esiste, tende ad essere sovrautilizzato. Il
sovraffollamento per il carcere è stato paragonato alla cancrena di
un arto per una persona: è qualcosa che paralizza il funzionamento e
blocca l’istituzione stessa. Per fare un esempio di ciò che
comporta il sovraffollamento basterà ricordare che esso significa l’automatica
riduzione delle aree dedicate a spazi ricreativi, che vengono
gradualmente assorbiti dall’esigenza di trovare nuovi
"posti-letto". Significa più ore di permanenza in cella,
perché gli spostamenti dei detenuti divengono più difficoltosi per
la custodia e perché in una struttura sovraffollata c’è
inevitabilmente una maggiore tensione allo stato latente che si
ripercuote su ogni rapporto interpersonale.
Insomma, il sovraffollamento è una condizione
deteriore che andrebbe assolutamente evitata. Andrebbe evitata
ricorrendo innanzitutto ad un minore utilizzo della pena detentiva e
della custodia cautelare in carcere. Quindi: anche nel corso di un
processo i giudici dovrebbero usare misure cautelari diverse dalla
custodia (ricordo che gli imputati in carcere si aggirano attorno al
40-45% della popolazione detenuta); e quando si giunge all’irrogazione
della pena bisognerebbe innanzitutto ridurre il più possibile l’uso
della pena detentiva per quanto concerne gli illeciti. Si parla molto
di depenalizzazione, il che vuol dire che bisognerebbe lasciare
colpiti da sanzione penale solo quei comportamenti oggettivamente
gravi; ma noi utilizziamo ancora il codice (penale) fascista del 1930,
che prevedeva solo la pena pecuniaria e quella detentiva, irrogata con
grande generosità anche per comportamenti denotanti scarsa
pericolosità sociale. Quindi il problema del sovraffollamento va
risolto in partenza: in carcere devono entrare meno persone, perché
una volta che vi sono entrate anche il sistema delle misure
alternative costituisce una valvola di sfogo insufficiente.
Veniamo ora alla sua domanda sull’indultino. E’
bene premettere che un tempo, per ridurre il problema del
sovraffollamento, in Italia avevamo lo strumento dell’amnistia e
dell’indulto. Le amnistie si succedevano periodicamente e
realizzavano l’obbiettivo di dare un po’ di respiro all’apparato
carcerario. Parlo di "un po’ di respiro" perché si
trattava pur sempre di una misura che non agiva sulle cause del
problema; e, ripeto, non intervenendo sulle cause il sovraffollamento
tenderà sempre a riproporsi periodicamente.
Ad un certo punto (legge cost. n.1/1992) è stata
modificata la norma costituzionale (art.79 Cost.) che prevede la
concessione dell’amnistia e dell’indulto, introducendo l’obbligo
di maggioranze parlamentari qualificate per la loro concessione (due
terzi di ciascuna Camera). Questa variazione ha impedito il coagularsi
di maggioranze tali da arrivare alla concessione di provvedimenti
generali di clemenza. Conseguentemente, negli ultimi tempi sono emerse
parecchie pressioni per cercare comunque di limitare il
sovraffollamento carcerario: ricordo tra le varie voci quella del
Papa. Si è quindi cominciato a parlare dell’indultino; ossia di un
provvedimento non pensato come un vero e proprio indulto (anche se
indirizzato allo stesso obiettivo), che quindi non richiedeva per la
sua approvazione maggioranze parlamentari qualificate, e che poteva
costituire una sorta di "misura alternativa camuffata",
permettendo comunque l’uscita di un certo numero di detenuti dal
carcere. Ma anche nelle fasi di studio di questo provvedimento (varato
poi nell’agosto 2003) abbiamo assistito ad un gioco di veti
incrociati da parte di talune forze parlamentari, molte delle quali
temevano di apparire, agli occhi dell’opinione pubblica, come
"quelli che mettono fuori i delinquenti" , quelli a cui non
sta a cuore il principio dell’effettività della pena (principio
molto reclamizzato – tanto in Europa quanto al di là dell'Atlantico
- che di solito garantisce sicuri vantaggi dal punto di vista
elettorale). Questa situazione ha creato una sorta di paralisi nella
discussione, per cui possiamo davvero dire che la montagna (ossia
questo enorme parlare della necessità di un provvedimento di
clemenza) ha partorito un topolino, ossia una legge tale per cui ne
hanno beneficiato poche persone. E’ stato come somministrare ad un
malato grave (il sistema carcerario italiano, con il suo
sovraffollamento) un paio di aspirine…
Domanda:
Facciamo un passo indietro: nel suo racconto mi ha
colpito molto la questione delle "domandine"; il fatto che
il detenuto veda la sua vita quotidiana totalmente in balia di quanto
può decidere il proprio direttore. Lei diceva che è auspicabile l’inserimento
di una figura di controllo imparziale, e che però è praticamente
impossibile stilare un regolamento che preveda la miriade di richieste
che potenzialmente possono avanzare i detenuti, stabilendo per via
regolamentare cosa sia possibile concedere. Questo è sicuramente
comprensibile, ma su questo aspetto mi restano alcune perplessità:
ripenso ancora alle parole di Sole che diceva che per leggere un libro
ci vuole "la domandina"… E penso al racconto della mamma
di Ramon: uno dei passaggi più toccanti è quando diceva "se mio
figlio era malato perché non l’hanno curato?". Accostare il
diritto alla lettura di un libro al diritto alla salute può sembrare
azzardato, ma quel che intendo dire è che certi diritti non
dovrebbero essere affidati al "buon cuore" o alla
discrezionalità del direttore del carcere, ma dovrebbero rimanere
diritti fondamentali dell’individuo, anche quando questi è un
carcerato. Questo mi sembra naturale per una cosa banale come la
lettura di un libro, e così pure per un diritto ancora più
importante, come il diritto alla salute. Insomma, è proprio
impossibile togliere certe concessioni al meccanismo della
"domandina"?
Prof. Della Casa:
Ribadisco che in alcuni settori un margine di
discrezionalità resta ineliminabile. Nel senso che la legge è un
provvedimento generale ed astratto, che non può prendersi carico di
tutte le situazioni. Ciò premesso, concordo sul fatto che a livello
normativo bisognerebbe, tutte le volte che questo è possibile,
produrre norme chiare e tassative che eliminino qualsiasi filtro nel
riconoscimento di certi diritti, che devono operare automaticamente.
Nella legge penitenziaria ci sono già settori in cui questo accade:
per esempio, mentre in passato nelle carceri non poteva entrare la
stampa (divieto che una volta operava indistintamente, poi per un
certo periodo fu rivolto solo alla stampa politica) oggi esiste una
norma che consente ai detenuti di ricevere quotidiani, libri e riviste
che siano in libera vendita all’esterno. Questo è un diritto che
può essere limitato solo per l’imputato che è sottoposto ad
indagini (e che quindi, leggendo i giornali, potrebbe ricevere notizie
utili per lui e controproducenti per l’inchiesta); ma anche in
questo caso è il Magistrato (e non la struttura penitenziaria) a
stabilire eventuali limitazioni.
Quel che voglio dire è che nel campo dell’informazione
il diritto è stabilito direttamente dalla legge. Mentre già a
livello di "colloqui" abbiamo una situazione meno
favorevole; perché la legge dice che devono essere mantenuti i
contatti con la famiglia eccetera, ma il numero esatto delle visite o
dei colloqui di cui un detenuto può godere è contenuto nel
regolamento d’esecuzione, per cui è come se scendessimo di un
gradino nel "livello normativo". E così pure dicasi per
altri specifici ed importanti settori.
Sono quindi d’accordo sul fatto che, in tutti i
casi in cui questo è possibile (a cominciare dal numero dei colloqui)
i diritti dovrebbero essere sanciti a livello di legge e non di
regolamento, in modo da diminuire il margine di discrezionalità… Ma
vorrei anche far notare che questo potrebbe rivelarsi per certi versi
un’arma a doppio taglio, perché per modificare poi qualcosa
stabilito da una Legge occorre che sia il Parlamento ad intervenire,
mentre l’apportare varianti ad un regolamento avviene secondo
procedure meno complesse.
Quello che a mio avviso non funziona nel sistema è
un’altra cosa: il lasciare il detenuto (che nel carcere è un
organismo evidentemente molto più debole dell'apparato che lo ha in
carico) senza possibilità di attivare eventuali meccanismi di tutela.
C’è una supremazia schiacciante dell’apparato penitenziario
rispetto al singolo detenuto. Questa situazione è nella natura delle
cose; credo che lo capisca bene chiunque abbia vissuto un’esperienza
di degenza in ospedale e abbia sperimentato sulla sua pelle lo
squilibrio riscontrabile tra il degente e lo staff medico: figuriamoci
la situazione di un detenuto in un carcere! Proprio per questo, il
detenuto non dovrebbe mai essere lasciato senza tutela; dovrebbe
essere messo in grado di attivare una serie di controlli; e questo sia
per il tramite del volontariato operante in carcere (che può essere
visto anche come un canale attraverso cui si può esercitare il
controllo sociale), sia soprattutto attraverso organismi quali il
Magistrato di Sorveglianza o il Difensore Civico. E penso che l’esistenza
stessa di questa rete di controlli potrebbe servire a scongiurare in
anticipo alcuni atteggiamenti vessatori o comunque contrari alla legge
che il singolo direttore o il singolo agente volessero, in ipotesi,
assumere nei confronti di un detenuto.
Domanda:
Abbiamo accennato più volte al volontariato, all’importanza
dei volontari nelle carceri. Vorrei chiudere questa intervista con
alcune sue considerazioni su questo aspetto particolare del
"mondo carcere" e, se possibile, con un suo
"messaggio" generale su questo mondo, sconosciuto alla
maggioranza delle persone.
Prof. Della Casa:
Secondo me una buona rete di volontariato sarebbe
una componente importante nell’attuale sistema, e potrebbe
riequilibrare la situazione della vita carceraria a favore dei
detenuti, supplendo a certe diffuse carenze. Attualmente questo
volontariato è prevalentemente di matrice cattolica, e questo è un
dato che, a mio avviso, andrebbe riequilibrato; non che il
volontariato cattolico non vada bene, ma avere componenti più
variegate sarebbe decisamente positivo. Il fatto che non esista questa
maggiore varietà nel volontariato potrebbe essere letto come una
sottovalutazione del settore carcerario da parte di forze che, pur
essendo "progressiste", hanno dimostrato storicamente una
scarsa comprensione dei gravi problemi dell'istituzione carceraria.
C’è scarsa sensibilità da parte dell’opinione
pubblica su questa materia. Penso a quando si era parlato del diritto
alla sessualità all’interno del carcere: la prima risposta dell’opinione
pubblica più o meno è stata questa: "beh, ma si tratta di gente
che ha sbagliato… adesso dobbiamo dargli anche le camere
matrimoniali?". Io credo che l'impostazione corretta per
stabilire la "misura" dei diritti da riconoscere al detenuto
sia questa: il detenuto mantiene in carcere TUTTI i diritti non
incompatibili con l'esecuzione della pena detentiva. Il diritto alla
sessualità non ha nulla di incompatibile con la pena detentiva;
negarlo ha uno scopo meramente punitivo.
Secondo molti chi va a finire in carcere è un
criminale a cui danno vitto e alloggio gratuiti, per cui può essere
contento e non stare troppo a lamentarsi o a pretendere altro. Salvo
che succeda qualcosa di eccezionale che vada a smuovere i
"buoni" sentimenti e susciti la giusta commozione. E’
facile ottenere solidarietà da parte dell’opinione pubblica se si
presenta ad essa il singolo caso "umano", ma il
"problema carcere" non sta solo nel singolo detenuto che si
suicida, ma anche nel soggetto che al suicidio ci ha pensato
cinque-sei volte senza poi arrivare a commettere quel gesto…
Io penso che il carcere non dovrebbe essere
qualcosa di cui si parla solo quando succede un evento commovente; si
dovrebbe parlare maggiormente delle problematiche carcerarie, nella
società civile. Il carcere non dovrebbe essere qualcosa che
allontaniamo e confiniamo nell’angolo più oscuro della nostra
coscienza, ma qualcosa che fa parte della nostra società, un’istituzione
per il momento necessaria che dovremmo sforzarci tutti di migliorare.
Perché il carcere non riguarda solo i detenuti e le loro famiglie, ma
tutti noi; solo che troppo spesso ce ne dimentichiamo, e ce ne
ricordiamo solo se un detenuto evade o si suicida. Il carcere, oggi
come oggi, è un luogo utile solo per le facili commozioni: al posto
della commozione sarebbe meglio un impegno civile, costante e
continuo.
***
I FANTASMI DELLE CARCERI
di Sonia Benedetti
Sono migliaia i detenuti nelle carceri italiane;
uomini e donne che, all’interno di quelle mura, vengono annullati
dalla società come persone; così diventano fantasmi!
E questi scomodi fantasmi hanno tante storie da
raccontare; sono storie che parlano di violazione, di discriminazione,
di intolleranze, di negazione, di sofferenze dalle quali, spesso,
questi uomini e queste donne trovano un solo sollievo: la MORTE!
Infatti (come dice Adriano Sofri) la morte in carcere è "un
altro modo per evadere"!
Sempre più suicidi nelle carceri italiane. E sono
aumentati pure gli episodi di autolesionismo. Macabre statistiche di
cui ci occuperemo ora (sempre grazie al costante monitoraggio dei casi
realizzato dal sito www.ristretti.it)
e che in fondo ci parlano solo di una realtà molto semplice: di un
carcere che non funziona come istituzione.
I SUICIDI
Nelle carceri italiane i detenuti si tolgono la
vita con una frequenza 19 volte maggiore rispetto alle persone libere
e spesso in istituti dove le condizioni di vita sono peggiori.
Il numero maggiore di suicidi avviene:
-nel Sud e nelle isole
-nel reparto "G14" (infermeria) di
Rebibbia (RM)
-nel Nord:
-carcere Marassi (GE) reparto malattie infettive
-carcere S.Vittore (MI) C.O.C. (reparto d’osservazione
per tossicodipendenti)
-O.P.G. (Ospedale Psichiatrico Giudiziario)
I motivi che portano a questo ultimo gesto estremo
del detenuto sono:
-le condizioni di isolamento
-i trasferimenti
-i ricoveri in psichiatria dove il paziente viene
legato al letto attraverso cinghie ai polsi e alle caviglie e
imbottito di sedativi
-perdita della dignità sociale del detenuto in
attesa del processo (e non solo): le persone nel momento in cui
vengono indagate sono immediatamente associate, da tutta la società,
al crimine che presumibilmente hanno commesso
-la "qualità di vita" all’interno
degli istituti penitenziari, resa inadeguata dalla mancanza di
operatori, da un’assistenza sanitaria inefficiente, dal
sovraffollamento (al 31 gennaio 2003, nelle 205 carceri italiane erano
presenti 56250 detenuti, di cui 2509 donne. Vi sono però in totale
205 istituti, che hanno una capienza di 38878 uomini e 2446 donne, per
un totale di 41324 "posti")
- il timore del reinserimento nella società al
termine della pena
Circa il 31% dei deceduti è costituito da
tossicodipendenti; per quanto riguarda l’età:
-circa il 36% ha un’età compresa tra i 20 e i 30
anni
-circa il 28% ha un’età compresa tra i 30 e i 40
anni
Il Regolamento Penitenziario all’art.77
prevede che il tentativo di suicidio in carcere è punito
disciplinarmente (come avviene per l’autolesionismo, il tatuaggio e
il piercing) in quanto infrazione per "negligenza nella
pulizia e nell’ordine della persona o della camera"
attraverso sanzioni decise dal Consiglio di disciplina quali:
richiamo, esclusione dalle attività, isolamento; e in quanto
infrazione disciplinare questo comporta la perdita dello sconto di
pena per buona condotta (liberazione anticipata, nonostante il codice
penale non consideri reato il tentativo di suicidio).
ASSISTENZA SANITARIA DISASTRATA
Oltre 100 detenuti l’anno muoiono per "cause
naturali" nelle carceri italiane; a volte la causa ufficiale è:
-un infarto
-un malanno trascurato o curato male
-malattie croniche che portano ad un lungo
deperimento
-scioperi della fame.
L’art.1 del Decreto Legislativo 230/99 sul
riordino della medicina penitenziaria stabilisce che "i
detenuti e gli internati hanno diritto, al pari dei cittadini in
stato di libertà, alla erogazione delle prestazioni di
prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione, efficaci ed appropriate,
sulla base degli obiettivi generali e speciali di salute e dei livelli
essenziali ed uniformi di assistenza individuati nel piano sanitario
nazionale, nei piani sanitari regionali ed in quelli locali".
L’art 146 del Codice Penale prevede il "rinvio
obbligatorio dell’esecuzione della pena" quando il
condannato è affetto da A.I.D.S. conclamata, o da grave deficienza
immunitaria, o da un’altra malattia particolarmente grave per
effetto della quale le sue condizioni di salute risultino
incompatibili con lo stato di detenzione. L’incompatibilità si
verifica quando la persona è in una fase della malattia così
avanzata da non rispondere più (secondo le certificazioni del
servizio sanitario penitenziario o di quello esterno) ai trattamenti
terapeutici particolari in carcere.
L’art. 147 del Codice Penale prevede il "rinvio
facoltativo dell’esecuzione della pena" per "chi
si trova in condizioni di grande infermità fisica". La legge
non dice nulla per definire meglio il concetto di "grave
infermità fisica".
Detenuti tossicodipendenti e malati
Stando alla "Informativa urgente del Governo
su un documento riguardante la situazione nelle carceri",
illustrata dal ministro della Giustizia alla Camera dei deputati il 3
ottobre 2002, i reclusi affetti da HIV sono almeno 1401, di cui 192
con AIDS conclamata; circa 15000 sono affetti da virus epatici; sono
sempre più numerosi i soggetti con forti disagi psichici; un terzo
della popolazione carceraria è costituito da persone
tossicodipendenti.
Al 30 giugno 2002, risultavano 15698 detenuti
tossicodipendenti, 856 alcoldipendenti, 1552 in trattamento metadonico.
Alla stessa data HIV erano 1401 (di cui 145 donne): 885 asintomatici,
324 sintomatici, 192 affetti da malattie indicative di AIDS.
Questi sono numeri che evidenziano la preoccupante
situazione presente nelle carceri italiane, nelle quali intanto si
verificano forti tagli ai fondi per le cure mediche e al personale
specializzato. Secondo dati del luglio 2002, gli assistenti sociali in
organico dovrebbero essere 1630, mentre i presenti sono 1235 (-395);
gli educatori previsti in organico sono 1376, i presenti sono 557 (-819);
psicologi: dei 95 previsti, risultano essere presenti soltanto in 4 (-91).
Si riscontrano carenze anche per il corpo di
polizia penitenziaria rispetto all’organico. In servizio 42781
agenti di polizia penitenziaria, oltre a 7046 unità di personale
amministrativo e tecnico (dovrebbero essere 10025).
Inoltre capita spesso che al carcere di
destinazione di un detenuto non venga spedita la cartella clinica
relativa. Ne consegue la sospensione forzata della terapia, l’annullamento
dei risultati raggiunti e il rischio di andare incontro a gravi
conseguenze.
E’ da segnalare inoltre come l’infermità
psichica non rientri tra i motivi del possibile differimento della
pena. Quando l’infermità è accertata nel processo l’imputato
viene prosciolto per vizio di mente e, invece della condanna, subisce
l’internamento nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario; se un
condannato impazzisce durante la detenzione (o rende manifesta una
malattia mentale preesistente) l’aspetta comunque il ricovero
forzato in un O.P.G. Questa differenza di considerazione fra
"malattia fisica" e "malattia mentale" deriva dal
fatto che si ritiene che la prima, indebolendo fisicamente il
soggetto, renda il detenuto meno pericoloso per la sicurezza sociale e
che, al contrario, la malattia mentale rappresenti un elemento di
maggior pericolo.
MORTI "PER CAUSE NON CHIARE" E PER
OVERDOSE
Questa categoria può essere divisa in due gruppi;
del primo fanno parte tutti quei casi nei quali la causa della morte
non è circostanziata a sufficienza dall’informazione (ossia quei
casi dove l’uso di termini generici quali "malore",
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