Recensione di "Una questione privata",
di Beppe Fenoglio
A cura di Enrico Campofreda
Scriveva Italo Calvino, che come pochi intuì la
grandezza di Fenoglio e ne diffuse l’opera, che Una questione
privata "E’ costruito con la geometrica tensione d’un
romanzo di follìa amorosa e cavallereschi inseguimenti come L’Orlando
furioso, e nello stesso tempo c’è la Resistenaza proprio com’era
di dentro e di fuori, vera come era stata scritta, serbata per tanti
nni nella memoria fedele, e con tutti i valori morali. Ed è un
libro di paesaggi, ed è un libro di figure rapide e tutte vive, ed
è un libro di parole precise e vere. Un libro assurdo, misterioso,
in ciò che s’insegue, si insegue per inseguire altro e quest’altro
per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché…"
La storia ha l’intreccio del noir e uno
sviluppo epico nelle gesta del protagonista, il partigiano Milton,
che è anche un giovane innamorato. Rimane l’aria di mistero sul
suo affannarsi per salvare Giorgio catturato dai fascisti. Milton lo
fa perché questi è un partigiano? perché è un suo amico? perché
in una sua morte prematura porterebbe con sé il segreto d’una
possibile relazione con Fulvia, la ragazza amata da Milton? Il
romanzo si chiude e il lettore non saprà mai se Milton ha raggiunto
il suo scopo.
Come sempre nel suo narrare la guerra partigiana
l’autore è diretto. Nessuna retorica, anzi nella successione dei flashes
appare tutta la precarietà di quella scelta (i cibi scarsi, la
fatica fisica di fughe e rincorse, le malattie contratte). La paura
della morte, l’odio per il nemico ma anche il rispetto per chi
mostra coraggio e qualche meschinità presente nelle proprie fila.
Poi l’imprevedibilità e l’indeterminatezza degli eventi che
possono segnare il cammino personale con rovesci repentini, fatali o
favorevoli. Milton, Giorgio, il sergente fascista, Riccio possono
vivere o morire: il destino non ha preventivato nulla. Lo decide all’ultimo
secondo e forse, mentre il fatto accade, può anche cambiare idea.
L’uso della lingua e l’originalità
stilistica sono altre perle della prosa fenogliana. Si leggono
descrizioni a metà fra la metafora e la pennellata leonardesca. La
natura (la terra fradicia e nera, le colline dal diluvio annerite e
slavate, l’acqua del Belbo scura, pastosa e gelida, la luna
smozzicata e trasparente come una caramella lungamente succhiata).
La nebbia (Un mare di latte. Spaventosa, nemmeno a chinarmi vedevo
più la strada e i piedi che vi si posavano sopra), la pioggia
(Fitta, pesante e obliqua), il vento (che cresceva dalle tombe
spalancate di uno di quei cimiteri d’alta collina. Così forte e
radente che scrostava la ghiaia dal suo letto di fango), il fango (son
fatto di fango dentro e fuori, dice Milton). E ancora le intemperie
(Camminavano in cresta pigliando di fatto un vento forte, sinistro d’un
freddo già invernale), la salute del partigiano (Voi partigiani
sempre all’aperto, come v’asciugate? Milton tossì a scoppi, a
schianti con le stelle e i lampi rossi e gialli nel cielo nero degli
occhi serrati. Dentro ci sono tre miei uomini con la scabbia. Ti
presentano dei pezzi di legno e ferro perché li gratti con quelli.
Le unghiate non le sentono più). La tensione che sale (il cuore gli
batteva, anzi sembrava latitante dentro il suo corpo), l’odio
della popolazione verso i fascisti (Quando finirà patriota? Verrà
pure quel giorno – disse il vecchio guardando Milton con troppa
intesità. E allora non ne perdonerete nemmeno uno voglio sperare.
Tutti li dovete ammazzare perché non uno di essi merita di meno. La
morte è la pena più mite per il meno cattivo di loro. Se vi
lascerete prendere dalla pietà farete peccato mortale, sarà un
vero tradimento).
TRAMA
La storia inizia davanti alla villa di Fulvia
dove Milton, ora partigiano, s’è recato con alcuni compagni. In
quei luoghi, fino al ’42, da studente aveva frequentato una
ragazza benestante. I tempi sono cambiati, ora c’è una guerra
feroce proprio fra le colline della spensierata gioventù e delle
prime infatuazioni amorose. Allora Milton era alto, scarno, con
occhi tristi e ironici, Fulvia gli diceva: "Hai occhi stupendi,
la bocca bella, una bellissima mano, ma complessivamente sei
brutto". Però si capiva che ne era attratta (Tu, tu, tu hai
una maniera di metter fuori le parole). Milton stravedeva per lei.
Con loro c’era anche Giorgio Clerici (il più bel ragazzo di Alba,
anche il più ricco ed elegante) giocava a tennis con la giovane
mentre Milton guardava e si dava un contegno fumando.
Dalla villa esce la custode, riconosce Milton e
gli parla. Fulvia è riparata in città coi familiari, era rimasta
sola in villa fino a qualche tempo prima e aveva ricevuto certe
visite serali di Giorgio che avevano preoccupato la custode "Il
signorino Clerici mi fece inquietare e anche arrabbiare". Cos’era
accaduto in quelle visite? Milton è roso dal desiderio di sapere,
deve assolutamente parlare con Giorgio che milita nello stesso
reparto badogliano.
Rientra nel presidio e trova la solita routine:
guardie, servizi, pattuglie e chiacchiere in attesa dell’azione.
Dalla vita coi compagni dai nomi romanzati (Sceriffo, Cobra, Jack) o
normali (Nico, Rafé) emergono contraddizioni: gli odori rinserrati
dei luoghi chiusi, la sopportazione degli altri, non sempre elementi
sopraffini. Ma Milton fa gruppo, cosa che Giorgio (definito pigiama
di seta, perché dorme con quello sulla paglia) evita accuratamente.
Lui mostra ampie dosi d’individualismo dormendo, mangiando,
fumando solo e dandosi il borotalco.
Però è un partigiano valoroso, non si esenta da
qualsiasi servizio. Una notte ha uno scontro violentissimo con Jack,
che aveva lasciato il suo posto di guardia (lo coprì di nomacci dei
quali figlio di puttana era il più bello). Ma c’è un motivo:
fuori una nebbia come mai s’era vista vanifica qualsiasi
controllo. Il gruppo partigiano riparte ed è in questo spostamento
che Giorgio scompare. I suoi sapranno dalla testimonianza dei
contadini che è finito in bocca alla colonna fascista di Alba in
azione di rastrellamento. Dopo la cattura lo portano in città come
un trofeo. Ora rischia la fucilazione.
Milton si agita, deve assolutamente parlare con
Giorgio. Che serve vivo alla causa partigiana e serve vivo a lui per
sapere cosa c’era stato con Fulvia. L’amico partigiano e rivale
in amore deve vivere a ogni costo. Dunque s’affanna a trovare
qualcuno per uno scambio (la verità è una partita di verità fra
me e lui, dovrà dirmelo da moribondo a moribondo).
Milton cerca un prigioniero anche fra i rossi,
per quanto i suoi gli ricordano che è inutile (in mano loro un
prigioniero non fa in tempo a essere tale). Prova egualmente, trova
solidarietà (l’importante non è essere rossi o azzurri, l’importante
è scorciare tanti neri quanti ce n’è) ma non l’ostaggio che
cerca. Sale e scende dai mastodontici mammelloni e pur giovane è
provato nel fisico (si massaggiava il petto che gli doleva in ogni
punto, i polmoni pareva si sfregassero l’uno contro l’altro).
Una vecchia gli rivela come prelevare un sergente fascista che
andava a visitare una donna nella zona.
Milton si prepara e l’agguato riesce. Per quel
sergente il comando fascista gliene avrebbe venduti tre di Giorgi,
cerca di tranquillizzarlo parlandogli dello scambio ma non serve: a
un certo punto quello tenta la fuga (No urlò Milton e gli risparò
mirando alla grande macchia rossa che gli stava divorando la
schiena). Così si ritrova ancora senza ostaggio per lo scambio.
Parla con altri patrioti che gli ricordano il trattamento diverso
riservato dai fascisti ai partigiani ignoranti, sbattuti subito al
muro, e agli studenti come lui e Giorgio, che prima della
fucilazione sono processati.
Alla notizia della morte del sergente due
ragazzini, staffette partigiane, vengono appunto uccise.
Inizialmente sono increduli e hanno terrore (Assassini, mamma questi
mi ammazzano). Uno, Riccio, trova l’orgoglio e intima ai carnefici
(La torta che mi ha mandato mia madre datela al primo partigiano che
entra nella vostra maledetta prigione. Guai se la mangerà uno di
voi). Piove a piombo, gocce dentro e fuori, Milton è sempre alla
disperata ricerca dei suoi uomini: l’ostaggio e Giorgio. D’improvviso
incappa nell’ennesimo rastrellamento e rischia d’essere
impallinato da una cinquantina di soldati (due pallottole si
conficcarono a terra vicino a lui, morbide e amichevoli e gli
sparavano d’anticipo come a un uccello). In un lampo da cacciatore
diventa preda, corre (ma senza contatto con la terra, corpo,
movimenti, respiri, fatica vanificati). Si salva planando in un
bosco.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Beppe Fenoglio (Alba 1922 - Torino 1963),
scrittore italiano
Beppe Fenoglio, Una questione privata, Einaudi,
Torino, 1986
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