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PROIBIRE IL PROIBIZIONISMO
di Lucio Garofalo
Dulcis in fundo!
L’atto conclusivo del "meraviglioso" e
"ineffabile" governo Berlusconi è un disegno di legge
sulle droghe (inserito in modo subdolo come mini-emendamento in un
maxi-emendamento per le Olimpiadi invernali di Torino) che reca, non
a caso, il nome e la paternità di Gianfranco Fini, ossia di un
fascista, post o vetero non importa in quanto la forma mentis è
sempre la stessa.
Ecco, dunque, il capolavoro dei capolavori di
questo infame governo, che ha intrapreso la sua opera devastatrice,
anticostituzionale e antidemocratica con la feroce repressione del
movimento no-global attuata durante le giornate del G8 di Genova,
nel Luglio 2001, e con un obbrobrioso provvedimento legislativo che
ha eliminato la tassa sulle successioni e sulle donazioni che
superano i 200 mila euro! Cito solo alcuni degli atti più
emblematici e significativi per rinfrescarci la memoria sulla natura
classista e reazionaria di tale governo.
L’intento dichiarato del decreto Fini è quello
di colpevolizzare e perseguitare i tossicomani, anche i semplici
consumatori di spinelli, giudicati alla stessa stregua degli
spacciatori e dei narcotrafficanti, annullando cioè la
"liceità" del consumo personale finora tollerato.
Come argomentano i fautori della legge, la
gravità dell’attuale situazione sarebbe determinata dal
"permissivismo" contenuto nel concetto di "modica
quantità", un’idea ispirata e alimentata dall’ascesa,
soprattutto negli anni ’60 e ‘70, della cosiddetta "cultura
della droga" intimamente sposata alle varie "culture
alternative" o "controculture" affermatesi in quel
periodo.
In effetti, questo è il ragionamento, rozzo e
semplicistico, che fonda lo spirito della legge Fini.
Invece, è un dato incontestabile che la causa dei
crimini abitualmente perpetrati nelle aree urbane più degradate, ad
esempio i reati commessi dai giovani tossicomani, sia proprio nell’esatto
contrario del permissivismo, ossia in quel regime proibizionista che
di fatto regola e decide la questione. Un regime che la legge Fini
renderebbe ancora più aspro e crudele, criminalizzando e
perseguendo non solo le abitudini di milioni di consumatori di
droghe leggere, ma penalizzando anche altri comportamenti, fino a
negare e calpestare alcuni elementari diritti sanciti e garantiti
dalla nostra Costituzione.
Le misure draconiane previste dalla suddetta legge
mirano a reprimere il diritto a "farsi", ma non ne
eliminano le cause reali, nella misura in cui le ragioni dell’alienazione
giovanile nelle droghe sono di natura esistenziale, psicologica e
culturale, non certo di ordine giuridico.
Inoltre, quelle norme brutalmente punitive
investirebbero soltanto i piccoli spacciatori, ossia gli stessi
abituali consumatori di sostanze narcotiche.
Tale disegno politico cela una perversa volontà
di esasperare il fenomeno della violenza urbana, specialmente di
quella minorile, ma soprattutto arreca un vantaggio economico e
politico incommensurabile alle più potenti organizzazioni
malavitose (mafia, camorra, ecc.) che controllano il mercato nero
delle sostanze stupefacenti, in modo particolare delle droghe
pesanti, favorendo e incrementando il potere e i profitti dei
narcotrafficanti internazionali.
L’esperienza storica ha dimostrato che l’imbarbarimento
di una già ferrea disciplina repressiva non fa altro che scatenare
l’effetto contrario, generando fenomeni di recrudescenza e l’aumento
del disordine, della rabbia, della disperazione.
Tale legge costituisce un ulteriore segnale che
attesta l’involuzione in senso autoritario e reazionario di una
notevole parte della classe dirigente italiana, a cui non
corrisponde un pari fenomeno regressivo nella società civile, che
in tal modo si discosta sempre più dagli ambienti, dagli umori e
dai poteri istituzionali del Palazzo.
Lucio Garofalo
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