SAVERIO FERRARI - Osservatorio Democratico - 24/03/2004
Venerdì 12 marzo la 2° Corte d’Assise d’appello del tribunale di
Milano ha mandato assolti per la strage di Piazza Fontana Delfo Zorzi,
Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni. In un solo attimo è stata
ribaltata la sentenza di primo grado e si sono cancellati più di
dieci anni di indagini. Le reazioni indignate, soprattutto dei
familiari delle vittime, si sono accompagnate allo stupore per un
esito, con tutta evidenza, fortemente in contrasto con le stesse carte
processuali.
MARTINO SICILIANO:
LO STRAGISTA MANCATO
In questo processo di secondo grado, iniziato il 16 ottobre scorso,
centrale era risultata la lunga testimonianza di Martino Siciliano,
amico di infanzia di Delfo Zorzi, con lui alla testa della cellula di
Ordine Nuovo di Mestre. Il suo racconto aveva ripercorso sia la storia
politica del gruppo neofascista che la lunga catena degli attentati
che la struttura clandestina dell’organizzazione, cui erano state
demandate le azioni terroristiche, aveva materialmente compiuto. Uno
squarcio di luce sugli anni della cosiddetta "strategia della
tensione", dalle bombe sui treni dell’agosto 1969 alla
deposizione, il 4 ottobre, due mesi e mezzo prima della strage alla
Banca Nazionale dell’Agricoltura, di ordigni alla scuola di slovena
di Trieste ed al cippo di confine di Gorizia. "Non ho
materialmente partecipato alla strage di Piazza Fontana per puro
caso" questa era stata la conclusione di Martino Siciliano. Le
indagini, infatti, che si erano appuntate su di lui riguardo proprio
gli episodi di Trieste e Gorizia, avevano sconsigliato al gruppo di
inserirlo nel nucleo che avrebbe dovuto successivamente operare a
Milano. Da Delfo Zorzi aveva comunque ricevuto, nel capodanno del 1969
a casa di una altro ordinovista, Giancarlo Vianello, la conferma di
come erano andate le cose il 12 dicembre. "Mi disse che vi aveva
materialmente partecipato". Questa la ragione, soprattutto dopo
la sentenza di primo grado, del tentativo operato dallo stesso Delfo
Zorzi di vanificare le sue deposizioni, già rilasciate in sede
istruttoria, offrendogli grosse somme di denaro per ritrattare. Una
corruzione inizialmente andata a buon fine, fino a quando, attraverso
intercettazioni telefoniche ed ambientali, la trama era stata scoperta
e lo stesso Martino Siciliano arrestato. Presso il tribunale di
Brescia, a breve, anche il processo ad alcuni degli avvocati di Delfo
Zorzi rimasti coinvolti nel tentativo di comperare il silenzio del
teste.
CARLO DIGILIO:
L’ARMIERE
Le deposizioni di Siciliano avevano in diversi punti confermato le
parole di un altro fondamentale collaboratore di giustizia, Carlo
Digilio, anch’egli, negli stessi anni, nella struttura veneta di
Ordine Nuovo con il compito di armiere. In primo grado Digilio aveva
raccontato che proprio Delfo Zorzi gli chiese di verificare qualche
giorno prima del 12 dicembre 1969, probabilmente il 7, nei pressi del
Canal Salso a Mestre, una grossa quantità di esplosivo custodito in
cassette metalliche nel bagagliaio della vecchia 1100 di Carlo Maria
Maggi, il capo di Ordine Nuovo nel Triveneto, prima del trasporto a
Milano. Dagli stessi Zorzi e Maggi, Digilio aveva in tempi successivi
ricevuto la confidenza che quel "carico" era stato
utilizzato per la strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. La
2° Corte d’assise d’appello non ha evidentemente ritenuto
attendibili queste dichiarazioni, nonostante la mole davvero
impressionante di riscontri. Solo il deposito delle motivazioni potrà
farci scoprire attraverso quali argomentazioni logiche.
ORDINE NUOVO:
LO STRUMENTO ESECUTIVO
Nel corso di questa vicenda giudiziaria a decine sono stati i
testimoni interni all’eversione di destra che hanno chiarito la
natura di Ordine Nuovo, completando il quadro di evoluzione di un’organizzazione,
nata nel 1956 su iniziativa di Pino Rauti per scissione dal MSI, e
trasformatasi nel corso del tempo in mero strumento stragista, a
cavallo fra gli anni ’60 e ’70, al servizio dei diversi e ripetuti
piani di violenta destabilizzazione del regime democratico. Dalle
carte processuali è anche emerso, come dato oggettivo e comprovato,
il quasi totale reclutamento nel Triveneto di Ordine Nuovo all’interno
degli apparati di sicurezza dello Stato, dal SID all’Ufficio Affari
Riservati. Non un solo uomo è risultato, per altro, essere stato
estraneo ad un rapporto anche di dipendenza economica da questi stessi
apparati. Strettissimi anche i contatti con alti ufficiali dell’esercito
degli Stati Uniti, di stanza nelle basi NATO di Verona e Vicenza. L’ex-capo
del reparto D del SID, Gianadelio Maletti, nel corso del suo
interrogatorio in primo grado, confermò anche come l’esplosivo
utilizzato per le bombe del 12 dicembre 1969, provenisse, secondo una
relazione interna al SID, dalle basi NATO della Germania occidentale e
fosse stato consegnato proprio agli uomini di Ordine Nuovo nel Veneto.
FRANCO FREDA:
STORIA DI UN PARADOSSO GIUDIZIARIO
Proprio a seguito delle indagini che hanno portato a questo nuovo
processo si è raggiunta l’assoluta certezza della compartecipazione
di Franco Freda e Giovanni Ventura alla strage di Piazza Fontana.
Ormai assolti definitivamente non potranno essere più processati. Un
paradosso di enorme rilevanza. L’elettricista Tullio Fabris solo nel
novembre del 1994 ha infatti, prima di morire, confessato di essere
stato materialmente lui a istruire Freda e Ventura nell’innesco dei
congegni elettrici che furono poi utilizzati per la strage. Tacque a
lungo per le minacce di morte. Non riferì nel primo processo a
Catanzaro quanto accaduto anche per la mancata protezione da parte
delle forze di polizia cui si era rivolto. Collaborò, per sua stessa
ammissione, con lo stesso Freda all’acquisto di una partita di timer
di 50 pezzi presso la ditta Elettrocontrolli di Bologna, distributrice
in Italia della Junghans Diehl. Uno di questi, è certo, fu usato per
l’attentato del 12 dicembre 1969. Freda gli anticipò anche che nel
mese di dicembre sarebbe accaduto "un evento importante" che
"rappresentava l’attuazione del progetto di rivolgimento
politico delle istituzioni del nostro Paese da realizzare con un colpo
di Stato, conseguente alla destabilizzazione provocata dagli
attentati". Un racconto, quello di Tullio Fabris, che si sarebbe
potuto saldare benissimo a quello di Martino Siciliano e Carlo Digilio,
completando la ricostruzione dei ruoli assunti dalle diverse cellule
di Ordine Nuovo nella preparazione della strage.
UNA SOLA SENTENZA DI CONDANNA
Sul piano giudiziario, delle stragi tra il ’69 e il ’74, che
segnarono il cammino del terrore, da Piazza Fontana al treno "Italicus",
solo quella di Peteano del 31 maggio 1972, in cui furono assassinati
tre carabinieri attirati in una trappola con un’autobomba, è stata
sanzionata con una sentenza definitiva di condanna. Per poterci
arrivare, dopo anni di indagini e processi ostinatamente orientati
"a sinistra", fu necessario il colpo di teatro dell’autoconsegna
alle autorità di polizia dell’ordinovista Vincenzo Vinciguerra che
si assunse la responsabilità del fatto, "illuminando" gli
inquirenti sulle modalità e le finalità dell’attentato. Vincenzo
Vinciguerra, per questo episodio, è oggi all’ergastolo. Con lui
Carlo Cicuttini, sempre della cellula di Ordine Nuovo di Udine, da
pochi anni estradato dalla Spagna dopo una lunga latitanza.
Impossibile non parlare a questo punto, in sede di bilancio, di
fallimento della giustizia.
LA MEMORIA COLLETTIVA
La sentenza di appello di Milano inciderà certamente anche sul
prossimo processo di secondo grado ai mandanti del finto anarchico
Gianfranco Bertoli per la bomba alla Questura del 17 maggio 1973. Tra
gli imputati ancora una volta Carlo Maria Maggi chiamato in correità
da Carlo Digilio. Le stesse nuove indagini su Ordine Nuovo per la
strage di Piazza della Loggia del 28 maggio 1974, ormai al capitolo
finale e prossime ad una richiesta di rinvio a giudizio, risentiranno
delle conclusioni dei giudici di Milano.
Rimangono al momento, come dato certo, frutto di anni di indagini di
magistrati tenaci e indipendenti, innumerevoli elementi per ricomporre
la verità storica. Una verità a volte più forte e convincente di
quella giudiziaria.
Proprio in Piazza Fontana, nel centro di Milano, dal 1976 è stata
posta una lapide a ricordo di Giuseppe Pinelli. Solo qualche settimana
fa, causa la corrosione del tempo, la si è sostituita con una nuova,
identica all’originale. Le voci in favore di una sua rimozione si
sono fatte sempre più flebili. Nella memoria collettiva, con buona
pace di una vergognosa sentenza che fece precipitare l’anarchico per
"malore attivo", Giuseppe Pinelli fu "ucciso innocente
nei locali della Questura".