di Francesco Barilli per Ecomancina
Il 9 maggio 1978 l’Italia è scossa da
uno degli eventi più drammatici della sua storia repubblicana. Il
corpo dell’On. Aldo Moro (personaggio a dir poco centrale della
politica italiana, a quell’epoca Presidente della D.C.) viene
ritrovato a Roma in via Caetani, ucciso dalle Brigate Rosse dopo 55
giorni di prigionia.
Di fronte ad una notizia così eclatante ogni
altro avvenimento passa in secondo piano. Ed è così che pochi si
accorgono della morte di un giovane (trent’anni all’epoca), i
cui poveri resti sono trovati, nella notte fra l’8 e il 9 maggio,
straziati da una carica di tritolo posta sui binari della ferrovia
Palermo-Trapani.
Quel giovane era Giuseppe "Peppino"
Impastato, nato a Cinisi il 5 gennaio 1948, figura
"scomoda" del panorama politico di Cinisi (provincia di
Palermo), da anni impegnato in prima linea nella lotta contro gli
abusi e le speculazioni di stampo mafioso che inquinavano la vita
del suo paese.
In un primo tempo le indagini si indirizzarono
verso un attentato terroristico mal riuscito o verso un suicidio
"esibizionista". Solo con il duro impegno del fratello
Giovanni e della madre Felicia, dei compagni di Radio Aut, e del
Centro Siciliano di Documentazione (che successivamente venne
intitolato proprio a Peppino Impastato) si arrivò lentamente e con
molti, troppi anni di ritardo alla verità. Peppino fu ucciso dalla
mafia, che ormai trovava intollerabili gli attacchi che quel ragazzo
portava all’organizzazione (che proprio in quegli anni cercava di
ampliare i propri traffici, adattandoli ad una realtà che andava
mutando anche in Sicilia, abbandonando un modello economico
prettamente rurale) e che probabilmente riteneva inaccettabile che
Peppino venisse eletto nel Consiglio Comunale di Cinisi nelle
imminenti elezioni amministrative (il 14 maggio Peppino venne
simbolicamente eletto con 264 voti di preferenza, ed a Cinisi
Democrazia Proletaria, nella cui lista si era presentato, raggiunse
il 6% dei voti).
Salvo Vitale (uno degli amici più fedeli di
Peppino, nonché suo compagno nelle esperienze comunicative di
lotta, dalla diffusione dei volantini ai comizi, dalla costituzione
del "Circolo musica e cultura" al giornale
"L'idea") ha scritto sul sito di Radio Aut: "Il fatto
che della sua testa non siano state trovate briciole, lascia pensare
che gli abbiano anche ficcato un candelotto di dinamite in bocca,
per dire che aveva parlato troppo". Io non ho le conoscenze per
"leggere" i segnali mafiosi, ma penso che nella
particolare brutalità dell’omicidio di Peppino concorressero
anche altri fattori, oltre a quello giustamente indicato da Salvo.
Per gli "esterni" la messa in scena serviva sicuramente a
depistare l’omicidio in favore delle summenzionate ipotesi di
attentato/suicidio. Per quelli che seppero capire da subito la
matrice mafiosa dell’omicidio, quel gesto doveva essere anche un
invito al silenzio, ma pure un monito: Peppino doveva essere non
solo ucciso, non solo brutalizzato, ma ANCHE cancellato dalla faccia
della terra. Persino le tracce della sua esistenza fisica dovevano
essere cancellate. Per fortuna così non avvenne, e anche questo
articolo vuole contribuire a mantenere viva la sua memoria.
La figura di Peppino Impastato
Impegnato in prima linea, ho detto in precedenza;
ma va precisato che l’impegno di Peppino era, per l’epoca,
qualcosa di totalmente nuovo, per come sapeva coniugare la propria
dimensione personale con quella politica. Fisicamente minuto, ma
dotato di enorme energia e di incredibile vivacità intellettuale,
probabilmente nella sua formazione ideologica entrò in gioco un
complesso conflitto emotivo: la sua ribellione era assieme politica,
generazionale e familiare. Il padre Luigi (figura sofferta,
tratteggiata con grande abilità da Marco Tullio Giordana nel
film "I Cento Passi"; implicato nell’ambiente
mafioso di Cinisi, cercò a suo modo, fino a quando restò in vita,
di difendere il figlio dalle ritorsioni mafiose) era stato amico di Gaetano
Badalamenti, e una sorella di Luigi aveva sposato Cesare
Manzella, boss ucciso nel 1963; e più in generale tutta la famiglia
Impastato aveva nel proprio DNA pesanti influenze mafiose. Ma la
storia di Peppino è tanto più importante proprio per questo: è la
storia di un uomo che ha saputo sfidare la mafia cominciando da
quella che aveva in casa propria.
La rottura ideologica col padre avvenne quando
Peppino era ancora un ragazzo, e già dal 1968 partecipò
attivamente alle iniziative della sinistra alternativa dell’epoca.
Aderì alle lotte dei contadini che subirono l’esproprio delle
terre per la costruzione della terza pista dell’aeroporto,
costituì il gruppo "Musica e Cultura" (1975), e nel 1976
fondò "Radio Aut" (interessante esperimento di radio
libera, abbastanza in voga all’epoca, in cui si coniugava l’esigenza
di "rottura" culturale con la ricerca di un nuovo – per
l’epoca – veicolo per l’impegno politico). Poi l’attività
con Lotta Continua e, come detto, con Democrazia Proletaria.
Restando a Radio Aut, uno dei programmi di più
grande successo (e che causava maggiore "fastidio" negli
ambienti mafiosi di Cinisi) era "Onda Pazza", una sorta di
"striscia" settimanale satirica in cui Peppino ed i suoi
amici immergevano la realtà di Cinisi in un ambiente che sfiorava l’assurdo
ma in cui erano comunque ben percepibili, per chi li conosceva, nomi
e fatti; così Gaetano Badalamenti diventava Tano Seduto ed il
Sindaco Gero di Stefano diveniva Geronimo Stefanini, grandi capi di
"Mafiopoli" (Cinisi, ovviamente). Uno dei momenti più
belli ed intensi de "I Cento Passi" riprende Peppino che,
per lanciare i suoi strali sui "potenti" di Cinisi, adatta
liberamente brani dell’Inferno di Dante, mentre il regista ci
mostra i diversi atteggiamenti del pubblico di "Onda
Pazza": da un lato la gente divertita che si accalca nei bar
attorno ad una radiolina, dall’altro lato i boss del paese mentre
ascoltano con uguale attenzione, ma con ben diverso spirito,
preoccupati da una voce che deve essere fermata…
Consultando il sito di Radio Aut ho scoperto che
la parodia ispirata all’Inferno Dantesco fu trasmessa il 3 marzo
1978. Da quella data, e fino alla sua morte, le trasmissioni di
"Onda Pazza" furono una progressione impressionante di
Peppino, che demoliva con una risata (come voleva un vecchio slogan
un tempo patrimonio storico della sinistra) speculatori,
amministratori pubblici e figure "altolocate" di Cinisi,
senza risparmiare nessuno, con la sola arma della lucida ironia (una
"arma" che Peppino fu il primo ad usare verso la mafia).
La figura di Peppino Impastato appare
incredibilmente attuale oggi, a venticinque anni dalla morte. In un
periodo in cui tutto era "politico" Peppino sapeva
coniugare l’impegno politico-sociale ad una tensione morale verso
la costruzione di un "mondo nuovo", di un "uomo
nuovo", di un "nuovo modo" di vivere e di intendere l’impegno.
Ed in questo le sue istanze (al tempo stesso politiche e
trascendenti la politica) mi paiono accostabili a quelle dell’attuale
Movimento e la sua figura può essere considerata quella di un
precursore di certe forme di lotta e di protesta.
Le indagini
Come detto in precedenza, le indagini sulla morte
di Peppino furono all’inizio inquinate dal chiaro tentativo di non
voler riconoscere la matrice mafiosa dell’omicidio. Nel 1984,
grazie al lavoro del Consigliere Istruttore Rocco Chinnici
(ucciso nel luglio 1983) il Giudice Antonino Caponnetto
riconobbe l’origine mafiosa dell’omicidio, ma non riuscì ad
accertare colpevoli materiali o mandanti, attribuendo il gesto ad
ignoti.
Nel 1994 il Centro Impastato chiese ed ottenne la
riapertura dell’inchiesta. Questa istanza venne supportata anche
da un esposto della madre e del fratello di Peppino, Felicia
Bartolotto e Giovanni Impastato (in cui si chiese di
indagare anche sull’atteggiamento tenuto dai carabinieri nell’immediatezza
dei fatti), oltre che da una petizione popolare.
E’ una storia tipicamente italiana, quella del
processo-Impastato, fatta di silenzi colpevoli e depistaggi, ma
perlomeno una storia in cui i familiari e gli amici della vittima
hanno potuto ottenere soddisfazione: l’11 aprile 2002 è stato
condannato all’ergastolo il boss mafioso Gaetano Badalamenti
quale mandante dell’omicidio. In precedenza era stato condannato,
sempre come mandante, Vito Palazzolo (scomparso nel 2002). E
in occasione di queste sentenze la famiglia Impastato ha avuto anche
il tardivo riconoscimento "ufficiale" di quanto le prime
indagini fossero state inquinate. Il giudice a latere Angelo
Pellino infatti scrisse, nella sentenza di condanna a Vito
Palazzolo, che sulle indagini "grava l’intollerabile sospetto
di un sistematico depistaggio o comunque una conduzione delle stesse
viziata da uno sconcertante coacervo di omissioni, negligenze,
ritardi mescolati ad opzioni investigative preconcette che ne
avrebbero alterato la direzione e lo sviluppo".
Ma se è vero che gli anni hanno portato qualche
tardiva soddisfazione, è pure vero che alla famiglia Impastato non
sono state risparmiate nuove amarezze. Come quando l’Amministrazione
Comunale di Isnello (provincia di Palermo) fece togliere il cippo
commemorativo dalla piazza intitolata a Peppino, posto nel 1998
(quella volta per protestare si mossero diversi intellettuali
italiani, nonché diversi familiari di vittime per mano mafiosa; ne
cito alcuni in ordine sparso: Rita Borsellino, Marta Fiore
Borsellino, Nando Dalla Chiesa, Pina Maisano Grassi, Dario Fo e
Franca Rame, Andrea Camilleri, Gillo Pontecorvo, Ettore Scola... e
mi scuso con i tanti che ho omesso di citare). Oppure quando durante
il recente processo a carico di Badalamenti e Palazzolo per l’omicidio
di Peppino il collegio difensivo rispolverò la teoria dell’attentato
terroristico quale causa della morte…
17 aprile 2003
FRANCESCO BARILLI:
Nel mio articolo parlo di Peppino come di un
"precursore" del Movimento di oggi. O, per meglio dire, di
un elemento che seppe anticipare i tempi, riuscendo a "fare
politica" coniugando l’impegno con la dimensione personale,
la lotta antimafia con istanze che andavano dal politico all’ecologico.
Come pensi che lui, che visse in prima persona le stagioni del ’68
e del ’77, vedrebbe il Movimento attuale. E come lo vedi tu?
GIOVANNI IMPASTATO:
Su questo non ci sono dubbi: sono convinto che
lui in questo momento sarebbe impegnato con tutti noi, nel Movimento
Pacifista come in quello "no-global" in generale. E sono
convinto che, con la sua capacità di analisi, la sua sensibilità e
la sua intelligenza ci avrebbe spinto ad una riflessione importante,
che è quella di portare gli obbiettivi di questo movimento ANCHE in
direzione antimafia. Perché sono convinto che la mafia è parte
integrante di QUESTA globalizzazione.
Da parte dell’attuale Movimento non c’è
ancora questa sensibilità. Si lotta contro le ingiustizie che ci
sono nel mondo, gli squilibri sociali e territoriali di un mondo in
cui il 20 % della popolazione si appropria dell’80% delle risorse
del pianeta, e questo è giustissimo. Mi sembra che quello attuale
sia un Movimento che ha le idee chiarissime su questi punti; ma la
mafia, ripeto, è parte integrante di questo processo di
globalizzazione selvaggia. La mafia viene considerata una
prerogativa nostra, limitata, "territoriale". Io sono
sicuro che Peppino avrebbe saputo attualizzare sempre di più il suo
impegno, coniugando le istanze del nuovo Movimento con quelle
antimafia, perché lui aveva questa sensibilità particolare, questa
capacità di "guardare avanti".
Mi piace che tu dica che Peppino ha anticipato i
tempi, credo sia una definizione giustissima. Ma ti dico di più:
noi l’abbiamo considerato l’erede di quel Movimento contadino
degli anni 40 che portava avanti la battaglia per la legalità. Quel
Movimento contadino che fu sconfitto dalla Mafia e brutalmente
represso dallo Stato (credo che la strage di Portella delle Ginestre
possa essere considerata la prima "strage di Stato").
Ecco, credo che Peppino fosse l’erede di quel Movimento, e
contemporaneamente un pioniere di nuovi sistemi di lotta. Ha lottato
assieme ai contadini di Punta Raisi contro l’esproprio per la
costruzione della famosa terza pista dell’aeroporto, e nello
stesso tempo ha avviato una nuova stagione di lotta, con metodi per
l’epoca nuovi come il giornale "l’idea socialista", le
mostre fotografiche, il Circolo "Musica e Cultura", Radio
Aut… Tutte cose all’avanguardia, in quegli anni.
F.B.:
"I cento passi" è un film bellissimo
che descrive tutta la storia umana di Peppino. Ma leggendo i
documenti, ho scoperto un’altra storia, altrettanto bella ed
emblematica, che il film (fermandosi ai funerali di Peppino) non
poteva rappresentare: la tua storia e quella della tua famiglia in
generale. Questo perché mi sembra che quel tragico 9 maggio abbia
segnato anche la rottura definitiva della tua famiglia con quell’ambiente
che aveva avvelenato la vostra esistenza. Rifuggendo l’ottica
della vendetta personale e preferendo la strada della ricerca della
Verità e di una corretta memoria, mi sembra abbiate segnato uno
"stacco" importante per quella che è la cultura
tradizionale siciliana.
Viene istintivo, per me che ho vissuto solo da
lontano la realtà di Cinisi e della Sicilia in generale, chiederti
qualcosa di più su questa "rottura".
G.I.:
Guarda, hai ragione quando dici che quel giorno
è iniziata un’altra storia. Perché noi non abbiamo fatto altro
che raccogliere l’eredità di Peppino (e in quel contesto non era
facile, t’assicuro) e continuare la rottura che lui aveva operato
già negli anni ’60. E’ stato difficile… Quando è toccato a
me lottare contro la mafia mi sono accorto che lottare contro la
mafia è come lottare contro te stesso, contro un modo di pensare,
di vivere… Contro una "forma mentis" che è nostra,
perché la cultura mafiosa è profondamente radicata dentro di noi.
Quando dico questo ovviamente non voglio certo intendere che
"siamo tutti mafiosi", per carità. Intendo dire che
quando io cominciai la mia lotta sentii una profonda lacerazione. La
nostra rottura (mia e della mia famiglia) non è stata una negazione
di affetto nei confronti di nostro padre, per esempio, ma un modo di
negare decisamente quella che era stata la sua scelta, che era fatta
di schiavitù e di asservimento alla mafia. La nostra fu una scelta
di democrazia e di civiltà, ma anche e soprattutto la scelta di
uomini liberi, che non volevano più essere asserviti.
Anche mio padre a suo modo (ossia da "uomo d’onore")
la sua rottura l’aveva tentata. Quella che vedi nel film "I
cento passi" è storia reale: quando vide Peppino in pericolo
fece questo viaggio negli Stati Uniti per cercare protezione per il
figlio; e alla cugina americana che gli dice "ma sta succedendo
qualcosa a Peppino?" risponde "prima di ammazzare Peppino
devono ammazzare me". E infatti prima ammazzarono lui… Questo
significa rompere con la mafia…
Quello che voglio dirti è che la nostra famiglia
ha fatto questo lungo percorso, difficile e pieno di insidie, e che
lo abbiamo pagato a caro prezzo. E mi sento di dire pure che non
siamo stati ripagati abbastanza. Perché quelli che maggiormente
avrebbero dovuto aiutarci si schierarono letteralmente dalla parte
opposta. E non sto parlando "della gente", ma delle
Istituzioni; degli inquinamenti, dei depistaggi che accompagnarono
DA SUBITO le indagini, inquinandole per anni ed indirizzandole verso
l’ipotesi dell’attentato; e questo perché in quel momento
"serviva" un terrorista. E non fu un abbaglio o un peccato
di leggerezza: fu un depistaggio sistematico, scientifico, che aveva
un fine preciso: dopo averlo ucciso, Peppino andava anche rimosso;
la cultura di regime voleva che la sua figura venisse dimenticata.
Ci hanno provato in tutti i modi, ma non ci sono riusciti…
Insomma, non abbiamo avuto come nemico solo la mafia, ma pure le
Istituzioni.
Io condividevo le idee di mio fratello già prima
del suo omicidio; facevo parte del suo gruppo, partecipavo alle sue
iniziative, ma non avevo il suo coraggio, né il suo carisma, forse
anche perché ero di qualche anno più giovane. Quelle scene che hai
visto nel film, quelle dove io e lui litighiamo furiosamente, sono
verissime, ti assicuro. Io gli volevo molto bene, ma c’era fra noi
questo rapporto conflittuale, dovuto principalmente al fatto che mi
accorgevo che lui si stava mettendo in gioco "troppo" e
stava assumendo rischi enormi. Non è che lui non lo capisse, ma io,
da fratello minore, sentivo enormemente la paura per i rischi che
stava correndo.
F.B.:
C’è una domanda che mi hai fatto venire in
mente con il discorso che hai fatto su tuo padre. Marco Tullio
Giordana nel film "sfuma" l’episodio della sua morte, lo
fa passare come un "dubbio incidente". Tu affermi "l’hanno
ammazzato". La vostra è una convinzione che avete maturato nel
tempo o l’avete sentita già nell’immediatezza della morte di
tuo padre?
G.I.:
Peppino era l’unico che era convinto che nostro
padre fosse stato ammazzato. Noi no, è una convinzione che abbiamo
maturato col tempo. Tieni conto che molti fatti riguardanti mio
padre sono emersi successivamente. Noi, per esempio, in quel momento
non sapevamo del famoso viaggio in America, quello dove cercò di
intercedere per Peppino. Non sapevamo che già in quel momento
Badalamenti aveva decretato la morte di Peppino.
Molte cose sono venute a galla piano piano,
grazie alle testimonianze dei pentiti (che hanno avuto riscontri
precisi), alle indagini, alla nostra collaborazione. Fu così che
siamo riusciti a ricostruire il mosaico che portò e seguì il
viaggio negli Stati Uniti di nostro padre.
Ma all’epoca del film non c’erano ancora le
sentenze a carico di Badalamenti e Palazzolo per l’omicidio di
Peppino. E’ per questo che il regista ha giustamente sfumato la
vicenda di mio padre; dire certe cose in modo più esplicito poteva
mettere a repentaglio la realizzazione stessa del film.
F.B.:
Come hai reagito (e con te la tua famiglia ed i
compagni di Peppino) alle provocazioni che recentemente sono state
portate verso la memoria di tuo fratello? Alludo ai due episodi di
cui ho parlato nel mio articolo, ossia quando l’Amministrazione
Comunale di Isnello ha fatto togliere il cippo commemorativo dalla
piazza intitolata a Peppino, oppure quando durante il processo a
carico dei mandanti dell’omicidio il collegio difensivo ha
rispolverato la teoria dell’attentato terroristico, dipingendo per
di più Peppino come un "poco di buono"…
G.I.:
Dobbiamo tornare al discorso di prima, ai
depistaggi, agli insabbiamenti: la strategia che ha portato alla
rimozione del cippo in fondo era la stessa: questa figura doveva
essere cancellata dal panorama politico-culturale della nostra terra
(e non solo…). Abbiamo dovuto affrontare 25 anni di lotta per
mantenere viva questa figura "scomoda". Il film ci ha
consentito di far conoscere Peppino ad un pubblico più vasto; prima
era un patrimonio solo "nostro", con "I cento
passi" è diventato di tutti. Ma anche il film, forse, non ci
sarebbe stato se non fosse per le molte persone che già da prima
hanno cercato ci mantenere viva questa figura.
Poco fa ti parlavo di "cultura di
regime", che ha cercato di infangare e rimuovere la memoria di
Peppino. Isnello è un esempio di quella cultura: non ci fu solo la
rimozione del cippo, ma pure il tentativo di rinominare la Piazza
che gli era intestata. E’ stata una battaglia che in un certo
senso abbiamo vinto (alla fine il cippo fu rimosso, ma la piazza è
ancora intitolata a Peppino), ma c’è voluta una grande lotta
civile.
Vedi, io voglio dirti questo: bisogna presidiare
la nostra democrazia. Il nostro è stato un lungo presidio. Che è
poi quello che fate voi con le vostre iniziative, quello che faremo
noi nella tre giorni dedicata a Peppino il 9, 10 e 11 maggio
prossimi. Dobbiamo presidiare i "luoghi della memoria",
perché difendere quei luoghi vuol dire difendere la democrazia,
mantenere i valori della resistenza antifascista, che sono le basi
della nostra repubblica, e che molti tentano di cancellare. Ho già
parlato più volte del tentativo di rimuovere la figura di Peppino,
ma qui si vuole cancellare anche la Resistenza antifascista come
valore umano, come insegnamento civile, come espressione di
civiltà.
Credo che a te che sei figlio di un partigiano
facciano piacere queste mie parole, ma dovrebbe essere chiaro per
tutti che dobbiamo difendere la nostra democrazia, ANCHE difendendo
la nostra storia. E’ difficile ma lo dobbiamo fare. Lo dobbiamo ai
nostri figli, per consentirgli di vivere in un mondo più pulito e
più civile. Proprio come chi ha fatto la resistenza antifascista l’ha
concesso a noi.
F.B.:
Vorrei che fossi tu a parlare brevemente delle
iniziative che avete in programma per ricordare Peppino a 25 anni
dalla sua morte.
G.I.:
Quando m’hai telefonato ieri sera ero proprio
ad una riunione in cui abbiamo definito un po’ il tutto. Come ti
dicevo saranno tre giorni intensi: 9, 10, 11 maggio.
Il primo giorno faremo uno di quei "presidi
ai luoghi della memoria" di cui parlavamo: metteremo una lapide
dove Peppino è stato ucciso, una alla sede di Radio Aut (che per l’occasione
riaprirà grazie ad un permesso speciale, proprio in quei tre
giorni; ma c’è anche l’intenzione, anche se ancora non ben
definita, di riaprirla definitivamente), e una al Cimitero. Ci sarà
la presentazione del volume realizzato dagli studenti delle scuole
di Cinisi su Peppino; poi nel pomeriggio un forum tematico sull’antimafia,
e la sera una fiaccolata da Radio Aut alla piazza di Cinisi.
Il 10 maggio avremo una serie di forum tematici
(forum delle donne, forum dei teatri, forum sull’anti-fascismo,
forum sull’informazione indipendente, ecc.) ed il concerto del
collettivo musicale intitolato a Peppino.
Domenica 11 avremo uno spettacolo teatrale, un
recital di poesie, ed un altro concerto con nuovi gruppi emergenti…
E sicuramente qualcosa ho dimenticato, di questi tre giorni!
Ma una cosa è sicura: faremo teatro, concerti,
spettacoli di piazza, dibattiti, murales… Cercheremo cioè di
riproporre tutte le forme di iniziativa che faceva proprio Peppino,
già 25 anni fa…
Francesco Barilli, di Ecomancina
***
Siti consigliati:
Il Centro Siciliano di documentazione
"Giuseppe Impastato":