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"La pena
capitale negli Stati Uniti. Dalla parte degli afro-americani nel
braccio della morte".
Roberto di Nunzio per bellaciao
Bianca Cerri, con forza, determinazione e passione riesce ad
introdurci nel tema della pena di morte negli Stati Uniti
raccontando cosa vuol dire per i condannati vivere nelle prigioni
Usa, e quando sia ancora più difficile per gli afro-americani.
Persino nel braccio della morte.
Cos’è il "P.u.r.e"?
"Il "P.u.r.e" (Panters United of Revolutionary
Education) è stato fondato da Emerson Rudd e Kamau Wilkerson,
condannati a morte in America a 18 anni e giustiziati
rispettivamente nel 2000 e nel 2001. E’ un movimento nato nel
braccio della morte della prigione federale del Texas nel 1994.
Oggi, a capo del movimento c'è Howard Guidry, 26 anni, condannato
alla pena capitale per un reato commesso a 17 anni. Guidry, insieme
ai suoi compagni "dead man wolking" ed a tutti i detenuti
rinchiusi nelle prigioni nord-americane denuncia la pratica degli
arresti di massa di migliaia di giovani afro americani negli Stati
Uniti al solo scopo di poterne sfruttare il lavoro nell'industria
carceraria. Decine di "afrikaner", inoltre, vengono
sistematicamente condannati a morte e giustiziati in America a
seguito di processi dalla durata di poche ore, senza il rispetto
delle minime garanzie per i diritti umani degli imputati, e dove
troppo spesso gli accusati afro-americani vengono giudicati da
giurie interamente composte da bianchi".
L’organizzazione, se non sbaglio, denuncia una sorta di ipocrisia da
parte di molte delle associazioni che si definiscono "contro la pena
di morte". Cosa mi puoi dire in proposito?
"I compagni del "P.u.r.e" lamentano la strumentalizzazione
del drammatico ed insoluto problema della pena capitale negli Usa da parte
di gruppi di opinione europei ed americani che si definiscono
"umanitari", ma che nei fatti si limitano a sbandierare le
storie e le facce dei condannati a morte in modo autoreferenziale. Qwueste
associazioni non possono rappresentare chi lotta per la salvezza della
propria vita in un ambiente che non cessa di elaborare metodi e strumenti
sempre più raffinati per reprimere chi attende di essere
giustiziato".
Il problema degli afro-americani, all’interno delle carceri
statunitensi, rappresenta poi un problema nel problema, è vero?
"Gli afro-americani condannati a morte negli Stati Uniti combattono
una lotta simile a quella di qualsiasi altro popolo vittimizzato dalla
bestialità dell'uomo contro l'uomo. Le autorità carcerarie che li hanno
in custodia impongono loro ogni giorno punizioni eccessive e crudeli che
dureranno sino all’ultimo istante precedente l'esecuzione. Il "P.u.r.e"
chiede di essere sostenuto, nella sua lotta per la dignità che spetta a
ogni essere umano condannato a morte o meno, a tutti i compagni e alle
compagne europei, e riuscire ad offrire un minimo del loro tempo per
arrivare ad aprire un dibattito serio e condivisao sulle condizioni di
vita di migliaia di afro-americani incarcerati nei gulag americani. Molti
di loro in attesa della morte".
Quando hai iniziato ad occuparti di "P.u.r.e."?
"I miei contatti con gli uomini condannati a morte negli Stati
Uniti sono iniziati molti anni fa, con la scelta tutta privata di iniziare
una corrispondenza per lettera con un giovanissimo condannato alla pena
capitale. Malato di Aids e quasi completamento cieco. Ho poi compiuto
diversi viaggi in America per riuscire ad incontrarlo di persona. Quello
che mi si è svelato davanti agli occhi è stato uno scenario di
repressione, brutalità, arbitrio, corruzione, abusi di potere. Uno
scenario al di là di ogni immaginazione".
Quindi hai incominciato a conoscere anche la realtà sociale più profonda
e meno conosciuta degli Stati Uniti…….
"Si parla dell'imperialismo americano da sempre, e siamo in molti a
conoscere la parte avuta dagli Stati Uniti nelle vicende di tanti paesi e
di tanti popoli. Mi piace ricordare sempre che esiste anche un sorta di
assedio interno alla provincia americana, che quotidianamente
criminalizza, incarcera e spinge in condizioni di emarginazione estrema i
cittadini più fragili, le minoranze etniche più vulnerabili. Queste sono
le categorie alle quali in genere è riservata la condanna alla pena
capitale".
Tu hai scritto un libro bellissimo, recentemente, che ha avuto il merito
di mettere in luce i temi che ti occupano con tanta passione, impegno
civile e, lasciamelo dire, con una contagiosa capacità di comunicazione…
"Si, è vero, a settembre dello scorso anno ho pubblicato
"America Letale", un libro per la casa editrice "DeriveApprodi",
che ha ricevuto un buona accoglienza e che Andrea Colombo sul Manifesto ha
definito "un rapporto agghiacciante sulle attuali forme di
tortura". Mi ha poi fatto molto piacere che Nanni Balestrini l’abbia
inserito nel sito web di "RaiLibri", e questo nonostante i temi
trattati non siano certo facili. Con "America Letale" mi sono
presa la responsabilità di denunciare la corruzione di quei legislatori
americani che "gestiscono" i processi che sfociano nella pena
capitale, e sono stata in grado di fare i nomi e rendere pubblici gli
abusi compiuti. Ma soprattutto ho deciso di prendere una posizione di
distanza netta dal "buonismo", dai pastrocchi dei radicali e di
altre organizzazioni cattoliche che strumentalizzano i diritti umani per
farsi un giro in televisione o per ramazzare qualche offerta
economica".
Un’accusa grave, la tua.
"I prigionieri del braccio della morte non vogliono essere un
"prodotto" adatto per le fortune degli altri, ma al contrario e
con decisione affermare la loro condizione in prima persona. Molti
convogliano le energie nella protesta sociale e nella formazione di una
coscienza tentando di non rimanere isolati dal mondo. Credimi, la cosa che
rifiutano maggiormente è l'ipocrisia delle destre che da un lato si fanno
garanti di una moratoria sulle esecuzioni con il Governatore dell'Illinois
per poi estradare a forza un cittadino siriano colpito da sentenza
capitale e approvare una legge che prevede l'uso della forza militare sui
disperati che riescono a sfuggire alla fame e alla miseria della loro
terra. I radicali italiani si comportano come se avessero una specie di
monopolio sul problema della pena di morte, e poi appoggiano
incondizionatamente l'attacco all'Iraq e si ritrovano in compagnia dei
più convinti sostenitori della globalizzazione. Per i condannati a morte
non ha senso che partiti e organizzazioni di formazione schiettamente
poliziesca rappresentino il loro diritto alla vita".
Nei bracci della morte, i diritti umani e civili dei prigionieri sono
praticamente ridotti a zero. Ma, se è possibile fare una classifica delle
violazioni, qual’è quella che denunceresti con più forza?
"Nelle carceri e nei bracci della morte di tutta l'America esistono
delle tremende realtà punitive: strumenti elettronici come gli anelli
"punitivi", le "maschere" di cartone, le "sedie
di contenimento", i manganelli elettrici. Solo per cirae alcune delle
forme di tortura. Un numero imprecisato di detenuti muore ogni anno (o
forse sarebbe meglio dire che rimane ucciso) per cause legate al
sovra-affaticamento da lavoro. Dopo essere stato costretto a produrre
ricchezza per le multinazionali, retribuiti con pochi cents l'ora. Ma
nessuno, ripeto, nessuno ha mai ritenuto opportuno assumere pubblicamente
una posizione critica sui trattamenti riservati agli oltre due milioni di
prigionieri detenuti nelle galere degli Stati Uniti".
Ma in Italia, non è stata portata recentemente in parlamento una
richiesta di morartoria contro la pena di morte?
"Il primo firmatario risulta essere il deputato di Forza Italia La
Loggia, il quale non oserebbe certamente arrecare un simile dispiacere al
suo capo Berlusconi ed al governo americano di Mister Bush. Neppure le
esplicite forme di razzismo tuttora imperanti nei tribunali americani,
dove ad esempio i procuratori distrettuali consigliano ai colleghi più
giovani (per iscritto) di non ammettere neri nelle giurie o dove, per fare
un altro esempio quando imputato è un nero, il giudice si prende
l'arbitrio di saltare la fase preliminare del processo. Quella nella quale
si dovrebbero esprimere le maggiori garanzie per l’imputato. Trovare un
bianco condannato a morte per aver ucciso un nero è un'impresa titanica,
ma migliaia di neri sono condannati per reati contro i bianchi anche in
assenza di prove. Cosa questa che non sembra preoccupare troppo coloro che
si pavoneggiano avvolti nella bandiera di "attivista per i diritti
umani".
Cosa dovremo fare tutti per dar voce alle proteste dei prigionieri
condannati a morte?
"E' veramente giunta l’ora che le proteste dei condannati e dei
detenuti trovino una visibiltà stabile e prioritaria all’interno di
tutti i movimenti che vogliono impedire l'"americanizzazione"
del mondo. Una sindrome dalla quale sembrano essere afflitti in
molti".
Padre Alex Zanotelli, per citare una figura autorevole del
"movimento" italiano non perde occasione per prendere posizione
su questi temi……
"Padre Zanotelli ha parlato oggi (venerdì 4 luglio, ndr)
dell'industria carceraria. E ne sono davvero lieta. In più ti posso
anticipare che sto per terminare un altro libro sul carcere inteso come
"forza centrifuga" del potere degli Stati Uniti. Mille storie
terribili e drammatiche di quanti sono torturati, manipolati fino ad
essere letteralmente
"annientati" dal sistema carcerario degli Usa. Ma che
nonostante questo continuano ad esprimere il loro talento, in alcuni casi
il "genio", in altri persino originali teorie politiche,
arrivando a rappresentare con assoluta efficacia tutti gli aspetti di
quell’oppressione che ha cercato di assoggettarli. Dobbiamo entrare nell’ordine
di idee che costoro vanno sostenuti con la stessa forza ed onestà
intellettuale che usiamo, quotidianamente, per schierarci a fianco di
tutte le categorie di lavoratori che lottano".
(Per quanti volessero aiutare Bianca Cerri e l’attività del "P.u.r.e"
sappiano che ora, proprio in questi giorni, sarebbe impellente far
pervenire ai militanti dell’organizzazione imprigionati una macchina da
scrivere, un Atlante degli Stati Uniti ed un abbonamento al quotidiano US
Today. Per far questo è possibile scrivere a Bianca Cerri: bcerri2000@yahoo.com)
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