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Rileggere Pasolini. Non tanto per
ricordarlo: non l’abbiamo mai dimenticato né per tornare da lui:
non s’è verificato alcun abbandono. Riproporlo sì, avvicinare
ancora le opere di quel grande intellettuale che è stato e che un
odioso crimine ha sottratto prematuramente all’Italia e alla
cultura internazionale.
S’è detto e ripetuto che si è
trattato d’un crimine politico, ideologico, culturale, il lavoro
cinematografico di Marco Tullio Giordana "Pasolini un
delitto italiano" compie una ricostruzione dei fatti che
molto s’approssimano alla verità e rammenta le responsabilità
dirette, il controverso verdetto del processo e l’omertà del
Potere. E la stessa omertà di coloro che, pur non identificandosi
col Potere, vedevano nel poeta un uomo estremamente scomodo. Una
coscienza critica della società e degli schieramenti politici,
nessuno escluso, che era meglio emarginare.
Rivisitiamo parole, idee, verità,
opinioni di questa mente libera e lirica che, attraverso
sensibilità e percezione profonde, ci porta alla comprensione di
uomini e cose del vivere quotidiano. Il suo straordinario intuito
gli faceva cogliere con un trentennio d’anticipo quella realtà
oggi sotto gli occhi di tutti.
Ci affidiamo alla sua raccolta civile più
dibattuta e contestata: "Scritti corsari" proponendo
passi da alcuni fra i brani più noti e significativi.
7
gennaio 1973 "Il discorso dei capelli" (sul Corsera
"Contro i capelli lunghi")
"La
prima volta che ho visto i capelloni è stato a Praga"
esordisce nel suo scritto Pasolini per ricordare come quella
manifestazione estetica giovanile - erano i ragazzi a farsi crescere
i capelli sino alle spalle - fosse un linguaggio con cui si
testimoniava l’appartenenza alla categoria prima beat poi hippies.
Queste mode davano
ai ragazzi un’aria un po’ ribelle: i beat facevano gruppo
attorno a tendenze musicali, rifiutavano i valori di patria,
famiglia, lavoro secondo i tradizionali schemi borghesi. Il gruppo
musicale italiano dei Nomadi in "Dio è morto", un pezzo
di Francesco Guccini, cantava: "… M’han detto, che
questa mia generazione ormai non crede, in ciò che spesso ha
mascherato con la fede, dei miti eterni della patria e dell’eroe
perché è venuto ormai il momento di negare tutto ciò che è
falsità: le fedi fatte di abitudini e paura, una politica ch’è
solo far carriera, il perbenismo interessato, la dignità fatta di
vuoto, l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col
torto". Era il millenovecentosessantotto.
Gli hippies
praticavano addirittura la vita comune, l’amore libero,
teorizzavano l’uso di sostanze stupefacenti, puntavano ad
affrancare i bisogni dell’individuo, molti fra loro erano
musicisti, poeti, artisti tout court. Quei capelli lunghi,
come sottolinea Pasolini, dicevano "La
civiltà consumistica ci ha nauseati. Noi protestiamo in modo
radicale. Creiamo un anticorpo a tale civiltà attraverso il
rifiuto, e la critica verso la nostra società è totale e
intransigente".
Col 1968 in Europa
i capelloni si politicizzarono, entrarono a far parte del Movimento
Studentesco. Rappresentavano idee nuove e progressiste e dal
silenzio passarono ad un uso del linguaggio verbale in molti casi
sopra le righe con urla e slogan. Col tempo parecchi caddero in un
verbalismo incendiario, retorico, improduttivo. Pasolini sostiene
che a un certo punto "il linguaggio dei
capelli non esprimeva più cose di Sinistra, esprimeva qualcosa di
equivoco, Destra-Sinistra che rendeva possibile l’uso di
provocatori".
Iniziavano gli anni
Settanta e questo fenomeno solo un decennio prima era impossibile. I
giovani antifascisti che nel luglio ’60 a Genova assaltavano il
Congresso del Msi difeso dalla Celere di Tambroni vestivano con
semplici e coloratissime magliette a strisce, che non era una
divisa, ma non poteva nemmeno essere l’abito d’un fascista, pur
proletario che fosse.
In quel lasso di
tempo – dieci anni - le cose erano profondamente cambiate e la
società dei consumi stava raccogliendo i frutti d’una tendenza
omologatrice con la Destra e la Sinistra che subivano una sorta di
"fusione fisica". Chi apparteneva a un’area
socio-politica poteva ormai vestire i panni dell’altro, il
linguaggio della moda diventava uno dei veicoli più immediati d’un
pensiero unico ante litteram, una maschera dietro la quale
nascondere un’identità ormai smarrita o celata. Ancora Pasolini "La
sottocultura al potere ha assorbito la sottocultura all’opposizione
e l’ha fatta propria: con diabolica abilità ne ha fatto una moda
che se non si può dire fascista nel senso classico è però di una
estrema destra reale".
Coi propri sogni,
riti, simulacri i giovani si sono ritrovati isolati da una barriera
che ha finito per ghettizzarli e non li preserva da infiltrazioni
nelle quali possono trovarsi a contatto di gomito l’idealista
progressista e il provocatore fascista "..
Ormai migliaia e centinaia di migliaia di giovani italiani
assomigliano sempre più alla faccia di Merlino (un fascista
implicato nella strage di Piazza Fontana a Milano nel dicembre 1969,
nda). La loro libertà di portare i capelli
come vogliono, non è più difendibile, perché non è più
libertà. E’ giunto il momento che i giovani si liberino dall’ansia
colpevole di attenersi all’ordine degradante dell’orda".
Enrico Campofreda,
luglio 2005
10 giugno 1974
"Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia"
(sul Corsera "Gli italiani
non sono più quelli")
Due avvenimenti del
mese di maggio 1974: 12 maggio, la vittoria del no al Referendum per
l’abrogazione della legge sul divorzio. 28 maggio, la strage
fascista di Piazza della Loggia a Brescia.
Sul Referendum
Pasolini sottolinea come Fanfani e il Vaticano non comprendevano le
trasformazioni in atto in Italia. Ma neppure il Pci di Berlinguer
aveva ben capito l’animo del Paese se fino a poco prima della
consultazione si mostrava titubante, sostenendo come l’iniziativa
fosse pericolosa perché avrebbe potuto dividere il mondo cattolico
e mettere in crisi il compromesso storico.
Per Pasolini i ceti
medi italiani "sono radicalmente
cambiati, i loro valori positivi non sono più i valori sanfedisti e
clericali ma sono i valori dell’ideologia edonistica del consumo e
della conseguente tolleranza modernista di tipo americano. L’Italia
contadina e paleo industriale è crollata, al suo posto c’è un
vuoto che aspetta di essere colmato da una completa borghesizzazione
americaneggiante falsamente tollerante …"
Il Partito
Comunista subiva tale fenomeno e per anni accettò passivamente il
consumismo incentrato su merce e mercato leggendolo come una sorta
di progresso, e non solo nella fase dell’uscita dalle miserie
della guerra ma anche nel periodo del cosiddetto ‘boom economico’.
Gli anni in cui la classe operaia aumentò sensibilmente di numero
(e anche di rivendicazioni e di lotte) non segnarono un pari
sviluppo di quell’orgoglio e quella coscienza che il proletariato
aveva conosciuto in altri periodi. S’inseguivano rivendicazioni
salariali, si parlava di grandi riforme, eppure un "diverso
modello di sviluppo" rimase una bella idea piuttosto teorica.
Le posizioni
assunte dalla direzione del Pci furono altalenanti: si proseguiva la
tradizionale linea togliattiana ma la si depurava della sua stessa
doppiezza. Ne restava una real-politik subalterna alle forze
politiche di governo che incarnavano solo gli interessi del
capitale. Interessi che nel periodo in cui il poeta scrive queste
riflessioni decidevano di azzerare il nostro passato industriale,
investivano altrove e trasformavano l’economia italiana da
secondaria produttiva a terziaria dei servizi, servizi spesso
inefficienti e infestati di corruzione. Le cellule delle sezioni
comuniste iniziarono a riempirsi di ceti medi, l’operaio scomparve
da simboli e manifesti del Partito, essere operaio oltreché sempre
più difficile per via della recessione diventava "quasi
vergognoso". Le origini proletarie andavano rimosse e
sotterrate. E chi rimaneva a svolgere lavori subalterni era spinto
dal consumismo a comportarsi da borghese e pensare edonisticamente
solo all’avere. La mutazione della cultura italiana comportava un
allontanamento "tanto dal fascismo
tradizionale che dal progressismo socialista".
"L’Italia
non è stata mai capace di esprimere una grande Destra. Essa ha
potuto esprimere solo quella rozza, ridicola, feroce destra che è
il fascismo. In tal senso il neofascismo parlamentare è la fedele
continuazione del fascismo tradizionale. Senonché ogni forma di
continuità storica si è spezzata. Tale salto ‹qualitativo›
riguarda sia i fascisti che gli antifascisti: si tratta di una
cultura fatta di analfabetismo (il popolo) e di umanesimo cencioso
(i ceti medi) da un’organizzazione culturale arcaica all’organizzazione
moderna della ‹cultura di massa›. La cosa è enorme: è un
fenomeno di ‹mutazione› antropologica. Soprattutto perché ciò
ha mutato i caratteri necessari del Potere, un Potere che non sa
più che farsene di Chiesa, Patria, Famiglia e altre ubbìe affini…"
"…Non
c’è più differenza apprezzabile fra un fascista e un
antifascista. Dunque il fascismo non è più il fascismo
tradizionale. Che cos’è, allora ? I giovani dei campi fascisti, i
giovani delle SAM che mettono le bombe sui treni, si chiamano
fascisti: ma si tratta di una definizione puramente nominalistica...
Sono poche migliaia: e se il governo e la polizia l’avessero
voluto, essi sarebbero scomparsi totalmente di scena già nel 1969.
Il fascismo delle stragi è un fascismo nominale, senza un’ideologia
propria, esso è voluto da quel Potere che dopo aver liquidato il
fascismo tradizionale e la Chiesa ha deciso di tenere in vita forze
da opporre all’eversione comunista".
Che il Potere,
democristiano-massonico-malavitoso, si sia servito del neosquadrismo
fascista in funzione antiprogressista è un dato di fatto. Potremo
definire Gladio e soprattutto la "strategia della
tensione" la marcia su Roma del secondo dopoguerra, anche se la
politica italiana più che a Palazzo Chigi e a Piazza del Gesù
venne per un lungo tratto decisa alla Casa Bianca e al Pentagono. In
tal senso Pasolini intuiva più della stessa sinistra
extraparlamentare - che praticò l’antifascismo militante per
difendere gli spazi democratici conquistati dalle lotte studentesche
del Sessantotto e da quelle operaie dell’autunno caldo – l’essenza
di questo nuovo fascismo.
Un regime anche
repressivo (che dopo la celere di Scelba creava le squadre con
"licenza di uccidere" di Cossiga e sparava a vista
protetto dalla legge Reale) ma basato soprattutto sull’obnubilamento
delle coscienze attraverso il lustrini del consumismo e la
propaganda edonistica affidata a un insuperabile medium
imbonitore: la televisione. Un sistema del quale gli stessi partiti
della sinistra tradizionale hanno fatto parte. Prima i socialisti
con quel centro-sinistra che nella gestione lottizzata d’ogni
branca del potere anticipò il consociativismo degli anni Ottanta e
Novanta. Poi parzialmente anche l’ultimo Pci divenuto Pds e Ds.
Certo anche i ‘miglioristi’ più sfegatati e i neoliberisti
interni ai Democratici di Sinistra non hanno rappresentato quell’associazione
a delinquere che fu il Psi orchestrato da Bettino Craxi. Ma al di
là dei proclami sull’essere un partito dalle "Mani
pulite", che negli ultimi anni di vita Enrico Berlinguer
lanciava sul proscenio nazionale, il Pci si rese responsabile d’un
totale vuoto culturale nell’orientamento dei ceti popolari. In
più col compromesso storico abortì un progetto inefficace e
inattuato di fronte alla recrudescenza eversiva di neofascisti e
Servizi Segreti e alla creazione d’un blocco di Potere trasversale
(la loggia massonica P2) che, al di là delle sigle dei partiti,
rinnovava col contributo della Mafia la struttura d’uno Stato
parallelo.
Enrico Campofreda,
agosto 2005
11
luglio 1974 "Ampliamento del bozzetto sulla rivoluzione
antropologica in Italia" (sul "Mondo", intervista a
cura di Guido Vergani)
"Noi
intellettuali tendiamo sempre a identificare la "cultura"
con la nostra cultura: quindi la morale con la nostra morale e l’ideologia
con la nostra ideologia. Questo significa: 1) che non usiamo la
parola "cultura" in senso scientifico, 2) che esprimiamo,
con questo, un certo insopprimibile razzismo verso coloro che
vivono, appunto, un’altra cultura. Per la verità, data la mia
esistenza e i miei studi, io ho sempre potuto abbastanza evitare di
cadere in questi errori. Ma quando Moravia mi parla di gente che
vive a un livello pre-morale e pre-ideologico, mi mostra d’esserci
caduto in pieno, in questi errori. Non esiste pre-morale e
pre-ideologico. Esiste un’altra cultura o una cultura precedente.
È su queste culture che s’innesta una nuova scelta morale e
ideologica: la scelta marxista oppure la scelta fascista.
…
Come mai scelte giuste – per esempio un marxismo meravigliosamente
ortodosso – danno risultati così orribilmente sbagliati? Esorto
Moravia a pensare a Stalin".
"
… Un operaio o un contadino marxista degli anni Quaranta o
Cinquanta, nell’ipotesi di una vittoria rivoluzionaria, avrebbe
cambiato il mondo: oggi, nella sua stessa ipotesi, lo cambierebbe in
un altro modo. Chi ha manipolato e radicalmente (antropologicamente)
mutato le grandi masse contadine e operaie italiane è un nuovo
potere che mi è difficile definire, il più violento e totalitario
che ci sia mai stato: esso cambia la natura della gente, entra nel
più profondo delle coscienze".
Pasolini accusa
della trasformazione antropologica subita dal popolo la propaganda
televisiva di tipo edonistico, quella che filtra nella mente
anche grazie a "Carosello", quella che mostra il nuovo
modello di uomo e di donna cui uniformarsi: "giovani
su motociclette, ragazze accanto a dentifrici" che è
qualcosa di molto più perverso della semplice moda. Sono
atteggiamenti, mimica, linguaggio, pensiero, modo di essere o,
piuttosto, di non essere poiché non si è se stessi ma ci si sforza
di somigliare ai modelli imposti.
La società del
consumo ha creato schemi ai quali adeguarsi e ci rende uguali nel
desiderio di consumare. Ma rende ansiosi, tristi e nevrotici.
Confrontiamo il fornarino preso ad esempio dal poeta con gli
stereotipi della pubblicità sino ai casi degli ultimi anni: i
calciatori-bambolotti e delle "veline" dei programmi
clonati dal duopolio Rai-Mediaset.
Un tempo la figura
del garzone del fornaio era l’immagine di felicità e fierezza,
incarnava un valore di uomo povero ma bello che non sentiva
la contraddizione di dover apparire come non era. Non si snaturava,
conservava i tratti dell’uomo del popolo che al più derideva
scanzonato i signori e il potere. Egli era soprattutto felice ("Non
è la felicità che conta? Non è per la felicità che si fa la
rivoluzione?") una condizione che ha gradualmente
perduto incarnando il suo ruolo seriamente e cercando la scalata
sociale inseguendo l’arricchimento.
Il tema del
contendere è che certe figure e ruoli e lavori sono stati sradicati
dall’immagine dell’uomo moderno che per sentirsi appagato dev’essere
forzatamente affermato e per diventarlo deve possedere. Il suo
imperativo è: primo evitare mansioni subordinate, secondo puntare
alle leve del comando e del guadagno. È la società di managers
e starlettes propinata da reality e fiction che
riempiono d’ideologia consumistica occhi e menti di telespettatori
tossici e passivi.
Il denaro diviene
il valore assoluto della società consumistica, attorno a lui si
sviluppano comportamenti conseguenti che purtroppo hanno risvolti
antropologici e culturali. Già il capitalismo produttivo non
riconosceva alla figura dell’operaio un ruolo degno della sua
opera né economicamente né socialmente. Però nel suo ambiente: in
fabbrica, nei quartieri-dormitorio, nelle organizzazioni sindacali e
di partito il proletariato aveva centralità e identità proprie. I
suoi valori erano alternativi a quelli borghesi e, pur avendo
abbandonato speranze rivoluzionarie, ne vedeva riconosciuta l’essenza.
Eppure a un certo punto le organizzazioni operaie hanno iniziato a
far propri i valori dei ceti medi, a riempire le strutture di ceti
medi, a elevare costoro alla dirigenza politica. Non parliamo certo
contro una dirigenza più acculturata col diploma e la laurea in
tasca, perché non di quello si tratta. Ma di soggetti che dicono di
rappresentare i lavoratori, ma non ragionano con la loro testa,
semplicemente perché non conoscono le loro tasche. Questi
"dirigenti" in certi casi non hanno mai lavorato: non solo
in una catena di montaggio, ma neppure in un ufficino privato.
Costoro son passati dai banchi di scuola, alle scuole di partito, a
quelle sindacali.
Dunque non solo il
fornarino di Pasolini ma l’intero proletariato a un certo punto s’è
trovato a dover accettare passivamente i valori borghesi, grazie
alla Dc che governava, alla Confindustria che stabiliva la linea
economica, al Pci che l’accettava passivamente agitando la
necessità dell’interclassismo, dell’interesse nazionale (quale?
di chi?), della paura generalizzata, quella vera (pericoli di golpe,
trame nere, terrorismo) e quella fantasmatica (una società diversa
che davvero cambiasse uno status quo rimasto medievale).
È stata la fine d’un’epoca.
All’operaio e al fornarino restò la fuga in avanti rappresentata
dalle posizioni estremistiche che alla metà dei Settanta hanno
subito una sconfitta. Anche grazie a un Pci soffocato nel vicolo
cieco del suo compromesso storico, complice di repressione e
consociazione, totalmente incapace di gestire l’immensa spinta
ricevuta dall’elettorato (già nelle amministrative del ’75,
prima dell’assassinio del poeta, e poi nelle politiche dell’anno
seguente).
La ricerca di
soluzioni tattiche e programmatiche s’ingessò per tre decenni, l’essenza
proletaria erede del vecchio sistema produttivo s’è perduta per
sempre.
Enrico Campofreda,
agosto 2005
25 gennaio 1975. "L’ignoranza vaticana come paradigma dell’ignoranza
della borghesia italiana" (Su "Epoca", per un’inchiesta
sulla Dc e gli intellettuali)
Cos’è stata la Democrazia Cristiana? Contestando Donat-Cattin che
parlava di essa come partito dei ceti medi Pasolini ricorda che la
Dc esprimeva soprattutto piccola borghesia e mondo rurale. E il
rapporto che la Chiesa ha secolarmente stabilito coi contadini è
stato un rapporto di manipolazione che l’ha vista, anche in epoca
recente, mantenere in uno stato d’ignoranza quei ceti per
controllarli attraverso la fede. Una fede a metà strada fra la
naturale semplicità degli umili e l’artifizio della superstizione
che su essi fa presa.
Nel secondo dopoguerra questo controllo s’è trasformato in un
formidabile serbatoio di voti che creava l’ossimoro politico di
ottenere consenso dai poveri mentre perseguiva una politica per i
ricchi. Perché gli interessi di quel partito sono sempre stati filo
padronali e hanno ripercorso le stesse strade battute dal fascismo.
"I
democristiani si sono sempre fatti passare per antifascisti: ma
hanno sempre (forse alcuni inconsciamente) mentito. La loro
strapotenza elettorale degli anni Cinquanta e l’appoggio del
Vaticano, hanno consentito loro di continuare, sotto lo schermo di
una democrazia formale e di un antifascismo verbale, la stessa
politica del fascismo".
"Infatti,
in quanto direttamente padronale, cioè fascista, la Democrazia
Cristiana ha continuato a elaborare, su chiave più accentuatamente
cattolica e ipocritamente democratica, le vecchie retoriche
fasciste: accademismo, ufficialità eccetera"
Un terremoto ha squassato gli usi e i costumi del popolo italiano e
ha avuto riflessi sulla stessa politica. È stato la corsa alla
merce che ha mutato il dna della popolazione. Col boom economico
nella stessa Democrazia Cristiana talune logiche bacchettone dell’ambiente
Vaticano non sono state più funzionali a un controllo sugli
individui. Valori come risparmio, previdenza, pudore hanno vacillato
e si è andati con ampi passi verso un "laicismo" e una
"tolleranza" interpretati in modo a dir poco soggettivo.
Si è dato scarso spazio a una laicità collettiva a vantaggio d’un
laicità individualista e mercantile legata al guadagno speculativo,
sempre basata sullo sfruttamento di qualcuno e qualcosa.
Negli anni Settanta l’asse laico nelle alleanze di governo ha
acquisito un potere contrattuale altissimo. Non solo il Psi, da
oltre un decennio prossimo alla linea classista e consociativa della
Dc, ma anche i partiti dal minuscolo peso elettorale –
repubblicani, socialdemocratici, liberali – sono diventati gli
interpreti di un modo personalistico di gestire il Potere, offrendo
e ricevendo consenso su basi totalmente utilitaristiche.
"Tutto
ciò è il crollo della politica democristiana – la cui crisi
consiste nel gettare a mare il Vaticano, il vecchio esercito
nazionalista: ma non è certo il crollo della ‘politica culturale’
democristiana. Per la semplice ragione che essa non c’è mai
stata".
Taluni propagandisti mascherati da giornalisti, come Carlo Casalegno,
non demordono nell’attaccare quello che dal Potere viene
considerato il pericolo maggiore: la cultura. La cosa fa ricordare
al poeta figure e periodi lugubri. Cita Goering "Quando sento
parlare di cultura, tiro fuori la rivoltella" e non si tratta d’una
provocazione.
"La
retroguardia democristiana (si veda un recente attacco ad alcuni
intellettuali da parte di Carlo Casalegno, il vicedirettore della
<Stampa>) continua ancora questa politica oscurantista che
tante demagogiche soddisfazioni le ha dato in passato e che tanto
inutile è oggi, in cui la funzione anti-culturale è stata assunta
dai mass-media (i quali tuttavia fingono di ammirare e
rispettare la cultura)"
Chi poteva in quella fase dirigere l’egemonia culturale della
nazione se non un partito autorevole, veramente laico, pulito, come
il Partito Comunista? Ma all’epoca anche il Pci pensava
soprattutto al Potere. Aveva intrapreso la via del compromesso
storico, che si rivelò una cambiale firmata in bianco, incapace di
tutelare le masse popolari dagli attacchi alla democrazia – si
pensi alla strategia della tensione, all’incrudirsi dello
squadrismo assassino neofascista, all’offensiva rivolta all’occupazione
con la dismissione dell’attività produttiva -. E al contempo
impossibilitata a formare un governo progressista.
Le lotte e le conquiste dell’autunno caldo, proseguite sino alla
meta degli anni Settanta, verranno dai comunisti via via abbandonate
e sacrificate al consociativismo, alla cogestione del potere locale
che in alcuni casi fece smarrire anche la trasparenza politica d’un
tempo, gettando alle ortiche ogni difesa degli interessi popolari.
Fu l’ennesima occasione perduta di un Pci confuso e timoroso,
sempre più privo d’identità che diventava, come qualsiasi altro
partito borghese, una macchina elettorale, burocratica e di in
alcuni casi anche di gestione politico-affaristica.
"Ora,
il Partito Comunista, nella nuova situazione storica di crisi della
Democrazia Cristiana, coincidente con la crisi del Potere
consumistico, se volesse, potrebbe riprendere in mano la situazione:
e riproporre una propria egemonia culturale. L’autorità che gli
proveniva negli anni cinquanta dalla Resistenza, gli proviene oggi
dall’essere l’unica parte dell’Italia pulita, onesta,
coerente, integra, forte".
Enrico Campofreda, ottobre 2005
19 gennaio 1975. Il coito, l’aborto, la falsa tolleranza del
potere, il conformismo dei progressisti
(Sul Corsera col titolo "Sono contro l’aborto")
Ecco il Pasolini più contestato. Dalle femministe e dai radicali
innanzitutto, dall’Udi, dal Pci e dal fronte laico parabortista.
Da molta sinistra extraparlamentare in materia schierata su
posizioni filo-femministe.
Il poeta è per gli otto Referendum, ma è traumatizzato dalla
legalizzazione dell’aborto e parla contro di essa perché la
considera una legalizzazione dell’omicidio. Dunque Pasolini come
quei clerico-fascisti da lui tanto detestati? O come la Chiesa,
Paolo VI, Comunione e Liberazione e il Movimento per la vita?
Assolutamente no. Pasolini è credente, lo è d’una fede intima e
privata, fede non esibita ed esaltata. Una fede tollerante e tanto
basta per differenziarlo, come altri cristiani, dal fronte
reazionario. Pone un altro genere di questione tralasciata da tutti,
parzialmente anche da radicali e progressisti. A monte dell’aborto
c’è il problema del coito. La donna resta incinta a seguito di
quell’atto che, nella società consumistica, è diventato più
facile. Ma questa facilità non sembra tanto una conquista di
autodeterminazione e liberazione sessuale ma di nuove abitudini
massificate.
"Oggi
la libertà sessuale della maggioranza è in realtà una
convenzione, un obbligo, un dovere sociale, un’ansia sociale, una
caratteristica irrinunciabile della qualità della vita del
consumatore. Insomma, la falsa liberazione del benessere, ha creato
una situazione altrettanto e forse più insana che quella dei tempi
della povertà. Infatti: primo: risultato di una libertà sessuale
<relegata> dal potere è una vera e propria generale nevrosi.
La facilità ha creato l’ossessione; perché è una facilità
<indotta> e imposta, derivante dal fatto che la tolleranza del
potere riguarda unicamente l’esigenza sessuale espressa dal
conformismo della maggioranza".
E con i tratti unici del rapporto di coppia etero poiché "tutto
ciò che sessualmente è ‘diverso’ è invece ignorato e
respinto". Così "il
popolo italiano, insieme alla povertà, non vuole neanche più
ricordare la sua ‘reale’ tolleranza: esso, cioè, non vuole più
ricordare i due fenomeni che hanno meglio caratterizzato l’intera
sua storia".
Si sofferma Pasolini sul ruolo politico del coito ricordando come
alla repressività d’un tempo si stia sostituendo la
banalizzazione che è un male altrettanto grande. Per lui il fronte
progressista pone un problema di praticità, che è un problema
oggettivo, ma "anziché buttarsi (con
onestà donchisciottesca) in un pasticcio, estremamente sensato ma
alquanto pietistico, di ragazze madri o di femministe angosciate in
realtà da ‘altro’ (e di più grave e serio)"
potrebbe seguire un’altra via.
"La
mia opinione estremamente ragionevole è questa: anziché lottare
contro una società che condanna l’aborto repressivamente, sul
piano dell’aborto, bisogna lottare contro tale società sul piano
della causa dell’aborto, cioè sul piano del coito. Si tratta –
è chiaro – di due lotte ‘ritardate’: ma almeno quella ‘sul
piano del coito’ ha il merito, oltre che di una maggiore logicità
e di un maggiore rigore, anche quello di un’infinitamente maggiore
potenzialità di implicazioni.
C’è
da lottare, prima di tutto contro la ‘falsa tolleranza’ del
nuovo potere totalitario dei consumi, distinguendosene con tutta l’indignazione
del caso; e poi c’è da imporre alla retroguardia, ancora
clerico-fascista, tutta una serie di liberalizzazioni ‘reali’
riguardanti appunto il coito (e dunque i suoi effetti):
anticoncezionali, pillole, tecniche amatorie diverse, una moderna
moralità dell’onore sessuale, ecc. Basterebbe che tutto ciò
fosse democraticamente diffuso dalla stampa e soprattutto dalla
televisione, e il problema dell’aborto verrebbe in sostanza
vanificato, pur restando, come dev’essere, una colpa e quindi un
problema di coscienza".
Sul controllo delle nascite e sull’informazione da offrire nei
consultori l’area progressista disse ma fece poco. Quanto è stato
effettivamente attuato dopo la legge 194? E soprattutto cosa s’è
fatto, in trent’anni, per incrementare l’educazione sessuale dei
giovani sia nelle scuole sia con l’uso di grandi media come la
tivù?
Tutti coloro che difesero il sacrosanto e paritario diritto delle
donne a praticare secondo coscienza l’aborto (dai radicali dei
cortei e dei digiuni, ai socialisti e ai democratici di sinistra di
governo) cosa hanno fatto perché l’aborto non diventasse l’ultima
spiaggia anticoncezionale ?
Enrico Campofreda, ottobre 2005
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