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ricordiamo PIER PAOLO PASOLINI
di Francesco Barilli per Ecomancina.com
L’OMICIDIO E LE PRIME INDAGINI
Pier Paolo Pasolini
fu ucciso nella notte fra l’1 e il 2 novembre 1975, sul lungomare
di Ostia. Il corpo fu ritrovato la mattina successiva, su una strada
accidentata che portava ad un campo di calcio amatoriale. Fu chiaro
da subito che il regista-poeta era stato vittima di un’aggressione
particolarmente brutale: il corpo presentava ferite gravissime alla
testa e al torace, ed inoltre erano evidenti i segni del passaggio
di un auto; si scoprirà poi, tramite l’autopsia, che la morte era
sopraggiunta per la rottura del cuore, in seguito al passaggio dell’autovettura
sul torace, ma che le percosse subite avevano già provocato un’emorragia
cerebrale. Inoltre, disseminati nell’area, si trovarono resti
degli attrezzi usati per il pestaggio, o almeno di alcuni di questi
(un paletto ed una tavoletta di legno, macchiati di sangue), e così
pure si trovò la camicia dello scrittore (anch’essa imbrattata di
sangue), ciocche di capelli eccetera: alcuni di questi reperti erano
a 90 metri al corpo, e testimoniavano il disperato tentativo di fuga
di Pasolini dal luogo dove aveva avuto inizio l’aggressione.
All’una e trenta di quella
notte, quindi prima del rinvenimento del cadavere, i carabinieri
avevano fermato il diciassettenne Giuseppe "Pino"
Pelosi, contestandogli il furto dell’auto a cui era alla
guida, un’Alfa 2000 risultata poi dello scrittore. Giunto in
caserma, Pelosi ammise il furto, e chiese notizie di un anello di
sua proprietà, che risulterà poi rinvenuto vicino al corpo di
Pasolini. Si tratta della prima svolta nelle indagini: è la
"firma" del delitto. Un primo segno di chiarezza in un’inchiesta
che per molti altri aspetti, purtroppo, resterà comunque
intorbidita dalla povertà delle indagini, probabilmente segnate
dalla convinzione, maturata con eccessiva fretta, che si trattasse
di un caso "già risolto". L’avere a disposizione un
cadavere ed un reo confesso viene purtroppo spesso considerato
sufficiente a chiudere un’indagine; ma in questo caso, come
vedremo in seguito, a questa considerazione se ne aggiunge un’altra
ben più grave: gli inquirenti presero le deposizioni del giovane
omicida senza fare nulla per scalfirne la reticenza o le
contraddittorietà.
Le dichiarazioni di Pelosi
andarono affinandosi col tempo, nel tentativo di rafforzare sempre
maggiormente la tesi secondo cui il ragazzo avrebbe agito per
legittima difesa. Per dovere di cronaca riportiamo a grandi linee la
versione dell’imputato nella sua veste definitiva; nel capitolo
successivo vedremo di fare emergere le contraddizioni e le gravi
lacune nelle indagini.
Il ragazzo viene avvicinato da
Pasolini nella tarda serata ed accetta di salire in auto con lo
scrittore. Entrano assieme in un ristorante; poco dopo mezzanotte
escono e si dirigono verso il luogo della tragedia. Appartati sul
lungomare, secondo la versione dell’omicida sarebbe nata una
discussione fra i due: Pelosi avrebbe sulle prime accettato e poi
rifiutato di avere un rapporto sessuale con lo scrittore, e sarebbe
sceso dall’auto, seguito da Pasolini che lo avrebbe minacciato e
successivamente colpito con un bastone. A questo punto scatta la
reazione del ragazzo che, affermò, non avrebbe investito
volontariamente il corpo dello scrittore, ormai agonizzante.
Appena giunto in carcere Pelosi,
in quel momento ufficialmente accusato SOLO di furto d’auto (il
cadavere non era ancora stato ritrovato), si vantò però con un
compagno di cella di aver ucciso Pasolini, dimostrando piena
consapevolezza non solo del reato compiuto, ma anche dell’identità
della vittima. Ad onor del vero questa circostanza, comunque dubbia,
potrebbe essere spiegata con un altro episodio: quando ancora nel
commissariato a Pelosi viene contestato il furto, un funzionario,
dopo aver verificato la targa dell’auto, gli si sarebbe avvicinato
dicendogli "l’hai fatta grossa; hai rubato l’auto ad una
persona famosa: Pasolini". Questo episodio sembrerebbe
avvalorare la tesi che Pelosi abbia saputo l’identità della
vittima solo successivamente… Ma, viceversa, risulta inspiegabile
che proprio nel primo interrogatorio del 2 novembre Pelosi si
riferisse a Pasolini chiamandolo più volte per nome
("Paolo", "il Paolo"), dimostrando una
conoscenza che, forse, non era neppure nata quella notte ma prima;
negli interrogatori successivi, invece, Pelosi parlò di Pasolini
con molto più distacco ("l’uomo", "l’individuo"),
ribadendo più volte di non averlo mai visto prima e di non essere
stato a conoscenza della sua identità fino a quando non gli fu
comunicata. La lunga lista di contraddizioni, che gli inquirenti non
cercheranno di smontare, comincia qui ma si arricchirà di altri e
più inquietanti episodi, che vediamo ora di analizzare.
***
LA VICENDA PROCESSUALE E L’ATTEGGIAMENTO
DEI MEDIA
Il percorso processuale della
vicenda fu relativamente veloce. La sentenza di primo grado è del
26 aprile 1976; quella d’appello del 4 dicembre 1976; la
Cassazione si esprimerà in modo definitivo il 26 aprile 1979. In
tutte queste sentenze la responsabilità di Pelosi quale autore
materiale del delitto emerge chiara ed inequivocabile, rigettando la
linea della legittima o sproporzionata difesa e dimostrando che
Pasolini non fu (MAI ed in NESSUNA MISURA) "aggressore",
ma "aggredito". Nella prima sentenza Pelosi fu condannato
per aver commesso l’omicidio "con il concorso di
ignoti". La corte d’Appello lo riconoscerà invece unico
colpevole. La successiva sentenza della Cassazione (pur essendo, per
il suo carattere definitivo, quella più importante dal punto di
vista giuridico) è irrilevante sotto questi aspetti, essendo
limitata alla valutazione di diritto e non di merito.
Come in troppe vicende che hanno
segnato la storia dell’Italia in quegli anni, di cui in parte ci
siamo già occupati, le sentenze lasciano molte e fondamentali zone
d’ombra, non chiarendo il movente del delitto, l’eventuale
partecipazione di altre persone, l’ipotizzata esistenza di uno o
più mandanti (nell’ipotesi in cui l’omicidio sia stato eseguito
su commissione).
Cominciamo ad analizzare
sommariamente gli aspetti oscuri della vicenda. Una delle
motivazioni che, secondo la parte civile, avrebbe rafforzato la
teoria della pluralità di aggressori era questa: Pasolini era un
uomo robusto ed in perfetta forma fisica, e difficilmente sarebbe
stato sopraffatto da un solo aggressore, specie se di costituzione
esile come era Pelosi; quest’ultimo, inoltre, quando venne fermato
dai carabinieri, presentava solo un piccolo taglio sulla fronte
(peraltro forse attribuibile proprio al momento dell’arresto) e
macchie di sangue della vittima solo sull’orlo dei pantaloni:
esisteva dunque una sproporzione troppo evidente fra le ferite dei
due contendenti, nell’ipotesi di una semplice rissa fra due
persone degenerata in tragedia.
In realtà Pasolini era robusto,
sì, ma non era un colosso (59 Kg. di peso per 167 cm. di altezza),
ma soprattutto era persona estremamente mite, che rifuggiva dalla
violenza fisica. Lui stesso diceva di sé (citazione dall’arringa
dell’avvocato Guido Calvi in occasione del processo di
primo grado): "In tutta la mia vita non ho mai esercitato un
atto di violenza, né fisica, né morale. Non perché io sia
fanaticamente per la nonviolenza. La quale, se è una forma di
auto-costrizione ideologica, è anche essa violenza. Non ho mai
esercitato nella mia vita alcuna violenza, né fisica né morale,
semplicemente perché mi sono affidato alla mia natura, cioè alla
mia cultura...". Dacia Maraini, nella sua
postfazione a "Io, angelo nero", scritto proprio da Pino
Pelosi, scrisse: "Pasolini non avrebbe mai fatto del male a
nessuno, mai avrebbe minacciato e violentato. Lui semmai cercava
qualcuno che, in un gioco erotico, lo malmenasse un poco. Era questo
il suo segreto.". Al contrario, Pelosi aveva una
personalità aggressiva ed incline a scatti di violenza, una
personalità che avrebbe dimostrato anche successivamente (un’aggressione
in carcere ad un altro recluso ed una alla sua compagna, come
testimonia sempre Dacia Maraini in quella postfazione).
Fermo restando che la sproporzione
tra le gravissime ferite di Pasolini e quelle, pressochè
insignificanti, di Pelosi può essere sicuramente spiegata con la
partecipazione di altre persone al pestaggio, non è da escludere
che un soggetto violento come Pelosi potesse aggredire e sopraffare
velocemente un uomo mite come Pasolini, che avrebbe tentato una fuga
senza opporre una resistenza attiva, solo per vedersi raggiunto e
picchiato ancora più selvaggiamente, fino a cadere pressochè
esanime.
Ma altri dubbi circa la versione
di Pelosi quale unico aggressore vengono alimentati da un
particolare solo in apparenza secondario. La zona in cui Pasolini fu
massacrato era sterrata e fangosa, ma Pelosi, che pure dichiarò
più volte di essere caduto a terra durante la colluttazione, al
momento dell’arresto non presentava particolari tracce di fango
sugli indumenti; la scusa addotta a tale proposito dal ragazzo (si
sarebbe fermato ad una fontanella per lavarsi, prima di essere
fermato dai carabinieri) appare debole e non sorretta da quanto
riscontrato nell’auto di Pasolini o sui vestiti dell’omicida al
momento dell’arresto.
Se già questi elementi fanno
dubitare che Pelosi fosse da solo su luogo dell’omicidio, è però
un’altra questione, ancora più importante, a restare irrisolta:
una spiegazione razionale a quel massacro. Questo è il vero punto
debole della sentenza d’appello, che non riesce a spiegare perché
Pelosi avrebbe dovuto colpire fino alla morte Pasolini. Solo un
raptus di violenza brutale?
A tale proposito, torniamo all’atteggiamento
di Pelosi di fronte agli inquirenti, alla sua reticenza ed alla sua
abilità di confondere le acque a proprio vantaggio. Una reticenza
ed un’abilità per certi versi comprensibili. Pelosi, ragazzo
incolto ma astuto, capì fin dall’inizio che, essendo minorenne ed
immaturo, aveva tutta la convenienza di addossarsi il delitto come
unico responsabile. Questo spiega il suo silenzio di allora, ma
anche quello degli anni successivi: se avesse voluto parlare
successivamente in quanti gli avrebbero creduto, dopo le menzogne
passate? E quanto avrebbe rischiato se avesse rivelato di aver
compiuto il delitto con la partecipazione di altri (oppure da solo,
ma rispondendo ad ordini altrui e con la copertura di ignoti)? Ma
tutte queste considerazioni spiegano la reticenza di Pelosi, NON
CERTO l’arrendevolezza con cui la Magistratura la accetta!… E
questo ci porta ad altre domande.
Perché non vennero svolte
indagini più approfondite tra i "ragazzi di vita" romani?
Perché non si tentò di
approfondire il rapporto tra l’estrema destra romana e la malavita
comune, che sicuramente aveva un ruolo determinante nella gestione
della prostituzione giovanile?
Perché, dopo le rivelazioni de
"L’Europeo" (su cui ci soffermeremo fra poco) non si
cercò di approfondire le testimonianze dei residenti nelle baracche
che sorgevano attorno allo spiazzo dove fu ucciso Pasolini? Alcuni
di questi, reticenti di fronte ai Magistrati, sotto anonimato
parlarono ESPRESSAMENTE coi giornalisti di un pestaggio eseguito DA
PIU’ PERSONE…
Purtroppo non esiste risposta a
queste domande: gli inquirenti, come già detto convinti di trovarsi
di fronte ad un caso già chiaro e con un solo reo confesso, non
provarono ad esplorare possibili alternative. Alternative che forse
avrebbero portato a considerare Pelosi NON l’attore protagonista
dell’omicidio, ma un mero strumento; lo strumento che doveva
portare NON SOLO alla morte di Pasolini, ma ad una morte consumatasi
"nel disonore". L’ipotesi che qualcuno volesse dare una
lezione a Pasolini resta infatti più che plausibile. Una lezione
che forse non doveva culminare nell’omicidio, ma in cui ai
picchiatori scappò di mano la situazione. E seguendo questa
supposizione è facile capire i tre motivi per cui è stato
"scelto" Pelosi (da solo o col concorso di altri): perché
era facile per lui avvicinare il regista; perché era facilmente
manipolabile e gestibile nella fase successiva; perché, vista la
sua minore età, gli si poteva promettere, se non l’impunità, una
pena lieve. In tale modo si rafforza la convinzione che Pasolini
dovesse essere NON SOLO ucciso, ma ucciso in modo che la sua memoria
(e conseguentemente la sua opera) venisse compromessa. O, in
alternativa, che si sia sfruttata l’occasione della sua morte per
innescare quel processo denigratorio.
Su CHI abbia potuto ordinare l’azione
non è possibile esprimere certezze, ma sicuramente può venirci in
aiuto questo estratto dalla prefazione di Giorgio Galli al
volume AA. VV. "Omicidio nella persona di Pasolini Pier
Paolo" (Kaos Edizioni, Milano 1992): "Se si parte
dall'ipotesi che Pasolini, nonostante la sua cautela, abbia potuto
essere attirato in un agguato, si riduce l'importanza della presenza
attiva di più persone. Qualcuno poteva essere sul luogo per aiutare
Pelosi (tesi del Tribunale), oppure questi ha agito fulmineamente da
solo (tesi della Corte d'Appello), magari controllato sul posto da
qualcuno non attivo ma pronto a intervenire in caso di necessità.
Questa ipotesi richiede una spiegazione su chi e perché abbia
contattato Pelosi a quello scopo. Sul "chi" non occorre
affaticare la fantasia: le cronache di quegli anni sono gremite di
poteri occulti, di servizi deviati, del crimine organizzato che
fornisce strutture e operatori per azioni di finta destabilizzazione
e di autentica stabilizzazione politica. Non vi è che l'imbarazzo
della scelta. Pelosi è stato uno strumento. Ora può continuare la
sua vita di emarginato senza gloria, perché, se volesse raccontare
qualcosa, sa quel che gli costerebbe e che nessuno gli crederebbe.
Quale era l'obiettivo dell'agguato? Personalmente ritengo probabile
una delle "causali" suggerite dal Tribunale: si voleva
"dare una lezione" a Pasolini, ma non per uno
"sgarbo", bensì per quello che egli rappresentava nel
momento politico, così come, un paio d'anni prima per la stessa
ragione, si era voluta dare una "lezione" all'attrice
Franca Rame."
Ma nel "caso Pasolini"
il giudizio sull’operato della magistratura purtroppo non è l’unico
giudizio negativo: anche i media trattarono la vicenda in modo a dir
poco deplorevole. L’attenzione dei media si indirizzò
morbosamente sul contesto degradato in cui era maturato l’omicidio,
più che sul fatto in sé. I riflettori furono da subito puntati sui
risvolti sessuali della vicenda, che solleticarono gli istinti, a
metà fra il perbenismo ed il pruriginoso, dell’opinione pubblica.
A questa banalizzazione e distorsione dell’omicidio contribuì il
clima dell’epoca, in cui i pregiudizi verso gli omosessuali erano
ancora più radicati e violenti di quanto non siano oggi.
Le cronache si interessarono più
all’inclinazione sessuale di Pasolini che ad altro, e sulle pagine
di molti quotidiani la prima versione di Pino Pelosi fu presto
spacciata come una verità acclarata: la storia di un "povero
ragazzo" vittima delle attenzioni di un "vecchio
sporcaccione"; un ragazzo che per denaro inizialmente cede alle
avances dello scrittore, ma poi cerca di negarsi e, di fronte all’aggressione
di Pasolini, si difende innescando una colluttazione finita in
tragedia. E l’atteggiamento della stampa ricalcò, come detto in
precedenza, l’approccio degli investigatori, che indagarono più
nel passato della vittima che in quello dell’assassino, cercando
qualche elemento che consolidasse in loro le convinzioni intimamente
già maturate.
E’ comunque vero che non tutta
la carta stampata si distinse per questo atteggiamento superficiale.
Anche sul caso Pasolini vennero condotte delle
"controinchieste"; come accennato in precedenza, queste
trovarono la loro punta di diamante in alcuni articoli di Oriana
Fallaci e di altri giornalisti su "L’Europeo".
La controinchiesta, che tende a dimostrare la teoria del complotto
ai danni del regista, è oggettivamente suggestiva e solleva molte
delle questioni qui trattate finora ed altre ancora, basandosi su
testimonianze di persone reticenti di fronte alle Autorità, per
paura di conseguenze personali, ma disposte a parlare sotto
anonimato con i giornalisti.
La controinchiesta purtroppo si
basa, non certo per colpa degli autori, su testimonianze
contraddittorie ed inaffidabili, segnate come sono a tratti dalla
reticenza e dalla paura, ed in altri momenti contraddistinte da un’ansia
esibizionistica che giunse anche ad autoaccuse. Ma ancora una volta
è da sottolineare che la Magistratura si disinteressò di queste
piste alternative, o le valutò con superficialità. E’ vero che i
giornalisti de "L’Europeo" non rivelarono le proprie
fonti ai Magistrati, tutelandone l’anonimato, ma già il fatto che
la stampa abbia tentato di andare più in profondità della
Magistratura appare a dir poco sconcertante.
Per chiudere le considerazioni
circa le indagini ed i dubbi emersi nelle controinchieste, consiglio
la visione del bel film di Marco Tullio Giordana, "Pasolini,
un delitto italiano" del 1995.
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LA FIGURA DI PASOLINI
Costruire un quadro completo della
vita e delle opere di Pasolini in questa sede risulterebbe difficile
e presuntuoso. Proviamo a tracciane le linee essenziali, segnalando
fin d’ora che una biografia più completa la potete trovare qui: http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=80&biografia=Pier+Paolo+Pasolini.
Inoltre, vista l’importanza che tuttora
Pasolini riveste per la cultura italiana, sono moltissimi i siti
internet da segnalare sulla vita e sulle opere dello
scrittore-regista: penso di non fare un torto a nessuno menzionando
solo http://www.pasolini.net/,
un sito molto completo dove potrete approfondire sia la vicenda
processuale conseguente l’omicidio, sia le molteplici attività
artistiche di Pasolini.
Pier Paolo Pasolini nasce nel 1922
a Bologna. A 17 anni si iscrive all’università, facoltà di
lettere. Nel 1945 l’uccisione del fratello Guido, partigiano, lo
segna profondamente.
Successivamente si stabilisce in
Friuli, dove comincia a lavorare come insegnate in una scuola media
e si avvicina al PCI. Il rapporto con le gerarchie del partito sarà
però controverso e segnato purtroppo da incomprensioni e contrasti,
dovuti in parte all’inclinazione sessuale dello scrittore ed in
parte ad un atteggiamento di Pasolini che alcuni reputeranno a volte
"eccessivo" o "troppo borghese".
Nel 1949 viene denunciato per
corruzione di minorenne: è solo la prima di una lunga sequenza di
traversie giudiziarie che, con l’aumentare della sua notorietà,
si intensificheranno assumendo i contorni di una vera e propria
persecuzione (una persecuzione che da giudiziaria diventerà anche
mediatica, culminando nelle rituali contestazioni che gruppi dell’estrema
destra insceneranno in occasione delle proiezioni dei suoi films).
Poco tempo dopo si trasferisce a Roma, insieme alla madre.
Nel 1955 viene pubblicato il
romanzo "Ragazzi di vita". Anche qui, nonostante un buon
successo di critica e di pubblico, Pasolini non sarà risparmiato da
feroci attacchi, anche da sinistra. Nel 1957 pubblica la raccolta di
poesie "Le ceneri di Gramsci".
Nel campo del cinema, dopo aver
collaborato a "Le notti di Cabiria" di Fellini, l’esordio
come regista e soggettista è del 1961 con "Accattone". Da
questo momento l’esperienza cinematografica assorbirà
notevolmente le sue energie: nel 1962 dirige "Mamma Roma",
nel 1963 "La ricotta" (episodio inserito in un film girato
da più autori), nel 1964 "Il Vangelo secondo Matteo", nel
1965 "Uccellacci e uccellini", e così via, fino ad
arrivare al suo ultimo film del 1975, "Salò o le 120 giornate
di Sodoma".
Tutto questo per fermarsi a cenni
rigorosamente biografici. Ma accostarsi alla figura di Pasolini vuol
dire innanzitutto, sempre citando Giorgio Galli, trovarsi di fronte
ad "una delle personalità più emblematiche e positive
della ricca cultura italiana della seconda metà del Secolo".
Artista poliedrico, testimone scomodo del suo tempo, intellettuale
libero ed indipendente… Pur essendo in linea di principio
contrario alle etichette (la vita di un uomo, specie quella di un
artista come Pasolini, difficilmente può essere racchiusa e
limitata in poche parole), devo dire che queste definizioni trovate
in rete sono tutte calzanti.
E la sua indipendenza
intellettuale, come accennato nella biografia, gli causò non pochi
problemi anche a sinistra. Grazie al sito http://www.pasolini.net/
riporto due esempi. Il primo è uno
stralcio di una lettera che il senatore Mario Montagnana
indirizzò al direttore di "Rinascita", rivista del PCI: "Pasolini
riserva le volgarità e le oscenità, le parolacce al mondo della
povera gente. […] Si ha la sensazione che Pasolini non ami la
povera gente, disprezzi in genere gli abitanti delle borgate romane
e, ancor più, disprezzi (non trovo altra parola) il nostro partito
[…] Non è forse abbastanza per farti indignare?". Il
secondo frammento che riporto (sempre grazie al sito http://www.pasolini.net/)
è una nota dell’agenzia Fert del 14 luglio 1960: "La Fert
apprende che l'on. Togliatti ha rivolto ai dirigenti dei settori
culturali e stampa del partito l'invito ad andare cauti con il
considerare Pasolini un fiancheggiatore del partito e nel prenderne
le difese. L'iniziativa di Togliatti che riscontra molte
contrarietà, parte da due considerazioni. Togliatti non ritiene, a
suo giudizio personale, Pasolini un grande scrittore, ed anzi il suo
giudizio in proposito è piuttosto duro. Infine, egli giudica una
cattiva propaganda per il PCI, specialmente per la base, il
considerare Pasolini un comunista, dopo che l'attenzione del
pubblico, più che sui romanzi dello scrittore, è polarizzata su
talune scabrose situazioni in cui egli si è venuto a trovare fino a
provocare l'intervento del magistrato…". Ad onor del vero
si deve aggiungere che a contrastare queste critiche molti esponenti
del PCI si distinsero al contrario in apprezzamenti verso la figura
e l’opera di Pasolini.
Come già detto, sarebbe
presuntuoso e fuori luogo pretendere di dettagliare in modo
esauriente la figura e l’opera di Pasolini in questa sede. Ma
voglio chiudere questo articolo ricordando quanto attuale fosse il
suo impegno contro l’omologazione culturale, che oggi pare sempre
più evidente, ma i cui segni Pasolini vedeva già all’epoca.
Da un articolo dello scrittore,
pubblicato il 9 dicembre 1973: "Non c'è dubbio (lo si vede
dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come
mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le
scritte sui cascinali di slogan mussoliniani fanno ridere: come (con
dolore) l'aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio
ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire
l'anima del popolo italiano; il nuovo fascismo, attraverso i nuovi
mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la
televisione) non solo l'ha scalfita, ma l'ha lacerata, violata,
bruttata per sempre...".
O ancora (da Vie Nuove n. 36, 6
settembre 1962): "L'Italia sta marcendo in un benessere che
è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo,
coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a
questa marcescenza è, ora, il fascismo.".
Credo si tratti di parole che
facevano paura all’epoca, ma il loro contenuto profetico e
terribilmente attuale lo possiamo constatare proprio oggi. Pasolini
parlava di un fascismo "in giacca e cravatta", forse più
pericoloso di quello "con fez e manganello". Un fascismo
strisciante che si insinua nella società al fine di plasmarla per
il futuro: Pasolini lo capiva già allora, e gettò il suo allarme,
pressochè inascoltato. Ma gli effetti di quella subdola opera di
rimodellazione della società italiana (e, direi, della coscienza
dell’italiano medio) sono oggi sotto gli occhi di tutti… Ed è
per questo che non dobbiamo dimenticare quelle parole, come non
dobbiamo dimenticare il resto di quanto ci ha potuto trasmettere ed
insegnare Pasolini nella sua breve esistenza.
Francesco Barilli, di Ecomancina.com
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