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PANSA
E L'INVENZIONE DELLA RESISTENZA
Finora non
ho letto l’ulteriore “fatica” di Giampaolo Pansa “La
grande bugia”. Non so se lo farò, m’è bastato recensire o
controrecensire “Il sangue dei
vinti”. Pansa che ha scoperto come il mercato del filone
anticomunista tiri ancora, anzi con rinnovata vena da maggioranza più
che silenziosa pataccara, torna a riproporre da due autunni la stessa
caduta di foglie morte collezionata probabilmente solo dai poveri
giovani finiani e alemanniani di “Azione giovani”.
Certe valutazioni le facemmo nel novembre 2004 e non mi ripeto visto
che quello che viene definito un grande giornalista (da chi? da
maestri dell’informazione come Feltri o Belpietro?) ha da tempo
imboccato la strada che un giornalista teso a interpretazioni
storico-politiche non deve seguire: quella della decontestualizzazione
degli avvenimenti. In vari episodi de “Il
sangue dei vinti” è stato così, Pansa non si basava su fatti
storicamente provati, in più presentava come testimonianze
personalissime opinioni o versioni degli avvenimenti di parenti magari
di seconda o terza generazione cui forse non sono mai giunti neppure
gli echi dei terribili 20 mesi di occupazione nazista. Un
comportamento che non si confà a un giornalista e scrittore che
voglia tenere alta la propria deontologia. Cosicché i suoi libri più
che verso una valutazione di parte virano verso il revisionismo
storico alla Nolte e - nel caso della Resistenza “mai esistita” -
possono finire sulla sponda del negazionismo alla Irving o, al peggio,
avere il peso “storico” della faziosità nostalgica d’un Pisanò.
Evidentemente il business, l’apostasia, il bastiancontrarismo,
diremo il tardo fallacianesimo o una convesione al parafascismo sono i
possibili motivi per cui Pansa persegue accanitamente il disegno di
gettare fango su quello che definisce il falso mito della Resistenza.
Il mito che gli ha permesso per decenni di fare prima il giornalista
sinistrorso poi quello destrorso. E ora di farlo con livore.
Perché la grande bugia che lui racconta di se stesso è
che sia un uomo contro, ieri come oggi. A noi pare l’esatto
contrario. E alla stregua d’una fittissima e ipocrita schiera di
voltagabbana impegnati nella comunicazione e sedicenti ex comunisti
(Ferrara, Liguori, Bondi per fare qualche nomuncolo) anche lui ci
appare come un buon servitore di nuovi padroni reclamando in questo
gesto l’ardore polemico (sic!), lo spirito libero (sic! sic!), il
coraggio (sic! sic! boom).
E’
comunque grazie alla Repubblica nata da quel “mito bugiardo” che
fu la Resistenza che la libertà di stampa è tornata in Italia.
Avessero vinto i reclamati vinti di Salò e i loro protettori con la
svastica non saremmo stati in condizione di scrivere libri e discutere
anche se disturbati da contestatori, com’è accaduto a Pansa a
Reggio Emilia. I padri degli attuali amici del bestsellerista di Sperling & Kupfer ai Gobetti, Amendola, Gramsci, Minzoni la
libertà d’opinione non la concedevano affatto e ne stroncava le
vite. Mentre il nostro può dilettarsi in dibattiti pubblici e
televisivi dove il suo narciso superego si compiace di tanto grandi
bugie.
Enrico Campofreda, 19
ottobre 2006
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