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Intervista a
FERDINANDO VICENTINI ORGNANI
Regista del film
"Ilaria Alpi, il più crudele dei
giorni"
di Francesco Barilli, per Ecomancina.com
Dopo esserci occupati dell’omicidio di Ilaria Alpi
(giornalista del TG3 uccisa a Mogadiscio nel marzo 1994) con un’intervista
ai suoi genitori (http://www.ecomancina.com/ilariaalpi1.htm),
il 27 novembre scorso Ecomancina e Rifondazione Comunista –
Piacenza hanno approfondito la vicenda in un’iniziativa pubblica
imperniata sulla proiezione del film "Ilaria Alpi, il più
crudele dei giorni", presso il cinema Iris di Piacenza.
Nell’occasione è intervenuto il
regista, Ferdinando Vicentini Orgnani, che gentilmente ha risposto
ad alcune nostre domande.
***
FRANCESCO BARILLI:
Come sei arrivato a decidere di
fare un film sulla vicenda Alpi/Hrovatin?
FERDINANDO VICENTINI ORGNANI:
Il film mi è stato proposto dal
produttore Gherardo Pagliei… è un progetto di cui si parlava da
anni, passato di mano in mano… Erano state scritte 4 o 5
sceneggiature prima di quella che ho scritto con Marcello Fois.
Inizialmente avevo dei dubbi, si
presentava subito come una storia molto complicata da gestire, ma
poi approfondendo la vicenda ci siamo subito appassionati e abbiamo
iniziato a scrivere la sceneggiatura.
Ci siamo attenuti scrupolosamente
alla documentazione del caso, mantenendone i significati anche
quando abbiamo deciso delle varianti per le esigenze del racconto
cinematografico... e abbiamo riempito i vuoti con una nostra
lettura, dopo quasi due anni di convivenza emotiva e professionale
con questa storia e con i suoi protagonisti.
E’ stato un lavoro molto
complicato perché pieno di "paletti". Uno slalom continuo
tra la verità dei fatti, le esigenze del racconto cinematografico,
il processo ancora in corso e quindi un divenire continuo rispetto
alle interpretazioni delle testimonianze, delle prove, delle
omissioni, dei depistaggi e degli strani comportamenti, spesso
contraddittori, delle persone direttamente o indirettamente
coinvolte.
F.B.:
Quale è stato il tuo rapporto con
i genitori di Ilaria, e come hai interagito con loro nel corso delle
riprese?
F.V.O.:
Molto intenso e allo stesso tempo
discreto. Si sono fidati di me e dell’idea che gli ho prospettato
su come avevo intenzione di portare avanti il film, limitando il
campo all’ultimo mese della vita di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin,
ma approntando una struttura narrativa per poter saltare avanti e
indietro nel tempo e cercare di dare un’interpretazione, una
chiave di lettura…
F.B.:
Immagino che te l’avranno già
chiesto in molti, e che sarai quasi stufo di ripeterlo, ma quali
sono state le difficoltà che hai affrontato per fare questo film?
Parlo, ovviamente, non tanto o non solo di difficoltà tecniche o
logistiche, ma di pressioni e/o interferenze avvenute durante o dopo
la lavorazione.
F.V.O.:
Ho molto insistito con i
produttori per avere nel film dei veri somali per interpretare
alcuni ruoli chiave, come il sultano del Bosaso e Faduma. Alla fine
(nonostante dei grossi problemi tecnici e una serie infinita di
fastidi) mi hanno dato ragione, questo sforzo ha prodotto una strana
verità nella finzione cinematografica, una cosa particolarmente
importante per un film tratto da una storia vera.
La comunità somala in Italia è
molto numerosa e sulla carta sembrava facile fare una selezione.
Molto presto ci siamo resi conto che c’era qualcosa di strano e
che dopo il primo incontro quasi tutti sparivano senza dare
spiegazioni. Abbiamo poi saputo che c’erano state delle minacce
molto dirette e precise che intimavano ai nostri potenziali attori
di non prendere parte a questo film. Questo perché la vicenda di
Ilaria Alpi si innesta in un quadro complicato ulteriormente dal
conflitto tra i vari clan, e dalle dirette responsabilità dei
somali nella preparazione ed esecuzione dell’omicidio.
Ci sono stati anche un po’ di
problemi durante il montaggio… ma alla fine la questione si è
conclusa con una sola querela da parte di Giancarlo Marocchino, un
faccendiere italiano coinvolto nella vicenda, colui che recuperò i
corpi della Alpi e di Hrovatin venti minuti dopo l’agguato.
F.B.:
Nel film hai scelto di attenerti
alla ricostruzione dell’omicidio e del contesto in cui è
maturato, tralasciando i successivi sviluppi processuali. Sviluppi
che, dopo alterne vicende e lasciando molti incertezze, hanno per
ora portato solo alla dubbia condanna di un somalo (Hashi Omar
Hassan), accusato di aver fatto parte del commando omicida. Quale
idea ti sei fatto su questa vicenda processuale?
F.V.O.:
E’ stato un processo inutile e
rivolto contro un personaggio di secondo piano, il classico
"capro espiatorio", l’unico anello debole di una catena
inespugnabile.
F.B.:
Altra domanda scontata, ma che mi
sembra doverosa a conclusione della nostra chiacchierata: cosa ti ha
lasciato, umanamente, l’esperienza di questo film?
F.V.O.:
Sono ancora un po’ frastornato
dall’intensità e dalla bellezza di questa avventura, iniziata il
23 settembre del 2000 (casualmente il giorno del mio compleanno)
quando scrissi una lettera a Giorgio e Luciana Alpi, pochi giorni
prima di incontrarli per la prima volta ed iniziare con loro un
rapporto di amicizia, lavoro, condivisione… così particolare che
sono certo non mi accadrà mai più nella vita. E infatti, prima che
la produzione del film diventasse una realtà, pensavo: "Anche
se questa storia dovesse rimanere una sceneggiatura non realizzata
comunque ne sarebbe valsa la pena."
Francesco Barilli, di Ecomancina.com
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