La sentenza d’appello per la strage della Questura di Milano
del 1973 dimentica e cancella molte prove. Così impedisce di capire
la storia degli anni Settanta
di Gianni Barbacetto
MILANO.
Quando, a trent’anni dai fatti, arrivarono le ultime
sentenze sulle stragi degli anni Settanta, a destra ci fu chi subito
insorse. "Vogliono riscrivere la storia d’Italia con la penna
rossa", disse, nel luglio 2001, l’avvocato Carlo Taormina (a
quei tempi uno e trino: contemporaneamente avvocato di uno degli
imputati di strage, deputato di Forza Italia e sottosegretario all’Interno
del governo Berlusconi). Ora è il tempo delle sentenze d’appello.
In attesa di quella sulla strage di piazza Fontana, è arrivata
quella sulla strage della Questura di Milano, quattro morti e 46
feriti provocati da un bomba lanciata il 17 maggio 1973 da
Gianfranco Bertoli, sedicente anarchico. Un verdetto che non solo
ribalta le conclusioni di primo grado, ma cancella tutta la storia
dell’eversione degli anni Settanta fin qui scritta da innumerevoli
sentenze e qualche buon libro di ricostruzione giornalistica o
storica: Bertoli era davvero anarchico, ha fatto tutto da solo,
voleva vendicare la morte di Pinelli, nessun golpe era in
preparazione, servizi segreti e apparati dello Stato sono stati
corretti e non hanno avuto alcun ruolo nella "strategia della
tensione". Anzi, non c’è stata alcuna "strategia della
tensione".
A giungere a queste conclusioni è la Corte d’assise d’appello
presieduta dal giudice Santino Belfiore (e "martiri di
Belfiore" sono ormai chiamati, nel palazzo di Giustizia di
Milano, i magistrati che per anni hanno lavorato sull’eversione di
destra, da Gerardo D’Ambrosio a Guido Salvini). Estensore della
sentenza è Luigi Pietro Caiazzo, persona per bene, giudice di
Magistratura democratica, dunque per definizione "toga
rossa" e "penna rossa". Chissà come faranno, ora,
Silvio Berlusconi e alleati a far rientrare Caiazzo nel loro schema
dei "giudici politicizzati". Ma, lasciando stare le
congiure immaginate, la storia dei processi per strage è una storia
di congiure reali. Che vale la pena di raccontare.
LA GUERRA NON ORTODOSSA. Tutto inizia in piazza Fontana, a
Milano, il 12 dicembre 1969: lì avviene la "madre di tutte le
stragi", subito caricata sulle spalle di un anarchico, Pietro
Valpreda, ma in realtà realizzata da un gruppo di neofascisti con
corpose complicità degli apparati dello Stato. Era in corso una
guerra, una guerra non dichiarata, tra l’Occidente e il Comunismo.
Un "conflitto a bassa intensità" ("low intensity
war"), una "guerra non ortodossa": non dichiarata,
sotterranea, combattuta con mezzi non convenzionali, con eserciti
invisibili e combattenti senza divisa, ma pronti a tutto. La
"guerra rivoluzionaria", o "non ortodossa", era
stata teorizzata in ambienti vicini ai servizi di sicurezza Usa ed
era stata introdotta in Italia in un convegno avvenuto a Roma nel
1965, all’hotel Parco dei Principi, finanziato da un istituto di
studi strategici (ma, in pratica, dal servizio segreto militare),
con la partecipazione di alti ufficiali e giovani neofascisti.
Si era all’avvio della "distensione", della fase in cui
i due blocchi, Est e Ovest, cominciavano a parlarsi. Fu allora che
il fronte anticomunista si divise: una parte si impegnò nel
confronto, scommise sulla progressiva democratizzazione del fronte
avversario; un’altra invece si radicalizzò, teorizzando che le
dottrine del "dialogo" e della "coesistenza" tra
i blocchi segnavano non già una minore pericolosità del comunismo,
bensì una nuova, più insidiosa offensiva. La terza guerra
mondiale, sosteneva questa parte, era già iniziata, seppure non
nelle forme tradizionali del conflitto dichiarato: il fronte
comunista era all’opera con mezzi politici e psicologici. A questi
bisognava contrapporsi, subito, a ogni costo, con durezza e mezzi
adeguati, sullo stesso terreno. Utilizzo di civili anticomunisti,
infiltrazione nei gruppi avversari dell’ultrasinistra. Azioni di
"destabilizzazione" (comprese le stragi) per provocare la
richiesta d’ordine e l’intervento dei militari.
Piazza Fontana è il battesimo del fuoco della "guerra non
ortodossa". Una strage attribuita ai "rossi" (l’anarchico
Valpreda) per bloccare il ’68 studentesco e il ’69 operaio, per
spianare la strada alla dichiarazione dello stato d’emergenza e
all’intervento dei militari. Qualcosa però s’inceppa. La
reazione autoritaria non si dispiega. Nella "notte della
Madonna" (l’8 dicembre 1970) la macchina del golpe si mette
in moto, ma viene fermata. Il principe Junio Valerio Borghese è
bloccato: forse una parte del fronte anticomunista usa i golpisti,
ma non vuole andare fino in fondo; gli basta l’effetto di
"stabilizzazione" già ottenuto. Gli attentati, però, si
ripetono: 22 luglio 1970, stazione di Gioia Tauro, sette morti, 50
feriti; 31 maggio 1972, Peteano di Sagrado, in Friuli, tre morti, un
ferito; 7 aprile 1973, sul treno Torino-Genova il neofascista Nico
Azzi rimane ferito mentre innesca una bomba ad alto potenziale; 12
aprile 1973, durante una manifestazione di missini viene lanciata
contro la polizia una bomba a mano, che uccide l’agente Antonio
Marino; 17 maggio 1973, un uomo con la barbetta e gli occhi
spiritati getta una bomba davanti alla Questura di Milano, in via
Fatebenefratelli.
LA CHIAVE DELLA STAGIONE EVERSIVA. Ecco. Gianfranco Bertoli,
una grossa A tatuata sul braccio, appena bloccato si proclama
anarchico. Ha ucciso e gettato a sinistra la responsabilità di una
nuova strage, provocando nuove richieste d’ordine. Il partito del
golpe è sempre al lavoro: tra il dicembre ’73 e il gennaio ’74
scatta lo stato d’allarme nelle caserme italiane; e ai fascisti si
unisce anche il "liberale" Edgardo Sogno, che prepara il
suo colpo di Stato, previsto per l’agosto 1974. Intanto, altre
bombe nere esplodono: in piazza della Loggia a Brescia (28 maggio
1974, otto morti, 94 feriti) e sul treno Italicus (4 agosto, 12
morti, 48 feriti).
Se c’è una vicenda, in questo intrico di eversione e depistaggi,
che racconta più d’ogni altra (anche più di piazza Fontana) che
cos’è stata la storia d’Italia negli anni Settanta, questa è
la strage della Questura. È la chiave per capire se vi erano
eversioni o un progetto eversivo, singole stragi o una strategia del
terrore, "deviazioni" marginali o costanti scelte
istituzionali. Per questo la sentenza su Bertoli e la sua bomba è
cruciale: determina la possibilità di raccontare (oppure no) la
verità sulla nostra storia recente.
Dopo l’arresto, Bertoli ripete di essere un "anarchico
individualista", di aver fatto tutto da solo. Ma, anche questa
volta, qualcosa non funziona. Malgrado i depistaggi degli apparati
dello Stato scattino puntuali come ad ogni bomba, le indagini di
giudici scrupolosi e le inchieste di giornalisti che non credono
alle verità ufficiali smontano i piani. E anche la storia dell’"anarchico"
Bertoli, vendicatore solitario, finisce per sgretolarsi. Emerge,
soprattutto per merito del giudice istruttore milanese Antonio
Lombardi, un’altra verità. Bertoli è tutt’altro che anarchico
e tutt’altro che solo: da sempre amico dei neofascisti, fin dagli
anni Cinquanta informatore del servizio segreto militare (fonte
"Negro"), uomo della struttura segreta di Gladio; nel 1971
fugge dall’Italia con l’aiuto di strani personaggi, si rifugia
in un kibbutz israeliano dove sembra fare più il mercenario che l’agricoltore,
poi torna in Italia, viene addestrato per la strage da un gruppo di
"neri" in un appartamento di Verona, infine arriva a
Milano, getta la bomba che doveva uccidere il ministro dell’Interno
Mariano Rumor (colpevole di aver chiesto lo scioglimento di Ordine
nuovo, il gruppo fascista fondato da Pino Rauti al centro di ogni
manovra eversiva), ma fallisce l’obiettivo perché si era
attardato al bar, a bere un cognacchino.
Tutto ciò viene ritenuto provato nella sentenza di primo grado, che
nel marzo 2000 aggiunge, all’ergastolo già inflitto a Bertoli,
altri ergastoli ai neofascisti Carlo Maria Maggi, Giorgio Boffelli,
Francesco Neami, Amos Spiazzi. E 15 anni, per depistaggio, a
Gianadelio Maletti, alto ufficiale del servizio segreto militare. Un
anno dopo, arriva la condanna per la strage di Piazza Fontana per
personaggi dello stesso gruppo. E la "strategia della
tensione" diventa storia, canonizzata in due sentenze che si
confermano. Poi arriva la sentenza Caiazzo, "penna rossa"
che cancella ogni certezza precedentemente raggiunta: in 193
incredibili pagine in cui le prove portate al dibattimento di primo
grado vengono trascurate, o azzerate, o dimenticate, o svalutate
senza giustificazione. Con l’effetto di smentire – ma senza
giustificazione logica – una ricostruzione, sostituita da un altra
data per dimostrata – ma non dimostrata affatto. Ora il sostituto
procuratore generale Laura Bertolè Viale ha fatto ricorso in
Cassazione, chiedendo di cancellare una sentenza giudicata
logicamente insostenibile.
"VIVA PINELLI, VIVA L'ANARCHIA". Bertoli era un
anarchico? Sostenerlo è davvero difficile. In tutta la sua vita
frequenta per lo più fascisti, che lo considerano uno di loro. Lo
ammette perfino il suo coimputato Maggi, il capo di Ordine nuovo
(On) del Triveneto. E in carcere frequanta e diventa amico dell’ideologo
degli stragisti, Franco Freda. Quando il giudice Lombardi, nel 1991,
arriva nella sede del Sismi, ex Sifar, ex Sid, salta finalmente
fuori la scheda della fonte "Negro", ovvero Bertoli
Gianfranco, e i servizi sono costretti ad ammettere di averlo avuto
in forza come informatore dal 1954 al 1960. La sua scheda, però,
porta la data del 1966, da cui si arguisce che in quell’anno ha
ripreso servizio, per proseguirlo almeno fino al 1971. Lo ammettono
gli stessi segretari generali del reparto D del Sid, i generali
Demetrio Cogliandro e Antonio Viezzer. Viezzer lo dice chiaro:
"Ho scritto io, di mio pugno, "cessato", nel
1971". Nella sentenza d’appello tutto ciò viene dimenticato,
in forza di una nuova testimonianza (l’unica chiesta in aula dalla
Corte d’assise d’appello): quella dell’attuale capo del Sismi,
il generale Niccolò Pollari, che per escludere il ritorno in
servizio di Bertoli nel 1966 racconta una complicatissima storia sui
metodi di classificazione delle schede negli archivi dei servizi;
una spiegazione condita però da una dose massiccia di
"probabilmente", "presumo",
"suppongo", "ritengo verosimile". Nella
sentenza, miracolosamente, i dubbi diventano certezze. Eppure nel
1971 Bertoli, ricercato per rapina, era stato fatto espatriare in
Israele proprio dai servizi segreti. Ufficialmente, fuggì aiutato
da alcuni "compagni anarchici", ma erano una strana
compagnia: c’era Rolando Bevilacqua, anarchico ma in realtà
informatore del Mossad in contatto con i carabinieri del colonnello
Renzo Monico (arrestato per depistaggio delle indagini sulla stage
di Peteano); c’era Aldo Bonomi, confidente della polizia,
doppiogiochista infiltrato tra gli anarchici (e oggi felicemente
ospitato come commentatore sulle pagine del Corriere della sera
e perfino di Avvenimenti); c’era Umberto Del Grande,
editore della rivista Anarchia, ma anche in collegamento con
i fascisti di Ordine nuovo di Verona; e infine c’era Enrico
Rovelli, il "compagno anarchico" che corse a portare la
foto di Bertoli, quella inserita sul passaporto falso usato per l’espatrio,
al commissario Luigi Calabresi (Rovelli fu anche informatore dell’Ufficio
affari riservati, con il nome in codice "Anna Bolena"; in
cambio dei suoi servizi ha avuto un occhio di riguardo dalla
Questura per le licenze e per la sua carriera di manager musicale,
gestore prima del Carta vetrata di Bollate, poi del Rolling
stone di Milano, infine impresario di pop star come Patty Pravo e
Vasco Rossi e oggi proprietario dell’Alcatraz di Milano,
oltre che grande amico di Ignazio La Russa).
Giunto in Israele, Bertoli ha la possibilità di incontrare ed
ospitare nel kibbutz dove vive personaggi del calibro dei fratelli
Jemmy, esponenti di Ordre nouveau, gruppo francese fratello di
Ordine nuovo. E di fare più d’un viaggio all’estero. Sono molti
i testimoni che lo hanno incontrato (a Venezia, a Recco, a Parigi, a
Marsiglia...). Ma il giudice d’appello non ci crede, perché non
risulta dal passaporto: è evidente però che Bertoli poteva avere a
disposizione più d’un passaporto. Nell’ultimo dei suoi viaggi
in Italia prima della strage – racconta il testimone Carlo Digilio
– Bertoli è "recluso" per alcuni giorni nell’appartamento
di via Stella, a Verona, abitato dal fascista Marcello Soffiati,
dove riceve una sorta di lavaggio del cervello come preparazione
dell’impresa della Questura. Poi, arrivata l’ora x, compie l’ultimo
viaggio da Israele a Marsiglia e da lì a Milano. Con in tasca una
bomba a mano israeliana rubata nel kibbutz, dice (creduto dal
giudice d’appello). Ma ve lo vedete il pasticcione Bertoli, che
non è riuscito a portare a compimento una sola azione nella sua
vita, passare indenne i severissimi controlli israeliani e poi
francesi e poi italiani? Più credibile è che l’ordigno gli sia
stato consegnato a Milano, poco prima dell’attentato. È provato,
infatti, che Ordine nuovo (che aveva una corrente filo-israeliana,
collegata con il Mossad, e che in Israele aveva organizzato un
"viaggio di studio", nei primi anni Settanta) avesse armi
israeliane: già nel 1966 furono sequestrate nelle abitazioni di due
militanti di Ordine nuovo, a Verona e a Livorno, armi, munizioni e
barattoli di esplosivo gelatinizzante israeliano.
Gli stessi coimputati di Bertoli ammettono più di quanto l’estensore
della sentenza non voglia credere. Amos Spiazzi, militare interno
agli ambienti golpisti della Rosa dei Venti, ha dichiarato in ben
due interrogatori di aver sentito dire negli ambienti di destra,
poco dopo la strage, che la bomba di Bertoli gli era stata data a
Milano. E Gianadelio Maletti, in un suo memoriale mandato alla Corte
nel 2002, afferma: "È ovvio che Bertoli, che parlava più
lingue, disponeva di più passaporti e di fondi spropositati
rispetto al suo lavoro... non può essere il ladro di polli di cui
si parla".
Nel 1973, dopo la strage, il Sid di certo copre Bertoli, non
passando ai magistrati neppure una pagina di ciò che era conservato
negli archivi dei servizi. Quando poi vengono scoperti gli elenchi
segreti della pianificazione Stay behind (Gladio), ecco anche lì il
nome di Bertoli, accanto a quello di altri personaggi coinvolti
nelle vicende eversive della "guerra non ortodossa", da
Enzo Maria Dantini a Manlio Portolan, da Gianni Nardi a Marco Morin.
Per tutti, gli uomini dei servizi hanno una scusa pronta, una
spiegazione, un caso di omonimia da far valere. Per Bertoli ci sono
quasi riusciti: hanno scovato un altro Bertoli Gianfranco, nato a
Portogruaro, e hanno aperto, a posteriori, un fascicolo su di lui.
Peccato che, accanto alle smentite dell’interessato ("Mai
sentito parlare di Gladio"), ci siano anche alcuni grossolani
errori compiuti dai maestri spioni: in una scheda hanno scritto che
il Bertoli di Portogruaro nel 1965 abitava, appunto, a Portogruaro.
Errore: si erano fidati dell’anagrafe, nella realtà l’ignaro
Bertoli bis si era trasferito a Mandello Lario, in provincia di
Como. Non solo: sulla scheda dei servizi, formalmente chiusa nel
1972, compare anche un numero di telefono, 0341/733442. Ai giudici
è bastato un controllo presso la Telecom (allora si chiamava ancora
Sip) per sapere che quel numero era stato attivato soltanto il 4
settembre 1984. Ma come, il fascicolo non era del 1971? Ma tutto
questo i giudici d’appello mostrano di non saperlo.
Che la strage di via Fatebenefratelli non sia il colpo di testa
improvviso di un "anarchico individualista" è provato
anche dal fatto che l’evento è stato annunciato. Lo ha
testimoniato Ivo Dalla Costa, un militante veneto del Pci che aveva
raccolto lo sfogo del conte Piero Loredan, stravagante personaggio
strettamente legato agli ambienti di Ordine nuovo, tanto da
garantire con fidejussioni bancarie le attività editoriali del
"nero" Giovanni Ventura. "Il conte era agitato",
ha raccontato Dalla Costa nel 1995, "e disse che doveva
parlarmi urgentemente. Mi disse: a Milano entro 48 ore succederà un
attentato contro un’alta personalità del governo e ne parlerà l’intera
Italia. Avvisa chi di competenza". Dalla Costa, militante
coscienzioso, avverte i suoi superiori di partito, poi si mette in
viaggio per Milano. Da Roma intanto arrivano a Milano due
personalità del Pci, Giancarlo Pajetta e Alberto Malagugini, che
ascoltano con preoccupazione le notizie dal Veneto e si incaricano
di avvertire il giudice Emilio Alessandrini.
VIA STELLA, VERONA. Che cosa sia successo in seguito non si
sa (oggi tutti i testimoni di questa vicenda sono morti), ma è
certo che dagli ambienti di Ordine nuovo era uscita, pochi giorni
prima, la notizia di un attentato a "un’alta personalità del
governo". Era Mariano Rumor, il cui nome era stato fatto anche
da Remo Orlandini, uno dei golpisti di Junio Valerio Borghese, in un
colloquio registrato di nascosto dall’agente del Sid Antonio
Labruna, ufficiale del reparto D alle dirette dipendenze di
Gianadelio Maletti: "L’unico nome che mi è rimasto impresso
come obiettivo di attentato è quello dell’onorevole Rumor",
testimonia il maresciallo dei carabinieri Paolo Di Gregorio, che
aveva poi trascritto il colloquio registrato.
La sentenza d’appello cancella tutto con un sol colpo di spugna.
La fonte delle notizie passate da Loredan a Dalla Costa – secondo
il giudice di secondo grado – sarebbero state cene ad alto tasso
alcolico con alcuni giornalisti che avrebbero fatto soltanto
discorsi fumosi e generici. Quanto al colloquio registrato e al nome
di Rumor, la sentenza d’appello sostiene che è tutto sbagliato,
che quella registrazione non è mai esistita e che l’ufficiale si
è confuso con un altro colloquio, con un altro golpista, Attilio
Lercari. Falso. I fatti emersi dalle inchieste e dai processi sono
diversi: Loredan aveva avuto informazioni precise (un attentato, tra
48 ore, a Milano, contro un esponente del governo) e le aveva avute
non a tavola, ma negli ambienti di Ordine nuovo. E il maresciallo Di
Gregorio, interpellato sul punto dal giudice Lombardi, aveva
categoricamente escluso di aver mai lavorato alla trascrizione dei
colloqui con Lercari: è proprio Orlandini a parlare di Rumor. Lo
conferma, del resto, un superiore di Di Gregorio, il generale
Viezzer: "Effettivamente sapevo che Labruna aveva dei colloqui
con Orlandini che registrava... In quel periodo appresi da un mio
collega del Sid che si parlava di un attentato a Rumor". E lo
ribadisce lo stesso Labruna: "Sono convinto che il nastro di
Orlandini che parlava dell’attentato a Rumor sia stato fatto
sparire".
Un altro generale dei servizi, Sandro Romagnoli, scrive di suo pugno
sui fogli delle trascrizioni: "È probabile che il Lercari si
riferisca al fatto che la morte dell’agente Marino e l’attentato
di Bertoli non avevano conseguito gli obiettivi previsti, cioè caos
e interventi delle Forze Armate". È la chiave interpretativa
dei fatti di quel drammatico 1973, la spiegazione della strategia
della tensione: la pianificazione dell’attentato, il caos, la
strage, a cui deve seguire l’intervento militare, il ritorno all’ordine.
Rumor doveva morire, perché da presidente del Consiglio, dopo
piazza Fontana, non aveva dichiarato lo stato d’emergenza, e poi,
da ministro dell’Interno, nel 1972 aveva avviato l’iter per
mettere fuori legge Ordine nuovo, portato a compimento nel 1973 dal
suo successore al Viminale, Paolo Emilio Taviani. Per questo Rumor e
Taviani erano nel mirino di On. Ci avevano provato in tutti i modi,
i capi di On, a uccidere Rumor. Lo aveva raccontato il
"nero" Vincenzo Vinciguerra, a cui avevano chiesto di
ammazzare il ministro dc nella sua villa in Veneto, garantendogli il
non intervento della scorta. Vinciguerra aveva rifiutato, perché
voleva fare la guerra allo Stato, non la guerra per lo
Stato. Lo aveva ripetuto Roberto Cavallaro, finto magistrato
militare e vero golpista di Stato coinvolto nell’operazione della
Rosa dei Venti. Lo aveva confermato il fascista Marco Affatigato.
Anche Carlo Digilio, lo "zio Otto", informatore degli
americani e armiere di Ordine nuovo, racconta ai magistrati: "Maggi
ci parlò del suo progetto di un attentato a Rumor e ci informò che
Vinciguerra, interpellato per l’esecuzione, si era rifiutato...
Prospettò la possibilità di reclutare per l’attentato tale
Gianfranco Bertoli, persona disposta a tutto. Se si fosse riusciti a
reclutarlo, vi sarebbe stata per l’azione una copertura anarchica
dinanzi all’opinione pubblica".
Ma per il giudice d’appello tutto ciò non esiste. E Digilio non
è neppure da prendere in considerazione, perché inattendibile.
È proprio Digilio a raccontare di essere poi stato in via Stella, a
Verona, durante i giorni dell’addestramento di Bertoli: "Mi
ricordo che Neami stava facendo con Bertoli una specie di lavaggio
del cervello su cosa avrebbe dovuto dire se fosse stato arrestato;
se ciò fosse avvenuto avrebbe dovuto dire che era un anarchico, che
si era procurato da solo la bomba in Israele, che aveva fatto tutto
da solo, essendo un anarchico individualista. Neami si comportava
duramente con Bertoli quando non gli dava le risposte esatte...
Bertoli fumava e beveva molto. In effetti gli piaceva molto bere e
finiva con l’ubriacarsi a tavola. Annegava le sue malinconie nell’alcol.
Appresi che lo avevano convinto con la promessa di un po’ di
soldi... Neami cercava di rafforzare i suoi propositi stuzzicando la
sua vanità, dicendo che doveva mostrare il suo coraggio, che
sarebbe stato un eroe e che tutti avrebbero parlato di lui. Bertoli
era molto esigente e chiedeva continuamente da bere e vitto di prima
qualità portato da fuori. Chiedeva sigarette e alcolici di marca e
nell’appartamento vi erano bottiglie vuote dovunque sul pavimento,
tanto che a volte vi inciampavamo".
Gli altri "neri" presenti nell’appartamento, Neami,
Boffelli, Soffiati, Maggi (tutti poi imputati per strage) negano che
ci fosse Bertoli, ma non negano la loro presenza in quei giorni in
via Stella. Confermano, dunque, Digilio: erano tutti lì, per i più
stravaganti motivi; Carlo Maria Maggi, per esempio, frequentava
quell’appartamento perché aveva un’amante...
La sentenza d’appello dà loro ragione. Dà credito al fatto che
Bertoli fosse anarchico, tesi che neppure i suoi coimputati
sostenevano più. Dà credito al suo diario del 1968, in cui ripete
qualche slogan sull’anarchia. Ma che strano diario: poche
paginette, che riguardano soltanto una dozzina di giorni,
probabilmente scritte nel 1970, prima di fuggire in Israele, e
lasciate alle spalle come prova a futura memoria.
Ora la parola passa alla Cassazione. Dovrà decidere se la storia di
questo povero Paese si scrive con l’inchiostro dell’oblio o con
quello della verità.