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NUOVOMONDO
Regia:
Emanuele Crialese
Soggetto e
sceneggiatura: Emanuele
Crialese
Direttore
della fotografia: Agnés
Godaro
Montaggio:
Maryline Monthieux
Interpreti
principali: Charlotte
Gainsbourg, Vincenzo Amato, Vincent Schiavelli, Aurora Quattrocchi,
Francesco Casisa, Filippo Pucillo
Musica originale: Antonio
Castrignano
Produzione:
RaiCinema
Origine: Ita-Fra, 2006
Durata: 112’
Era
biancolatte Lamerica dove s’immergevano i cafoni dell’Italia
imbarcati in viaggi verso la speranza e l’ignoto, del tutto
identici agli attuali dell’immigrazione afro-asiatica diretti
sulle nostre coste. Sognavano cose sentite e ingigantite dalle
dicerie: olive e ortaggi giganti, alberi che facevano crescere
monete, ignoranti e creduloni, simili a Pinocchio e soprattutto
affamati ma industriosi come Geppetto. Su queste metafore Crialese
costruisce la sua favolistica ode all’emigrante ben apprezzata
all’ultima passerella di Venezia e rinfresca la memoria al
Belpaese che troppo si sente terra di conquista mentre è stato fino
alla fine dei Cinquanta - i Cinquanta del Novecento - bella terra da
lasciare per cercare il pane. Ma specie nel profondo Sud non era
facile staccarsi dalla “casa del nespolo” e Salvatore Mancuso da
Petralìa, di cui vengono narrati i travagli, compie insieme al
figlio un voto per ricevere “l’assenso” dalla Madonna.
Il
film, che sfoggia geniali inquadrature: una marea di folla ammassata
su cui si scava il solco fra chi è sul piroscafo e parte e chi
sulla banchina e resta, oppure le cucce dove separatamente uomini e
donne dormono, parlano, sperano, ha tratti oleografici e retorici
talvolta marcati ma l’insieme è godibile. Nella narrazione sulle
plebi c’è la lezione letteraria del verismo, quella iconografica
e figurativa di Caravaggio e parecchio “pitocchismo”, quella
filmica del realismo onirico dei fratelli Taviani. Tanta cura
formale ed estetica non distoglie l’attenzione dall’amara
vicenda di quelle genti divise fra lo sradicamento dal proprio
arcaico mondo fatto di disperazione e tradizione e l’allettante e
temibile ignoto del Nuovomondo.
E
mentre si attuano tutti gli stratagemmi per partire, come fa
Salvatore che cela il mutismo d’un suo figliolo o l’inglesina
imbarcata con gli italiani che per accedere sulla nuova terra
necessita d’un cavaliere, si vivono le novità degli incontri. Il
più inverosimile e tenero è basato sul gioco di sguardi prodromo
della conoscenza fra Mancuso e la signorina inglese che gli chiederà
di sposarlo “non per amore ma per il visto d’ingresso”. Eppure
quello non era un cinico calcolo. Diventava prassi diffusa per
uomini e donne sconosciuti (immigranti appena sbarcati o stanziali
che si recavano a osservare i nuovi arrivi) che si lanciavano una
promessa matrimoniale indispensabile per formare famiglia e poter
vivere negli States.
Accadeva
a Ellis Island, l’isola della quarantena, dove le navi svuotavano
le stive dal brulichio di speranze quasi sempre analfabete e
smarrite. In dodici milioni passarono per quegli edifici e fra
visite mediche, interrogatori, test psico-attitudinali la nazione
che apriva le porte puntava a selezionare gli arrivati e anche a
migliorare la razza con intenti eugenetici. Ai fortunati che dopo
gli estenuanti preliminari toccavano terra s’apriva il Nuovomondo
e i suoi lavori manuali più duri e spesso umilianti. C’era modo
per sopravvivere e poi vivere. E per qualcuno baciato dalla buona
sorte anche per arricchirsi.
Enrico Campofreda, 23
settembre 2006
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