),
e soprattutto autore di "Noi della Diaz", un libro
che consiglio a tutti, dove Lorenzo non solo ripercorre la propria
brutta avventura durante la vergognosa "perquisizione"
(che lo ha portato al ricovero all’ospedale Galliera di Genova),
ma propone anche alcune schede sintetiche su argomenti cari al
Movimento "new global".
Quella di Lorenzo è una testimonianza preziosa
per due motivi: perché è fatta contemporaneamente con la
"partecipazione dell’interessato" e con il rigore del
cronista; e perché è la testimonianza di un conoscitore competente
del Movimento. Nel libro infatti Guadagnucci ripercorre la storia di
un movimento che si propone per la prima volta (almeno per l’opinione
pubblica) a Seattle nel novembre '99, e che vede una tappa
fondamentale in Brasile a Porto Alegre, dove Lorenzo ha osservato i
lavori del primo Forum sociale mondiale arrivando a decidere, per
proseguire nella propria ricerca personale, di seguire da vicino le
manifestazioni contro il G8 di Genova… E questo fino "alla
notte dei manganelli"…
Recentemente ho conosciuto personalmente Lorenzo,
in occasione della proiezione a Piacenza di "Genova senza
risposte". Ho scoperto in lui non solo l’interessato
diretto ai fatti della Diaz e l’osservatore attento e competente
del Movimento "new global" in generale, ma soprattutto una
persona ormai quasi stanca di parlare della propria vicenda
personale, ma ancora ben ferma nel suo impegno di fornire il proprio
contributo non tanto (o non solo) finalizzato alla costruzione di
una verità giudiziaria sulla Diaz e sui fatti di Genova, quanto
alla costruzione e alla difesa di una corretta memoria storica su
quei fatti.
In questa intervista ho cercato di rispettare la
sua volontà di aprire lo sguardo al di fuori di quanto successo
alla Diaz, per aggiornare tutti sullo stato delle inchieste e,
soprattutto, per consolidare ulteriormente quella corretta memoria
storica: la sola cosa che può farci sperare che non si debba più
assistere ad un’altra Genova…
***
8 maggio 2003:
FRANCESCO BARILLI:
Nel tuo libro sostanzialmente ti fermi alla tua
vicenda personale, della quale tu stesso a Piacenza hai detto
"sono quasi stufo di parlarne". Oggi tu sei membro del
Comitato "Verità e Giustizia per Genova", ti
interessi non solo delle vicende dei tuoi "compagni di
sventura" della Diaz, ma in generale di quanti ancora oggi
aspettano giustizia per quei giorni e magari, paradossalmente, si
trovano ancora come te indagati per resistenza a pubblico ufficiale
o altri reati anche più pesanti.
Come sei arrivato alla decisione di portare la
tua legittima indignazione personale ad un impegno concreto che
trascendesse il tuo episodio?
LORENZO GUADAGNUCCI:
"Per me è stato così fin dall’inizio,
prima ancora che nascesse il Comitato. In fondo credo di avere solo
compiuto il mio dovere di cittadino: per me è stato molto naturale,
subito dopo i fatti, cominciare a raccontarli, e già allora non si
trattava semplicemente di una vicenda personale. Rispetto ad altri
‘colleghi di sventura’ io avevo il vantaggio di svolgere una
professione che rende più semplice tutto. Oltretutto per l’età
che ho, per il fatto di essere un giornalista, e anche per il fatto
di essere stato l’unico, dei 93 arrestati quella notte, di cui si
è saputo subito il nome (grazie al telefonino che mi permise di
telefonare dall’ambulanza a una collega giornalista), mi sono
ritrovato ad essere il primo testimone di quei fatti. Col passare
del tempo sono maturate alcune cose: ho scritto un libro, ho
incontrato Enrica Bartesaghi, madre di una ragazza finita alla Diaz
e a Bolzaneto, e l’ho sostenuta nel suo desiderio di dare vita a
un Comitato che tenesse viva l’attenzione sui fatti di Genova e si
battesse per la ricerca della verità e della giustizia. Ora Enrica
è la presidente del Comitato. Ho anche capito meglio, con il
passare del tempo, lo spessore civile di questa nostra battaglia,
che va ben oltre le nostre vicende personali. L’impegno di oggi
nasce da tutto questo. Credo che ognuno di noi, quando si trova a
vivere certe situazioni che hanno a che fare con i diritti, con le
regole del gioco, con la convivenza civile, debba fare la sua parte,
se ha gli strumenti per farlo. Io ci sto provando"
F.B.:
In questi tempi gli eventi sembrano procedere con
tempistiche frenetiche, e si ha la sensazione di vivere una stagione
cruciale per il futuro dell’intera umanità: in due anni scarsi
trascorsi dal luglio 2001 abbiamo visto gli attentati dell’11
settembre, due guerre (di cui una è apparsa basarsi su motivazioni
particolarmente pretestuose), e soprattutto un cambiamento nel
rapporto di forze a livello planetario (o perlomeno un cambiamento
nel modo in cui le varie forze in campo tendono "a
dialogare"). In un certo senso ne parli anche tu nel tuo libro,
specialmente nelle schede finali in cui affronti tematiche molto
attuali e molto care all’attuale Movimento (da Porto Alegre al
debito contratto dai Paesi del Sud del mondo).
E’ mia impressione (ma si tratta, per l’appunto,
più di una sensazione epidermica che non di valutazioni basate su
fatti concreti) che l’attuale Movimento abbia trovato, nella cassa
di risonanza che hanno avuto le giornate di Genova o altri
appuntamenti, un’enorme spinta propulsiva e una coesione
inaspettata, ma che recentemente lo stesso Movimento si sia un po’
"avvitato su se stesso". Mi sembra che in parte il
problema stia nel rapportarsi con i nuovi apparati decisionali. Nel
senso che un tempo i Movimenti dovevano dialogare con i Governi
istituzionalmente riconosciuti; oggi il Movimento deve fronteggiare
anche (soprattutto…) strutture più indefinite e sfuggenti,
apparati internazionali (tipo il WTO) o le famose multinazionali,
che sembrano spesso avere un peso politico superiore a quello degli
stessi Governi localmente eletti. Tu condividi queste mie
perplessità? E, in ogni caso, cosa consiglieresti al Movimento per
diventare davvero un interlocutore universalmente riconosciuto, per
fare davvero "sentire la sua voce"?
L.G.:
"In generale credo anch’io che la spinta
del cosiddetto Movimento si sia molto affievolita. In Italia, in
particolare, c’è stata secondo me un’involuzione. Un movimento
aperto, creativo, effervescente, pieno di competenze e di risorse,
si è progressivamente chiuso in se stesso, ha iniziato a
comportarsi come un nuovo partitino, impegnatissimo in riunioni e
assemblee interne, e con una capacità di proposta e coinvolgimento
sempre più debole. D’altra parte credo che lo scenario
internazionale, ancora più di prima, dimostri quanto sia necessario
immaginare un mondo alternativo. La ‘guerra permanente’ e la
voglia di unilateralismo degli Stati Uniti stanno trasformando le
relazioni internazionali, nello stesso momento in cui l’economia
globalizzata mostra tutte le sue debolezze, come dimostrano il caso
dell’Argentina, la vicenda della Enron, la crisi ormai cronica
delle Borse mondiali. In questo scenario c’è un bisogno sempre
più forte di un’alternativa al neoliberismo, che peraltro si sta
trasformando, visto che gli Stati Uniti potrebbero cominciare a fare
da soli più di quanto già non facciano, con effetti ancora
imprevedibili sulle dinamiche ad esempio della Wto. Io credo che
oggi andrebbe recuperato lo spirito originario del movimento
antiliberista, cioè la sua capacità di immaginare e cominciare a
realizzare dei modelli alternativi. Voglio dire che è molto più
importante dare forza e diffusione al commercio equo e solidale che
non organizzare l’ennesimo corteo. Spezzoni di economia
alternativa possono essere costruiti già ora: mi riferisco all’economia
sociale, alla finanza etica, alle risposte che possono essere date
ai piani dilaganti di smantellamento dei servizi pubblici. Andrebbe
ripresa e praticata anche la lezione del consumo critico, perché il
‘nuovo mondo possibile’ deve cominciare da ciascuno di noi.
Ognuno dovrebbe mettere in discussione il proprio stile di vita:
questa è la cosa più rivoluzionaria che si possa fare oggi.
Rispetto a tutto questo il Movimento, e in particolare la sua
struttura dirigente, mi pare molto poco attento."
F.B.:
Il tuo libro è molto bello, come dicevo nell’articolo,
ma ha "il sapore dell’immediatezza", com’è naturale:
tu riferisci fatti sui quali, al momento del tuo ricovero/arresto,
sembravano ancora fondate certe voci, come la presenza di black
block nella Scuola, il ritrovamento (poi rivelatosi "costruito
a tavolino") di armi e via dicendo. Il tuo approccio verso il
comportamento delle forze dell’ordine (sia alla Diaz che, in
generale, nelle giornate di Genova) mi è di conseguenza sembrato
relativamente cauto. A due anni di distanza mi sembra che l’atteggiamento
dei vertici delle forze dell’ordine sia ormai chiaro, nei riguardi
delle indagini: tutt’altro che collaborativo, ed improntato invece
ad una strenua difesa del proprio operato. Se dovessi scrivere oggi
un’appendice al tuo libro confermeresti quei toni pacati?
L.G.:
"Non credo che sia una questione di toni
pacati da contrapporre a toni accesi. Nell’appendice al libro
credo che scriverei quello che vado dicendo da qualche tempo durante
gli incontri pubblici ai quali partecipo, e cioè che quanto è
successo, o meglio non è successo, dopo i fatti della Diaz, è
addirittura peggio di quello che è successo dentro la scuola.
Voglio dire che oggi abbiamo una verità storica che emerge da una
miriade di documenti e testimonianze. Sappiamo che c’è stato un
pestaggio ingiustificato, che 93 persone sono state arrestate sulla
base di prove costruite dalla stessa polizia (la questione delle due
molotov), che si è tentato di diffondere una ricostruzione falsa
dei fatti. Di fronte a tutto questo, cioè a fatti gravissimi ormai
riconosciuti da tutti, a cominciare dagli stessi agenti e funzionari
indagati, non è successo nulla, cioè nessuno ha realmente preso le
distanze da quell’operazione, nessuno ha chiesto scusa, nessuno ha
perso il posto. Si è mandato al paese, e alle stesse forze dell’ordine,
un messaggio di sostanziale copertura di quell’operazione:
nessuno, ai vertici della polizia e dello stato, l’ha mai
realmente rinnegata. Io credo che questo sia ancora più grave del
pestaggio, perché ha un carattere intimidatorio rivolto a tutta la
cittadinanza, ha un effetto di immediata e strisciante limitazione
dei diritti di tutti. Credo che quando parliamo di della Diaz, di
Bolzaneto, di piazza Alimonda dobbiamo metterci in questa
dimensione, cioè sul piano dell’effettivo esercizio dei diritti
costituzionali, dobbiamo domandarci quanto questi diritti siano
effettivamente garantiti".
F.B.:
A volte ho l’impressione che i fatti principali
di Genova (la morte di Carlo Giuliani, l’irruzione alla Diaz,
Bolzaneto) abbiano oscurato parzialmente certe notizie minori, ma
comunque meritevoli di approfondimenti.
Mi sembra, ad esempio, che la
"particolare" violenza delle forze dell’ordine sia stata
liquidata un po’ frettolosamente, quasi si trattasse di una
caratteristica endemica di polizia o carabinieri. In parte può
essere vero, ma raccogliendo testimonianze su vari siti internet ho
trovato che in molte ricorreva la constatazione di un particolare
"stato di eccitazione". C’è chi ha parlato di
canzoncine fasciste a Bolzaneto, chi ha parlato – più o meno
esplicitamente – di un’aria alterata che avrebbero avuto molti
agenti in occasione dell’irruzione alla Diaz o in vari episodi
"di strada".
Tu hai avuto (direttamente o parlando con altri
ragazzi coinvolti in quelle giornate) la percezione di questo
"stato di alterazione", comunque fosse indotto?
L.G.:
"Il tema dell’uso sproporzionato, quando
non abusivo, della violenza andrebbe approfondito. Da anni l’Italia
è citata nei Rapporti di Amnesty International per i molti episodi
di maltrattamenti in caserme e carceri. Le vittime principali sono
gli immigrati, che hanno meno capacità e possibilità di far valere
i propri diritti rispetto ad altri cittadini. Sappiamo anche,
perché molti poliziotti e sindacalisti di polizia l’hanno
denunciato, che le simpatie per il fascismo, le immagini del duce e
cose simili sono tollerati all’interno delle caserme. Sappiamo
anche che c’è una strisciante ri-militarizzazione della polizia
di stato. Per questo sono convinto che dall’impegno per la verità
e la giustizia sui fatti di Genova debba nascere una più generale
mobilitazione per i diritti civili in Italia. Credo che negli ultimi
anni ci sia stato un rilassamento, non ci siamo accorti di certi
fenomeni, salvo svegliarsi a Genova. Quanto all’eccitazione,
invito tutti a riguardarsi i filmati in cui si vedono agenti e
carabinieri avanzare sbattendo i manganelli contro gli scudi…
Alcuni dei 93 della Diaz hanno raccontato di avere notato un’eccitazione
particolare negli agenti impegnati nel blitz. Ma è difficile
stabilire di che tipo di eccitazione si trattasse".
F.B.:
Sempre riguardo la particolare violenza dell’irruzione
alla Diaz, e questa volta tralasciando illazioni su un particolare
stato di eccitazione degli agenti, ho anche questa impressione: si
è accettato che le critiche dell’opinione pubblica convergessero
verso gli episodi di violenza affinchè ci si potesse dimenticare
che quella perquisizione ebbe anche altre conseguenze, ossia la
distruzione ed il parziale trafugamento di materiali nel centro
operativo del Genoa Social Forum (tipo gli hard disk dei computer,
mai ritrovati).
Questo mi porta a due domande: non avete mai
avuto la sensazione (come Comitato, intendo) che la violenza dell’operazione
fosse finalizzata a distogliere l’attenzione dei media da quello
che, forse, era il vero fine della stessa (ossia l’acquisizione di
certi dati)? Esistono particolari filoni d’inchiesta sul
trafugamento di quei materiali? E, se sì, a che punto sono?
L.G.:
"L’irruzione alla Scuola Pascoli, di
fronte alla Diaz, in quei giorni sede del Centro stampa del Genoa
social Forum, è stata definita un ‘errore’ da chi l’ha
condotta. Una spiegazione che non ha convinto nessuno. Sinceramente
non credo che il pestaggio subito da noi sia stato una copertura per
l’irruzione nell’altra scuola. Per la Pascoli c’è una
denuncia per furto, violazione di domicilio e per le lesioni subite
da alcune persone."
F.B.:
Mi piacerebbe che fossi tu a chiudere l’intervista,
aggiornandomi brevemente sullo stato delle inchieste (per quanto a
tua conoscenza) e su quanto ti aspetti da queste, sia personalmente
sia come rappresentante del Comitato "Verità e
Giustizia".
L.G.:
"Su Piazza Alimonda sappiamo com’è
finita, cioè con un’archiviazione che avvilisce tutti e non
convince nessuno, e oltretutto preoccupa perché sostiene la tesi
dell’uso legittimo delle armi, quindi l’esito sarebbe stato lo
stesso, l’archiviazione, anche se il gip non avesse sposato la
tesi del proiettile deviato dal calcinaccio. Quanto alle altre
inchieste, è sicuro che ci sarà un processo contro i poliziotti
per il blitz alla Diaz, per quanto non sappiamo ancora fino a quale
livello, nella scala gerarchica, si arriverà con i rinvii a
giudizio. Sono possibili, se non probabili, anche rinvii a giudizio
per i maltrattamenti subiti da molte persone nella caserma di
Bolzaneto, e ci saranno processi anche contro alcuni manifestanti
accusati di devastazione e saccheggio. Dalle inchieste mi aspetto
due cose: che servano a ristabilire, almeno in parte, i principi di
legalità violati, e che servano – e questo è forse l’aspetto
più importante a questo punto - a far aprire gli occhi agli
indifferenti, ai distratti, ai troppi che fingono ancora di non
sapere che a Genova, nel luglio 2001, lo stato di diritto fu
sospeso. Spero che il processo per la Diaz faccia clamore, e che in
questo modo molte persone si accorgano finalmente quanto gravi
furono gli abusi, quanto forte fu l’attacco ai diritti civili di
tutti, quindi alla democrazia. Un attacco che sta avendo
successo".
Francesco Barilli, di Ecomancina
***
AGGIORNAMENTO: 12 maggio 2003
Finalmente una buona notizia per i 93 ragazzi
arrestati la notte del 21 luglio 2001 nella scuola Diaz, che sono
stati tutti prosciolti dal GIP Anna Ivaldi dall'accusa di aver
compiuto atti di resistenza nei confronti delle forze dell'ordine.
Pubblichiamo il comunicato stampa del Comitato
Verità e Giustizia per Genova.
"Il proscioglimento dei 93 massacrati della
scuola Diaz (notte del 21 luglio 2001) dalle accuse di resistenza e
violenze varie è un primo passo verso la ricostruzione di Verità e
Giustizia sui fatti del luglio 2001 a Genova. Attendiamo ancora l’archiviazione
per l’altra assurda accusa rivolta ai 93: l’associazione a
delinquere finalizzata alla devastazione.
Non siamo sedotti dalla volontà di rivalsa e di
vendetta, non siamo ansiosi di vedere in prigione chi ha costruito
prove false, ma ci auguriamo che si arrivi finalmente a capire
perché sia stata perpetrata una gravissima violazione dello stato
di diritto.
Perché tanti giovani sono stati massacrati e
sequestrati? Perché sono state fabbricate prove false? (le molotov
trovate in corso Italia trasferite nella notte nell’edificio
scolastico). Perché sono stati trafugati e non ritrovati gli hard
disk del media center del Genoa Social Forum? Perché invece di
cercare i black block laddove erano stati segnalati dal GSF, le
forze dell’ordine hanno preferito una sanguinosa mattanza in un
dormitorio? Qual è il ruolo dei servizi segreti stranieri? Chi ha
dato gli ordini?
Sono solo alcune domande le cui risposte potranno
far comprendere le motivazioni reali della gestione dell’ordine
pubblico a difesa del vertice dei capi di stato degli otto paesi
più ricchi. Perciò ribadiamo la richiesta dell’istituzione di
una commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti del G8."
Comitato Verità e Giustizia per Genova