La catena è perfetta e perversa,
come piace al capitale più cinico e bieco. L’aereo atterra su una
pistaccia polverosa di Mwanza, è carico di armi ma tutti fan finta
di non sapere a cominciare dai piloti russi alla guidano l’Ilyushin.
Stanno lì qualche ora – talvolta vanno e vengono facendo due
viaggi in giornata – oppure si fermano più a lungo a ubriacarsi e
fottere le ragazze locali, prostitute per sopravvivere. Contraggono
l’Aids perché il pastore del luogo, in osservanza a quanto
disposto dal Santo Padre di turno, invita le donne a non usare il
preservativo ch’è sinonimo di peccato. Ogni tanto, sotto effetto
dell’alcol, un pilota ne uccide una, poi da bravo padre di
famiglia mostra agli amici le foto della figlia, che magari si
prostituisce in patria o in Occidente. Quindi arriva l’ordine di
caricare cassette di polistirolo zeppe di filetti di pesce persico
che verranno trasportate a Mosca, Francoforte, Londra, Parigi,
Milano, Johannesburg e chissà dove. Nulla di nuovo è uno dei tanti
volti della globalizzazione, quella per cui i potenti del G8 fanno
ogni tanto vertici blindati qua e là per proseguire l’acconcio-sconcio
business. E quando non basta ci fanno su guerre come in Iraq. E ne
teorizzano il bisogno, da padroni come Bush e servi come Blair e
Berlusconi.
Intanto il lago Vittoria, in cui
il persico viene pescato, sta morendo proprio a causa sua. Lì
esistevano oltre 200 specie molte delle quali si nutrivano
esclusivamente di alghe ed evitavano l’eutrofizzazione dell’acqua.
Cinquant’anni fa qualcuno prevedendo l’affare introdusse quel
pesce che è un terribile predatore. In pochi decenni ha ridotto il
lago in una personale vasca dall’allevamento che condivide con l’unico
cacciatore in grado di tenergli testa: il coccodrillo del Nilo. Il
persico viene pescato e venduto e rappresenta l’unica ricchezza
per i tanzaniani che vivono a ridosso del bacino; con la sua
voracità, ha interrotto la catena ittica e rischia di estinguersi
insieme alle acque del grande lago, che può trasformarsi in putrida
palude priva d’ossigeno. L’ennesima catastrofe foraggiata con
cinica indifferenza da un’Europa tutta presa dal commercio: pesce
in cambio di armi.
Le armi sono destinate alle
infinite guerre locali: Angola, Ruanda, Liberia, Sudan, Eritrea che
tanti stati africani vivono senza soluzione di continuità mentre le
popolazioni già muoiono di fame e malattie. Gli abitanti di Mwanza,
proprio a seguito dell’attività ittica maschile e della
prostituzione femminile, tirano a campare con meno d’un dollaro al
giorno. E quella situazione è meno disperata di altre località. In
tanti preferiscono non vedere: gli affaristi presi nei loro
traffici, chi ci lavora perché deve guadagnarci o sopravvivere, i
governi occidentali e locali per i quali quella è solo economia, la
Chiesa cieca di fronte all’ecatombe Aids che con "fede"
sostiene, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite divenuto
autoreferente struttura burocratica che brucia fondi e assiste
inerme all’ingerenza dei politici.
Il persico parte, le armi
arrivano, le puttane muoiono di botte e Aids, i bambini si picchiano
per un pugno di riso e sniffano colla per dimenticare. Qualcuno di
loro sogna di diventare pilota, vivrebbe un po’ di più – Aids a
parte – rispetto a un futuro da mercenario da bruciare in qualche
conflitto tribale foraggiato dalla globalizzazione delle guerre.
Enrico Campofreda, ottobre 2005