di Antonio Mazzeo da terrelibere.it
Nell’area del delta del Niger, alcune imprese italiane
concorrono al saccheggio delle risorse petrolifere e del gas
nigeriano. Mentre il paese è sempre più vittima di conflitti e
violazioni dei diritti umani, una società di costruzione siciliana
stringe un’alleanza con uno dei politici più discussi del
continente africano.
Capitolo 1
Vacanze di pochi e tragedie di tanti
Mattina del 15 agosto 2003. A bordo di un aereo privato
proveniente da Roma Fiumicino, giunge all’aeroporto di Catania
Fontanarossa una delegazione della repubblica nigeriana. Ne fanno
parte il vicepresidente Atiku Abubakar, la giovane moglie Jennifer[1],
il governatore dello stato di Adamawa, Boni Haruna, il senatore Musa
Adede e l’odierno ambasciatore nigeriano in Italia, Eguche. Non si
tratta di una visita ufficiale e ad attendere la delegazione non ci
sono né politici né rappresentanti istituzionali della regione
siciliana. Il vicepresidente Atiku Abubakar ha ricevuto il gradito
invito a trascorrere il ferragosto nell’isola da parte della
famiglia Gitto, costruttori originari di Falcone (provincia di
Messina).
L’ingegnere Domenico, general manager della C.E.C.-Civil
Engineering Company, ha organizzato il ricevimento nei migliori dei
modi. Dopo una breve corsa in auto, i rappresentanti dello stato
africano raggiungono il porticciolo di Riposto dove li aspetta lo
splendido yacht di proprietà di due imprenditori che operano da una
ventina d’anni in Nigeria nel settore della logistica e della
gestione dei porti e delle infrastrutture petrolifere. Si tratta dei
signori Gabriele Volpi e Gean Angelo Peducci, rappresentanti della
Intels (Integrated Logistic Services Ltd.), una compagnia con
capitali italiani con sede a Londra e una filiale nella città
statunitense di Houston. L’imbarcazione punta rapida verso le
coste di Taormina, la "perla turistica dello Jonio".
Gettate le ancore nella baia dell’Isola Bella, riserva naturale,
la delegazione nigeriana è accompagnata a visitare il centro
storico di Taormina, il Teatro Antico e il medievale Palazzo Corvaja.
Poi la cena nel prestigioso "Grand Hotel Timeo", l’albergo
a 5 stelle rilevato nel 1997 dalla famiglia Franza che ha
monopolizzato il traghettamento privato nello Stretto di Messina e
che partecipa al controllo della Pallacanestro Sicilia di A1 e del
Messina Calcio di B[2].
"Una cena tipicamente siciliana, allietata dalla musica dei
Canterini, con variopinti giochi pirotecnici, su una delle terrazze
più belle dell’Isola ha concluso la festa di Ferragosto,
particolarmente gradita alle personalità nigeriane", si legge
in un dettagliato articolo di cronaca comparso il 17 agosto sul
quotidiano Gazzetta del Sud insieme ad una foto che ritrae il
vicepresidente nigeriano in maniche corte abbracciato dal sorridente
ingegnere Gitto sulla terrazza del belvedere di Taormina[3]. Dalla
giornalista Caterina Lo Presti si apprende poi che nell’Hotel
Timeo la delegazione nigeriana è stata salutata dal sindaco di
Taormina, Aurelio Turiano[4], notabile democristiano eletto nelle
file della Casa della Libertà, che "ha loro donato un
pregevole dipinto raffigurante il Teatro antico e una tipica
"testa di Caltagirone" della prestigiosa scuola
artigianale calatina".
Il giorno successivo, a bordo di un elicottero messo a
disposizione dalla C.E.C. della famiglia Gitto, il vicepresidente
Atiku Abubakar e la consorte Jennifer si recano ad ammirare dall’alto
le pendici dell’Etna. Il pomeriggio del 16 è invece trascorso
sullo yacht degli amministratori Intels. "In serata, al largo
delle coste di Letojanni, il soggiorno del vicepresidente Abubakar
si è concluso con una cena sull’imbarcazione allietata da fuochi
di artificio. Affascinato dalle bellezze della Sicilia che ha
visitato per la prima volta, l’illustre ospite ha promesso di
tornarvi per visitare, in particolare, le isole Eolie"[5]. Un
impegno assunto ancora una volta con i costruttori della provincia
di Messina, i quali non nascondono con la stampa il loro interesse
ad utilizzare l’amicizia stretta tra le acque dello Ionio per
muoversi alla conquista di commesse statali in Nigeria.
"Ancora una volta", prosegue il racconto della Gazzetta
del Sud, "Taormina lascia il segno nell’animo dei suoi
estimatori, come sempre capace di creare la giusta atmosfera anche
per forieri traguardi di lavoro. Non è fuggita, infatti, l’importanza
della visita a suggello dei già consolidati rapporti economici tra
un’importante impresa del Sud, la C.e.c., e un grande stato
africano che vuole essere protagonista nella storia e nello sviluppo
del suo continente e per questo ha stabilito contatti di
collaborazione con una impresa del Mezzogiorno d’Italia fra le
più qualificate presenze nel settore delle costruzioni di grandi
opere infrastrutturali". Più esplicito un ultimo passaggio
dell’articolo celebrativo di un "segmento dell’economia
nazionale che punta alla valorizzazione delle coste, dei profili
culturali e storici delle nostre contrade". "A questo
capitolo, consolidato nel tempo", conclude la Gazzetta,
"si aggiunge la nuova scienza che guarda ai Paesi in via di
sviluppo per esportare tecnologia. Anche in quest’ottica l’ing.
Domenico Gitto, ha studiato l’itinerario di un incontro che sarà
foriero di ulteriori prospettive di lavoro".
Uno Stato dilaniato dai conflitti etnici
Chi si attendeva un moto d’indignazione per una vicenda dove il
privato si fonde con il pubblico e dove rivivono i fasti di certa
"cooperazione italiana allo sviluppo" in cui ad
arricchirsi erano i signorotti del Sud e gli imprenditori di casa
nostra, s’è sbagliato di grosso. A ferragosto pochi fanno caso
alle cronache mondane dei vip e ancora meno possono ricordare i
drammi quotidiani degli oltre 120 milioni di abitanti di quello che
era considerato il "colosso d’Africa" e che oggi, con la
prima amministrazione civile dopo l’indipendenza dagli inglesi,
quella dell’ex generale Olusegun Obasanjo[6] e del vicepresidente
Atiku Abubakar, è un paese sempre più attraversato da conflitti
etnici, politici e religiosi, ormai del tutto "balcanizzato".
Eppure, a differenza di altri paesi del continente africano, dei
conflitti e delle violazioni in Nigeria se n’è recentemente
parlato in Italia, ma è impossibile trovarne un accenno nell’articolo
della giornalista siciliana o durante le cerimonie riservate agli
ospiti dagli imprenditori e dagli amministratori locali.
La recente storia della Nigeria è segnata dal susseguirsi di
guerre civili, colpi di stato, governi autoritari e corrotti,
secessioni, la più drammatica delle quali fu quella del Biafra nel
1967. Attualmente i gruppi nazionali Ibo, cristiano-animisti
concentrati nel sudest del paese, si scontrano sempre più
ferocemente con i gruppi Hausa-Fulani, musulmani del nord, e gli
Yoruba del sudovest, metà cristiani, metà musulmani. La grave
crisi economica scoppiata all'inizio degli anni '90 a seguito dell’implementazione
delle misure neoliberiste e della progressiva riduzione del prezzo
internazionale del petrolio di cui il paese è il principale
produttore del continente, hanno ulteriormente acuito gli odi tra le
élite nazionali e i gruppi etnico-religiosi. Una crisi sociale e
politica che sempre più spesso esplode in violenti massacri come
quello avvenuto a Kaduna nel febbraio del 2000, quando più di un
migliaio di persone hanno perso la vita durante gli scontri tra
cristiani e musulmani. Negli stessi giorni, nel distretto di Mushin
a Lagos, il conflitto armato tra i gruppi nazionali haussa e yoruba
causava più di 100 vittime e 400 i feriti[7]. Il 14 ottobre 2002,
erano almeno 200 i morti, per lo più cristiani, degli scontri
interreligiosi esplosi nella città di Kano, nella Nigeria
settentrionale, alla fine di una manifestazione contro l'intervento
armato Usa in Afghanistan. Cinque chiese, la principale moschea
della città e ad altre 15 moschee minori sono state date alla
fiamme. Il numero più elevato di vittime è stato registrato nel
distretto periferico di Zangon, dove accanto alla popolazione a
maggioranza musulmana convive una significativa minoranza
cristiana[8].
Le élite politiche musulmane moderate della nazione Hausa-Fulani
dominano il paese ormai da tempo; ad esse appartiene il
vicepresidente Atiku Abubakar, originario dello stato settentrionale
di Adamawa, lo stesso di cui è governatore quel Boni Harura che lo
ha accompagnato nella recente visita in Sicilia. L’emarginazione
dalle leve del potere dei gruppi cristiani e dei musulmani radicali
ha accentuato i conflitti e spinto intere comunità ad armarsi in
vista della pulizia etnica. L’amministrazione di Olusegun Obasanjo
e Atiku Abubakar ha soffiato sul fuoco dei conflitti religiosi
autorizzando l'applicazione della "sharia", la legge
islamica, in un terzo degli stati della federazione nigeriana (12 su
36), alcuni dei quali a forte presenza non musulmana, in violazione
dei principi costituzionali dell’uguaglianza tra i cittadini e
della laicità delle istituzioni.
"I governatori degli stati che hanno deciso di applicare i
nuovi codici penali spiegano che essi sono attuati sulla base delle
richieste del popolo (la cosiddetta "legge popolare") e
che un cristiano non sarà sottomesso alla stessa legge della sharia
a meno che non lo richieda esplicitamente", scrive Amnesty
International. "Questo è un principio astratto che non ha
corrispondenza nella realtà. Oltretutto, nessuno può esercitare un
controllo su quello che può succedere a un cristiano o a un
musulmano dal momento in cui viene arrestato dalle hisbah (milizie
musulmane) a quello in cui viene condotto davanti al giudice.
Insomma, nello stesso paese due cittadini sono trattati diversamente
dalla legge".
Amnesty International segnala inoltre le discriminazioni di
genere e di status sociale nell’applicazione della sharia in
Nigeria. "Negli ultimi due anni, le donne hanno subito il
maggior numero di condanne rispetto agli uomini. La nascita di un
bambino costituisce una prova per condannare una donna, mentre
l'uomo coinvolto nello stesso caso viene liberato sulla base della
propria parola o del proprio giuramento. Inoltre, fatto strano, la
maggior parte delle persone sottoposte a queste sentenze sono
povere"[9].
Pecunia no olet, così nel bel mezzo di una campagna
internazionale a difesa di Safiya Hussaini e Amina Lawal, condannate
a morte da due tribunali islamici mediante lapidazione per il
"reato" di adulterio, un paio di imprenditori italiani non
trovano di meglio che far trascorrere a proprie spese una breve
vacanza al mare ad uno dei responsabili politici della riesumazione
di una delle peggiori forme di esecuzione, fermamente proibita dal
Patto internazionale sui diritti civili e politici e dalla
Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura[10].
Il pugno di ferro del governo Obasanjo-Abubakar
Stando alle denunce dell’opposizione nigeriana, durante i primi
4 anni di regime "civile" dell’ex generale Olusegun
Obasanjo e del suo braccio destro Atiku Abubakar, più di 20.000
persone hanno perso la vita negli scontri tra i diversi gruppi
religiosi ed etnici o a seguito dell’intervento delle forze di
polizia e dell’esercito per sedare manifestazioni di protesta e
tumulti. "In molte occasioni", ha denunciato Amnesty
International, "questa violenza è apparsa priva di ogni
controllo e tollerata, se non apertamente sostenuta, dal
governo". "Nell'ambito della loro attività
ordinaria", aggiunge la principale organizzazione
internazionale di difesa dei diritti umani, "la polizia
federale e le forze armate si rendono responsabili di numerose
violazioni dei diritti umani quali esecuzioni extragiudiziali,
uccisioni in custodia, torture e trattamenti crudeli, inumani e
degradanti, ai danni di presunti criminali". Amnesty
International ha documentato molti casi di persone decedute dopo
essere state torturate nelle stazioni di polizia; le esecuzioni
extragiudiziali "sono invece spesso legate ad operazioni delle
unità speciali incaricate di pattugliare le strade per contrastare
le rapine a mano armata, la violenza e le attività illegali delle
stesse forze di polizia (come i posti di blocco non autorizzati, per
estorcere denaro ai cittadini)"[11].
Alle forze armate sono imputati inauditi massacri: il primo è
stato perpetrato nel novembre 1999 a Odi (stato di Bayelsa), quando
i soldati hanno vendicato l'uccisione di 12 poliziotti assassinando
oltre 250 persone. L’operazione fu definita da un portavoce del
governo come un’"azione attentamente pianificata ed eseguita
con cautela per liberare la società da questi criminali", e
nell’occasione lo stesso presidente Obasanjo è giunto a
dichiarare di non avere "alcuna scusa da presentare al
paese" per la distruzione della città di Odi[12]. Altra
sanguinosa vendetta è stata consumata tre anni più tardi dalle
forze armate nigeriane dopo il massacro a colpi d’ascia di 19
soldati in una regione centrale della Nigeria. Nell’ottobre 2001 i
militari hanno poi compiuto raid in alcuni villaggi al confine tra
gli stati di Taraba e Benue: dopo aver radunato gli uomini nella
piazza centrale, li hanno giustiziati. Il mese precedente, questa
zona e in particolare la città di Jos erano state teatro di
un'ondata di violenze tra i diversi gruppi religiosi[13].
In seguito allo sterminio indiscriminato di civili nel Benue ad
opera dell'esercito nigeriano, il Parlamento europeo ha inutilmente
sollecitato un'inchiesta "rapida e imparziale" da parte
del governo. Nel loro documento-appello, gli eurodeputati hanno
definito del tutto "inaffidabile" l'esercito nigeriano per
garantire l'ordine ed hanno richiesto la costituzione di un corpo di
polizia in grado di "gestire il conflitto fra le comunità, nel
rispetto dello Stato di diritto"[14]. Ciò nonostante nulla è
stato fatto in questa direzione.
Amnesty International ha denunciato come proprio il Benue era
già stato al centro di una brutale repressione militare con
uccisioni di massa nel corso del 2000. "Non è mai stata
condotta alcuna indagine sulle denunce relative a questi episodi o
su altre uccisioni commesse dalle forze di sicurezza da quando i
civili tornarono al governo nel maggio 1999", afferma l’organizzazione
internazionale, che poi sottolinea un particolare agghiacciante:
nelle loro incursioni, le forze di sicurezza nigeriane "avevano
in dotazione mitragliette Beretta M12 e pistole Beretta M951 calibro
9"[15]. Sono le "armi leggere" prodotte dalla Beretta
Holding S.p.A., società di proprietà per i due terzi dell’omonima
famiglia bresciana, e per un terzo della compagnia belga Fabrique
Nazionale Herstal, parte del grande gruppo Sgb, di cui la famiglia
De Benedetti è azionista di minoranza.
Vizio antico quello italiano di trasferire strumenti di morte al
conflittuale paese africano. Negli anni ’80, ad esempio, la marina
nigeriana era stata destinataria dei cannoni navali da 127/54 e dei
missili nave-nave "Otomat" prodotti dall’Oto Melara
(gruppo EFIM); all’aeronautica furono invece venduti i caccia
intercettori MB-339 dell’Aermacchi, azienda di proprietà al 75%
della famiglia Foresio e al 25% di Aeritalia (gruppo
IRI-Finmeccanica). Si stima che nel solo decennio 1978-1987 la
Nigeria ha assorbito il 4,7% dell’export militare italiano con
commesse superiori ai 120 milioni di dollari[16]. Affari proseguiti
con la nuova amministrazione Obasanjo-Abubakar, che nei primi dieci
mesi del 2001 ha acquistato in Italia armi di piccolo calibro per un
valore di 6 milioni di euro.
Il vicepresidente per le privatizzazioni
Se certamente lo stato permanente di grave violazione dei diritti
umani non rassicura gli imprenditori stranieri che decidono d’investire
in Nigeria, c’è tuttavia un elemento che rende il paese
fortemente attrattivo per tentare speculazioni e depredare le
ingenti risorse naturali ospitate. Gli amministratori pubblici dello
stato africano sono infatti particolarmente sensibili a tangenti e
regalie varie e la Nigeria è inserita al secondo posto nella
speciale lista predisposta dall’organizzazione non governativa
tedesca Transparency International dei paesi più corrotti al mondo,
preceduta solo dal Bangladesh. Il finanziamento illecito dei partiti
e dei dirigenti politici è prassi consolidata prima, durante e dopo
ogni competizione elettorale e a queste dinamiche non è rimasta
certamente estranea la coppia Olusegun Obasanjo - Atiku Abubakar.
Numerosi organi di stampa hanno denunciato i contributi
miliardari a favore della recente campagna per le elezioni
presidenziali, versati da società private nazionali e
internazionali. Il quotidiano Vanguard ha documentato come il
comitato elettorale Obasanjo-Abubakar alla guida del Partito
democratico popolare (PDP), abbia raccolto 5 miliardi di moneta
locale durante le svariate "cene elettorali" realizzate
nel paese, una "somma maggiore al totale dei budget di alcuni
dei paesi dell’Africa occidentale"[17]. Parte del denaro
sarebbe stato speso, secondo i partiti di opposizione, per
realizzare gravi brogli elettorali, così da assicurare la
rielezione ai due governanti. Il principale avversario di Obasanjo,
l’ex generale Muhammadu Buhari, di religione musulmana, leader
dell’ANPP ("All Nigeria Peoples Party"), ha duramente
protestato per l’esito delle elezioni che ha definito "le
più truccate dall'indipendenza del paese". Nonostante la
tiepida presa di posizione della conferenza episcopale della Nigeria
che ha parlato di "voto complessivamente pacifico, anche se non
ancora libero e trasparente", molti analisti hanno rilevato
come la vittoria dell’ex generale rappresenti "un pericolo
potenziale per la democrazia, con il rischio che si crei un partito
unico che potrebbe essere peggio di una dittatura militare".
Le reazioni più violente si sono avvertite nel nord del paese, a
maggioranza musulmana, dove, secondo l’attivista per i diritti
civili Shenu Sani, "nelle moschee si sente la rabbia della
gente e degli imam che considerano la vittoria di Obasanjo un furto
in piena regola". Per prevenire attentati dimostrativi alla
vigilia dell'investitura ufficiale deI riconfermato governo,
Olusegun Obasanjo e Atiku Abubakar hanno fatto ricorso ad esperti
anti-terrorismo provenienti da Israele, i quali hanno affiancato la
polizia federale nelle operazioni di vigilanza delle maggiori
città[18]. La collaborazione di "consiglieri" israeliani
è continuata sino ad oggi per individuare la presenza in Nigeria di
cellule di estremisti islamici legati alla rete di Al-Qaeda.
In realtà il risentimento delle organizzazioni fondamentaliste
islamiche è stato esasperato dall’amministrazione Obasanjo-Atiku
con la realizzazione del programma di riforme neoliberiste e di
privatizzazione delle imprese statali. È in particolare il
vicepresidente ospitato in Sicilia ad essersi caratterizzato per la
rigida applicazione dei programmi economici imposti dalla Banca
Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale. Scorrendo del resto
il curriculum vitae di Atiku Abubakar, si comprende che le cose non
potevano andare diversamente. Dopo essere stato per 20 anni
direttore generale del dipartimento doganale nigeriano, nel 1989
egli abbandonò l’incarico per dedicarsi agli affari nei settori
dell’export di petrolio, delle assicurazioni, delle industrie
farmaceutiche, dell’agricoltura e dei mass media. Così, prima di
divenire vicepresidente, Atiku Abubakar è stato presidente di ben 7
grosse compagnie private, nonché direttore generale della Nigerian
Universal Bank Ltd.. Oggi dirige il "Consiglio Nazionale sulle
Privatizzazioni" (National Council on Privatization) ed ha già
concluso la prima fase del piano con il trasferimento a compagnie
private nazionali ed estere di 14 società pubbliche.
La seconda fase, già avviata, riguarda la svendita di importanti
aziende statali e di infrastrutture del settore turistico,
automobilistico ed industriale e della società telefonica nazionale
Nitel. Atiku Abubakar ha anche delineato la terza ed ultima fase del
piano di privatizzazione, che riguarderà il settore energetico
(pozzi petroliferi, oleodotti, raffinerie, ecc.) e la "National
Electric Power Authority" (NEPA), l’ente di produzione e
distribuzione di elettricità. Nel febbraio 2001, il governo si è
inoltre dotato di un gabinetto di consulenti per la programmazione
di attività in grado di attrarre gli investimenti stranieri, specie
nel settore petrolifero e del gas naturale. Il consiglio è
presieduto dal direttore generale della Deutsche Bank, David
Folkerts-Landau, e conta sulla presenza dell’ex presidente della
Banca Mondiale, Robert McNamara, e dell’ex ministro britannico
Lynda Chalker. Uno staff di tutto rispetto per la messa all’asta
sul mercato internazionale delle inestimabili ricchezze di un paese
ostaggio di un’élite corrotta quanto brutale, che vede proprio in
Atiku Abubakar il migliore candidato a presiedere fra quattro anni
la federazione nigeriana.
Intanto l’implementazione delle riforme di stampo neoliberista
ha già causato gravi conseguenze economiche e sociali, tra cui l’espansione
del debito estero e dell’inflazione che ha annullato il potere d’acquisto
dei salari. Oggi la Nigeria è una delle nazioni più indebitate del
mondo; il totale del debito estero ammonta a circa 34.000 milioni di
dollari ed il paese spende annualmente tra i 400 e i 500 milioni di
dollari per pagare gli interessi sui debiti contratti. È poi
cresciuto rapidamente il numero dei poveri e dei senza occupazione;
oggi circa il 40% della popolazione vive al di sotto dei livelli di
sussistenza, il 70% non ha accesso a servizi quali acqua,
elettricità, sanità di base, istruzione. Solo un adulto su due sa
leggere e scrivere; 2 bambini su 10 muoiono prima di aver compiuto
cinque anni e circa la metà della popolazione infantile soffre di
gravi ritardi della crescita per cause legate alla malnutrizione. La
gravissima crisi economica ed occupazionale ha causato una forte
spinta migratoria e centinaia di migliaia di donne e uomini
nigeriani hanno abbandonato il paese per raggiungere i paesi dell’Unione
europea. Vittime sempre più spesso della tratta, i migranti
finiscono a lavorare in gravi condizioni di sfruttamento nelle
campagne, ad esercitare la prostituzione, a vivere in condizioni di
semischiavitù come badanti, cameriere, ecc.[19].
Una moglie contro la tratta
Il paradosso è che proprio la prima moglie del vicepresidente
Atiku Abubakar, Amina Titi, è una delle personalità nigeriane più
impegnate nella denuncia contro lo sfruttamento di donne e bambini.
Specializzatasi in gestione alberghiera presso la "Scuola
Internazionale di Scienze Turistiche" di Roma grazie ad una
borsa di studio finanziata dall’Organizzazione Mondiale per il
Turismo e dalla Farnesina, Amina Titi Atiku Abubakar è stata una
delle relatrici alla Conferenza Internazionale contro il Crimine
tenutasi a Palermo nel 2000. Presenti l’ex ministro degli esteri
Piero Fassino e l’ex segretario dell’Agenzia delle Nazioni Unite
della lotta contro la droga Pino Arlacchi, il pomeriggio del 13
dicembre la moglie del vicepresidente nigeriano è intervenuta con
una relazione su "Il bisogno di una risposta comune alla
criminalità Transnazionale". Ma la signora Amina Titi ha fatto
di più. Come succede sempre più spesso nei paesi del Sud prescelti
dalla cooperazione internazionale, la consorte del potente politico
ha dato vita ad una "organizzazione non governativa", la
Women Trafficking and Child Labour Eradication Foundation (WOTCLEF),
per gestire progetti a favore delle donne e dei bambini vittime
della tratta.
L’ONG organizza seminari ed incontri, dimostrando particolare
attenzione verso alcuni dei maggiori paesi di destinazione, l’Italia
innanzitutto. I quotidiani nigeriani riferiscono che il 25 settembre
2003, in occasione di un dibattito organizzato a Kano da WOTCLEF e
dal Servizio immigrazione nigeriano, la moglie del vicepresidente ha
comunicato di aver ricevuto una lettera dall’ambasciata nigeriana
di Roma in cui si rileva il piano del governo italiano di deportare
120 immigrati nigeriani "vittime della tratta"[20]. In
precedenza Amina Titi Atiku Abubakar e la WOTCLEF avevano presentato
il rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL)
sul traffico di esseri umani nell’Africa occidentale. Esso
individuava 5 stati della Nigeria (Akwa-Ibom, Abia, Rivers, Cross
River e Sokoto), tra quelli maggiormente coinvolti. Solo a Sokoto
"sono stati registrati una media di 20 casi al mese di bambini
trafficati". Il rapporto sottolineava alla fine come ragazze
provenienti da questi stati nigeriani "sono anche inviate in
Italia come prostitute"[21].
Le campagne di denuncia della WOTCLEF hanno certamente
contribuito a sensibilizzare il corpo diplomatico italiano in
Nigeria, al punto che l’ambasciatore Giovanni Germano ha più
volte denunciato sulla stampa locale come siano "10.000 le
donne nigeriane trafficate in Italia" e come il nostro paese
sia "diventato un centro delle donne e delle ragazze nigeriane
vittime di tratta". Il traffico di migranti è diventato
emergenza bilaterale così, col pieno consenso dell’"organizzazione
non governativa" preposta, il 9 gennaio 2002 sono stati donati
dall’ambasciata "i velivoli e l’equipaggiamento per un
valore di 2,5 milioni di dollari" alla Polizia e al Servizio
immigrazione nigeriani "con la speranza che ciò possa servire
per combattere la minaccia del traffico di esseri umani dall’Africa
occidentale all’Italia"[22].
Ancora una volta il nostro paese non sfugge al gioco di far
passare come "aiuti allo sviluppo", sistemi militari che
certamente nulla hanno a che vedere con la prevenzione del traffico
di persone o la protezione delle vittime. Più detestabile il fatto
che l’Italia abbia sottoscritto accordi "sulla
migrazione" e di "Reciproca Assistenza sugli Affari
Criminali" con un paese dove la fame, il conflitto civile, le
politiche economiche e la corruzione imperante sono le prime cause
di espulsione della popolazione.
Capitolo 2
Dalla Sicilia alla Nigeria via Israele
E i Gitto sbarcano nell’isola del petrolio
Facciamo un passo indietro e torniamo alla sconcertante vacanza
di ferragosto di Atiku Abubakar, della seconda moglie Jennifer e
compagni. "Taormina sempre capace di creare la giusta atmosfera
anche per forieri traguardi di lavoro", si leggeva nella
cronaca di quel viaggio in Sicilia. "Non è fuggita, infatti, l’importanza
della visita a suggello dei già consolidati rapporti economici tra
la Cec e la Nigeria…". Sì, "già consolidati rapporti
economici". Ma quali?
Due giorni dopo la conclusione dell’incontro privato tra il
vicepresidente e l’ingegnere Domenico Gitto, il 18 agosto 2003,
sono le agenzie di stampa nigeriane ad informare che la Gitto
Costruzioni Generali Nigeria Limited ha vinto un appalto per 41
milioni di dollari per la realizzazione di una strada a due corsie e
di un ponte ("Itigidi Bridge") di 760 metri nel Rivers
State, nella regione meridionale del paese. Si tratta di un progetto
concepito dal vecchio regime militare per assicurare una rotta
terrestre alternativa ai trasferimenti di gas liquido e del
personale che opera negli impianti di Bonny Island.
La riesumazione da parte del nuovo governo di un’infrastruttura
dall’enorme impatto socioambientale è stata accolta dalla ferma
opposizione delle organizzazioni ambientaliste nigeriane che hanno
lanciato un appello internazionale per impedire l’inizio dei
lavori. "L’ultima riserva delle ricche foreste di mangrovie
ad Ogoniland ed in altre aree del delta del Niger nel Rivers State
è oggi seriamente minacciata da un progetto del presidente Olusegun
Obasanjo", si legge in un documento a firma del Mangrove Action
Proyect. "Diversi ettari di fitte selve di mangrovie, foreste
pluviali vergini, affluenti, fiumi, santuari ecologici e grandi
superfici di terre fertili saranno distrutti con la costruzione di
un enorme ponte che collegherà la comunità di Bodo (Ogoniland) a
Bonny Island, sede del progetto Nigeria's Liquefied Natural Gas (LNG)".
"L’appalto è stato assegnato ad un’impresa italiana",
aggiunge l’organizzazione ecologista. "Il progetto ha preso
il via con la firma del contratto e con la consegna del denaro da
parte delle autorità nigeriane al loro partner, la Gitto
Costruzioni Generali Nigeria Limited. Ma entrambi non hanno
realizzato alcuno studio d’impatto ambientale come invece
richiesto dalle direttive esistenti che ne prevedono l’obbligatorietà
per progetti similari a quello della strada Bodo-Bonny".
Il Niger Delta project for Environment, Human Rights and
Development (NDPEHRD) ha potuto rilevare che gli operai e le
attrezzature della società d’ingegneria straniera sono già stati
trasferiti presso il villaggio di Bodo nella provincia di Ogoni,
Rivers State. "Dalla comunità di Bodo sino al noto Bonny River
ci sono circa 6 miglia nautiche di distanza ricoperte da foreste di
mangrovia che saranno in buona parte distrutte dal progetto",
si legge ancora nel documento degli ambientalisti. "I lavori
deprederanno le foreste di mangrovie dei villaggi di Andoni nell’omonima
provincia e quelle che oggi restano a Bonny Island. Le specie di
mangrovie esistenti nell’area interessata sono la Rhizophora
Racemosa, la Rhizophora Horrisonii e la Mangrovia Rhizophora. La
maggior parte delle fonti naturali dell’area sta sparendo. Le
compagnie petrolifere e del gas che operano nella regione hanno
commesso gravi crimini contro l’ambiente e le popolazioni. Le loro
attività, i test sotterranei e le operazioni di posa degli
oleodotti hanno accelerato il saccheggio delle foreste di mangrovie.
L’insostituibile ecosistema offre importanti risorse naturali ed
è importante per la produzione di cibo. Le foreste di mangrovie
della regione sono alla base della nutrizione e della protezione dei
pesci e dei molluschi; esse supportano la vita di una grande
varietà d’insetti, di uccelli e di mammiferi"[23].
Nel suo rapporto, il Mangrove Action Project fa due rivelazioni
importanti. La prima: "Si dice inoltre che altri potenti
nigeriani come ad esempio il vicepresidente Alhaji Atiku Abubakar
siano tra i maggiori azionisti della società italiana". Poi si
aggiunge che a seguito delle proteste della popolazione, "il
governo federale ha assegnato la somma di 4.185.000 dollari a favore
dei villaggi maggiormente colpiti (Bodo e Mogho) attraverso i
responsabili della Gitto Costruzioni Generali Nigeria Limited come
forma d’indennizzo e per ridurre le tensioni sviluppatesi con l’approvazione
del progetto stradale". C’è proprio di tutto in questa
storia italo-nigeriana: l’ennesima opera eco-incompatibile, un
uomo di governo che ha l’arroganza di farsi portare in vacanza da
un imprenditore a cui ha concesso un appalto e di cui l’opinione
pubblica ipotizza esserne socio, denaro in contanti per ammorbidire
eventuali oppositori distribuito grazie ai canali privati.
Tunnel e strade per l’apartheid d’Israele
La discutibile operazione in terra d’Africa non è purtroppo l’unico
incidente di percorso della storia aziendale della famiglia
siciliana. Qualche tempo fa ha fatto il giro del mondo la notizia
che la C.E.C.-Civil Engineering Company di proprietà di Carmelo
Gitto e dei figli Salvatore e Domenico, ha realizzato per conto
delle autorità israeliane la galleria autostradale "Gilo"
di raccordo fra le città di Gerusalemme ed Hebron[24]. Essa fa
parte della fitta rete di strade ed autostrade, le famigerate
by-pass routes, che il governo di Tel Aviv, in aperta violazione del
diritto internazionale, ha realizzato nei territori occupati di
Cisgiordania e Gaza per mettere in comunicazione Gerusalemme con gli
insediamenti dei coloni (i cosiddetti settlements), le basi militari
e le aziende agricole in mano al capitale israeliano. Le by-pass
routes sono una delle cause dell’acutizzazione del conflitto in
questa regione mediorientale; hanno favorito l’occupazione
politico-economica e militare israeliana e la realizzazione degli
espropri illegali a danno delle comunità arabe.
Il tunnel "Gilo", lungo 890 metri, è stato il primo
realizzato nel suo genere nei territori occupati; ha una rilevante
valenza strategica in quanto è stato scavato all’interno della
collina su cui è sorto dopo l’occupazione del giugno 1967, l’omonimo
insediamento israeliano di Gilo, fondamentale per il controllo della
via d’accesso meridionale a Gerusalemme e la penetrazione nella
vicina Betlemme e nei due villaggi palestinesi a forte presenza
cristiana di Beit Safa e Beit Jala. Il tunnel rappresenta poi una
vera e propria porta militarizzata dell’immenso muro che il
governo israeliano sta realizzando attorno alla "Grande
Gerusalemme", la metropoli che si vorrebbe estesa dalla storica
città santa sino ad Hebron, Gerico e Ramallah. Va poi aggiunto che
a metà degli anni ’90, la C.E.C. della famiglia Gitto, in
consorzio con la Barashi Ltd. di Tel Aviv, aveva realizzato un’altra
opera osteggiata dai palestinesi, il tunnel "Meha Morhia"
di collegamento con la "Road n° 4", l’arteria stradale
che dal centro urbano di Gerusalemme si connette a sud con la
by-pass route che conduce al tunnel "Gilo" e alla città
di Hebron.
L’attività dei costruttori Gitto in Israele ha sorpreso non
pochi commentatori, data la quasi impossibilità per le imprese
straniere ad ottenere il pass per appalti così rilevanti da parte
dell’establishment locale. Ha sorpreso poi la rapidità con cui le
società di famiglia sono riuscite ad inserirsi in Italia nel
business delle commesse pubbliche. Partiti come affidatari di una
serie di lavori predisposti dall’Amministrazione provinciale di
Messina, dal Consorzio ASI (Area Sviluppo Industriale) e da alcune
amministrazioni locali siciliane, i Gitto hanno ottenuto nel corso
degli anni ’90 importanti appalti da enti statali come l’ANAS e
le Ferrovie dello Stato nelle province di Ancona, Catanzaro, La
Spezia, Napoli, Nuoro, Potenza, Reggio Calabria e Roma. Più
recentemente alla C.E.C. di Falcone, la Società italiana per le
condotte d’acqua S.p.A. ha affidato la costruzione del
megaparcheggio sotterraneo e del centro commerciale di Marino
(Roma), mentre l’amministrazione di Messina ha assegnato al
consorzio costituito ad hoc dalla Gitto S.r.l. e dalla Torno di
Roma, il terzo lotto degli svincoli autostradali di
Giostra-Annunziata, finanziati nel 1989 grazie ad un accordo di
programma tra il Ministero dei Trasporti e i Comuni di Messina,
Reggio Calabria e Villa San Giovanni, "per la fluidificazione
del traffico nello Stretto".
Quest’ultima opera non è stata ancora completata ed i costi
sono parecchio lievitati. Secondo le stime dei tecnici sarebbe
necessario uno stanziamento aggiuntivo di 53 milioni di euro, che si
sommerebbe ai 120 miliardi di vecchie lire già spesi per le
bretelle autostradali[25]. Intanto l’appalto è finito sotto
inchiesta e il tribunale di Messina ha rinviato a giudizio
amministratori, funzionari comunali, liberi professionisti e
costruttori, tra i quali compaiono i nomi di Carmelo, Salvatore e
Domenico Gitto. I magistrati contestano una serie di reati che vanno
dalla turbativa d’asta all’abuso d’ufficio, e finanche all’associazione
a delinquere. Un troncone d’inchiesta riguarda l’approvazione
nel maggio 2001 di una perizia di variante che ha fatto quasi
raddoppiare l'importo effettivo dei lavori aggiudicati quattro anni
prima al consorzio Torno-Gitto-Vinci. Al tempo la gara d’appalto
era stata vinta con un ribasso vicino al 40%. Nel corso dell’indagine
è stata accertata la sparizione negli uffici comunali di gran parte
della documentazione presentata dalla Gitto S.r.l., nonché di tutta
la documentazione contenuta nella busta di gara presentata dalla
ditta individuale Vinci.
I nuovi signori della Messina-Palermo
Nonostante lo scivolone giudiziario i Gitto mostrano un certo
attivismo per accaparrarsi le maggiori opere programmate nella
provincia di Messina. C’è innanzitutto l’interesse verso le
ventilate opere infrastrutturali di supporto al Ponte sullo Stretto
che il ministro Pietro Lunari vuole avviare entro il 2005; gli
svincoli autostradali di Giostra-Annunziata, del resto, hanno
proprio la funzione di creare un primo collegamento tra le
autostrade siciliane e il devastante ponte tra le sponde di Scilla e
Cariddi.
C’è poi l’intenzione a concorrere al piano d’intervento
per la realizzazione della doppia portualità di Messina e Milazzo,
per cui sono previsti investimenti per oltre 51 milioni di euro.
Proprio tra le banchine del porto di Milazzo "riposano" da
mesi le attrezzature della Civil Engineering Company. Nell’area
industriale della cittadina siciliana i costruttori hanno trasferito
i propri uffici generali; ed ancora a Milazzo i Gitto, attraverso la
società Porto San Francesco, si sono dichiarati pronti a realizzare
il nuovo porticciolo turistico a Croce di mare, località di
notevole pregio ambientale, utilizzata dai bagnanti in periodo
estivo e dalle imbarcazioni dei pescatori locali. Il progetto è
stato inserito tra le opere finanziabili dall’Agenda 2000 dell’Unione
europea, ma l’opposizione della cittadinanza avrebbe convinto gli
amministratori a trasferire ad altro sito il nuovo porto
turistico[26].
Il vero pozzo di San Patrizio per le imprese della famiglia Gitto
è tuttavia rappresentato dalla mai completata autostrada
Messina-Palermo. Per lo meno 15 lotti dell’opera ricadenti nei
territori dei comuni di Gioiosa, Caronia, Rocca di Caprileone,
Acquedolci, Sant’Agata Militello, Reitano, Tusa e Castelbuono,
sono stati assegnati direttamente o in subappalto alla C.E.C.. Una
società quasi piglia tutto, che proprio tra i viadotti e i tunnel
della Messina-Palermo si è incrociata con le maggiori aziende di
costruzione nazionale e con le chiacchierate società in mano ai
cavalieri del lavoro di Catania, prime fra tutte la COGEI del gruppo
Rendo e l’IRA Costruzioni Generali di Gaetano Graci.
All’impresa COGEI-Costruzioni Generali S.p.A. di Roma[27], il
Consorzio autostradale Messina-Palermo ha affidato i lavori nel
tratto Sant’Agata Militello-Acquedolci, relativi al lotto 22 e
22bis per un importo superiore ai 50 miliardi di lire, lavori
subappaltati in buona parte alla famiglia Gitto e che si sono
caratterizzati ancora una volta per l’esorbitante lievitazione dei
costi. Come hanno infatti rilevato gli organi inquirenti, il solo
appalto del lotto 22bis fu vinto dalla COGEI per un importo di circa
33 miliardi, divenuti 50 con la prima perizia di variante e a cui si
sono aggiunti 22 miliardi e 800 milioni per un’ulteriore variante
concessa dall’ente appaltante. Complessivamente il lotto è venuto
a costare 73 miliardi di vecchie lire, ben al di là del doppio del
valore del contratto d’asta. Qualcosa di simile si è ripetuto per
il successivo lotto 23 "Acquedolci", opera anch’essa
affidata in subappalto ai costruttori originari di Falcone. Vinto l’appalto
per 26 miliardi di lire dall’impresa Ing. Federici Fortunato
S.p.A. di Roma, a seguito di due varianti in corso d’opera le
somme liquidate dal Consorzio autostradale hanno superato i 56
miliardi.
Con l’IRA Costruzioni Generali, ex gruppo Graci, la C.E.C. ha
invece condiviso i lavori per il lotto 30ter tra i comuni di Tusa e
Castelbuono: la famiglia Gitto è infatti mandataria
dell'associazione temporanea di imprese costituita con la S.I.P.A.
Società Italiana Produzione Asfalti S.p.A. per i lavori del 1°
stralcio, mentre l’IRA Costruzioni è la mandataria per il 2°
stralcio dell’A.T.I. dove è ancora presente la S.I.P.A. S.p.A..
Coincidenza vuole che i lavori topografici per la realizzazione
della galleria "Cozzo Minneria" nella tratta
Tusa-Castelbuono siano stati realizzati dalla società d’ingegneria
Digi Mapping Systems di Castelbuono, contrattata anche per le opere
autostradali del consorzio Badetta, costituito dalla Gitto S.r.l. e
dalla Edilstrade S.p.A., per le attività di esproprio delle aree
interessate al tratto autostradale assegnato alla COGEI e alla
Federici, e per la "direzione topografica e i controlli
costruttivi" del tunnel realizzato dalla C.E.C. a Gerusalemme.
Sempre in Israele la Digi Mapping Systems è stata contrattata
dalla Barashi Ltd., partner dei Gitto nei lavori del tunnel "Meha
Morhia", per la progettazione di un’area industriale "ad
alta tecnologia" in località Bet Shemesh; la Mathav Ltd.-Pardes
Hana l’ha voluta invece alla direzione delle opere di livellazione
per Km 390 in tutta l’area settentrionale della Galilea e della
West Bank. A questa azienda siciliana è stata infine affidata la
"rilevazione dati e l’editing della mappatura
telematica" per il progetto G.I.S. tra la compagnia israeliana
telefonica Bazic, la compagnia nazionale di distribuzione dell’energia
elettrica e le municipalità di Gerusalemme e Tel Aviv[28].
La dura legge del pizzo
L’esecuzione dei lavori per l’autostrada Messina-Palermo ha
attratto gli appetiti delle maggiori cosche mafiose dell’isola ed
anche i Gitto, come i maggiori costruttori nazionali, non sono
sfuggiti al puntuale carico estorsivo delle organizzazioni
criminali. C’è un collaboratore di giustizia della provincia di
Messina, Salvatore Marotta, già a capo della cosca di Sant’Agata
Militello, che ha raccontato dettagliatamente il modus operandi
degli estortori locali: "Fu il mistrettese Matteo Blandi[29]
che intendeva condividere con me la direzione ed il controllo di
quel territorio a dirmi di essere lui quello che riscuoteva le
tangenti delle diverse imprese che in quel momento operavano nella
zona. Di queste suggerì la COGEI come quella dalla quale, io
stesso, avrei dovuto prendere il pizzo. Il Blandi decise di fissare
un incontro per stabilire quanto la COGEI avrebbero dovuto
corrispondere al nostro gruppo. Alla cosa si interessò il geometra
Antonino Isgrò di Barcellona che fissò una riunione a Falcone in
un villino che credo fosse di proprietà del costruttore Gitto, sito
proprio di fronte allo svincolo autostradale di Falcone sulla
113".
"Siamo andati all’incontro con due autovetture differenti
e precisamente io, Pino Oieni[30], Matteo Blandi e Masino
Florio", aggiunge Salvatore Marotta. "Mio figlio Calogero,
Michele Adorno e Giuseppe Miragliotta andarono a bordo di altra
autovettura. Costoro non entrarono nell’appartamento ma rimasero a
bordo della loro auto a fare da vigilanza nella vicina pineta. Un’altra
autovettura di grossa cilindrata, credo fosse un’Alfa 75, fu
inviata nella zona allo scopo di effettuare un’attività di
vigilanza e di copertura, direttamente dal "vecchio" boss
mistrettese Giovanni Tamburello[31], il quale in questa maniera,
voleva sincerarsi della buona riuscita dell’incontro ed evitare
spiacevoli inconvenienti. A bordo di tale auto vi erano tre soldati
di Tamburello, Santo Sciortino, Lorenzo Mingari e Antonino Miraglia
Fagiano[32]. Abbiamo incrociato la suddetta autovettura più volte e
quando mi accorsi della loro presenza, chiesi spiegazioni all’Oieni,
il quale mi disse che Tamburello aveva inviato i suoi soldati
perché non si fidava di Matteo Blandi del quale temeva eventuali
colpi di mano. Io ed Oieni non eravamo armati mentre sull’auto di
copertura viaggiavano persone armate, così come dovevano essere
armati gli uomini inviati dal Tamburello".
Salvatore Marotta ha fornito ulteriori particolari sull’incontro
tenutosi in casa Gitto. "Alla riunione partecipò anche Nino
Isgrò. L’Isgrò ha partecipato sia come organizzatore dell’incontro
e soprattutto quale esponente del clan barcellonese, ma anche per
tutelare l’interesse dell’impresa Gitto, da sempre sotto la
protezione esclusiva della mafia barcellonese. Per conto della COGEI
presero invece parte Domenico Gitto[33], ed il geometra Siracusano.
Prese anche parte per conto della stessa ditta un altro tecnico del
quale però non ricordo il nome. Il Gitto personalmente aveva
chiesto a tutti quelli che avrebbero dovuto partecipare alla
riunione di non portare armi. Lui stesso infatti avrebbe garantito
un ordinato svolgimento della discussione. Con questo egli intendeva
anche prevenire un eventuale danno alla sua immagine che invece
avrebbe provocato una visita da parte delle forze dell’ordine. L’incontro
durò circa un’ora e mezza, trascorsa la quale siamo ritornati a
Sant’Agata. Allorché uscimmo dal villino, vidi arrivare a bordo
della sua autovettura il noto Ciccio Pagano da Merì, che nella
circostanza si accompagnava all’imprenditore pattese Salvatore
Pontillo"[34]. Un summit d’altissimo livello dunque, dove
accanto ai mafiosi di Sant’Agata Militello e Mistretta,
comparivano due uomini ormai ai vertici della vecchia mafia
barcellonese, Antonino Isgrò inteso "u’ tattainu’ e
Francesco "Ciccio" Pagano, piccolo imprenditore edile che
al tempo lavorava appunto nella zona di Patti-Montalbano "alle
dipendenze" del Pontillo[35].
Il collaboratore di giustizia ricorda con precisione l’ammontare
del pizzo che fu imposto alle imprese. "Il costo dei lavori che
la COGEI stava eseguendo si aggirava sui 20 miliardi o poco più.
Secondo consuetudine l’impresa avrebbe dovuto pagare una
percentuale non inferiore al 2%. Il Gitto, ricordando che anch’egli
avrebbe dovuto versare la sua quota parte, propose però una
diminuzione della cifra che così venne stabilita in complessivi 350
milioni. Il Gitto, invece, essendo impegnato nello stesso lavoro,
quale subappaltante, per l’opera di sbancamento e movimento terra,
si impegnò a versare la cifra di 2 milioni e mezzo da corrispondere
ogni fine mese per tutto il periodo della durata dei lavori. La
COGEI invece avrebbe dovuto corrispondere la cifra stabilita nella
misura di 50 milioni al mese. Venne anche stabilito che i soldi
sarebbero stati prelevati da Masino Florio nel cantiere di Gitto che
si incaricava a corrispondere ciò che era dovuto dall’impresa e
la sua stessa quota parte".
Salvatore Marotta spiega poi come furono spartite le somme di
denaro riscosse dalla COGEI e dall’impresa Gitto: "Il denaro
doveva essere distribuito tra il Blandi, l’Oieni, il Tamburello e
la mia persona. In occasione del primo pagamento avvenuto nel mese
di maggio 1989, io presi soltanto 5 milioni che mi furono dati da
Masino Florio. Nei mesi successivi qualche altra rata di 10 milioni
o poco più mi fu consegnata da Pino Oieni e da Lorenzo Mingari.
Successivamente, non pervenendomi altre somme di denaro, interpellai
il Florio venutomi a trovare mentre ero agli arresti domiciliari.
Costui mi spiegò che il Gitto gli aveva rifiutato il pagamento
delle successive rate poiché il Tamburello e l’Oieni si
incaricarono a riscuotere direttamente la somma stabilita nella
riunione"[36].
La mancata riscossione della tangente irritò inevitabilmente
Salvatore Marotta che fece chiamare Matteo Blandi per lamentarsi
della violazione dell’accordo stabilito nella villa del
costruttore di Falcone. "Riferii che dal Florio avevo saputo
che il denaro del Gitto veniva riscosso direttamente dal Tamburello
attraverso l’Oieni ed il Mingari. Ciò era un fatto certamente
grave. Mi interessava conoscere altresì se il Tamburello tratteneva
per sé oltre che la quota parte a me spettante anche le due
destinate al Blandi. Mi rispose affermativamente, rivelando al tempo
stesso la sua irritazione per il trattamento ricevuto. Fu allora che
suggerii al Blandi di prendere diretti contatti con il Gitto
richiamandolo al rispetto dell’iniziale accordo. Ci lasciammo con
l’intesa che avrebbe personalmente curato la questione. Qualche
tempo dopo però il Blandi tornò a Sant’Agata e mi disse che il
Gitto rimaneva sordo alle sollecitazioni dando così ad intendere
che egli avesse diretti rapporti con il Tamburello. Appreso ciò,
detti incarico a mio figlio Calogero di recarsi direttamente dal
Tamburello e questo allo scopo di chiarire alla fonte il perché di
tali inadempienze. Mio figlio venne ricevuto dal Tamburello che
promise di provvedere con immediatezza. Di fatto però ciò non
fece".
A questo punto Salvatore Marotta decise di intervenire nei
confronti del costruttore di Falcone, incaricando il figlio Calogero
di contattarlo per intimargli a non pagare le restanti somme agli
uomini di Tamburello[37]. "Il Gitto rispose che avrebbe
obbedito. D’Altro canto mio figlio nel riferirgli il mio messaggio
aveva anche aggiunto che laddove egli non avesse dato corso al mio
volere io mi sarei "dato latitante" per infliggergli una
lezione adeguata. Feci tutto questo perché intendevo salvare la
faccia agli occhi del Gitto e non perdere il prestigio nei confronti
dello stesso Tamburello. Il Gitto mantenne la promessa ma ciò
provocò la reazione che io mi aspettavo da parte del Tamburello…".
L’indagine dell’autorità giudiziaria ha potuto accertare che
per i lavori di realizzazione dei lotti 22 e 22bis dell’autostrada
Messina-Palermo, la COGEI ha versato ai clan locali 350 milioni di
vecchie lire, mentre proprio 2 milioni e mezzo sarebbero stati
versati mensilmente dal Gitto, subappaltatore dell’impresa del
gruppo Rendo. Gli inquirenti hanno poi accertato che una parte dei
lavori erano stati affidati dalla COGEI direttamente al mafioso
Matteo Blandi. Ciò fu visto assai negativamente dal boss
mistrettese Giovanni Tamburello, il quale non poteva accettare né
il protagonismo del Blandi né che il denaro finisse nelle mani del
clan Marotta. Fu così che proprio l’estorsione ai danni delle
imprese operanti sull’A-20 determinò la definitiva rottura tra il
gruppo di Sant’Agata Militello e il Tamburello. Quest’ultimo
decretò la morte di Matteo Blandi che fu assassinato in contrada
Buzza a Caronia il 12 dicembre 1989.
"Una mattina, mentre mi trovavo nello spiazzale del
rifornimento Agip di Sant’Agata dove, nonostante gli arresti
domiciliari, accudivo alla vendita del pesce giusta autorizzazione
del giudice, vidi arrivare il Tamburello, Lorenzo Mingari, Nené
Blandi fratello di Matteo e tale Antonino Casabona da Capizzi",
ha raccontato Salvatore Marotta. "Notai subito che l’aria non
era tra le più tranquille. Misi subito nel conto che i quattro
avrebbero potuto usarmi violenza. La cosa però ebbe sviluppi tutto
sommato pacifici giacché il Tamburello che per la prima volta
conobbi, mi chiese di appartarci per un momento dovendo chiarire un
qualcosa. Una volta soli, il Tamburello mi disse minacciosamente che
non mi aveva mandato il denaro di cui all’accordo con la COGEI
giacché la quota a me spettante l’aveva utilizzata per assoldare
i killer che egli aveva incaricato per uccidere Matteo Blandi, circa
due mesi prima nel suo rifornimento di Caronia Marina. Il
Tamburello, cui io contestai l’inopportunità di tale iniziativa
omicida per altro avviata a mia insaputa, mi disse che era stato
costretto a disporre l’eliminazione del Blandi essendo costui un
soggetto assolutamente ingovernabile, un profittatore e per questo
meritevole di essere ucciso"[38].
Nonostante le dazioni di denaro a favore delle cosche di
Mistretta e Sant’Agata Militello, altri 200 milioni furono
richiesti ai costruttori Gitto dal gruppo criminale vicino a
Giuseppe Iannello, boss barcellonese poi assassinato nel 1992.
"Alcune telefonate a scopo estorsivo furono fatte alla
vittima", ha raccontato il collaboratore tortoriciano Francesco
Galati Rando. "Iannello in particolare disse che essendo il
Gitto insensibile alle richieste telefoniche, era meritevole di una
lezione che doveva essere quella del danneggiamento di autovetture o
di edifici attraverso l’esplosione di colpi d’arma da
fuoco". Gli inquirenti hanno potuto accertare che nel 1990 un
attentato incendiario distrusse parzialmente il cantiere di Olivieri
dell’ingegnere Carmelo Gitto.
L’autostrada è Cosa Nostra
Nome in codice "Operazione Barbarossa". A fine 1999 i
Carabinieri della Legione di Messina chiudono un’inchiesta sull’infiltrazione
della mafia in alcuni dei cantieri dell’autostrada Messina-Palermo,
quelli in fase di realizzazione tra i comuni di San Mauro
Castelverde e Santo Stefano di Camastra. Scattano una cinquantina di
mandati di cattura contro boss ed affiliati delle cosche e alcuni
piccoli imprenditori a cui era stata affidata la fornitura di
materiali e servizi.
L’inchiesta aveva preso il via a seguito di alcuni attentati
incendiari che si erano verificati tra il luglio e il dicembre 1998
contro l’impresa Te.Di.Gi. di Agrigento e la Francesco Arcovita di
Acquedolci, presenti rispettivamente nei cantieri dei lotti 24 e
26bis a Caronia[39]. Grazie alle intercettazioni ambientali e alle
testimonianze di vecchi e nuovi collaboratori di giustizia, gli
inquirenti avevano svelato il ferreo controllo estorsivo che la
potente famiglia di San Lorenzo, alleata del latitante Bernando
Provenzano, aveva tessuto sui lavori autostradali con la
collaborazione dei gruppi mafiosi di Caccamo, San Mauro Castelverde,
Mistretta e Tortorici.
"Il controllo illecito dei cantieri per la costruzione dell’autostrada
Messina-Palermo non può essere stata considerata un’attività da
lasciare alle singole decisioni di gruppi malavitosi locali, più o
meno organizzati a seconda dei casi, ma è stata invece interpretata
come un’attività da gestire e dirigere in forma unitaria dall’associazione
Cosa Nostra", scrivono i Carabinieri nella loro informativa
"Operazione Barbarossa". Secondo gli inquirenti, appalti e
subappalti, forniture di inerti e materiali di costruzione sarebbero
stati decisi nei minimi dettagli dal cosiddetto "tavolinu",
il patto tra uomini politici, imprenditori e mafia sottoscritto sin
dalla seconda metà degli anni ‘80 per spartirsi tutti i lavori
futuri nell’isola. "Solo così", spiegano gli
investigatori, "Cosa Nostra avrebbe potuto garantire il
rispetto degli accordi presi con gli altri convenuti, che pur non
possedendo il potere militare di Cosa Nostra, sono comunque degni di
rispetto in quanto espressione di un potere diverso, cioè quello
economico-politico, con il quale comunque Cosa Nostra deve
confrontarsi per perseguire i suoi scopi delittuosi".
Secondo le risultanze dell’indagini, la cosca di San Lorenzo
guidata dai latitanti Sandro e Salvatore Lo Piccolo, avrebbe gestito
a partire dal 1995 il "pizzo" nei cantieri dell’autostrada,
imponendo altresì l’assunzione di numerosi dipendenti nonché gli
acquisti di materiale edile e la movimentazione terra presso imprese
controllate direttamente dalla mafia. Il gruppo criminale a cui
facevano capo società che avevano in gestione importanti impianti
sportivi a Palermo e finanche una quota del Palermo Calcio, si
sarebbe affidata per il controllo delle estorsioni ad alcuni
emergenti locali, Pino Lo Re di Caronia, Giuseppe Presti di Santo
Stefano di Camastra e quel Santo Sciortino cresciuto
"militarmente" all’ombra di Matteo Blandi[40]. Tutti i
personaggi avrebbero operato poi in stretto accordo con la cosca di
Passo di Rigano grazie ai legami con Ruggero Anello e Francesco
Biondo, esponenti di spicco del clan palermitano guidato da Antonino
Buscemi, componente del "tavolinu" degli appalti su delega
dei vertici di Cosa Nostra[41].
Circostanza non casuale quella della presenza degli uomini di
Passo di Rigano nei cantieri dell’A-20: gli uomini dell’Arma dei
Carabinieri hanno infatti rilevato come "la gestione degli
appalti autostradali sia stata organizzata al "tavolinu",
in quanto l’Impresem S.p.A. di Filippo Salomone[42], trasformatasi
in A.T.I. Tecnofin Group S.p.A., risulta aggiudicataria della gara d’appalto
per l’affidamento dei lavori di costruzione del lotto n. 27, 1°
stralcio "S. Stefano di Camastra", mentre la società
consortile Caronia Uno, un’associazione temporanea d’imprese di
cui fanno parte il Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna, la
Gitto S.r.l. e la Iter Cooperativa Ravennate di Interventi sul
Territorio di Ravenna, risulta aggiudicataria della gara d’appalto
per i lavori di costruzione del lotto n. 25, 1° stralcio,
denominato "Galleria Caronia""[43].
È appunto la Caronia Uno guidata dalle imprese legate alla Lega
delle Cooperative e dalla società dei costruttori di Falcone, a
subire le maggiori vessazioni delle cosche mafiose. "E’ stato
documentato", scrivono gli inquirenti, "che Ruggero
Anello, uomo d’onore della famiglia di Passo di Rigano, per
intervenire in favore della cosca tortoriciana dei Lo Re, impegnata
nelle opere di costruzione dell’impresa Caronia uno, a sua volta
chieda l’intervento di Francesco Biondo del mandamento di San
Lorenzo". Francesco Biondo non si sarebbe fatto pregare due
volte e dopo un "suo intervento determinante sull’ingegnere
Cataldo, capo area per la Sicilia della Iter Costruzioni Ravennate",
assicurò Ruggero Anello che il consorzio era pronto ad accettare le
richieste dei clan. "Se ciò non dovesse andare a buon
fine", disse telefonicamente Biondo ad Anello il 22 dicembre
’97, "Lo Re prende e mette tritolo a tutta forza e ci fa ‘nesciri
‘u pizzo". Una minaccia che convinse la Caronia Uno a
piegarsi alle richieste degli estortori[44].
Sarebbe stato proprio Gianpiero Cataldo una delle figure chiave
della grave vicenda estorsiva. Già componente del consiglio di
amministrazione della V.I.C. S.r.l., la società consortile formata
dalla Vita S.p.A. di Antonino Vita e dall’Impresem S.p.A. di
Filippo Salamone che aveva costruito il nuovo ospedale di Agrigento,
l’ingegnere, per conto dell’importante gruppo di Ravenna, aveva
poi ricoperto il ruolo di presidente del Consorzio Costruzione
Aeroporto Internazionale di Palermo, aggiudicatosi l’appalto per l’ammodernamento
dello scalo aereo siciliano. Gianpiero Cataldo, insieme ad un altro
tecnico della Iter, Maurizio Guglielmo, risultava poi tra i
componenti di una serie di società consortili aggiudicatesi
importanti appalti in Sicilia, quali la Sant’Anna, la Politeama,
la Mondello[45]. "Come emerge dalle prove acquisite",
scrivono gli uomini dell’Arma, "nella gestione del cantiere
Caronia Uno il Cataldo ha operato non nell’interesse del
consorzio, ma ha sempre cercato di favorire le imprese locali legate
a Cosa Nostra. Il Biondo Francesco per far giungere alla direzione
della società consortile la minaccia con la quale richiedeva il
licenziamento del geometra Mario Ambrosi, pena l’esecuzione di
attentati dinamitardi, si è servito proprio dell’opera del
Cataldo, il quale, è persona – per mezzo del Salamone – molto
vicina al "tavolinu"".
La lunga mano dell’ingegnere
Alcune delle dichiarazioni rese da Mario Ambrosi hanno permesso
agli inquirenti di far luce sulle complicità e le collusioni che
avrebbero assicurato a Cosa Nostra il dominio sui cantieri dell’A-20.
Originario della provincia di Belluno, Ambrosi fu contattato nell’agosto
del 1997 dalla Iter come direttore tecnico di cantiere per seguire i
lavori alla "Galleria Caronia". "Il mese successivo
giunsi in Sicilia ove partecipai ad una riunione a Palermo a cui
erano presenti Gianpiero Cataldo, Maurizio Guglielmo e Roberto
Frati, tutti dirigenti della Iter, più Pierazzoli, quest’ultimo
già direttore del cantiere di Caronia Uno", ha raccontato il
geometra. "In tale riunione appresi che le condizioni
disastrose in cui versava la commessa erano da attribuire, secondo
Cataldo e Guglielmo, alla gestione di Gitto, il quale era
contemporaneamente aggiudicatario dei lavori e subappaltatore di
forniture e mezzi degli stessi. Il Gitto ha svolto di fatto le
mansioni di direttore responsabile di cantiere avendo la titolarità
di ogni decisione. Il Cataldo e il Guglielmo proposero di sostituire
lo stesso Gitto nella gestione con la rescissione dei vari
contratti, per attribuire pieni poteri nelle mani del Cataldo
stesso".
Entrato in possesso delle carte relative alla commessa, Mario
Ambrosi restò profondamente sorpreso da alcune anomalie.
Innanzitutto il ribasso del 52% che aveva permesso alla consortile
di aggiudicarsi l’appalto per il lotto autostradale con un’offerta
di 25 miliardi e mezzo di vecchie lire. C’era stato poi un
contrastato iter concorsuale, poiché dopo l’aggiudicazione, il
Consorzio dell’A-20 aveva revocato l’appalto per poi
riassegnarlo in via definitiva alla stessa Caronia Uno. Infine il
grosso deficit finanziario accumulato nel primo anno di vita della
consortile: alla data dell’8 settembre 1997 mentre i ricavi erano
stati di appena 3 miliardi, i costi sostenuti per i lavori erano
superiori ai 9 miliardi[46].
"Scopro che la maggior parte delle perdite arrivavano da un
subappalto affidato per tutte le lavorazioni del cantiere alla ditta
Gitto, il cui rappresentante era vicepresidente della consortile
Caronia Uno", racconta il geometra Ambrosi. "Gitto nella
consortile concorreva con una caratura del 20%, perché i rischi
alla consortile se li accollavano la C.C.C. (ovvero la capogruppo
che prende il lavoro) per il 50% e la Iter per il 30%. Feci subito
una considerazione: "Com’è possibile che due ditte
consorziate con caratura 80% di rischio, affidino tutti i lavori ad
un terzo consorziato siciliano che concorre con il 20% di rischio,
in qualità di socio della consortile?". La consortile non
aveva utili, gestiva unicamente i costi. Gli utili vanno alle
consorziate che ripianano i costi della consortile che vanno a
costruire per gestire la commessa. Ciò vuol dire che Gitto, più
costi faceva la consortile, più contento era poiché era lì che
guadagnava. Egli forniva calcestruzzi, movimenti di terra, noli di
mezzi propri intestati ad altra società del gruppo Gitto,
lavorazioni del ferro, etc.. Gitto quindi guadagnava con le proprie
forniture e con il proprio subappalto, con utili che superavano il
proprio rischio del 20%!".
Incongruità delle spese e scarsa qualità dei mezzi e delle
forniture diventano presto un chiodo fisso per il geometra Ambrosio
che nel più completo isolamento cerca di rimettere ordine nel
cantiere. Anche ciò che sembrava essere stato subappaltato a costi
vantaggiosi per la consortile, si rivelala presto elemento
pregiudizievole per l’avanzamento dei lavori.
"A titolo di esempio", dichiara il geometra, "cito
ciò che accadeva per il noleggio dei mezzi per la perforazione e il
trasporto terra che comunque Gitto aveva affidato ad un’altra
ditta: tali mezzi venivano noleggiati ad un prezzo apparentemente
conveniente, ma poi, a causa dei continui guasti che li bloccavano
per lungo tempo e dei costi necessari per i materiali di ricambio,
si creava alla fine un disavanzo notevole rispetto al prezzo
pattuito".
Altro danno economico al consorzio d’imprese sarebbe derivato
dalla fornitura di calcestruzzo. Dall’analisi dei costi emerse che
sarebbe stato più conveniente installare un impianto di
calcestruzzo all’interno del cantiere che continuare ad
acquistarlo dalla società dei Gitto. "Anche se i prezzi del
calcestruzzo prodotto nell’impianto potevano essere di poco
superiori a quelli che faceva Gitto, a medio termine si sarebbe
ammortizzato di gran lunga quella differenza di costo. Perché
effettivamente il calcestruzzo che forniva Gitto veniva a costare
170.000 lire a metro cubo, da un’analisi che ho fatto io, contro
le 90.000 circa contrattuali a metro cubo. Per poter realizzare l’impianto
occorreva investire 800 milioni. La ditta non mi ha fatto sapere
nulla per circa un mese continuando le forniture con Gitto ed altre
ditte di emergenza anche contro il parere della direzione dei
lavori. La ditta Gitto forniva il calcestruzzo proveniente dall’impianto
denominato CO.GI., che però nell’ottobre 1997 aveva chiuso i
battenti. Nel mentre Gitto continuava a fornire il calcestruzzo da
un altro impianto del quale sconosco il nome, ma le bolle venivano
compilate irregolarmente con la sigla CO.GI. probabilmente per
recuperare le anticipazioni".
Ambrosio afferma di aver segnalato le anomalie al rappresentante
della Iter, Gianpiero Cataldo. Per un lasso di tempo il calcestruzzo
fu fornito da una piccola azienda locale, la Cogecam dei fratelli
Antonino e Giuseppe La Monica; quando il Gitto regolarizzò la
propria posizione, la consortile si riaffidò al costruttore di
Falcone per i materiali. "Egli prelevava dall’impianto nuovo
di sua proprietà il calcestruzzo come CO.GI. e lo trasportava come
CO.GI.", aggiunge Ambrosio.
Il tecnico continuò a lamentare la scadente qualità del
materiale fornito. "Ricordo che il betoncino di cemento ed
inerti che costituiva il rivestimento della nostra galleria
continuava a venire giù piuttosto che rimanere aderente al tetto a
causa del ridotto impiego di cemento che costituiva un vantaggio per
Gitto che forniva il calcestruzzo ma un’ingente perdita per noi.
Mi lamentai con Gitto di tale inconveniente e lo stesso mi riferì
la seguente frase: "Nelle gallerie in Sicilia vi è uno spreco
anche del 100%"". Dulcis in fundo i rilievi sullo
spitz-beton fornito dall’impresa siciliana. "Esso aveva lo
sfrido, cioè lo scarto che si determina nella lavorazione, del 60%
in una partita di 8 miliardi", ha affermato Ambrosi[47]. Come
dire un guadagno netto di quasi 5 miliardi di lire…
Gli artigiani del ferro
Lo scontro all’interno del cantiere autostradale fu
inevitabile. Il geometra Ambrosio prese carta e penna per chiedere
all’Iter di Ravenna l’espulsione dalla consortile della ditta
Gitto, ritenuta la principale responsabile delle perdite accumulate
in un anno di lavori. "Fino al mio arrivo", ha aggiunto
Ambrosio, "Gitto aveva operato in piena libertà e
tranquillità. Il mio predecessore, il geometra Pierazzoli,
attribuiva al Cataldo delle grosse responsabilità sul risultato
negativo della commessa. Egli mi disse di aver tentato diverse volte
di evidenziare negativamente l’operato di Gitto ma che il Cataldo
non aveva mai dato importanza a questo o comunque non aveva preso
nessuna iniziativa".
Le pressioni fatte sul management della cooperativa romagnola
sembrarono invece dare risultati migliori, al punto che fu decisa la
rescissione parziale dei lavori affidati al Gitto, tranne i noli dei
mezzi, definiti dallo stesso Ambrosio "quattro ferraglie sempre
in avaria, che creavano più costi che ricavi". Il Cataldo e il
Guglielmo proposero però di rescindere i contratti solo dopo aver
esaurito il recupero delle anticipazioni con altri lavori e
forniture. "In realtà", commenta il tecnico, "Gitto
continuò a lavoricchiare, con il dichiarato fine di concludere
quanto anticipato per il recupero delle somme, ma in realtà
fornendo un lavoro che si faceva sempre più scadente e in termini
di impegno e in termini di qualità dei materiali. Accadde quindi
che Gitto, che non era stato "cacciato" per non perdere le
somme anticipate, costituì per la commessa una perdita economica
maggiore".
A questo punto Mario Ambrosio chiese all’Iter di estromettere
insieme al costruttore di Falcone anche lo stesso ingegnere Cataldo.
Fu il contratto relativo alla fornitura del ferro l’ultimo
capitolo del conflitto scoppiato all’interno della consortile.
"Gitto per la lavorazione del ferro si avvaleva di un certo
Giuseppe Costantino, un artigiano alle cui dipendenze non ho visto
più di tre unità e che si era costruito un banco per la piegatura
del ferro, molto artigianale se non rudimentale, accanto ai miei
uffici e con legname mio. Tra l’altro Costantino operava fuori
regola, vista la sua limitazione all’iscrizione alla Camera di
Commercio e soprattutto perché operava senza un contratto della
sede di Lugo. Cercai allora di trovare un sostituto più affidabile
professionalmente".
Fu così che Ambrosio si rivolse ad un’impresa che gli fu
raccomandata dai tecnici della società Itinera di Genova impegnata
in un confinante lotto autostradale. Si trattava della Nordica Sud,
amministrata dall’imprenditore Giovanni Marcini, originario di
Santo Stefano di Camastra. "Mi recai nell’impianto della
Nordica Sud, dove vidi attrezzature computerizzate ed una forza
lavoro di 15-20 unità. Ne rimasi affascinato". Il direttore
tecnico del cantiere autostradale chiese allora a Costantino e a
Marcini di formalizzare un’offerta per il ferro. "In prima
battuta l’offerta di Costantino appariva più vantaggiosa dal
momento che richiedeva 840 lire al chilogrammo di ferro a fronte
delle 940 lire, che scontate diventavano 920, di Marcini",
commenta Ambrosio. "La proposta della Nordica Sud, in
considerazione anche del servizio che metteva a disposizione, era
però in linea con il mercato ed era comprensiva in opera lavorato e
posato. Il prezzo era fisso per tutto l’arco della commessa e lo
sfrido dovuto alla lavorazione era incluso nell’offerta. Con
questa attrezzatura all’avanguardia ero sicuro di centrare l’obiettivo
della consegna dei lavori…"[48].
Ciò nonostante la direzione della società mandataria accantonò
l’offerta e Gitto continuò a servirsi da Giuseppe Costantino.
"Costantino intanto lavorava sempre senza contratto",
racconta Ambrosio. "Sollecitai l’offerta, informai la sede di
Lugo e fermai la fornitura. Nel frattempo aveva fatto uno stato di
avanzamento dei lavori e non sapevo come contabilizzarlo.
"Dammi un acconto!", mi disse. "Io non pago nulla
senza contratto", risposi. Nacquero degli attriti. Imposi
allora che, qualora il contratto fosse fatto a Costantino, si doveva
includere la dicitura "acciaio contabilizzato da disegni"
che significa che non si paga lo sfrido. A metà novembre
direttamente da Lugo fu fatto il contratto a Costantino, ma quella
clausola che avevo inserito richiedendola più volte telefonicamente
non c’era. Mandai subito un fax in cui contestai la gravissima
irregolarità commessa. Così ho dovuto riconoscergli lo sfrido
dovuto alla lavorazione che nel primo stato d’avanzamento dei
lavori era dell’11%. Significava che per mettere in opera un kg di
ferro da disegno, le 840 lire erano in realtà 932 lire. Quindi l’offerta
di Costantino risultava ben peggiore di quella della Nordica Sud,
oltre all’aspetto qualitativo!".
Fu la resa dei conti. Dopo una serie di botte e risposte con i
dirigenti della Iter di Ravenna, con grande gioia dei subappaltatori
locali, il 20 gennaio 1998, a soli quattro mesi dal suo arrivo in
Sicilia, il geometra Ambrosio venne licenziato.
Guerra di mafia per le ferrovie
I Gitto sottoposti alla dura legge del pizzo, dicevamo. C’è
tuttavia un collaboratore di giustizia che ha raccontato ai
magistrati qualcosa di diverso. Si tratta di Angelo Siino, ex pilota
di rally aderente alla loggia massonica Camea, per anni vero e
proprio "ministro dei lavori pubblici" del clan vincente
dei Corleonesi di Totò Riina.
Siino conosce dal di dentro il mondo dei grandi appalti e il
meccanismo di suddivisione organizzato da Cosa Nostra, imprenditori,
politici e amministratori. Egli si è soffermato anche sui lavori
per la realizzazione del raddoppio ferroviario nella tratta
Messina-Barcellona-Patti, lavori appaltati in buona parte al
consorzio di ditte catanesi guidate dall’IRA del cavaliere Gaetano
Graci e dalla COGEI del gruppo Rendo. Deponendo al processo Mare
Nostrum contro le cosche della fascia tirrenica messinese, Angelo
Siino ha raccontato che in occasione di un pranzo in un ristorante
di Milazzo, presenti esponenti della criminalità locale, politici
ed imprenditori locali, si parlò del consorzio denominato Ferrofir,
che doveva occuparsi della costruzione di alcune gallerie. "A
tali opere era interessato l’imprenditore barcellonese Gitto, ma l’uomo
che doveva occuparsi dell’intera gestione dell’affare doveva
essere Giovanni Sindoni".
Quest’ultimo è un imprenditore barcellonese ritenuto da tutti
"intoccabile". A capo di una delle maggiori aziende
siciliane di trasformazione agrumaria, ex socio della Nuova Igea
Calcio, Giovanni Sindoni è stato coinvolto in una megainchiesta
sulle truffe agrumarie a danno della CEE, accanto all’ex sindaco
di Bagheria Michelangelo Aiello e al boss Leonardo Greco, riportando
una condanna a otto mesi di reclusione. Il collaboratore di
giustizia Angelo Siino non fornisce ulteriori particolari per
chiarire l’effettivo ruolo di Giovanni Sindoni nell’affaire
doppio binario. Si sofferma invece sul costruttore Gitto che,
secondo lui, sarebbe stato interessato ai lavori in galleria nel
tratto Messina-San Filippo.
"Praticamente Gitto era un grosso contoterzista, cioè era
uno che faceva lavori per conto terzi. Non faceva lavori edili, ma
si occupava di lavori stradali. E poi in effetti era quello che
manipolava la maggior parte dei lavori sull’autostrada
Palermo-Messina e a causa di questo gli successe che gli ammazzarono
un parente. Mi pare che lo stesso si chiamasse pure Gitto, gestiva
un negozio a Barcellona Pozzo di Gotto ed era parente col
governatore Cuomo[49]. E effettivamente questo signore insieme con
questo Sindoni mi era stato detto che era un interessato alla
gestione, addirittura che da lì a poco questo Gitto sarebbe stato
in grado di poter gestire direttamente i lavori della
Palermo-Messina. (...) In effetti poi fu quello che fece la maggior
parte dei lavori autostradali, e debbo dire anche che ha avuto
questo problema, gli fu ammazzato questo parente che prese le sue
difese. Che i due Gitto erano imparentati io l’ho saputo da Nino
Isgrò o da Matteo Blandi, malavitoso di Caronia...".
Il personaggio di cui parla Siino è il cavaliere Francesco Gitto,
al tempo titolare di alcuni negozi di abbigliamento a Barcellona,
Milazzo e Trapani, divenuto presidente della locale squadra di
calcio della Nuova Igea dopo Giovanni Sindoni, assassinato su ordine
del boss di Terme Vigliatore Pino Chiofalo, il 14 dicembre 1987. Un
personaggio di tutto rispetto nel firmamento mafioso, referente dei
clan palermitani nella gestione dei traffici di sigarette e droga,
con legami con rappresentanti istituzionali e politici nazionali. Ad
oggi non sono stati provati i rapporti di parentela con l’altro
Gitto costruttore, né Siino ha fornito ulteriori elementi sul
movente dell’omicidio del cavaliere Francesco, tuttavia il suo
ruolo di dominus nella gestione degli appalti del raddoppio
ferroviario ha trovato conferma dalle indagini degli inquirenti.
"La parte che Gitto rappresentava aveva stabilito un’intesa
completa con il potere politico di cui i referenti massimi erano il
senatore Carmelo Santalco, l’onorevole Saverio D’Aquino e il
senatore Giulio Andreotti", ha raccontato Pino Chiofalo, che
dopo essere stato estromesso dal grande affare, scatenò una guerra
di mafia che costò decine e decine di morti nel barcellonese.
"Detti personaggi erano i veri tutori delle grandi imprese
catanesi che anche per loro tramite erano riuscite ad acquisire i
grandi appalti di opere pubbliche e, per quel che riguardava
Barcellona, quello del raddoppio ferroviario".
Furono appunto gli uomini di Nitto Santapaola e i clan emergenti
di Barcellona a monopolizzare estorsioni e subappalti. Una vicenda
che cambiò il panorama criminale della provincia di Messina,
trasformando Barcellona Pozzo di Gotto ed hinterland nella Corleone
degli anni ’90. L’asse mafioso Catania-Barcellona domina da
allora l’economia illegale di una parte rilevante del territorio
dell’isola e punta ad appropriarsi degli enormi flussi finanziari
che dovrebbero giungere a breve per i progetti dell’Agenda 2000 e
le opere di collegamento con il Ponte sullo Stretto.
Capitolo 3
Mani italiane sul petrolio e il gas dell’Africa occidentale
Il fronte del porto
Si raccontava dello splendido yacht che ha permesso al
vicepresidente nigeriano Atiku Abubakar di conoscere le acque
cristalline dello Ionio e di sbarcare a due passi dalla città di
Taormina. Un’imbarcazione di proprietà di Gabriele Volpi,
rappresentante della Intels, il potente gruppo italiano a cui fanno
capo una quarantina di compagnie dedite alla gestione di porti e
terminal petroliferi e allo sfruttamento del gas naturale e degli
idrocarburi, operante principalmente nel continente africano in
joint venture con transnazionali ed agenzie statali[50].
Intels è presente in Congo (Point Noire), Gabon (Port Gentil),
Ghana, Costa d’Avorio (Abidjan); è inoltre particolarmente attiva
in Angola, dove insieme alla Sonils Integrated Logistic Services e
alla compagnia statale Sonangol, gestisce il terminal portuale di
Luanda, oggi al centro di investimenti pubblici per oltre 500
milioni di dollari. È proprio il gruppo italiano a guidare i lavori
finalizzati alla realizzare delle infrastrutture che verranno usate
dalle compagnie impegnate nelle ricerche petrolifere lungo le coste
del paese. Parte dei lavori del terminal di Luanda sono stati
appaltati alla compagnia belga Dredging International e alla joint
venture sudafricana Murray Roberts/Lama International. Sempre con
Sonangol, Intels ha creato in Angola la società Sobilog per la
gestione della "Lobito Supply Base"; Intels, Sonangol e la
Namils Integrated Logistic Services, hanno dato vita invece ad un
consorzio che assumerà la gestione della costruenda "Namibe
Supply Base"[51].
La Integrated Logistic Services-Intels è l’operatrice dell’unica
zona franca esistente in Africa occidentale, quella di Onne-Ikpokiri,
sede di un complesso portuale a meno di 40 km dall’importante
città di Port Harcourt, nel Rivers State della Nigeria. Le
compagnie operanti nella zona franca sono esenti da qualsiasi tassa
federale; altrettanto vale per i prodotti importati od esportati;
inoltre è permessa la proprietà straniera al 100% delle
infrastrutture. Onne-Ikpokiri assicura incentivi agli investitori e
facilitazioni burocratiche a coloro che fanno ingresso nel mercato
delle risorse energetiche nigeriane. Alle transnazionali è
garantita la libertà di vendita dei loro prodotti a tutta la
regione dell’Africa occidentale; grazie alla zona franca le
maggiori compagnie internazionali che commerciano gas e petrolio
hanno spostato in Nigeria il baricentro delle loro operazioni in
quest’area del continente africano. Ne consegue il ruolo centrale
di Intels nell’affare degli idrocarburi e gli enormi profitti che
il gruppo ha conseguito in Nigeria.
Il popoloso stato africano è oggi sede delle più rilevanti
attività di Intels: la compagnia, in joint venture con Interoil,
gestisce le infrastrutture petrolifere di Amadi Flat Camp a Port
Harcourt; inoltre dirige per conto dell’Autorità portuale
nigeriana (Nigerian Port Authority-NPA) i centri per i servizi
petroliferi nei porti di Onne, Warri e Calabar.
Sempre accanto alla NPA, Intels gestisce il nuovo terminal
oceanico "West Africa Container Terminal (WACT)"
realizzato all’interno della "zona franca petrolifera"
di Onne, sul Bonny River, a due passi dai maggiori centri
petroliferi nazionali e a sole 17 miglia nautiche dal mare aperto.
Siamo nella stessa area dove la famiglia Gitto è stata chiamata a
realizzare la rete stradale e i viadotti dal disastroso impatto
socioambientale. Il terminal oceanico è in grado di ospitare
petroliere da 70.000 tonnellate e le navi che s’incaricano del
trasporto dei container provenienti dalla grande acciaieria di
Ajaokuta e dal complesso carbonifero di Enugu.
Tra le maggiori compagnie di navigazione clienti dell’infrastruttura
vi sono la Maersk Sealand, la PONL, la OT Africa Line, la MOL e la
Torm Line. Nell’area WACT gestita da Intels è presente un’altra
società di provenienza italiana, la Saima Nigeria Limited, filiale
della Saima Avandero, il gruppo milanese leader nel settore delle
spedizioni e dei trasporti internazionali, recentemente fusosi con
la compagnia belga ABX Logistics[52]. Saima Nigeria Ltd. opera nel
settore navale e della logistica a favore delle compagnie
petrolifere; ha inoltre curato la fornitura e il trasporto dei
materiali utilizzati nella realizzazione di megaprogetti
idroelettrici (la diga di Siroro che fornisce energia elettrica alla
regione settentrionale della Nigeria, le dighe di Bakolori, Goronyo
e Dadinkowa). Insieme al Gruppo Saint Gobain Pont.A.Mousson, la
società Saima Avandero ha pure fatto ingresso nella gestione degli
acquedotti dei maggiori centri abitati del paese, privatizzati dalla
nuova amministrazione Obasanjo-Atiku.
Il vicepresidente Atiku Abubakar ha concordato con la Banca
Mondiale un piano per trasferire la proprietà delle infrastrutture
portuali alle società private che oggi le gestiscono in
concessione. Superfluo aggiungere che è proprio Intels la compagnia
maggiormente interessata al piano di dismissione, un piano però
fortemente osteggiato dai sindacati dei lavoratori dell’Autorità
portuale nigeriana che bene conoscono il modus operandi delle
società straniere. "Nel settore marittimo e dell’industria
petrolifera, Intels è una delle compagnie che ha continuato a
generare controversie", ha segnalato il quotidiano Daily
Champion. "C’è soprattutto l’impressione della gente che
la compagnia stia mungendo il paese senza contribuire all’economia
nazionale. La cosa più rilevante è che si afferma che Intels
sfrutti i Nigeriani che lavorano per essa"[53].
Picchettaggi, scioperi, occupazioni pacifiche hanno segnato la
vasta mobilitazione contro la privatizzazione dei porti, bloccando
in particolare l’attività delle infrastrutture di Warri e Calabar
gestite dalla società italiana. Queste due aree portuali sono state
anche al centro dei violenti conflitti interetnici che hanno
insanguinato negli ultimi mesi la Nigeria. "Mentre gli scontri
incessanti hanno ridotto le attività a Warri, il porto di Calabar
è oggi del tutto inutilizzato e buona parte delle società che
supportano le operazioni portuali nella ricca città petrolifera
sono state chiuse o trasferite presso il porto di Onne", si
legge ancora sul Daily Champion.
Per riattivare il porto di Warri, il governo ha inviato un
contingente dell’esercito che ha occupato interamente le banchine
e le infrastrutture logistiche. Il 19 settembre 2003, una richiesta
simile d’intervento a Calabar è stata fatta al governo federale e
alla direzione del Nigeria Ports Authority dal manager di Intels,
Chuks Ihuoma[54]. Data la strettissima relazione governo-società
privata, è lecito attendersi a breve l’ennesima risposta militare
per riportare l’ordine tra le maestranze.
Petrolio e tangenti
"Obasanjo ed Atiku hanno portato la corruzione del paese ai
massimi livelli. Questo regime passerà alla storia per essersi
caratterizzato per gli interessi affaristici, la caccia alle streghe
e il completo crollo della legge e dell’ordine. Il presidente e il
suo vice hanno predisposto ciò che essi considerano un solido
sistema di protezione, utilizzando i propri soci per gestire gli
affari ed appropriarsi dei beni nazionali attraverso le
privatizzazioni delle istituzioni e delle strutture economiche
pubbliche. Per queste operazioni ci sono gli sforzi di un congiunto
di Obasanjo, Otunba Fasawe. Egli è l’ambasciatore itinerante di
Obasanjo tra le società private e colui che ha sottoscritto un
imprecisato numero di contratti per conto del suo superiore. C’è
un collaboratore italiano nel team di Obasanjo; un certo signor G.
Volpi che è anche il manager di Intels, la compagnia che è
connivente con i più alti rappresentanti del governo nel processo
di emarginazione della Nigerian Ports Authority (NPA). Volpi ed
Intels stanno scavalcando le funzioni dell’Autorità portuale
nigeriana per interessi privati. Crediamo che un altro personaggio
utilizzato dalla corrotta leadership nella gestione degli affari del
nostro padre della patria è un certo dottor Baggi, altro uomo d’affari
italiano, che dichiara di svolgere la professione di avvocato a
Lugano, Svizzera"[55]. Così, in un lungo intervento sulla
rivista statunitense USAfrica, il senatore Dauzia Loya Etete ha
accusato il duo Obasanjo-Atiku Abubakar di operare congiuntamente al
general manager della Intels, Gabriele Volpi, per lucrare sul piano
di privatizzazione del settore petrolifero. Un’accusa gravissima,
specie perché tira in ballo l’imprenditore italiano che ha
ospitato in Sicilia il vicepresidente in persona e i suoi presunti
soci in affare.
Etete è un uomo politico notoriamente brutale e corrotto,
attualmente latitante in una villa a Parigi per sfuggire ad un
mandato delle autorità nigeriane che lo accusano di riciclaggio di
denaro. Il senatore, però, conosce dall’interno i perversi
meccanismi che regolano in Nigeria i rapporti tra l’amministrazione
statale e le transnazionali dell’energia, avendo ricoperto per
anni il ruolo di ministro per il petrolio. Egli è poi il teste
privilegiato di un’oscura vicenda di tangenti e licenze di
esplorazione finita davanti alla corte federale di New York dopo
essere stata mirabilmente raccontata in un reportage del periodico
Forbes.
Una società nigeriana, la Malabu Oil & Gas, ha denunciato la
Royal Dutch Shell, sua partner in una joint venture per lo
sfruttamento di un giacimento nelle acque del delta del Niger, di
aver agito in collusione con gli amministratori nigeriani per
strapparle illegalmente la licenza di esplorazione dell’area in
cui si stima l’esistenza di riserve per oltre un miliardo di
barili di greggio. I fatti risalgono al 1998, quando, alla vigilia
della fine del regime militare guidato da Sani Abacha, l’allora
ministro Dauzia Loya Etete "si autoassegnò" la licenza
per avviare le attività estrattive, scegliendo Malabu come titolare
formale della licenza. Caduta la dittatura di Abacha, l’amministrazione
civile del presidente Olusegun Obasanjo costituì un gruppo di
lavoro per rivedere le licenze petrolifere; molte di esse furono
revocate, ma quella rilasciata a Malabu fu invece riconosciuta
valida.
Alla fine del 1999 la piccola compagnia nigeriana offrì alla
Shell il 40% dei profitti in cambio di una suddivisione dei costi di
esplorazione ed estrazione. Successivamente sarebbero però sorti
dei contrasti tra i dirigenti della Malabu e il vicepresidente Atiku
Abubakar, il quale avrebbe rivendicato per sé una percentuale del
pacchetto azionario della joint venture. Al rifiuto da parte della
società petrolifera, il governo revocò nel 2001 la licenza,
riformulando un nuovo bando a cui furono invitate le multinazionali
Shell ed ExxonMobil. Vinse la Shell con un’offerta di 210 milioni
di dollari che le assicurò il 100% della licenza. La Malabu
protestò ufficialmente affermando che l’offerta della società
straniera si era basata sui propri studi i quali avevano individuato
le reali dimensioni del giacimento petrolifero. La Shell respinse le
richieste d’indennizzo e Malabu dovette rivolgersi alle autorità
statunitensi accusando i dirigenti del dipartimento per le fonti
petrolifere e i funzionari della filiale nigeriana della Shell di
aver predisposto illecitamente tutta l’operazione.
A questo punto entra in gioco l’ex ministro per il petrolio
Etete che in un esposto inviato alla Commissione del congresso
nigeriano che indaga sulla vicenda, racconta la sua versione dei
fatti.
"Nell’agosto 2000", scrive Etete, "andai a cena
con il vicepresidente Atiku Abubakar che chiese di divenire
proprietario di una parte della società di esplorazione come
condizione per non revocare la licenza. Ho pure registrato le
conversazioni degli incontri avuti con il rappresentante di Abubakar,
in cui si discute sulle modalità di pagamento delle tangenti a
favore di Abubakar, del presidente Obasanjo e del direttore generale
della Shell, Ron van den Berg". L’ex ministro aggiunge di
aver ricevuto alla fine del 2000 una chiamata telefonica da parte di
un agente del vicepresidente, che gli intimava di vendere la quota
azionaria del giacimento di proprietà della Malabu. "Mi
rifiutai e così qualche mese più tardi il governo revocò la
licenza alla compagnia petrolifera assegnandola alla Shell".
Sempre secondo Etete, la transnazionale "ricompensò il
vicepresidente assegnando i contratti per i servizi petroliferi alla
società di cui lui è comproprietario, l’Intels. Sono in possesso
delle registrazioni delle conversazioni tra gli agenti del
vicepresidente e la Shell in cui si discutono tutti i dettagli di
questa operazione". "Sono tutte speculazioni", ha
commentato seccamente la multinazionale; tuttavia il comitato
parlamentare nigeriano ha dovuto richiedere l’autorizzazione all’arresto
del manager Van den Berg per essersi rifiutato di rispondere alle
domande della commissione. Intanto, alla vigilia dell’apertura del
processo, un misterioso incendio ha distrutto parte degli uffici
dell’autorità nazionale preposta al rilascio delle licenze
petrolifere; importanti documenti sono andati irrimediabilmente
perduti[56].
Alla conquista delle fonti energetiche
Conflitti sociali ed etnici, repressione delle organizzazioni
sindacali ed ambientaliste, corruzione dilagante; continua ad essere
la lotta per l’accesso e il controllo delle inestimabili fonti
energetiche l’elemento che caratterizza la storia contemporanea
della Nigeria. Questo paese è oggi il sesto produttore di petrolio
al mondo e il principale del continente africano; dal settore
petrolifero dipendono interamente le spese e gli investimenti
statali. È il petrolio infatti a generare l’80% del budget
nazionale, il 90-95% del valore delle esportazioni ed oltre il 90%
della valuta straniera.
La macchina amministrativa creata dal duo Obasanjo-Abubakar si
dedica a tempo pieno a programmare interventi che facilitino gli
investimenti stranieri. Nel novembre 2000 il governo ha stanziato
fondi aggiuntivi per far fronte alle spese per la creazione di joint
venture con le transnazionali dell’energia, rilasciando un numero
record di concessioni in previsione dell’innalzamento della
produzione giornaliera nazionale a 5 milioni di barili entro il
2010. Il bilancio statale del 2001 destina 3,5 miliardi di dollari
per le operazioni in associazione della Nigerian National Petroleum
Corporation NNPC, un miliardo in più di quanto speso nel 2000. Il
budget totale per le operazioni petrolifere nigeriane ha già
superato i 5 miliardi di dollari all’anno e ciò ha comportato
insostenibili tagli alle spese sociali (istruzione e sanità
innanzitutto) e la svendita del patrimonio dello stato.
Si stima che le riserve di greggio nigeriano superino i 22,5
miliardi di barili. I principali giacimenti sorgono sulla costa del
delta del Niger; si tratta in buona parte di infrastrutture
petrolifere che pompano ognuno una media di 50 milioni di barili all’anno.
Il 95% della produzione nazionale di crudo è generata dalle joint
venture in cui accanto alla Nigerian National Petroleum Corporation
compaiono le maggiori compagnie straniere, tra le quali spiccano
Shell, ExxonMobil, Chevron, Eni/Agip, Texaco e TotalFinaElf.
La Shell in particolare, controlla i più importanti giacimenti
del paese (Bonga) e recentemente ha avviato lo sfruttamento delle
aree di Doro, Ngolo e Soku dove si prevede di estrarre sino a 100
milioni di barili di greggio ed una quantità enorme di gas. La
Shell in società con la ExxonMobil è presente ad Erha da cui si
spera di pompare sino a 250.000 barili al giorno entro il 2004 e in
cui si stima l’esistenza di riserve per 1,2 miliardi di barili. L’ExxonMobil
detiene a sua volta l’8,8% della titolarità dei giacimenti
offshore di Amenam/Kpono, il cui controllo è nelle mani della
TotalFinaElf e della società statale nigeriana. Attualmente dal
giacimento di Amenam/Kpono si estraggono 100.000 barili al giorno,
mentre si stimano riserve per 500 milioni di barili[57]. Altra
importantissima area di estrazione è quella di Agbami gestita dalla
compagnia Texaco, il cui petrolio è destinato interamente per le
esportazioni agli Stati Uniti, il principale acquirente di greggio
nigeriano (circa 865.000 barili al giorno, pari al 9,9% delle
importazioni di crudo Usa).
Le nuove tecnologie in campo energetico stanno modificando a
livello mondiale i trend di domanda e l’estrazione del gas
naturale va via via affermandosi come uno dei settori più
appetibili per il prossimo futuro. Si stima che la Nigeria possegga
riserve di gas naturale per 124.000 miliardi di metri cubi, al nono
posto tra quelle esistenti a livello mondiale. Ancora una volta sono
Chevron, TotalFinaElf, Shell, Texaco, Agip ed ExxonMobil ad aver
sottoscritto accordi di massima per lo sfruttamento dei giacimenti
di gas del paese[58].
Parallelamente al trasferimento in mano straniere delle risorse
energetiche, l’amministrazione Obasanjo-Abubakar ha avviato la
privatizzazione delle maggiori raffinerie di greggio del paese (Port
Harcourt I e II, Warri, Kaduna), con il paradosso che oggi la
Nigeria è costretta ad acquistare il prodotto raffinato all’estero,
a prezzi sempre più sostenuti, dalle stesse compagnie con cui sono
state sottoscritte le joint venture per lo sfruttamento del greggio.
Lo scorso mese di giugno le autorità nigeriane hanno deciso di
incrementare del 50% il prezzo della benzina destinata al consumo
privato, decisione che ha condotto all’indizione di uno sciopero
nazionale durato una decina di giorni che per poco non ha causato la
caduta del governo, apertamente accusato di "servilismo nei
confronti delle multinazionali del petrolio"[59]. Le proteste
sono rientrate dopo la sospensione del provvedimento e il brutale
intervento della forza pubblica. Quattro mesi più tardi il
presidente Obasanjo ha però reiterato l’intenzione di
liberalizzare il prezzo dei prodotti petroliferi ed alcune società
che pure si erano impegnate a congelare i prezzi di vendita, hanno
notevolmente aumentato il costo della benzina. Per aver protestato
contro il voltafaccia del governo e delle multinazionali
petrolifere, a metà ottobre sei leader sindacali sono stati
arrestati ad Abuja. Ciò ha riacceso nuovamente il conflitto sociale
in Nigeria dove il rischio è che ripetano le gravi violenze
registratesi nel marzo 2003 alla vigilia della tornata elettorale
per il rinnovo della presidenza, quando scoppiarono scontri armati
interetnici durante le manifestazioni operaie per gli aumenti
salariali e contro il processo di privatizzazione del settore
petrolifero.
Nella sola area di Warri dove sorge il terminal gestito dalla
italiana Intels, a seguito degli scontri tra i gruppi Ijaw e
Itsekeri si sono contati una decina di militari e oltre un centinaio
di civili assassinati. La violenza nella regione del delta del Niger
ha causato il crollo della produzione di circa 800.000 barili al
giorno, il 40% dell’intera produzione nigeriana. Il governo ha
così dato il via alla militarizzazione dei giacimenti, scatenando
un’offensiva diretta a colpire principalmente la popolazione Ijaw.
Sarebbero già oltre 4.000 i militari nigeriani insediatisi nei
pressi di pozzi e terminal petroliferi. Le prime infrastrutture
occupate sono state quelle di Escavros di proprietà della
Chevron-Texaco e di Forcados della Shell[60].
Petrolio color sangue
Le violente tensioni scoppiate nella regione del delta del Niger
hanno spinto l’organizzazione nordamericana Human Rigths Watch a
scrivere al governo nigeriano affinché intraprenda "immediate
misure per prevenire un ulteriore deterioramento della
situazione"; analoga richiesta è stata fatta alle compagnie
petrolifere che operano nell’area, ed in particolare a Royal Dutch
Shell, Chevron-Texaco e TotalFinaElf.
Human Rights Watch ha anche denunciato le rappresaglie eseguite
dalle forze di sicurezza nigeriane inviate dal governo per
ristabilire l’ordine nella regione. Oltre ai morti degli scontri
tra le comunità, sarebbero state infatti decine le persone
assassinate a colpi d’arma da fuoco dalle forze di sicurezza
durante le loro incursioni nei villaggi. Secondo l’organizzazione
per i diritti umani, l’intera comunità Ijaw di Okerenkoko,
"del tutto disarmata", è stata fatta oggetto di
rappresaglia a seguito dell’uccisione, il 13 marzo 2003, di
quattro soldati, presumibilmente da parte di alcuni giovani locali.
"Le forze di sicurezza hanno potuto agire liberamente dopo aver
isolato la zona ed aver reso praticamente impossibile l’accesso ai
villaggi colpiti agli osservatori per i diritti umani, ai
giornalisti e ad altri testimoni indipendenti", si legge nella
lettera di Human Rights Watch. "Mentre le vittime delle
operazioni militari appartengono prevalentemente alla comunità Ijaw,
la maggioranza delle vittime degli scontri tra le comunità locali
sarebbero Itsekiri. In passato, analoghe operazioni militari
finalizzate a sedare altri scontri scoppiati nel delta del Niger (e
in altre aree del paese) hanno portato ad esecuzioni sommarie e
altre violazioni dei diritti umani"[61].
Sempre Human Rights Watch aveva pubblicato nel 1999 un articolato
rapporto sul ruolo e sulle responsabilità delle compagnie
petrolifere straniere nel conflitto politico, sociale e militare
nigeriano. "La non conoscenza del difficile contesto delle
attività petrolifere in Nigeria, non assolve le compagnie
petrolifere dalla responsabilità negli abusi dei diritti umani che
hanno luogo nel delta del Niger; o per azione o per omissione esse
hanno un ruolo diretto nel conflitto", si legge nel rapporto.
"È evidente in molti dei casi che le compagnie si beneficiano
dall’assenza di leggi che regolino l’industria petrolifera. La
posizione di dominio delle compagnie petrolifere dà a loro il
dovere di monitorare e promuovere il rispetto dei diritti umani da
parte del governo nigeriano. Dato il ruolo predominante del petrolio
nell’economia nazionale nigeriana, le politiche e le pratiche
delle compagnie petrolifere sono fattori importanti nell’assunzione
delle decisioni da parte del governo. Poiché le compagnie
petrolifere operano in joint venture, esse hanno sempre l’opportunità
d’influenzare la politica governativa".
Human Rights Watch segnala una lunga serie di violazioni
perpetrate dal governo per assicurare il pieno controllo straniero
sul petrolio. "Le proteste a seguito delle devastazioni
ambientali sono continuamente represse dagli interventi violenti
della polizia e dagli arresti arbitrari. Quando ci sono avvocati
indipendenti e gruppi ambientalisti che eseguono monitoraggi sul
rispetto delle leggi ambientali da parte delle compagnie, o
assistono le comunità nelle loro richieste, le loro attività sono
state seriamente ostacolate dalle incursioni della polizia, dai raid
agli uffici, dagli arresti e da altre misure repressive".
L’organizzazione nordamericana denuncia l’uso costante delle
tangenti a favore di politici locali, autorità statali e militari,
funzionari ministeriali. Una pratica di routine sarebbe l’estorsione
a danno dei manager delle compagnie, "i quali sono minacciati e
spesso utilizzati come ostaggi". Le stesse compagnie si
distinguerebbero sempre più spesso per l’atteggiamento omertoso
se non di vera e propria complicità con gli autori delle
violazioni.
"Nessuna delle compagnie pubblica regolarmente rapporti
completi sulle denunce relative a danni ambientali, sabotaggi,
richieste di indennizzi, azioni di protesta o operazioni militari
che si sono realizzati nei pressi delle loro infrastrutture",
aggiunge Human Rights Watch. "C’è un numero crescente di
armi da fuoco circolanti nel delta del Niger, alcune delle quali
sequestrate dalle forze di sicurezza, che vengono utilizzate negli
scontri tra le differenti comunità". Alcune compagnie
straniere hanno svolto un ruolo diretto nella repressione dei
movimenti sociali. "I casi investigati", denuncia Human
Rights Watch, "mostrano ripetuti incidenti in cui le persone
sono vittime di brutalità da parte dei vigilantes degli impianti
delle compagnie; in alcuni casi le forze di sicurezza colpiscono,
picchiano e arrestano i delegati delle comunità che giungono per
presentare le loro rimostranze"[62].
Il caso certamente più noto è quello della cosiddetta
"crisi degli Ogoni", esploso a metà degli anni ’90 con
la condanna a morte per impiccagione di nove attivisti
ambientalisti, tra cui Ken Saro-Wiwa, scrittore di fama
internazionale, fondatore di Mosop ("Movimento per la
sopravvivenza del popolo Ogoni") e insignito del Premio Nobel.
Essi erano alla guida della protesta popolare contro le campagne
esplorative della Shell. La multinazionale anglo-olandese non mosse
un dito per tentare di salvare la vita ai leader ambientalisti; al
contrario, qualche mese dopo la loro esecuzione, firmò nuovi
contatti di esplorazione in Nigeria, versando fiumi di denaro a
favore della discreditata dittatura militare.
Sempre la Shell ha ammesso il pagamento di denaro a favore delle
forze di sicurezza nigeriane per la protezione delle strutture
petrolifere e del proprio personale; la multinazionale ha anche
contribuito economicamente alla realizzazione di alcune caserme sul
delta del Niger e alla costruzione degli aeroporti militari di Osubi
ed Ogulagha, sull’oceano atlantico. Nel 1996 la Shell ha pure
negoziato l’importazione di armi a favore della polizia nigeriana,
con la scusa di "contribuire alle operazioni di vigilanza dei
propri impianti contro il crimine comune". Secondo il
quotidiano britannico Observer, si sarebbe trattato di fucili
semiautomatici ancora una volta prodotti dall’industria bellica
italiana Beretta, un’operazione realizzata attraverso la XM
Federal Limited, società di import-export con sede a Londra[63]. La
Shell è inoltre accusata di aver dato vita a un gruppo di
vigilantes responsabile di alcune incursioni paramilitari nei
villaggi del delta. "Giovani di Edagberi, Rivers State, sono
stati detenuti dalla polizia nigeriana negli uffici della Alcon
Engineering, società d’ingegneria contrattata dalla Shell",
aggiunge Human Rights Watch. "