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LE ORIGINI DELL’ANTIFASCISMO
recensione di "Morte alla Morte – Arditi
del Popolo a Piacenza 1921-1922"
(Edizioni Vicolo del Pavone – euro 10,00)
ed intervista con l’autore, Ivano
Tagliaferri
di Francesco Barilli per
Ecomancina.com
"‘Morte alla morte’
narra, come recita il sottotitolo, la vicenda degli Arditi del
Popolo nel piacentino, nella breve ma intensa stagione che si
consumò dall’esaurirsi della spinta rivoluzionaria dei ceti
popolari nel primo dopoguerra all’affermazione del fascismo. Già
l’oggetto dell’indagine si rivela estremamente interessante,
dando un contributo significativo all’approfondimento degli studi
sull’antifascismo".
Ho scelto di citare questo passo
della prefazione di Carla Antonini perché ciò che più mi ha
colpito nel libro di Ivano Tagliaferri è la prospettiva, per me
totalmente inedita.
Quando si parla di antifascismo è
naturale pensare alla repressione che il regime attuò nel ventennio
della dittatura, al confino (o peggio…) per gli oppositori
politici, e successivamente alla lotta partigiana… Per me risulta
naturale andare col pensiero all’intervista realizzata con
Giovanni Pesce (figura storica della Resistenza: http://www.ecomancina.com/giovannipesce.htm)
e pensare che la lotta al fascismo sia "nata lì", nelle
pagine di Storia (che qualcuno purtroppo sta cercando di
reinterpretare) scritte negli anni dal 1943 al 1945. Invece l’opposizione
al fascismo non si concretizzò solo durante il ventennio o nella
fase conclusiva del secondo conflitto mondiale, ma nacque molti anni
prima, ed ebbe la forma di una contrapposizione aperta allo
squadrismo fascista, nel tentativo di contrastarne l’avvento sul
nascere.
Un’opposizione che i partiti
della sinistra dell’epoca non appoggiarono con la fermezza
necessaria. Alcuni pensarono che il fenomeno fascista si sarebbe
rivelato solo una bolla di sapone, rimanendo circoscritto in un
ambito limitato di consensi e finendo con l’esaurirsi
progressivamente; altri pensarono che il fascismo si sarebbe potuto
"addomesticare" con le sole armi della diplomazia,
riportandolo nell’alveo del normale confronto tra forze politiche.
Ipotesi che si rivelarono entrambe errate, portando progressivamente
alla sconfitta di quello che potremmo chiamare "antifascismo
delle origini". Ed è così che la storia della resistenza allo
squadrismo degli anni 20/22 è rimasta poco conosciuta, quasi fosse
una pagina marginale dell’antifascismo: in parte, forse, per il
senso di colpa che deriva dall’iniziale sottovalutazione del
pericolo; in parte per la scarsità di testimonianze su quel periodo
storico, ancora più lontano rispetto alle ben più note vicende
della Resistenza Partigiana.
L’inchiesta di Tagliaferri si
inserisce proprio in questa lacuna, cercando di colmarla.
La storia degli Arditi del Popolo
comincia ancora prima del fascismo; comincia nel 1917, quando in
piena Guerra Mondiale vengono costituiti i primi reparti d’assalto
di Arditi, reparti che dovrebbero costituire il corpo d’elite dell’esercito
italiano, specializzati in incursioni spericolate ed in azioni di
sabotaggio. Un fenomeno, quello degli Arditi, che dopo la guerra si
snodò su percorsi politici ed umani molteplici e privi di un’identità
univoca, ma accomunati da una disillusione e da un disagio che tutti
gli ex Arditi provarono al termine del periodo bellico.
Proprio in questa disomogeneità
di percorsi possiamo trovare la debolezza del fenomeno Arditi: in
molti cercarono di appropriarsi ideologicamente di quegli ex
combattenti, secondo un malcostume che spinge i partiti, ogni
qualvolta si manifestano aree della popolazione (specie giovanile)
in cui è evidente un disagio indistinto, al tentativo di
appropriarsi di nuove fasce di elettorato. La storia, spesso, si
ripete, e non sempre nelle sue pagine più nobili… Gli
"Arditi del Popolo" furono quella parte di ex Arditi che
si schierò apertamente contro il fascismo, difendendo spesso i
quartieri popolari dalle incursioni degli squadristi.
Tagliaferri è particolarmente
abile nel mutare la "messa a fuoco" della sua inchiesta:
lo sguardo generale sul "fenomeno" Arditi del Popolo e su
come questo era calato nella realtà socio-politica italiana corre
in parallelo con uno sguardo sulla realtà piacentina che si fa via
via sempre più focalizzato e drammatico, nel ripercorrere una scia
di soprusi e di sangue che porterà prima alla sconfitta degli
Arditi (e, in senso più ampio, dell’antifascismo), e poi ad una
nuova, ancor più funesta pagina della storia recente italiana: il
ventennio della dittatura ed il secondo conflitto mondiale.
***
intervista con Ivano
Tagliaferri
Piacenza, 27 Giugno 2004
FRANCESCO BARILLI:
Quando e perché hai deciso di
scrivere questo libro? Come ti è nata, cioè, la passione per una
pagina dell’antifascismo così interessante ma anche così
sconosciuta?
IVANO TAGLIAFERRI:
Sembrerà banale, ma innanzitutto
l’idea mi è nata per semplice curiosità. Avevo notato che molti
testi che trattano quel periodo storico affrontavano l’argomento
Arditi del Popolo in modo riduttivo e distorto, con affermazioni che
si potrebbero riassumere così: "è vero che a sinistra si
tentò di organizzare una resistenza all’avanzata del fascismo, ma
si trattò di tentativi episodici e destinati al fallimento, anche
perché gli Arditi erano formati in gran parte da pregiudicati e
sbandati"; insomma, si tratta il fenomeno come fosse confinato
agli ambienti del sottoproletariato. Ad onor del vero l’unico che
affronta l’argomento in maniera più approfondita ed interessante
è uno storico cattolico, Giuseppe Berti, che lamenta pure lui la
scarsità di notizie in proposito. Già in questa fase mi era dunque
nata la curiosità, fino a quando sono incappato in questo libro
molto bello di Eros Francescangeli ("Arditi del Popolo: Argo
Secondari e la prima organizzazione antifascista"), che è
stato un po’ la mia Bibbia! In quel libro era presente un’appendice
che presentava i nomi dei personaggi coinvolti: in quell’elenco ci
trovai pure i più bei nomi dell’antifascismo piacentino: Canzi,
Belizzi, Contini, Rigolli, Bernardelli e così via… E allora mi
sono detto che valeva la pena di approfondire la ricerca. Possibile,
mi sono chiesto, che si tratti di una pagina secondaria, quando in
altri casi (a Parma, per esempio), sono stati scritti anche episodi
di eroismo? E su queste riflessioni ho innestato il mio lavoro,
dando una traccia nazionale e calando la ricerca sulla realtà
piacentina.
F.B.:
Quali difficoltà hai trovato nel
reperire materiali sulla storia degli Arditi del Popolo?
I. T.:
Devo essere sincero: ho avuto una
grossa fortuna nel leggere il libro di Francescangeli; dal punto di
vista del lavoro centrale è più che esauriente. Sugli episodi
locali, invece, Francescangeli non riesce ad essere così completo;
parlo ad esempio dell’episodio in assoluto più significativo,
quello dell’agosto 1921, quando gli Arditi del Popolo furono
repressi violentemente.
Ho avuto questo approccio: ho
cercato, sulla base di letture di diversi libri, di avere
innanzitutto una buona impostazione di carattere generale; poi ho
fatto una ricerca su tutta la stampa locale di quel periodo, alla
caccia degli episodi che in qualche modo potevano aver visto il
coinvolgimento degli Arditi del Popolo a Piacenza. Non è stato
facile, perché su questo "movimento", come ti dicevo,
scende un velo di silenzio. Sia sul giornale dei socialisti dell’epoca,
sia sulla "Scure" (il settimanale del partito fascista)
vengono richiamati degli episodi, ma poi sono necessari dei
collegamenti "ad incrocio" con la stampa locale per
arrivare a testimoniare la presenza degli Arditi.
Io partivo da questa logica:
trovavo la traccia di molti episodi "armati", ed in quei
frangenti era naturale pensare alla presenza degli Arditi del
Popolo, che erano gli unici che potevano opporsi allo squadrismo
fascista. Tieni conto di questo, tanto per darti un dato
significativo: a Piacenza nel 1922 il partito comunista non ebbe
nemmeno la forza di presentare una lista alle elezioni. Esistevano,
insomma, nuclei di comunisti, anche cospicui, ma molto contigui all’anarchismo,
quindi poco organizzati, privi di guide… In quel contesto gli
Arditi costituivano pressochè l’unico baluardo della resistenza
armata allo squadrismo.
E poi ci sono le testimonianze
scritte di personaggi come Belizzi, che confermano la loro
appartenenza agli Arditi e la loro partecipazione diretta ad una
serie di episodi, di cui l’ultimo in ordine cronologico è la
morte del fascista Maserati (in uno scontro fra squadristi ed
Arditi). Insomma, il mio lavoro è stato simile alla composizione di
un puzzle, in cui si cerca di dare un ordine logico a piccoli pezzi,
accostandoli per formare un quadro completo e chiaro: il quadro
degli Arditi del Popolo e della loro storia, dalla costituzione al
loro declino e sconfitta, passando per la fase culminante della loro
esperienza.
F.B.:
Quando ho intervistato Giovanni
Pesce gli chiesi anche cosa pensava dei tentativi di rivisitazione
dell’antifascismo e cosa pensasse di chi sostiene che, dopo quasi
sessant’anni, la festa del 25 aprile ormai avrebbe poco senso, e
che dovrebbe essere vista come un’occasione di
"riconciliazione" fra gli italiani più che come ricordo
della Liberazione. Leggendo il tuo libro mi è venuta spontanea la
stessa domanda: tu parli di un periodo storico in cui la
contrapposizione violenta fra lo squadrismo ed i militanti
antifascisti (comunisti, ma non solo: tu citi numerosi episodi che
coinvolsero anche socialisti moderati, cattolici ed addirittura
rappresentanti del clero) lasciò sul terreno una pesantissima scia
di sangue. Ti rivolgo quindi la stessa domanda: cosa rispondi a chi
opera queste rivisitazioni della nostra storia? Ed in questo
contesto quale senso dovrebbe avere oggi, a tuo avviso, la parola
riconciliazione, posto che se ne possa parlare?
I. T.:
Questo "dibattito" sulla
riconciliazione mi sembra figlio di un difetto tutto italiano: l’ipocrisia.
Il problema non sta tanto nella frase retorica e un po’ scontata
"tutti i morti sono uguali, quindi…"; il problema è che
c’è un tentativo in atto di cancellare le responsabilità che
furono delle classi dirigenti italiane. Parlo di industriali,
agrari, borghesi italiani che appoggiarono il fascismo. Credo che
questa sia anche una debolezza della nostra crescita democratica:
non penso che un francese di destra rimpiangerà mai Vichy, perché
la destra francese si sente distante da quell’esperienza; qui da
noi, invece, c’è una parte di destra che innesta la propria
storia su quella del ventennio. In secondo luogo c’è una parte
delle forze cosiddette di centro che storicamente furono
corresponsabili dell’avanzata fascista (o perlomeno neutrali
rispetto alla lotta antifascista) e che oggi fatica a riconoscere la
propria colpa nell’avvento del fascismo.
Tieni conto di questo: anche da
parte dei "revisionisti" c’è la dimenticanza del
periodo 20/22. Pensa al libro di Pansa, pensa a quanti parlano (un
po’ a sproposito) di "guerra civile" per il periodo
1944/1945: anche questi si dimenticano che vent’anni prima c’era
stata una VERA guerra civile, che si tende invece a cancellare. Nell’immaginario
popolare le cose vengono dipinte un po’ diversamente ed in modo
molto più semplice e lineare: il fascismo nasce, arriva al potere,
poi c’è il ventennio, poi ad un certo punto la gente si ribella,
e su questo ultimo periodo si costruiscono pagine di storia
effettivamente indimenticabili… Si dimentica però COME andò al
potere il fascismo: ci andò con una guerra civile, scatenata dagli
squadristi, pagata e sostenuta da agrari ed industriali e
incoraggiata dagli organi di Stato (parlo di ampie fasce di polizia
e Magistratura, oltre che del Governo dell’epoca); una guerra
civile che fece solo in Piacenza 24 morti in 14 mesi (che sono circa
la metà della "resa dei conti" del 45, in una città come
Piacenza… e tieni conto che nel 45 c’erano 20 anni di dittatura
alle spalle, con tutto quel che ne deriva in termini di strascichi
di odio eccetera). Ci si dimentica di quel periodo, insomma, anche
se i protagonisti sono spesso gli stessi, e non è un caso. Le
persone che avevano subito umiliazioni e violenze sono le stesse con
vent’anni in più sulle spalle; e non è un caso se gli squadristi
del 21/22 sono repubblichini più feroci nel 43…
Quindi, secondo me, si può
parlare di tutto, e pure di riconciliazione, ma
"riconciliazione" in questo contesto è un termine
ipocrita. Se vogliamo parlare di pietà per i morti sono d’accordissimo,
perché non esistono morti di serie A e altri di serie B; però se
si vuole mettere tutto in un grande calderone e dire "eravamo
tutti uguali" si cerca di affossare una verità storica con la
scusa della "riconciliazione", e questo non mi sta bene.
F.B.:
Sono d’accordo con te; e lo
dissi anche in occasione dell’articolo/intervista su Giovanni
Pesce, dove ho criticato le tesi di Pansa. Però proprio leggendo il
tuo libro mi sembra fuori dubbio che un certo tipo di revisione
critica del periodo dell’avvento del fascismo sia necessario,
anche per analizzare certi errori della sinistra dell’epoca…
I. T.:
Certamente! Se vogliamo parlare
degli errori della sinistra (non tanto post 45, ma nel periodo che
ho affrontato io, quello del 21/22) è tutto un altro discorso. Io
credo che una cosa che ha aperto la strada al fascismo sia stata
proprio l’incapacità dei partiti della sinistra, pur avendo a
disposizione una grande forza popolare, di cogliere da subito quella
che era e sarebbe stata l’essenza del fascismo. E un altro errore
fu la mancata analisi di cos’era, all’epoca, la borghesia
italiana…
Poi, sempre parlando degli errori
della sinistra, non possiamo dimenticare la responsabilità enorme
del partito socialista. La responsabilità (senz’altro in gran
parte in buonafede - non ci sono dubbi su questo: basta pensare ai
martiri che hanno avuto anche loro, di cui Matteotti è il più
noto) di essere quelli che proclamano la rivoluzione senza avere la
forza di farla! Spaventare le classi dominanti con lo spauracchio
della rivoluzione sapendo di non averne la forza realizzativa è la
cosa peggiore si possa fare, perché metti le classi dominanti in
condizione di organizzare una controffensiva violenta senza avere
neppure i mezzi per difenderti. I socialisti sotto questo profilo
rimasero in mezzo al guado, perché non seppero neppure fare il
passo opposto a quello rivoluzionario e fare il governo con i
popolari; un’alleanza che forse avrebbe arginato l’avanzare dei
fascisti, anche se a questo punto siamo nel campo dei "se"
e dei "ma"… E non dimenticherei neppure le colpe del
partito comunista che in quella fase, di fronte ai fascisti che
bruciavano le case del Popolo e le Cooperative, vedevano nei
socialisti il nemico principale…
F.B.:
Pur con le ovvie differenze dovute
alla diversa contestualizzazione storica, anche oggi abbiamo un
"movimento" che si oppone ad una destra che ha mutato le
forme ma non la sostanza del suo progetto politico (nel tentativo di
rendersi più "presentabile"). Dunque volevo chiederti
questo: si può parlare di un ideale filo conduttore fra le lotte
antifasciste di ieri e le attuali lotte? Parlo delle lotte per il
diritto alla casa, per la difesa dei diritti degli immigrati, contro
la globalizzazione senza regole e contro la guerra, eccetera.
I. T.:
Io vedo questo come filo comune
che unisce gli Arditi del Popolo con la Resistenza, con i Movimenti
del 68 o del 77 o con quello di oggi: la capacità che hanno i
movimenti di percepire i grandi fermenti che agitano la società
prima dei partiti. Non dico che non si debba provare
"comprensione" per la maggiore lentezza dei partiti: è
chiaro che i loro tempi sono diversi, che devono tenere conto di
certe strategie eccetera… Però è indubbio che di fronte ai
movimenti i partiti spesso si perdono in meschini "calcoli di
bottega", tentando di raccogliere da questi NON le grandi
spinte innovative, ma qualche vantaggio elettorale.
Vedi, questo è un aspetto del mio
lavoro che fatico a spiegare nei dibattiti in cui presento il mio
libro. La mia intenzione, al di là di una cronistoria locale, era
questa: spiegare la voglia di cambiamento che animava una
generazione. Una voglia di cambiamento che, come dici tu nella
recensione, fece prendere strade diversissime ai singoli soggetti,
ma questo non fu sempre per colpa dei singoli, ma anche di chi non
fu capace di comprendere ed incanalare quelle spinte sincere verso
il cambiamento!
Nella tua domanda mi hai chiesto
anche della lotta alla guerra: anche questo è un parallelo che mi
ha dato da pensare. Ho pensato a come le guerre (almeno quelle che
coinvolgono più nazioni e, soprattutto, più interessi, come quella
in Iraq) abbiano effetti scatenanti su comportamenti collettivi. Non
è casuale avere grandi stravolgimenti, a volte positivi e a volte
negativi, DOPO grandi conflitti. Non è un caso se dopo lo scoppio
della prima Guerra Mondiale c’è la rivoluzione Bolscevica e
subito dopo l’avvento del fascismo; e pensa anche, in tempi più
recenti, al Vietnam ed a quello che ha voluto dire quella guerra
lontana per la società americana ed occidentale, per la cultura del
pacifismo…
Tornando agli Arditi del Popolo,
mi ha colpito la miopia dei dirigenti socialisti, che di fronte a
quei giovani interventisti di sinistra non capirono la voglia di
cambiamento dietro quel fenomeno… Fra le varie letture che ho
fatto per affrontare l’argomento mi ha colpito una frase che ho
riportato testualmente sul libro, da parte di uno di quei giovani:
"ritornammo dal fronte tutti bolscevichi, ma i bolscevichi
imboscati e quelli delle retrovie non ci capirono". Lussu
scriveva che gli ex combattenti erano tutti dei socialisti
potenziali: avevano maturato una concezione internazionalista in
trincea…
Per capire la contraddittorietà,
ma anche la sincerità di quelle tensioni ideali, pensa alle
simpatie che la rivoluzione Russa riscuote tra molti legionari
Fiumani!… Si tratta di una pagina di storia che poi è stata
"accomodata" e nascosta, ma fa pensare… Perché per il
fascismo era importante appropriarsi anche dell’esperienza
Fiumana? E’ semplice: perché il fascismo non aveva la storia del
partito socialista, non aveva dietro di sé la cultura cattolica del
partito popolare, non aveva neppure le vecchie tradizioni
risorgimentali dei liberali; si trattava di un movimento nuovo, che
si muoveva solo nella logica della presa del potere, privo di solide
radici ideologiche o simboliche, che cercava di "mettere il
cappello" ad un’ampia fetta di popolazione in cui era
percepibile un disagio istintivo… Il fascismo aveva, insomma, l’esigenza
di appropriarsi di una "storia" altrui, non avendone una
propria…
F.B.:
Chissà perché mi viene in mente
la Lega Nord!
I. T.:
Sicuramente! Il discorso, alla
fine, è sempre quello: cercare di cavalcare il malcontento in modo
"astuto", e nel frattempo crearsi delle radici
"fittizie" dal punto di vista della storia politica alle
spalle. Se non si hanno radici solide alle spalle, ce le si crea
inventandosele ed appropriandosi in parte di quelle degli altri…
Tornando al fascismo: Mussolini è
l’uomo che fa la settimana rossa ad Ancona, che guarda alle
occupazioni della fabbriche in silenzio e un po’ da lontano, ma
senza contrarietà… Insomma, è un opportunista: quando capisce
che la strada per il potere gliela possono garantire solo gli
industriali che si sono arricchiti con la guerra e gli pagano il
giornale, oppure gli agrari che vengono difesi dalle
"squadracce" fa una scelta di campo. E questa scelta va
persino oltre le sue aspettative: lui si sarebbe accontentato di
entrare nel governo, ma strada facendo capisce che la debolezza
dello stato liberale (che al di là di un’ottusa politica
repressiva – forte solo "di facciata" – sta mostrando
tutti i suoi limiti) lo può portare molto più in là…
F.B.:
Mi sembra naturale che tu ti
definisca, con orgoglio, "antifascista". Ma volevo
chiederti: quale è il senso del tuo antifascismo oggi, dopo che
dell’antifascismo hai esplorato le origini? E quale è l’eredità
che ci lascia oggi la storia degli Arditi del Popolo?
I. T.:
Oggi non penso che siamo in
presenza di un pericolo fascista paragonabile a quello che
affrontarono gli Arditi del Popolo nel 21 o la Resistenza nel 45;
comunque esistono dei valori (i Francesi li chiamano "i valori
repubblicani") che se tu li hai ti fanno sentire antifascista
nel profondo… Sono i valori fondanti della Repubblica, quelli che
ti portano al rifiuto di ogni forma di dittatura e di ogni forma di
annullamento o limitazione della libertà. Devono essere scritti nel
DNA di ogni democrazia. Il pericolo oggi è più strisciante: non è
da escludere un’involuzione autoritaria, che non necessariamente
si manifesta col fez e col manganello; penso alla manipolazione dei
mezzi di comunicazione di massa o alle nuove forme di imperialismo e
colonialismo che sono tristemente sotto gli occhi di tutti. E guarda
che io sto cercando di "guardare avanti!", ossia al di là
della scontata quanto fermissima contrarietà alla guerra; c’è un
discorso che mi sembra sottovalutato: i rischi del dopoguerra. Le
guerre (in parte ne abbiamo già parlato) sono fenomeni che
scatenano dinamiche estremamente pericolose, dinamiche che rischiano
di mettere in un angolo le forze democratiche: la filosofia
"combattiamo il terrorismo con la guerra preventiva"
alimenta e motiva maggiormente il terrorismo ed il fondamentalismo,
e conseguentemente rischia di produrre nuovi conflitti. L’occidente
sta mostrando la propria faccia peggiore all’Islam, e questo
accende la miccia del fanatismo.
Mi chiedi quale sia la lezione che
si ricava dagli Arditi del Popolo… Penso tu abbia seguito il
dibattito interno a Rifondazione su violenza e non-violenza. Un
dibattito molto valido, ma che rischia di essere banalizzato. Io
penso che certe forme di opposizione al potere che sono state
recentemente messe in atto non siano da sconfessare! Penso agli
operai di Melfi, alle azioni dei disobbedienti contro i treni delle
armi… L’uso della forza va rapportato alla situazione. Gli
Arditi del Popolo non avevano alternative. In quel contesto c’erano
i socialisti quali alfieri del pacifismo assoluto. Era un pacifismo,
come ti dicevo prima, in buona fede e sicuramente non figlio di
codardia. Era un pacifismo etico, che li portava quasi a teorizzare
il sacrificio. Molto nobile, ma i fascisti prosperarono su quell’atteggiamento
rinunciatario.
Di fronte allo scenario
"guerra preventiva contro terrorismo" è giustissimo far
passare un messaggio di rifiuto della logica della violenza, che
però non deve significare che non siamo in grado di far valere i
nostri diritti, e non deve negare la legittimità di forme di lotta
"disobbedienti" o trasgressive. Questo è il motivo per
cui non voglio che l’esperienza degli Arditi del Popolo vada persa…
Francesco Barilli, di Ecomancina.com |