Il parallelo fra l’omicidio di Marco Biagi
e quello di Aldo Moro è stato proposto già nei giorni
immediatamente seguenti la morte del professore Bolognese. A dire il
vero fin qui niente di nuovo: dopo il 1978 ogni omicidio rivendicato
dalle Brigate Rosse o da altri terroristi di estrema sinistra è
stato accostato (per certi versi in modo comprensibile) al delitto
Moro, sicuramente la più celebre e rappresentativa vittima del
terrorismo.
Il parallelo Moro/Biagi è proseguito in questi
giorni dopo il ritrovamento dei messaggi del professore Bolognese:
si sono accostate le mail di Biagi alle famose lettere che Aldo Moro
indirizzò alla famiglia e a numerosi esponenti politici,
soprattutto della DC, nei 55 giorni della sua prigionia.
Effettivamente anche i toni dei messaggi di Moro
e di Biagi (pur nelle differenti circostanze dei due: il primo
scrisse in reale ed oggettivo pericolo di morte, il secondo
presagiva tale pericolo) presentano alcune analogie, anche sotto l’aspetto
umano. Entrambi sembrano preoccupati, più che per la propria
incolumità, per l’ansia in cui sono costretti a vivere i
familiari, ed entrambi nelle proprie lettere hanno accenti toccanti
verso la propria famiglia.
Aldo Moro: "La mia pena è Luca(1).
Lo amo e lo temo senza di me. Sarà il dolore più grande."
(lettera del 6 aprile 78 indirizzata alla moglie(2));
"Con Luca, dicevo, mi avete dato la gioia più grande che io
potessi desiderare. Questa per me è la punta più acuta di questa
dolorosissima vicenda." (lettera alla figlia Maria Fida)
Marco Biagi: "Ti lascio immaginare
come possa vivere tranquilla la mia famiglia … … Ti prego di non
fare parola con tua mamma della questione confidenziale che ti ho
prospettato, perché mia mamma ne è all’oscuro."
(lettera al Presidente della Camera Casini del 15 luglio 2001(3))
Entrambi manifestano una sensazione di profonda
delusione verso l’inadeguatezza delle strutture di protezione
poste nei confronti della rispettiva incolumità, dimostrando uguale
delusione verso il proprio partito (Moro) e verso l’attuale
leadership del Centro-Destra (Biagi).
Aldo Moro: "È doveroso aggiungere,
in questo momento supremo, che se la scorta non fosse stata, per
ragioni amministrative, del tutto al di sotto delle esigenze della
situazione, io forse non sarei qui… … … in verità mi sento
anche un po’ abbandonato da voi" (lettera a Benigno
Zaccagnini del 4 aprile 78); "E Zaccagnini? Come può
rimanere tranquillo al suo posto? E Cossiga che non ha saputo
immaginare nessuna difesa? Il mio sangue ricadrà su di loro" (lettera
datata 8 aprile 78 indirizzata alla moglie);
E a proposito del discorso "scorte e
incolumità" può essere utile riportare anche due passaggi
dalla Deposizione di Eleonora Moro resa l’11 agosto 1980
dinanzi alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul "caso
Moro".
"…da questo momento in avanti è stato
tutto un crescendo di avvertimenti, di lettere anonime, di
telefonate, di segnali vari che in una certa misura, vista la mia
penso naturale apprensione, mio marito cercava di non farmi
conoscere, di non farmi pervenire"
Domanda: "Relativamente alla scorta, lei sa
se il presidente avesse in animo di chiedere o se chiese un
rafforzamento della scorta?"
Eleonora Moro: "Lo fece lui moltissime
volte e lo fece Leonardi(4) continuamente con i
suoi superiori, ma questa cosa non fu mai presa in
considerazione."
Marco Biagi: "Qualora dovesse
malauguratamente occorrermi qualcosa, desidero si sappia che avevo
informato inutilmente le autorità di queste ripetute telefonate
minatorie senza che venissero presi provvedimenti conseguenti"
(lettera al Ministro Maroni e al Prefetto di Bologna del 23
settembre 2001); "Ormai troppe volte mi sono rivolto a Lei
per segnalare questo stato di cose. Non mi resta che esprimerLe di
nuovo la mia preoccupazione e la mia profonda delusione per quella
che secondo me è una chiara sottovalutazione dello stato di
pericolo in cui mi trovo"; (lettera indirizzata al Prefetto
di Bologna del 1 settembre 2001); "Berlusconi è
impresentabile su tante cose, ma sul mercato del lavoro chi è
impresentabile è proprio il centrosinistra, che non ha idee o
progetti." (lettera indirizzata da M. Biagi al professor
Stefano Liebman, ordinario di diritto di lavoro, del 17 marzo 2002,
due giorni prima della propria morte)
Ma l’intenzione di questo mio articolo non è
tanto quella di tracciare dei curiosi parallelismi fra le due
vicende, andando magari alla ricerca di chissà quale
"scoop" giornalistico o di chissà quale inquietante
rivelazione. Non è neppure mia intenzione fare del facile pietismo
sulle similitudini "umane" delle due vicende: ogni singola
tragedia ha un lato che può coinvolgere le nostre coscienze, nella
misura in cui siamo capaci di sentire vicinanza verso i nostri
simili, ma non per questo tale aspetto ("umano", per l’appunto)
deve risultare prevalente su altre considerazioni.
A me personalmente ha colpito di più la
facilità con cui "gli amici" (di Moro ieri, di Biagi
oggi) hanno scaricato veleni sulle due vittime. E questo aspetto in
questi giorni mi sembra sfuggito ai più, al di là dello scalpore
suscitato dalle vergognose parole di Scajola e dalle tardive (e non
so quanto spontanee) dimissioni del Ministro.
Di Moro dissero che non era più lucido o
addirittura sotto l’influsso di droghe. Che i suoi scritti non
fossero autentici intellettualmente, o addirittura fossero frutto di
dettatura da parte dei carcerieri. Era un patetico tentativo di
smorzare le bordate che Moro, durante la sua prigionia, lanciò
verso la DC. Fu lo stesso Presidente Democristiano a dimostrare
amarezza per questa ipotesi, in una lettera indirizzata al suo
partito e recapitata il 28 aprile 1978: "E’ vero: io sono
prigioniero e non sono in uno stato d’animo lieto. Ma non ho
subito nessuna coercizione, non sono drogato, scrivo con il mio
stile per brutto che sia, ho la mia solita calligrafia. Ma sono, si
dice, un altro e non merito di essere preso sul serio". Già
in precedenza, nella già citata lettera indirizzata a Benigno
Zaccagnini del 4 aprile 78, Moro disse: "tengo a precisare
di dire queste cose in piena lucidità senza avere subito alcuna
coercizione della persona…"
La vicenda Biagi è più attuale, e sapete tutti
come il consulente sia stato liquidato da Scajola nella sua infelice
uscita a Cipro. Insomma (questo pare essere il succo del pensiero
dell’ex Ministro), cosa voleva questo consulente lautamente pagato
e che cercava il rinnovo dell’incarico? Una scorta, quando era
stata tolta pure a Magistrati ben più esposti???!!!
Aldo Moro e Marco Biagi, insomma, sono due uomini
simili per molti versi. Uccisi dallo stesso nemico. Preoccupati, di
fronte al pericolo personale, più per la serenità della propria
famiglia che per la propria incolumità. Lasciati soli ed indifesi
da quelle istituzioni che, in modo diverso, entrambi avevano
servito. Ma soprattutto due uomini la cui dignità è stata
sbeffeggiata dai propri stessi "amici". Due "rompicoglioni",
utili anche da morti, nella misura in cui utilizzabili come icone
del sistema (Moro ieri, per qualche manifesto in campagna
elettorale; Biagi oggi, per alimentare una campagna denigratoria del
sindacato). Due uomini sacrificati (credetemi: non avrei mai creduto
di dover usare in questa occasione più o meno le stesse parole dell’Osservatore
Romano…) sullo stesso altare di una politica senza più cuore,
senza più umanità, senza più principi.
Francesco Barilli
NOTE:
(1)
Luca è il nipote del Presidente
Democristiano, cui Moro era molto affezionato.
(2) I riferimenti alle lettere di Aldo Moro sono tratti
dal sito http://www.misteriditalia.com/
(3) I riferimenti alle mail di Marco Biagi sono tratti da
"La Repubblica" e dal sito http://www.rainews24.rai.it/
(4) Oreste Leonardi era uno dei due carabinieri a bordo
dell’auto di Moro la mattina del 16 marzo 1978, uccisi assieme ai
tre poliziotti sull’auto di scorta.