|

|
ABBIGLIAMENTO, CALZATURE E ACCESSORI SPORTIVI
(Campagna sulla Coppa del mondo di calcio 2002 - GLT La Lente sulle Imprese)
A cura di Ersilia Monti e Claudio Portugalli della Rete di Lilliput, Nodo di Milano
Il mercato mondiale
Il mercato dell'abbigliamento, calzature e accessori sportivi valeva nel 2001 29,5 miliardi di dollari (20 miliardi abbigliamento e accessori, 9,5 miliardi scarpe sportive). Dopo due anni di calo seguiti nel 2000 da un leggero recupero, il 2001 ha segnato una contrazione del 3% dovuta alla crisi dell'11 settembre, mentre per l'anno corrente è prevista una crescita del 2%.
Il protagonista principale è Nike con il 32% del mercato (9,5 miliardi di dollari di fatturato nel 2001), seguono a distanza Adidas con il 18% del mercato (5,5 miliardi di dollari nel 2001) e Reebok con il 10% circa (2,99 miliardi di dollari di fatturato nel 2001). Nel particolare settore delle scarpe sportive Nike sale al 39%, seguono Adidas al 15% e Reebok al 10%. I principali mercati sono quello statunitense e quello giapponese.
La politica di marketing dei principali produttori è rivolta agli sportivi praticanti e alle persone che fanno fitness. Questo target di consumatori è stato meno influenzato degli altri dagli attentati dell'11 settembre, in quanto soggetti con una mentalità più forte e positiva, interessati a prodotti molto innovativi e di punta. Per questo tipo di consumatori il prezzo è meno importante rispetto all'innovazione tecnologica e all'aspetto del prodotto. Un prezzo basso può essere interpretato come scarsa qualità. Questo spiegherebbe, ad esempio, la tendenza alla contemporanea riduzione del numero di scarpe vendute e all'aumento del prezzo del singolo paio.
Una ricerca di mercato ha evidenziato come la partecipazione all'attività sportiva sia legata, per la maggior parte degli americani (92%), all'aspetto del divertimento piuttosto che a quello salutistico/estetico. Un altro elemento è la sostanziale stabilizzazione della crescita che porta la competizione sul terreno della conquista delle quote di mercato.
In particolare sono Reebok, una delle case più antiche (anno di fondazione 1895), affermatasi nel settore dall'aerobica e che ora controlla il 10% del settore dell'abbigliamento e scarpe sportive, la dinamica New Balance (specialmente in USA) e Adidas a tentare di sottrarre clienti al gigante Nike.
Le campagne pubblicitarie evidenziano due aspetti, quello tecnologico e quello del divertimento. Le caratteristiche tecnologicamente superiori del prodotto consentono di trasformare la fatica in divertimento. "It's fun" (è divertente) è il claim (messaggio) utilizzato.
Per veicolare questo messaggio è fondamentale il testimonial, che deve essere la figura di riferimento nel suo sport, il vincente, giacché deve garantire la fedeltà al prodotto o suscitare il desiderio d'acquisto. E' il migliore anche perché usa quel prodotto, che contemporaneamente, data la sua superiorità tecnologica, gli consente di trasformare la fatica in divertimento. Gli spot pubblicitari mostrano sportivi intenti più a giocare e a confrontarsi con divertenti mostriciattoli che impegnati in competizioni sportive reali.
La lotta tra i vari produttori, per accaparrarsi i migliori atleti, ha portato ad una crescita esponenziale dei budget pubblicitari. Siamo arrivati nel 2001 ad una spesa in pubblicità e sponsorizzazioni di circa 5,9 miliardi di dollari, si tratta del 20% del fatturato complessivo del settore (29,5 miliardi di dollari).
Questo significa che per una scarpa venduta al pubblico a 100 dollari (225 mila vecchie lire) il costo di produzione è 45 dollari mentre il peso della pubblicità è 9 dollari (20 mila lire)
Un esempio su tutti è il famoso giocatore di golf nero Tiger Woods titolare di un contratto con Nike per 17,4 milioni di dollari all'anno, circa 48 mila dollari al giorno (circa 100 milioni delle vecchie lire).
Uno spot tra il primo e il secondo tempo delle partite del mondiale costerà tra 100 e 200 milioni di euro.
Ma dove e come sono prodotti questi articoli sportivi?
Alla ricerca di crescenti quote di mercato in un regime di forte concorrenza, i grandi marchi dello sport sono rimasti sulla cresta dell'onda trasferendo la produzione in paesi dell'Asia, del Centro America, e negli ultimi anni, dell'Europa dell'est, dove fornitori anonimi riescono a produrre a costi bassissimi, senza il rispetto dei più elementari diritti sindacali e con salari sotto il minimo di sussistenza. Questo malgrado i codici di condotta sbandierati da grandi imprese come Nike e Adidas. Nel settore delle scarpe sportive, i principali paesi esportatori sono oggi Cina, Indonesia e Vietnam. La Cina, con il 65% della produzione mondiale di abbigliamento e scarpe sportive, fa la parte del leone: ci sono almeno 40 fabbriche Nike in Cina che impiegano circa 111 mila operai.
Nonostante un ordinamento del lavoro avanzato, e ufficialmente comunista, si praticano in questo paese condizioni di lavoro terribili. I lavoratori, spesso migranti interni senza permesso, sono privati dei documenti e costretti a lavorare e dormire nella stessa fabbrica. Devono depositare alcuni mesi di stipendio quando iniziano a lavorare (quasi mai restituiti) e devono pagare vitto e alloggio alla fabbrica.
La China Labour Watch denuncia che per ogni paio di scarpe vendute, come dicevamo prima a 100 dollari, un operaio cinese percepisce circa 0,4 dollari, circa 900 lire, mentre per la pubblicità Tiger Woods percepisce, solo da Nike, circa 100 milioni al giorno). Con la sua sponsorizzazione si potrebbero pagare 40 mila lavoratori cinesi (stipendio correlato su base giornaliera 1,1 dollari al giorno = 2500 lire circa).
Spesso anche queste misere paghe ufficiali non sono rispettate e circa il 30% dei lavoratori intervistati dichiara di percepire meno dei 33 dollari mensili sbandierati. Il lavoro è a cottimo, e visti i bassi salari si è forzati a lavorare 12 ore al giorno per 7 giorni la settimana, con un solo giorno di libertà al mese; niente maternità, niente malattia o infortunio, nessun compenso per il licenziamento, niente pensione. Alcune di queste garanzie sociali sono riservate solo agli impiegati di livello superiore, o ai dirigenti.
In Indonesia, un'indagine recente condotta in alcune fabbriche di Nike e Adidas ("We are not machines" in www.cleanclothes.org) rivela che migliaia di lavoratrici/ori continuano a vivere in grande povertà e a dover lavorare un gran numero di ore per integrare una paga misera. Con 2 dollari al giorno, in un paese stremato da un'inflazione crescente, una famiglia contrae debiti per arrivare alla fine del mese e manda i figli presso parenti nei villaggi per rivederli solo tre o quattro volte all'anno. Per aver organizzato uno sciopero si può finire in galera, come è capitato lo scorso anno a Ngadinah, operaia per un fornitore di Adidas; per aver rilasciato un'intervista si può venire aggrediti a colpi di machete, come è capitato Rakhmat Suryadi, esponente sindacale alla Nikomas, uno dei principali fornitori di Nike e Adidas in Indonesia.
In Birmania, paese dominato da una spietata dittatura militare, nonostante le sanzioni internazionali e l'invito al boicottaggio economico da parte delle forze democratiche e del sindacato in esilio, le esportazioni di capi di abbigliamento verso gli Stati Uniti, tanto per fare un esempio, sono aumentate dal 1995 del 270%. I salari sono fra i più bassi al mondo e non esiste libertà sindacale. Secondo documentate denunce di organismi internazionali, le aree industriali su cui sorgono gli impianti produttivi sono state costruite con il lavoro forzato di adulti e bambini. Ha suscitato proteste la scoperta che le tute degli atleti che portavano la fiaccola olimpica all'apertura dei giochi invernali di Salt Lake City erano state confezionate in Birmania. Solo un paio di mesi prima la squadra olimpica norvegese aveva rinunciato alla sponsorizzazione della Triumph, la multinazionale dell'intimo, che fino a quel momento rifiutava di lasciare il paese.
Un'altra zona di produzione caratterizzata da bassi standard sociali di lavoro è il Messico, con le famigerate maquilladoras. Qui sono state spostate molte delle produzioni di abbigliamento per il mercato nordamericano. Il fatto che vi si confezionino anche le tute e gli accessori per le squadre sportive di prestigiose università è stato all'origine di mobilitazioni studentesche, particolarmente efficaci e propositive, che con l'appoggio del sindacato tessile Unite sono riuscite a ottenere risultati importanti. Un buon numero di università degli Stati Uniti hanno introdotto clausole sociali nei contratti di commessa e 75 hanno aderito a un organismo di vigilanza in cui sono rappresentati anche gli studenti. Vedremo in seguito il caso esemplare della maquilladora Mexmode.
Lo sponsor della nazionale italiana di calcio, Kappa
In Italia la propensione all'acquisto è differente, siamo meno sportivi, quindi il messaggio pubblicitario, made in USA, è efficace solo per un pubblico giovanissimo; per gli altri, che sono soprattutto tifosi di calcio, conta l'aspetto dell'appartenenza e dell'identificazione con la squadra del cuore. Così si spiega la politica di sponsorizzazione verso le squadre.
Specialista del merchandising per il calcio è la società torinese BasicNet, proprietaria dei marchi Kappa, Robe di Kappa e Jesus Jeans, che con il marchio Kappa veste la nazionale italiana. Nella scorsa stagione ha venduto quasi 500 mila pezzi fra maglie ufficiali e accessori con i colori della Roma di cui è sponsor con il marchio Kappa, ma rimane pur sempre un nano rispetto a Nike e Adidas, con un fatturato di "appena" 260 milioni di euro. Nike e Adidas spendono per uno spot quanto BasicNet investe in un anno in comunicazione (circa 20 milioni di euro solo sul marchio Kappa). Fra i principali azionisti di BasicNet figurano, oltre a Marco Boglione, presidente e amministratore delegato, la 21 Investimenti della famiglia Benetton, il gruppo bancario svizzero Ubs, e Li & Fung di Hong Kong, una delle maggiori trading company asiatiche. BasicNet è presente sul mercato americano in joint venture con la statunitense Reda Sports con il nome Kappa USA e ha stipulato di recente un accordo con Li-Ning group, operatore dell'abbigliamento sportivo con oltre 2 mila punti di vendita, che sarà licenziatario esclusivo dei marchi Kappa e Robe di Kappa per il mercato cinese. Si tratta in sostanza di un'azienda molto dinamica e in forte crescita.
BasicNet produce in tutto il mondo: Cina, Vietnam, Thailandia, Cambogia, Portogallo, Turchia, Romania, India, Isole Maurizio, Filippine, Indonesia, Sri Lanka. Di una cosa bisogna darle atto, non si astiene dal dichiararlo in etichetta, come fanno invece altre sue illustri concorrenti, ma non si fa scrupolo di rifornirsi in Birmania, una delle dittature militari peggiori del mondo. Per invitarla ad andarsene, secondo la richiesta del legittimo governo birmano, è stata lanciata dalla Rete di Lilliput una campagna di pressione in occasione dei mondiali di calcio 2002.
BasicNet non è nuova a campagne di questo tipo. Nel 1999 l'organizzazione pacifista israeliana Gush Shalom riuscì con una forte mobilitazione internazionale ad impedire all'azienda italiana di avviare una produzione di abbigliamento sportivo Kappa nella colonia ebraica di Barkan in Cisgiordania.
I palloni da calcio
La piaga del lavoro minorile nella produzione dei palloni sale per la prima volta alla ribalta della cronaca nel 1996 per un'indagine di Life. Fanno il giro del mondo le foto che ritraggono bambini pakistani intenti alla cucitura di palloni da calcio Nike con il logo della FIFA. Nel distretto di Sialkot in Pakistan si concentra l'80% della produzione mondiale di palloni da calcio, il resto viene lavorato in India e, negli ultimi anni, anche in Cina. Da allora si susseguono svariate campagne di denuncia, capofila la Global March Against Child Labour, ideata da Kailash Satyarthi, fondatore della ong indiana South Asian Coalition on Child Servitude (SACCS), che ha dedicato la vita a liberare i bambini dal lavoro forzato soprattutto nella produzione di tappeti. Mentre è alta l'attenzione sul lavoro minorile, i campionati del mondo di calcio del 1998 si aprono con la denuncia di un ex internato in un campo di lavoro cinese che accusa Adidas di aver fatto uso di lavoro forzato per produrre palloni promozionali per i mondiali. Il fornitore della multinazionale tedesca si serviva di laboratori in una zona rurale che, accanto a personale proprio, occupavano prigionieri politici di un vicino campo di rieducazione, per 15 ore al giorno e una paga di 1,50 dollari al mese. In Italia, è il giornalista Riccardo Orizio del Corriere della Sera a denunciare in modo circostanziato nello stesso anno la presenza di lavoro minorile nella produzione di palloni gadget per conto di importatori italiani (Globo Sport e Mondo), di Nestlé e Coca Cola.
Recenti indagini in Pakistan evidenziano come, malgrado i progressi conseguiti dal Sialkot Project, il programma per l'eliminazione del lavoro minorile finanziato dall'OIL, siano ancora migliaia i bambini impegnati nella cucitura dei palloni, mentre i salari corrisposti agli adulti sono pari a un terzo di ciò che servirebbe per vivere. Le indagini svolte in India dalla ong olandese India Committee of the Netherlands pongono l'accento sull'inadeguatezza dei programmi di vigilanza adottati dagli imprenditori che non tengono conto di aspetti importanti, come i livelli salariali degli adulti, ben al di sotto dei minimi legali, la tutela della salute, i diritti sindacali. A completare l'opera è intervenuto il governo indiano quando, nel dicembre 1999, ha escluso i centri di cucitura dalla legge sul lavoro nelle fabbriche che dava diritto a un contratto di lavoro, un premio annuale, il doppio della paga oraria per gli straordinari, e altro ancora ("The dark side of football: child and adult labour in India's football industry and the role of FIFA", 2000; "Child labour and rights in the sporting goods industry: a case for corporate social responsibility", 2002, in www.manitese.it; www.indianet.nl).
Mentre in India e in Pakistan la lavorazione dei palloni è interamente realizzata a mano e si svolge in gran parte a domicilio, in Cina l'assemblaggio viene effettuato a livello industriale con una prima fase di lavorazione a macchina. In quali condizioni questo avviene lo racconta lo studio dell'ong Hong Kong Christian Industrial Committee uscito nell'aprile 2002 che si basa su interviste realizzate ai lavoratori di tre fabbriche del Guangdong che producono palloni, guanti e accessori sportivi per conto di note aziende occidentali come Adidas, Puma, Umbro e le italiane Lotto e Diadora ("Report on working conditions of soccer and football workers in mainland China", in www.cleanclothes.org).
Le condizioni di lavoro sono del tutto simili a quelle descritte in precedenza per le scarpe e l'abbigliamento: giornate lavorative che raggiungono le 13 ore, violazione delle norme sulle retribuzioni, mancanza di assicurazioni sociali e perfino restrizioni della libertà personale. Le pelli sono ammorbidite con sostanze chimiche e calore intenso da operai sprovvisti di strumenti di protezione adeguati, con il risultato che essi sono esposti a svariati rischi di malattie professionali. I rischi più comuni sono gli infortuni da intossicazione, bruciature, tagli e deformazioni delle articolazioni dovuti all'intensità della produzione. Gli operai sono tenuti all'oscuro del loro diritto ad essere risarciti. La retribuzione è incerta con riferimento sia alla regolarità dei pagamenti, con ritardi fino a 30 giorni, sia all'effettivo importo corrisposto per ogni pallone prodotto (quote di circa 100 al giorno), in quanto questo varia anche in funzione dell'ordine e dei tempi di consegna. Quanto si guadagna? Da 36 a 48 dollari al mese in bassa stagione, arrivando a 72-120 nei picchi. Il salario minimo garantito dovrebbe essere 54 dollari al mese per 40 ore settimanali. In bassa stagione e senza pesanti straordinari non si arriva al salario minimo, anche se questo non consentirebbe in ogni caso di vivere dignitosamente. L'unico modo per tirare avanti è accettare i dormitori e mangiare alle mense, interni, per la "modica" decurtazione di circa 19 dollari al mese.
Il codice di condotta della FIFA
Nel 1996 la FIFA annuncia di aver raggiunto un accordo con la Confederazione internazionale dei sindacati liberi (ICFTU) e con la Federazione internazionale dei lavoratori del tessile-abbigliamento-cuoio (ITGLWF) per l'adozione di un codice di condotta da estendere alle imprese che fabbricano palloni e altri articoli sportivi su sua licenza. L'accordo, se fosse stato sottoscritto, l'avrebbe impegnata a vincolare i suoi sponsor e i suoi licenziatari al rispetto delle principali convenzioni internazionali del lavoro, a corrispondere salari dignitosi, a garantire trasparenza e a dare libero accesso ai siti produttivi per ispezioni qualificate. Alla FIFA però viene meno il consenso della Federazione mondiale dei produttori di articoli sportivi (WFSGI) che un anno dopo le impone il suo codice: un documento più blando, che non impegna i produttori sul piano salariale, e che non è frutto di un accordo con il sindacato. Sull'onda delle pressioni esercitate dalle associazioni per i diritti umani e da ICFTU, dal 1998 la FIFA include nei suoi contratti di licenza, oltre al codice di condotta del WFSGI, l'obbligo di partecipazione ai programmi dell'OIL per l'eliminazione del lavoro minorile in Pakistan e in India, e nel 2000 il codice stesso esce in un nuova versione migliorata. I punti deboli delle clausole sociali inserite nel contratto di licenza FIFA sono numerosi. Il codice non è vincolante, fa riferimento all'importanza di retribuzioni in linea con il costo della vita, ma opta per il salario minimo legale, raccomanda ma non impone meccanismi di verifica della sua applicazione. Inoltre, a detta della FIFA stessa, è difficile accertare con sicurezza che i palloni regalo o promozionali degli sponsor, che dovrebbero rispondere alle stesse condizioni contrattuali dei palloni ufficiali, provengano esclusivamente da fornitori riconosciuti; i programmi dell'OIL restringono il campo al solo lavoro minorile, lasciando irrisolta la questione del trattamento salariale e delle condizioni di lavoro degli adulti; e per finire, vi sono fondati motivi per credere che gli articoli a buon mercato che provengono dalla Cina, entrata di recente a far parte del WFSGI, siano fabbricati in condizioni che violano il contratto. Ogni grande evento calcistico è l'occasione giusta per spingere la FIFA a fare un passo avanti nella direzione di maggiori, stringenti impegni.
Quando le campagne danno buoni frutti: il caso esemplare della Mexmode in Messico
Tutto comincia nel 1998 con uno storico annuncio: la Duke University accoglie le sollecitazioni degli studenti e adotta un codice di condotta per i licenziatari del suo marchio che da ora in poi nel produrre capi di abbigliamento con il logo dell'università americana si atterrano a norme di tutela del lavoro. Attraverso la rete USAS (United students against sweatshops), gli studenti coordinano efficacemente una serie di campagne per raccogliere la massima adesione intorno ai codici da parte degli organismi accademici. Ma come essere sicuri che siano davvero rispettati?
In collaborazione con Unite, sindacato del tessile-abbigliamento, e di associazioni per la difesa dei diritti dei lavoratori, gli studenti fondano nell'aprile 2000 il Worker Rights Consortium, un organismo per il monitoraggio dei codici che si avvale dell'aiuto di una rete di partner locali nei paesi produttori. Al WRC aderiscono attualmente 75 università; nel suo consiglio direttivo siedono rappresentanti degli studenti, del personale docente e amministrativo, coadiuvati da un comitato di esperti di cui fanno parte sindacati e associazioni del sud del mondo. Sua diretta antagonista è la Fair Labor Association, agenzia vicina agli interessi delle imprese di cui fanno parte 150 università e una dozzina di aziende fra cui Nike. Il banco di prova, nel gennaio 2001, è un conflitto di lavoro alla Kukdong, azienda coreana che confeziona in Messico felpe a marchio Nike per 14 università degli Stati Uniti, alcune aderenti al Worker rights consortium, altre alla Fair labor association. Gli 800 lavoratori della Kukdong rivendicano il diritto di costituire un sindacato indipendente e di allontanare quello imposto dalla direzione per poter contrattare migliori condizioni di lavoro. La loro protesta si conclude con quindici lavoratori feriti dalla polizia durante uno sciopero e alcune centinaia di lavoratori licenziati. Prende subito il via una efficace campagna di solidarietà internazionale guidata dagli studenti americani di USAS che dà risonanza pubblica al caso e sollecita l'intervento del Worker Rights Consortium che risponde immediatamente con un'ispezione. A questo punto anche la Fair Labour Association e Nike stessa, attraverso l'azienda di social auditing Verité, devono intervenire. Le tre ispezioni accertano che i codici di condotta sono stati violati in numerosi punti e Nike deve imporre al suo fornitore un piano correttivo. Pur in un clima di forti intimidazioni, nell'estate del 2001 il sindacato indipendente della Kukdong, che ha nel frattempo cambiato nome in Mex Mode, riesce a ottenere il riconoscimento legale con il nome di Sitemex e a fine settembre firma il suo primo contratto collettivo. E' una novità nel settore delle maquilladoras del Messico che non ha mai tollerato sindacati indipendenti. La tenacia dei lavoratori e la vigilanza delle organizzazioni internazionali conseguono risultati ancor più incoraggianti: nell'aprile scorso Sitemex firma un nuovo accordo che innalza le paghe del 40% fra aumenti diretti e incentivi. Nello stesso mese Nike annuncia di volersi impegnare nel nuovo corso alla Mex Mode piazzando una commessa da 2,5 milioni di dollari.
(al buon esito di questo caso hanno dato un contributo concreto gli iscritti alla maling list italiana "azioni urgenti" della Clean Clothes Campaign. Per saperne di più e per iscriversi: ersilia.monti@mclink.it)
Storia di due lavoratrici asiatiche
LEILY (Nike e Adidas) NGADINAH (Adidas)
Leily è una giovane indonesiana immigrata dal centro di Giava. Da cinque anni lavora con altre 23 mila persone, quasi tutte donne, per la PT Nikomas Gemilang, uno dei principali fornitori di Nike e Adidas. Leily siede ogni giorno alla catena di montaggio con l'assillo di non farcela, di non riuscire a raggiungere la quota di produzione assegnata. Ricorda bene gli insulti, il lancio di oggetti e quando, in un paio di occasioni, è stata costretta per punizione a restare in piedi, immobile, davanti alle compagne al lavoro, per un'intera giornata. Ora si è fatta una famiglia, ma non è in grado di mantenerla. Secondo i suoi calcoli, per vivere dignitosamente sia lei che il marito dovrebbero guadagnare il doppio del loro salario, per questo fa tanti straordinari e ha dovuto mandare suo figlio dai nonni al paese. Di un'unica cosa Leily è sicura, non si occuperà mai più dei suoi diritti di lavoratrice. L'unica volta che l'ha fatto partecipando a un incontro di discussione con le compagne, ha subito una perquisizione ed è stata minacciata di licenziamento. Di fronte a lei del resto ci sono numerosi esempi che lo sconsigliano. Il caso di Julianto, un operaio della Nikomas minacciato di morte per aver organizzato uno sciopero e alla fine costretto a licenziarsi insieme ad altri venti attivisti, o il caso di Rakhmat Suryadi, esponente sindacale, ferito lo scorso anno a colpi di machete davanti ai cancelli della fabbrica dopo aver rilasciato un'intervista sulle condizioni di lavoro alla Nikomas. Ngadinah cuce da 15 anni scarpe sportive per la PT Panarub, una fabbrica di Tangerang, nei pressi di Jakarta, che produce per Adidas. Ngadinah è la segretaria del sindacato indipendente dei lavoratori delle calzature sportive Perbupas che nel settembre 2000 ha fatto scendere in sciopero gli 8 mila operai della fabbrica per chiedere migliori condizioni salariali e le maggiorazioni di legge per lo straordinario. A quasi un anno di distanza da quello sciopero, che si era concluso con un accordo con la direzione, Ngadinah è stata arrestata e messa in prigione in seguito alla denuncia per danni sporta dal datore di lavoro. L'accusa di aver istigato i compagni ad aderire allo sciopero si rifà a un vecchio articolo della legge indonesiana, risalente al periodo della colonizzazione olandese, che è servito finora per reprimere manifestazioni di dissenso politico e sindacale. Una forte mobilitazione internazionale obbliga Adidas a intervenire presso il ministro del lavoro indonesiano. Il 23 maggio 2001 Ngadinah è rilasciata su cauzione e tenuta agli arresti domiciliari in attesa del processo che il 30 agosto la scagiona completamente. "Nella fabbrica - dice Ngadinah ai giudici - a ogni linea di produzione composta da 47 persone è assegnata normalmente una quota produttiva giornaliera di 700 paia di scarpe. Se non la si raggiunge, i superiori si arrabbiano molto, tanto che qualche volta prendono delle scarpe e ce le lanciano addosso. E' per questo che gli operai hanno scioperato, non perché gliel'ho detto io".
(fonte: "We are not machines" in www.cleanclothes.org)
www.retelilliput.org Maggio 2002
|