Lidia Menapace: un percorso umano e politico
ricco di grandi svolte, che si intrecciano con quelle della sinistra
italiana da ormai cinquant’anni.
Nata a Novara nel 1924, prende parte alla
Resistenza come staffetta partigiana, con una scelta non violenta
che rispetterà in seguito e contrassegnerà la sua vita e la sua
attività politica. Impegnata inizialmente nel movimento cattolico
di base, è tra i fondatori de "Il Manifesto" ed è
tuttora una voce significativa della cultura di sinistra e più in
generale dei movimenti di solidarietà. Nel luglio 2004 è stata
lanciata la campagna di raccolta firme per la sua nomina a senatrice
a vita.
***
23 dicembre 2004
Francesco Barilli:
Nell’introduzione, presentandoti ho parlato di
"un percorso ricco di svolte"; in una vecchia intervista
ho letto che tu stessa dicevi "solo chi ha idee può anche
cambiarle". Questo mi porta ad una riflessione: oggi viviamo un
momento di grande fermento (ma anche di grande confusione…) nella
sinistra, e abbiamo dovuto constatare diversi episodi che
testimoniano una certa insofferenza da parte dell’ala più "movimentista"
rispetto alla parte più "istituzionale" (e a dire il vero
neppure negli anni 60/70 il rapporto fra il PCI ed i movimenti era
"facile"…). Forse anche oggi è il momento di "una
svolta": a tuo avviso è possibile trovare una forma di dialogo
che unisca le diverse "anime" della sinistra? E cosa vuol
dire, oggi, "essere di sinistra"?
Lidia Menapace:
Confermo che solo chi ha idee può cambiarle,
ovviamente… Tuttavia non come si cambiano gli abiti al variar
delle stagioni, bensì quando eventi significativi modificano i
punti di riferimento: ad esempio una guerra, una attività politica
volta a far rinascere forme di razzismo, una politica economica che
mette in discussione tutto ciò che era stato ottenuto ecc. ecc. In
questi casi non solo è necessario resistere alle pressioni, ma
anche vedere che cosa di sbagliato inadeguato non convincente c'era
negli atteggiamenti precedenti, che non hanno retto e lasciato che
avvenisse la svolta. Oggi - ad esempio - dopo il crollo dell'URSS e
la cattiva salute dei vari, una volta grandi, partiti
socialdemocratici dell'Europa occidentale, non è possibile non
sottoporre a critica serrata un patrimonio di idee pratiche forme
organizzative che non ha retto, è stato sconfitto. E ciò non per
assumere le idee di chi ci ha battuto, ma per prepararsi a
rispondere su un terreno più efficace. Essere di sinistra oggi,
accanto alla sempre presente e sempre più necessaria ispirazione
egualitaria e a favore delle persone, genere, culture e popoli e
classi oppresse sfruttate ecc., significa scegliere, fare una
opzione senza residui (senza se e senza ma) a favore della pace,
come forma della politica, e della nonviolenza come suo metodo.
Abbiamo votato a Firenze al primo Social Forum europeo: "Non
c'è pace senza giustizia ottenuta con mezzi pacifici".
F. B.:
Una domanda che si collega, in parte, alla
precedente: come giudichi le recenti azioni di "disobbedienza
civile", sulle quali negli ultimi tempi sono sorte molte
polemiche, anche a sinistra?
L. M.:
La disobbedienza civile (cioè dei e delle
cittadine, per distinguerla dall'insubordinazione militare, che ha
altre forme e altri rischi) è uno dei modi dell'azione nonviolenta.
Essa comporta spesso anche affrontare, a certe condizioni, azioni
illegali, perchè non sempre le leggi vigenti sono giuste e spesso
l'unico modo per rendere visibile la loro ingiustizia è di violarle
senza agire in modo violento proprio per far capire l'intima
giustezza delle richieste e della lotta. Quando ad esempio le
costituzioni liberali europee riconoscevano il diritto di
associazione, ma lo negavano agli operai, costruire il sindacato era
illegale ed "eversivo", ma giusto anche se disobbediente.
Quando il primo maggio era fuori legge, organizzare un corteo era
una azione illegale nonviolenta di disobbedienza civile. Lo sciopero
fu a lungo vietato e organizzare scioperi una azione illegale
nonviolenta. Quando l'aborto era un reato organizzavamo viaggi
clandestini nei paesi in cui si poteva fare e molte tra noi si
autodenunciarono per aborto anche falsamente, per far constatare
attraverso i processi la palese ingiustizia della legge vigente. Una
forma molto dura di disobbedienza civile prossima
all'insubordinazione militare fu l'obiezione di coscienza, che ha
ottenuto il risultato di far abolire la leva e di contare quanti
giovani fossero contrari al militare. L'azione diretta nonviolenta
contro il carovita è oggi una delle forme illegali ma giuste per
far constatare che è in corso una politica economica che produce
ingiustizia sociale e ineguaglianza crescente.
F. B.:
Una domanda sulla tua esperienza di partigiana:
sempre in una tua intervista tu hai detto: "Feci la staffetta,
rifiutandomi di portare armi". Poche parole, che mi sembrano
racchiudere una scelta di grande spessore morale: in che modo quella
tua scelta ha segnato la tua vita, in seguito?
L. M.:
La decisione di non portare armi in un movimento
che era anche armato (ma non militare) fu fatta in modo spontaneo,
dapprima solo perchè avevo paura di farmi male da sola, per una
scelta antieroica. La Resistenza era antieroica: ti dicevano - se
scoperta - di cercar di resistere un giorno anche alle torture e poi
di dire tutto, dato che in un giorno quelli che erano stati in
contatto con te potevano mettersi al sicuro: non vi era traccia di
una cultura del "gesto" eroico, del "martirio",
consideravamo ciò dannunziano e addirittura anche un po' fascista.
Quando poi mi fu detto che però potevo esercitarmi ad usare le armi
dissi di no consapevolmente, perchè non volevo addestrarmi a
sparare addosso a una qualsiasi altra persona. Ero disposta a
organizzare evasioni, nascondere perseguitati politici e razziali,
ospitare renitenti e fuggiaschi, rifornire le formazioni di
vettovaglie medicine ecc., distribuire stampa clandestina, portare
messaggi e ordini, deviare treni per impedire il passaggio di
truppe, portare plastico per attentati ecc. ecc. Queste scelte erano
riconosciute, dato che una resistenza è un movimento anche armato,
ma non militare, bensì politico e nessuno può ordinarti di fare
una cosa che non vuoi fare per ragioni di coscienza. Questo è uno
dei grandi meriti della Resistenza italiana cui non si fa un grande
servizio presentandola solo come una specie di guerra
"minore".
F. B.:
Da mediattivista, sono di solito piuttosto
critico verso il mondo dell’informazione "ufficiale" (e
vedremo più avanti di approfondire questo aspetto), preferendo il
mondo dell’informazione alternativa via internet. Il Manifesto
però ha sempre rappresentato una voce libera ed indipendente, a
volte "scomoda" anche per la sinistra. Vorrei sapere
qualcosa su come nacque il Manifesto e cosa ricordi di quell’esperienza.
L. M.:
Il manifesto fu una specie di straordinaria sfida
insieme razionale appassionata ironica, insomma una di quelle cose
che non si incontrano di frequente. Quando Pintor con altri la
pensò, ci parve una specie di rodomontata che però, per quanto mi
riguarda, mi prese subito. Una delle cose migliori del Sessantotto
era che sembrava non ci fossero limiti alla fantasia e
all'ardimento: la prima fase del Sessantotto fu così e il manifesto
ne fu una delle prove più significative. Poi arrivarono nel
movimento le tentazioni partitistiche (ciascun pezzetto tentò di
trasformarsi in partito con tutte le ristrettezze che si aggravano
nelle piccole organizzazioni) e poi fu sconfitto dal ricorso alla
violenza. Il manifesto ha poi avuto varie vicende che non ho sempre
del tutto condiviso, ma resta una delle più belle stagioni della
mia vita, che di cose importanti non è stata povera. Pensare un
quotidiano oggi può venire in mente a molti e le nuove tecnologie
comunicative rendono tale pensiero fattibile; ma noi agivamo ancora
con il gravame della vecchia carta stampata con tutte le difficoltà
pesi ecc. Insomma, che i proponenti ce l'abbiano fatta è ancora
oggi una cosa che stupisce persino noi che c'eravamo.
F. B.:
Restando al "tema informazione":
ultimamente la censura in Italia ha colpito anche la satira. Non
trovi per certi versi paradossale che il potere abbia tanta paura
dell’elemento comico/satirico? O forse non è il segno che la
stampa (che il potere dovrebbe temere maggiormente) è ormai per la
maggior parte "addomesticata", e per la rimanente parte
confinata in una nicchia talmente limitata da non destare più
timori?
L. M.:
Come sai la satira ha sempre irritato il potere,
anche se tra gli antichi era accettata in quanto sembrava ricordare
anche ai potenti una comune sorte: sicchè il generale vittorioso e
trionfante riceveva gli sberleffi e le frecciate dei suoi soldati
("Viva il seduttore calvo!" ci dicono che gridassero a
Cesare); così come i buffoni di corte richiamavano anche i re a
convincersi di essere mortali e fallibili. Insomma per gli antichi
la satira "castigat ridendo mores" e dunque funge da
ridente richiamo a una pubblica moralità. I potenti di oggi
sembrano meno disposti a sentirsi dire che sono come gli altri:
temono una diffusione più ampia e incontrollabile della loro
immagine che i mezzi di oggi (specialmente cinema e tv) possono
mostrare in posizioni non piacevoli non autorevoli ridicole: tutti
ricordano una foto della principessa d'Inghilterra che si cavava una
scarpa troppo stretta sotto un tavolino durante una solenne
cerimonia. Spesso i ritratti dei grandi personaggi antichi ci
appaiono in una maestà dovuta al fatto che posavano nelle loro
vesti e posture migliori per grandi pittori, che tuttavia si
rifacevano mettendo sul volto di papa Giulio II magari una
espressione volpina e crudele. Credo che oggi il fastidio per la
satira dipenda dal fatto che non sono in grado di rispondere tenendo
botta, tranne forse Andreotti. La stampa non è in Italia al meglio
della possibile indipendenza, data la proprietà della stessa: é
più disposta a punzecchiare il potere, a denunciarlo, a chiamarlo a
rispondere la stampa inglese o nordamericana, capita…
F. B.:
La censura ha molto a che vedere con un modo
distorto di intendere l’informazione… In questi ultimi anni la
cosiddetta "controinformazione", o "informazione
alternativa", ha assunto una certa importanza, e non solo in
Italia. I media tradizionali però parlano con imbarazzo e fastidio
dei media alternativi, e quando lo fanno è per rivolgere accuse
tanto pesanti quanto assurde (vedi ad esempio gli attacchi portati
ad Indymedia, e non sto parlando solo del recente sequestro dei
server). Tu segui l’informazione su internet? Che cosa pensi di
quel mondo e delle accuse che gli vengono rivolte?
L. M.:
Sono naturalmente contro tutte le censure. A
proposito di informazione elettronica penso che non abbiamo ancora
capito quanto può essere potente e utile. La mia impressione è che
ogni qualvolta appare un nuovo modo di comunicare è indispensabile
che la scuola lo insegni come un alfabeto. Tendo sempre a
considerare i media come un alfabeto, quindi l'accesso ad essi deve
essere considerato un diritto comune e la scuola, ovviamente
pubblica, si deve attrezzare a insegnare qualsiasi alfabeto. A
questo punto mi preme dire che per alfabeto non intendo la semplice
"traccia di segni", bensì un linguaggio. La Moratti dice
che bisogna sapere informatica e inglese appunto nella forma di
mattoncini per costruire la casetta del futuro: il simbolico che usa
è arcaico e pericoloso. Non si tratta di imparare "a
pappagallo" una certa tecnica, ma far capire le relazioni che
attraverso i nuovi alfabeti si possono raggiungere costruire e far
valere. Questo mi interessa e naturalmente, se parlo di un alfabeto
al quale bisogna che tutti e tutte accedano per diritto, intendo
media pubblici (non necessariamente statali) con regolamenti di
accesso vasti e molteplici. La piccolissima idea della par condicio,
invece di essere cancellata come Berlusconi si propone di fare,
dovrebbe diventare una specie di norma di galateo costante, il che
non significa che si debbono misurare col bilancino le apparizioni,
bensì avere contenitori specifici e differenziati per grandi
sistemi conoscitivi e forme comunicative che costituiscano i nessi
tra i sistemi. Questo a me pare il problema dei problemi nella
conoscenza oggi: le forme generaliste che ancora vigono, anche nella
comunicazione, non tengono conto che la conoscenza oggi è sistemica
e il principale lavoro per rendere intelleggibili i contenuti
specifici è operare sui nessi sugli intrecci sugli scambi
espressivi.
F. B.:
Spesso il centrodestra lamenta una presunta
egemonia culturale della sinistra in Italia. Eppure giornalisti,
scrittori, attori di sinistra (oppure, se non di sinistra, comunque
sgraditi all’attuale maggioranza parlamentare) da tempo non
trovano spazio in televisione, ossia sul media più diffuso. E qui
torniamo al discorso che facevamo in precedenza sulla censura: Marco
Travaglio non viene invitato in TV a promuovere i suoi libri (che
pure sono molto letti); Sabina Guzzanti è sparita dal piccolo
schermo, e così pure Dario Fo e Franca Rame, Daniele Luttazzi,
Santoro, Biagi, Beppe Grillo (salvo rare apparizioni) e così via…
Quell’affermazione circa "l’egemonia culturale della
sinistra" mi sembra quindi paradossale. Ma secondo te quell’affermazione
quanto è figlia di semplice "ignoranza" e quanto lo è di
un’idea distorta (per non dire fascista) della cultura, che
sarebbe "buona" quando fa comodo e "cattiva"
quando è di segno contrario?
L. M.:
Molti intellettuali erano di sinistra (anzi ce
n'erano di quelli per i quali non eri mai abbastanza di sinistra).
Come Adornato: appena avevi finito di dire la cosa più di sinistra
che ti veniva in mente esordivano "Ci vuol ben altro!" ed
erano infatti detti "benaltristi"; oppure come un famoso
sociologo che è stato preside della facoltà di Trento, capace di
mandare alla follia gli studenti aggiungendo sempre un famoso
"più uno" alle loro richieste. Sono prontamente diventati
di destra e non splendono più di prima. Vi sono aspetti diversi
della questione: manca certamente un costume e addirittura si
vogliono cancellare le poche embrionali norme che dovrebbero
regolare una certa varietà di presenze e interlocuzioni
specialmente nel pubblico. E' un problema di ordinamento. E comunque
niente può salvare due intellettuali di destra come Vergara e
Masotti dall'insuccesso di pubblico. Trasmissioni stupide possono
avere grande successo, trasmissioni politicamente orientate a destra
cadono: l'Italia non è ancora un paese vinto. C'è anche una
vecchiezza della "questione intellettuali"; mai definiti
se non in modo ambiguo e incerto: o servi del potere che scrivono
"ad maiorem Dei gloriam" o secondo un qualsiasi
"imprimatur" o "con licenza de'superiori" oppure
disposti a "trasferire" la loro coscienza al servizio
della classe operaia o di altre nobili cause, con la tendenza a
sostituirsi alle cause stesse, non hanno mai assunto delle
responsabilità. Oggi si potrebbe provare a ridiscutere la
definizione di "intellettuale" come esperto e possessore
dei mezzi della comunicazione, che è un vero potere: lo usino,
dicano che lo conoscono, stabiliscano quali responsabilità si
assumono. Comunque l'egemonia non si discute, o c'è o non c'è e a
me pare che quella di sinistra sia piuttosto sfuggente e
"copiativa" e quella di destra imiti altri paesi.
F. B.:
Vorrei parlare di un altro argomento che ti sta a
cuore: la condizione delle donne. In questo periodo si è parlato
molto (anche se, a mio avviso, spesso in modo strumentale) sul
rapporto fra Islam e condizione femminile. Come pensi si dovrebbe
intervenire sulle culture altrui, in questi casi (ammesso che si
"debba" intervenire)?
L. M.:
Secondo me la prima cosa è chiedere che ne
discutiamo tra noi donne, prima: è invalsa da un po' di tempo
l'abitudine da parte di importanti prelati delle varie religioni
(tutte molto patriarcali) di "dimostrare" che a casa loro
le donne sono trattate benissimo, esaltate, libere... Che nulla è
meglio del Cristianesimo per riconoscere il ruolo delle donne, che
nulla è meglio dell'Islam per esaltare le virtù delle donne ecc.
ecc. … Sarà meglio che sappiano che noi donne abbiamo uso di
parola e di ragione, che non abbiamo delegato nessuno a parlare in
nome nostro e che il ruolo di protettore non è mai stato molto
glorioso. Voglio narrare un delizioso episodio che mi fu raccontato
da una delegazione di donne vietnamite anni fa: Ho Chi Mihn era
molto interessato all'emancipazione delle donne, secondo gli
insegnamenti ricevuti e condivisi a sinistra. Andando nei villaggi
non trovava mai donne ad ascoltarlo e avendo chiesto perchè non
ebbe risposta. Ma al prossimo giro trovò che in fondo alla sala le
donne erano tutte lì ammassate e silenziose. Domandato perchè
stessero in fondo, la prossima volta le trovò tutte sedute davanti
e silenziose. Chiesto perchè non parlassero, la volta successiva
erano nelle prime file con i loro foglietti pieni di domande.
Finalmente soddisfatto, tornato in sede trovò un messaggio delle
donne che diceva: "Caro Zio Ho, noi sappiamo che le tue sono
buone intenzioni, ma non puoi liberarci tu, smetti dunque, perchè i
nostri mariti per fare bella figura con te ci trascinano alle
riunioni, ci sbattono in prima fila, ci obbligano a stare lì anche
se ci annoiamo, ci costringono a parlare e se non facciamo tutto
quello che ci chiedono, poi a casa ci picchiano. Grazie
comunque". Ho Chi Mihn, che era uno tenace, fece sapere che le
donne che avevano lamentele per il trattamento o per altro potevano
scrivere direttamente a lui di nascosto e senza passare per le
trafile gerarchiche. Sembra che più d'una promettente carriera di
dirigente comunista si sia bruscamente interrotta e sembra che ciò
sia talora avvenuto per le lamentele delle mogli cui Ho Chi Minh
prestò il suo potere. Mi sembra un bell'esempio. Vorrei vedere
qualcuno dei grandi paladini a favore delle donne raddrizzare un
qualche torto. E poi ne parleremo…
Francesco Barilli, di Ecomancina.com