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La memoria "sbagliata" della destra
di Francesco Barilli per
Ecomancina.com
Non ho letto "Cuori
Neri" di Luca Telese; ho invece letto con interesse l’articolo
con cui il 24 gennaio Guido Caldiron ha presentato il libro su
Liberazione.
Ho aspettato qualche giorno a
scrivere, perché l’articolo mi ha dato da subito un senso di
disagio che non riuscivo a comprendere. Inizialmente mi sono chiesto
se non stavo forse cadendo nell’errore che Caldiron sembra
rimproverare a molti militanti di sinistra. Caldiron ha ragione: per
quelli come noi, che ancora aspettano giustizia per Fausto e Iaio,
per Walter Rossi, per Piazza Fontana eccetera, accostarsi con
serenità alla storia di un Paolo di Nella può non essere semplice.
Ciò nondimeno, bisogna ammettere che si tratta di un esercizio
doveroso, e non solo per onestà intellettuale. In buona sostanza,
è pienamente legittimo invitare tutti a non ricordare solo le
vittime della propria parte, nonchè sostenere che c’è bisogno di
parlare DI TUTTE le vittime di quella stagione. Ma le basi di
partenza devono essere diverse, se si vuole evitare di cadere
(magari inconsapevolmente) in una logica bipartisan che fa torto
alla storia, prima ancora che ai molti compagni morti.
Dopo aver riletto l’analisi di
Caldiron, mi sono infatti convinto che il problema, ai miei occhi,
non era in un semplice disagio che mi porterebbe a rifiutare d’interessarmi
alle "vite dei nemici", né tantomeno in un’istintiva
voglia di negare dignità alla loro morte o alla loro memoria. Il
problema stava proprio nelle 10-15 righe d’apertura dell’articolo.
Laddove si cita Gianfranco Fini, che a proposito dell’eversione
neofascista parlò di "spontaneismo armato" e sostenne la
mancanza di un progetto che la sottendeva.
Ad onor del vero l’autore dell’articolo
sconfessa quelle frasi, proprio al termine del proprio pezzo,
parlando di una "memoria congelata" e dell’incapacità
di "guardarsi dentro". Precisazioni giuste, ma
insufficienti; e la misura di questa lacuna diventa evidente
tornando ancora all’introduzione di Caldiron, dove si accenna all’estrema
destra post ’45 come ad una congrega con desideri revanchisti che
appaiono quasi romantici. Questo può essere stato parzialmente vero
per la "bassa manovalanza" (ossia proprio per i ragazzi di
"Cuori Neri", irretiti dalla nostalgia del ventennio), ma
certamente non è vero se pensiamo agli strateghi di quel disegno.
Perché un disegno c’era, eccome. E può essere chiaro se
comprendiamo che la guerra fredda non comincia nel 1948, ma
(perlomeno nel nostro Paese) nel 1943. Comincia con lo sbarco degli
americani in Sicilia, con l’intesa segreta fra mafia, forze
neofasciste e servizi segreti USA. In altre parole, già nel ‘43
vengono gettate le basi della logica di un mondo disegnato come
contrapposizione fra due blocchi, logica che venne alla luce a Yalta
qualche anno più tardi e che giustificò qualsiasi eccesso in
chiave anticomunista. Infatti, la strategia della tensione comincia
con Piazza Fontana, ma i suoi prodromi possiamo già vederli nel
1947, con la strage di Portella della Ginestra. E Fini dovrebbe
evitare di ipotizzare "un grande mistero" su chi arruolò
la manovalanza armata dell’eversione neofascista, se vuole vedere
giudicate le proprie parole come un sincero tentativo di presa di
distanza da quella stagione.
Una precisazione per terminare.
Questo mio scritto NON vuole essere una critica al libro di Luca
Telese, né tantomeno alla legittimità o all’opportunità dell’operazione
letteraria in sé, che al contrario ritengo d’estremo interesse.
Analogamente NON è mia intenzione criticare aprioristicamente lo
scritto di Caldiron, che anzi ringrazio per la segnalazione di
questo libro. Ma se vogliamo affrontare il nodo costituito dai
caduti di quella che, con qualche forzatura, potremmo chiamare
"una guerra civile non riconosciuta", non possiamo
prescindere da una ricostruzione storica. Altrimenti si rischia di
cadere (seppur innocentemente) nella stessa mentalità di una legge
tesa ad equiparare a combattenti d’un esercito regolare chi, nei
mesi dell’occupazione nazista, vestì la divisa della Repubblica
di Salò. E in questo caso anche le vittime degli anni 60/70, di
ambo le parti, diventerebbero davvero solo numeri statistici da
gettare sulla bilancia della memoria.
Francesco "baro" Barilli,
di Ecomancina.com
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