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La storia di VALERY MELIS:
intervista con la madre, Marie Claude
di Francesco "baro"
Barilli, per Ecomancina.com
Valery Melis,
un tempo caporalmaggiore dell’esercito, due missioni all’attivo
in Albania e in Kosovo, oggi fa parte di "un altro
esercito": quello dei ragazzi morti per gravi malattie,
contratte presumibilmente per aver inalato le ormai tragicamente
famose polveri di uranio impoverito, dopo aver partecipato alle
cosiddette missioni di peacekeeping.
Indipendentemente dalle posizioni
che si possono assumere sulle suddette missioni, una cosa è certa:
lo Stato, per conto del quale quei ragazzi stavano operando, nulla
ha fatto per sostenerli nel momento del bisogno o per aiutare le
loro famiglie successivamente. Quello Stato che è sempre pronto a
rispolverare la retorica dell’onore e del tricolore in occasione
delle parate militari non sembra altrettanto efficiente quando si
tratta, in concomitanza o in alternativa, di riconoscere i propri
errori, adoperarsi nella ricerca della verità, affermare i diritti
di uomini in divisa che esso stesso (in altri momenti) dice di
considerare con grande rispetto.
Per Valery Melis, morto il 4
febbraio 2004 dopo una lunga agonia, come per le altre vittime di
quella che possiamo chiamare "sindrome dei Balcani" lo
Stato sembra distinguersi solo per l’abilità con cui costruisce
il muro d’indifferenza e carte bollate contro cui s’infrangono
le richieste di chi vorrebbe sapere la verità: sembra che Il
Silenzio, che lo stesso Valery domandò non venisse suonato ai
propri funerali, lo Stato lo abbia non solo suonato, ma scelto come
modello di comportamento.
DI tutto questo ho parlato con Marie
Claude, madre di Valery, intervistata a Milano il 24 novembre
2005.
***
Francesco Barilli:
Vorrei che fossi tu ad introdurre
la tua storia: come è cominciata, e come hai vissuto – da madre
– il calvario di tuo figlio…
Marie Claude:
Ricordo che lui ci telefonò da
Napoli. Disse che era andato all’ospedale mentre si trovava lì
con la sua ragazza, perché aveva dei noduli sul collo che andavano
e venivano. Già a quel pronto soccorso avrebbero voluto
ricoverarlo, ma Valery preferiva tornare a casa per farsi curare.
Ricordo che andammo a prenderlo
all’aeroporto di Cagliari il 1° novembre 1999. Era una giornata
festiva, e noi – preoccupati – non sapevamo bene dove portarlo.
In un primo momento andammo alla clinica di Quartu, ma lì ci
consigliarono di provare in un centro più attrezzato. Fu così che
Valery fu ricoverato il 2 novembre, a Cagliari, dove iniziarono
subito con gli esami, che culminarono nella biopsia che evidenziò
la gravità della malattia: linfoma di Hodgkin, già diffuso ed in
uno stadio molto avanzato. Da lì cominciò un lungo pellegrinaggio
lungo gli ospedali, fino a Milano.
F.B.:
Che la sua malattia fosse
conseguenza della missione nei Balcani, fu una sensazione che Valery
ebbe subito o si concretizzò in un secondo tempo? In quei momenti
parlò coi medici dei suoi sospetti?
M.C.:
Guarda, Valery era tornato dai
Balcani pochi mesi prima, verso fine maggio, e già poco tempo dopo
aveva cominciato a soffrire per le prime febbri… Ma l’evento che
gli fece collegare le sue condizioni con la missione nell’ex
Jugoslavia fu la morte di Salvatore Vacca, morto per leucemia
nel settembre 99. Quindi, quando il linfoma fu accertato, mio figlio
cominciò subito a temere che le sue condizioni fossero collegate
alla fine di Salvatore.
Per quanto riguarda i primi
colloqui coi medici: questi, circa l’origine della malattia, non
dissero nulla; né a settembre 99, all’infermeria della caserma di
Cuneo (dove Valery si rivolse dopo i primi disturbi) né
successivamente.
F.B.:
Da quanto ho sentito, una delle
polemiche nate attorno alla "vicenda uranio" riguarda le
condizioni in cui lavoravano i militari italiani: condizioni che
sarebbero state ben diverse (per quanto riguarda precauzioni ed
attrezzature) rispetto al personale di altri contingenti. Volevo
sapere se Valery ti parlò mai di questo; e volevo chiederti se, per
quanto ti risulta, le cose oggi sono cambiate.
M.C.:
Confermo quanto dici. Per farti un
esempio, Valery mi disse di aver visitato, assieme ad un
commilitone, il campo dei colleghi francesi, e mi disse che proprio
in termini di attrezzature a loro disposizione i due contingenti non
erano paragonabili. E le notizie che mi giungono sulla situazione
attuale non mi fanno pensare che le cose siano cambiate di molto.
Perlomeno oggi danno un opuscolo, con qualche consiglio di
comportamento ed un elenco di attrezzature che chi va in missione
deve procurarsi autonomamente. Ma all’epoca di Valery le cose
erano ancora peggiori: lui partì senza essere minimamente informato
dei rischi sanitari cui andava incontro o delle precauzioni da
prendere.
F.B.:
Anche se so che per te è
dolorosissimo, vorrei affrontare ora la fine della vicenda. Come
accennato nell’introduzione a questa intervista, mi risulta che fu
lo stesso Valery a chiedere che al proprio funerale non fosse
suonato il Silenzio: volevo chiederti se confermi l’esistenza di
quella sua scelta, nonché, se ti va, di parlarmi delle motivazioni.
M.C.:
Sì, fu una sua scelta, anche se
alla fine il Silenzio lo suonarono lo stesso, al Cimitero… Fu una
scelta fortemente voluta da Valery: lui era molto arrabbiato per l’atteggiamento
dei militari; era arrabbiato per quello che i militari avevano
fatto, per quello che NON avevano fatto, e per quello che avevano
detto.
Devi sapere che prima della sua
morte ci fu un periodo in cui i media parlarono molto del "caso
Melis", anche nei suoi aspetti "collaterali": si era
parlato della malattia e della sua origine legata all’uranio
impoverito, ma pure della fatica che facevamo per ottenere i
rimborsi delle spese (mediche e di viaggio) per le cure a Milano. A
Valery dava molto fastidio l’atteggiamento dei militari, sia di
fronte alla sua famiglia, sia di fronte ai media. Per farti un
esempio, negli ultimi tempi il generale Carta ci aveva telefonato,
dicendoci che per i pernottamenti a Milano, dove Valery si
sottoponeva alle cure, avremmo potuto usufruire di una struttura
militare vicino a San Siro, dove ci avrebbero ospitato, ma a quel
punto mio figlio non volle: non voleva più avere niente a che fare
con quell’ambiente. E quando morì, sulla sua bara non mettemmo il
tricolore, ma la bandiera del Cagliari calcio, società che – al
contrario delle Forze Armate – ci era stata davvero vicina, a
cominciare dal suo presidente, Massimo Cellino.
F.B.:
Le statistiche sui militari
colpiti da patologie riconducibili all’uranio impoverito sono
spaventose, e peraltro forse neppure quantitativamente complete
(inoltre, oltre alla schiera dei morti accertati, esiste purtroppo
una lunga lista di militari attualmente ammalati). Ma mi risulta
naturale pensare che anche i civili delle zone contaminate
presentino casistiche di mortalità allarmanti: tu o altri familiari
di militari morti per linfoma di Hodgkin o patologie simili avete
mai pensato ad approfondire la cosa, a stabilire dei contatti con
questi civili eventualmente colpiti dagli stessi problemi?
M.C.:
Sicuramente concordo con te sul
fatto che la questione sarebbe da approfondire, e che sarebbe
opportuno cercare di stabilire una rete di contatti… Purtroppo non
mi risulta che siano state compilate statistiche sui civili colpiti
da queste patologie. E temo sia molto difficile concretizzare questi
contatti tra i familiari dei militari e quelli dei civili; ti dico
questo perchè anche sui civili, esattamente come sui militari, a
livello ufficiale si tende a minimizzare. Ricordo, ad esempio, d’aver
visto una trasmissione televisiva su questo tema: c’era un medico
italiano che aveva operato in Bosnia, il quale sosteneva che nella
popolazione civile non si riscontravano aumenti di incidenza di
linfomi o leucemie…
F.B.:
Volevo chiedere una tua
impressione anche sulla situazione della Sardegna, dove vivi
tuttora. Parlo di una Sardegna che pare asservita a logiche e
politiche di guerra e di scarsa tutela del territorio (anche se, ad
onor del vero, sembra che qualcosa si stia muovendo in positivo, in
tale senso), e dalla quale periodicamente arrivano voci allarmanti
per la salute pubblica conseguenti questi "giochi di
guerra".
M.C.:
So della situazione di
Perdasdefogu, del Poligono di Quirra: noi viviamo lontano da lì, ma
la gente del posto si lamenta della diffusione delle stesse
patologie (leucemie, linfomi ecc.) che hanno colpito e colpiscono i
reduci dai Balcani. Sono nati comitati locali che cercano di fare
informazione e chiarezza su queste cose, ma le Istituzioni negano
tutto. So che la Commissione d’inchiesta sull’uranio si sta
interessando della cosa: è notizia di pochi giorni fa che [nota:
fonte "Il Sardegna" 8 novembre 2005 – articolo di Elena
Laudante] il consulente della Commissione ha trovato nel terreno
delle basi di Teulada e Perdasdefogu una quantità impressionante di
nanoparticelle del metallo. Purtroppo per ora non so dirti di più:
vedremo gli sviluppi…
F.B.:
Sul "caso uranio" in
Italia si alternano periodi di silenzio assoluto a periodi in cui,
sotto la spinta emotiva di una nuova vittima, i media tornano ad
interessarsi della vicenda. Si tratta di un atteggiamento, da parte
del mondo dell’informazione, schizofrenico e superficiale.
Nonostante questo mi sembra doveroso chiudere questa intervista
citando l’ultima vittima, Fabio Senatore, morto il 7
novembre, e domandandoti cosa chiedi alle Istituzioni, non solo per
tuo figlio, ma anche per gli altri casi analoghi e per il futuro.
M.C.:
I numeri parlano di oltre 40 casi
accertati, ma probabilmente esistono anche casi non inseriti in
questo macabro elenco.
Quello che chiedo, per Valery e
per tutti, è la verità: il riconoscimento, da parte dello Stato,
di quel che è avvenuto, senza falsità o reticenze. Questo
riconoscimento della verità mi sembra fondamentale, per giustizia
verso quelli che non ci sono più ma anche perché non si creino le
condizioni per il ripetersi di queste tragedie.
Poi ci battiamo anche per avere i
risarcimenti dovuti dallo Stato; come ti dicevo prima, ho
sperimentato personalmente le difficoltà per ottenere un rimborso
anche solo parziale per le spese mediche e di viaggio: è un dramma
nel dramma… In questi giorni sembra che qualcosa si stia muovendo
positivamente, nella prospettiva degli indennizzi, ma anche questi
indennizzi serviranno a poco se non saranno diretta conseguenza del
riconoscimento della verità. Ti dico questo perché per Valery,
alla fine, riconobbero la causa di servizio, ma "per
stress", come se lo stress potesse generare malattie di questo
tipo… Si tratta di falsità di fronte all’evidenza: le analisi
che la dottoressa Gatti eseguì parlano chiaro circa la natura dei
corpi estranei rilevati nei tessuti delle vittime del linfoma di
Hodgkin, tra cui mio figlio.
Io non so come facciano le
Istituzioni, di fronte a certi riscontri, a parlare di stress, come
hanno fatto per mio figlio: non so proprio come facciano a negare i
fatti…
Francesco "baro" Barilli,
di Ecomancina.com
NOTA:
Per questo articolo ho avuto l’aiuto
fondamentale di Angelo Garro e Anna Cremona, referenti
del COGEMIL ("Comitato Genitori Militari caduti in tempo di
pace"), cui rivolgo un enorme grazie, e la cui storia potete
trovare qui:
http://www.ecomancina.com/cogemil.htm
sulla storia di Valery Melis potete leggere anche
un breve e toccante commento, sempre a cura di Angelo ed Anna, qui:
http://www.reti-invisibili.net/cogemil/articles/art_4977.html
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