di Francesco Barilli, per Ecomancina.com
Con il passare degli anni parlare della Resistenza
antifascista si fa sempre più difficile. Sembra che le pagine del
libro di storia che affrontano il periodo 1943/45 diventino via via
più sbiadite e confuse. Certo: "sbiadite" lo diventano per
un processo naturale, per l’inesorabile passare del tempo, ma se si
fanno "confuse" lo dobbiamo anche ad altri motivi, molto
meno giustificabili. Negli ultimi anni abbiamo assistito al tentativo
di una riscrittura di quella fase storica e di una rivalutazione etica
di quegli italiani che si schierarono a favore dell’occupazione
nazi-fascista; tutto questo in nome di una possibile
"riconciliazione" che (al di là delle intenzioni con cui
viene proposta, che possono essere dalle più nobili alle più
opportunistiche) rischia di diventare una pietra tombale piazzata
sopra ai valori dell’antifascismo, sui quali è fondata questa
Repubblica. Conseguentemente molti episodi tragici di quegli anni
appaiono sempre più sfuocati, e di altri episodi, a torto o a ragione
da subito considerati "minori" o confinati in un ambito
locale, si va perdendo la memoria.
Ermanno Mariani, nel suo "L’eccidio
di Strà – La banda Maroder-Pasini", si occupa proprio di
uno di questi episodi, ingiustamente dimenticato da molti.
Il 30 luglio 1944 a Strà, piccolo borgo della Val
Tidone, furono trucidate 9 persone, fra cui donne, anziani ed un
bambino di soli due anni. Una strage (compiuta probabilmente come
rappresaglia) i cui autori sono rimasti impuniti e, ufficialmente, non
individuati: tedeschi secondo alcuni, fascisti secondo altri; un
gruppo misto secondo la ricostruzione dell’autore.
Ma Ermanno Mariani non si ferma al solo eccidio di
Strà; la sua faticosa ricerca documentale lo porta a ricostruire le
imprese di una banda armata, una sorta di "polizia speciale
antiresistenza", agli ordini delle SS Tedesche ma composta sia da
tedeschi che da italiani. Un gruppo di uomini che operò non solo nel
piacentino, ma pure nel parmense e in Toscana, distinguendosi per la
determinata ferocia delle proprie azioni. Fra questi episodi
sicuramente spicca l’uccisione di 22 partigiani, una sorta di
esecuzione extragiudiziale che avvenne la notte del 25 gennaio 1945: i
partigiani vennero prelevati dalle carceri di Piacenza e "fatti
sparire"; i cadaveri non vennero mai ritrovati…
Il libro affronta anche, marginalmente, un aspetto
affascinante e dai contorni vagamente leggendari dell’eccidio di
Strà: secondo voci di paese, i nomi dei responsabili sarebbero
scritti su un biglietto, che fu infilato in una bottiglia poi gettata
nelle fondamenta del monumento dedicato ai caduti di quella strage.
Non so se l’episodio sia vero o se si tratti di una "leggenda
urbana", che contribuisce solo a dare un ulteriore alone di
mistero ad una storia vera, terribile, crudele… Mi piace però
pensare che il libro di Mariani e così pure questo articolo siano
anch’essi una sorta di "messaggio nella bottiglia", un
messaggio che non deve andare perduto per ricordare (usando le parole
dell’autore) "cosa può portare una guerra in casa e quali
mostri e fantasmi può produrre". E questo, in tempi in cui
si teorizza la guerra preventiva come possibile risposta al terrorismo
internazionale, deve farci riflettere…
***
intervista con Ermanno Mariani – Piacenza
Francesco Barilli:
Nei tuoi libri ti sei occupato soprattutto della
Resistenza nel Piacentino: solo affetto per le tue origini o c’è
dell’altro che ti ha spinto a questa scelta?
Ermanno Mariani:
Anche. Ma soprattutto direi che c’è da parte mia
la passione storica della ricerca del periodo più straordinario della
storia recente. Quel periodo che ha visto una generazione mettersi in
gioco per offrire qualcosa a chi sarebbe venuto dopo: la libertà e la
democrazia. Non è poco, c’è da riflettere.
F.B.:
In una tua intervista hai detto che, pur basandoti
per i tuoi libri su fatti realmente accaduti e su ricerche documentali
e d’archivio, preferisci uno stile di scrittura più narrativo. Nell’Eccidio
di Strà, invece, hai preferito una ricostruzione rigorosamente
storica: puoi spiegarmi il perché di questa diversa scelta?
E. M.:
L’eccidio di Strà è una storia agghiacciante.
Un vero horror, non però un horror - splatter di quelli che si vedono
al cinema da consumare con pop corn, patatine e pomodoro finto che la
fa da sangue. L’eccidio di Strà e quello che hanno combinato quelli
della banda Maroder - Pasini, sadici o psicopatici, dediti alla
tortura sfruttata come arma politica, è una storia dell’orrore
vera. Ho sempre creduto che la realtà supera la fantasia e quello che
hanno fatto questi "signori" ne è l’esempio. Con
sofferenza ho quindi gettato alle ortiche quello che avrebbe potuto
essere un romanzo (e il mio editore assicuro che avrebbe preferito un
romanzo su questa vicenda) e ho scritto un testo storico. Perché io
spero, come hai detto tu, di lasciare un mio piccolo messaggio nella
bottiglia. Perché vorrei che più gente possibile capisca quali
mostri produce una guerra in casa che vede fratelli contro fratelli.
In sintesi un tremendo urlo di terrore. E’ molto meglio sempre
parlare, confrontarsi con chi la pensa diversamente, discutere
civilmente... in un contesto democratico. Le dittature non lasciano
questo spazio e inevitabilmente si scivola nell’orrore, come
sessanta anni fa…
F.B.:
A proposito di ricostruzioni storiche: quanto è
stata difficoltosa la ricerca di materiali per questo libro?
E. M.:
Direi molto difficoltosa. Le fonti da me
utilizzate: documenti d’indagine di carabinieri e squadra mobile
compiuti sull’eccidio di Strà nell’immediato dopo guerra.
Carabinieri e polizia lavorarono bene e a mio parere da quelle carte
emergono i nomi dei responsabili di quell’eccidio e di altre stragi.
Tuttavia esaminando quei carteggi ne emerge un gran pasticcio in fase
dibattimentale. Per esempio l’istruttoria dedicata al massacro di
Strà e alle stragi commesse dalla banda Maroder - Pasini, si fraziona
in centinaia di rivoli. In questo modo è diventato più difficile
appurare le responsabilità dei singoli e molti sono rimasti impuniti,
non c’è di conseguenza mai stato un vero processo per quel fatto.
Tuttavia dalle carte degli investigatori, si possono ancora oggi
capire molte cose. Si tratta di documenti che per legge sono ancora
segreti. Le carte dedicate alle stragi avvenute in Italia durante la
seconda guerra mondiale, sono vincolate da segreto per settanta anni.
Io ho potuto aggirare l’ostacolo grazie ad una recente norma dell’ultimo
governo di centrosinistra che ha abbassato a cinquanta anni il
segreto. Ho però dovuto fare domanda al Ministero dell’Interno,
alla Prefettura, all’Archivio di Stato, dimostrare che avevo già
scritto libri su quel periodo, sottostare ad una lunga serie di
vincoli, anche complessi. Prima di ricevere risposta dal Ministero ho
atteso un anno. Ormai avevo accantonato la questione ed ero certo si
fossero dimenticati di me, invece...
F.B.:
Tu chiudi il tuo libro con un’intervista ad un
uomo che fu accusato per quei fatti. Ovviamente non è questa la sede
per approfondire la questione o per discutere di sue eventuali colpe,
ma volevo chiederti un’impressione umana su questa esperienza. Che
ricordi ti sembra avere di quella fase della sua vita? Ritieni che, in
qualche modo o misura, i sessant’anni passati lo abbiano in qualche
modo cambiato?
E. M.:
Quell’uomo non mi è parso cambiato, dai suoi
discorsi ho capito che a suo parere quell’eccidio andava giustamente
fatto perché un tedesco era stato ucciso, anche se nessuno fino ad
oggi lo ha dimostrato con una prova oggettiva. Parlando con lui sono
riuscito a spiegare, penso inutilmente, che le leggi di guerra
prevedono il diritto di rappresaglia con un rapporto di dieci a uno,
ossia quello esercitato dai tedeschi in Italia in centinaia e
centinaia di stragi. La rappresaglia secondo le leggi di guerra
prevedeva però che le vittime fossero scelte dall’esercito
occupante sulla popolazione dei maschi adulti, di età compresa fra i
18 e i 60 anni. A Strà nessuno dei massacrati era maschio adulto fra
i 18 e i 60 anni. Quel fatto è quindi divenuto crimine contro l’umanità
e per legge non va in prescrizione, i responsabili di quell’eccidio
sono tuttora perseguibili e, a quanto mi risulta, la magistratura di
Piacenza ha al vaglio un esposto nel quale si chiede di riaprire le
indagini su quel massacro, anche alla luce di quelle indagini svolte
nel 1945 da carabinieri e polizia e, diciamolo, probabilmente e
vergognosamente insabbiate per motivi politici (come la stragrande
maggioranza delle stragi nazifasciste) dai governi italiani a cavallo
fra gli anni quaranta e cinquanta. Quell’uomo mi è parso coerente
con ciò che fu nel passato, ossia era del tutto convinto di aver
combattuto per una causa giusta, del resto mi disse "sono
cresciuto con il culto di Mussolini, ero fascista e lo sarò
sempre".
F.B.:
Una domanda che ho già fatto a Giovanni Pesce e ad
Ivano Tagliaferri, ma mi sembra doveroso ripeterla a te e chiudere con
essa la nostra chiacchierata: stiamo assistendo a molti tentativi di
rivisitazione del fascismo; abbiamo sentito dire che il 25 aprile
dovrebbe essere vissuto come occasione di riconciliazione fra italiani
piuttosto che come ricordo della Liberazione… Tu che hai
approfondito la ricerca storica di quegli anni, cosa rispondi a queste
affermazioni?
E. M.:
Io penso che il 25 aprile dovrebbe diventare una
festa popolare, un po’ come il giorno dell’indipendenza in America
o la presa della Bastiglia in Francia. Le stucchevoli cerimonie
militari in piazza, che pur ci possono stare, sono però retoriche e
hanno il solo risultato di far fuggire i giovani dall’avvenimento.
Meglio un bella festa in piazza con gruppi musicali che suonano e
cantano, magari remixate, canzoni partigiane. Ricordare con spettacoli
teatrali e presentazioni di libri. Ma meglio ancora sarebbe che ognuno
possa vivere il 25 aprile a modo suo, facendo però festa, magari con
una gita in campagna fra parenti o amici, o trascorrendo una giornata
in casa con un buon libro. E ricordando, anche solo per un attimo, che
la libertà di cui godiamo oggi, tantissimi l’hanno pagata al
massimo prezzo: con la vita. Chi non festeggia il 25 aprile non ha
coscienza democratica, i suoi geni non sentono il respiro della
libertà e di conseguenza più o meno inconsapevolmente preferisce ad
un governo democratico, un governo autoritario. Di sicuro o è un
ignorante (nel senso che ignora la storia) o un nostalgico fascista.
Francesco Barilli, di Ecomancina.com
NOTA:
Ecomancina ha già tentato di mantenere vivo il
ricordo della Resistenza antifascista, sia per quanto riguarda il
periodo 1943/45, sia per quanto riguarda il ventennio. Ricordiamo i
links alle interviste con Giovanni Pesce e con Ivano
Tagliaferri.