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RICORDIAMO LA STRAGE DI PIAZZA
DELLA LOGGIA
intervista con MANLIO
MILANI
(Presidente Associazione dei
caduti di Piazza della Loggia)
di Francesco Barilli, per Ecomancina.com
Come in molti altri casi di cui ci
siamo occupati su Ecomancina.com, anche per la strage di Piazza
della Loggia vale una triste regola: trenta anni di indagini, nessun
colpevole. E, come per gli altri casi, sono due le parole che
sorgono spontanee: "Verità e Giustizia", che sono state
negate; negate innanzitutto ai familiari delle vittime, ma pure al
resto della società civile.
La tragedia di Piazza della
Loggia ha una sua peculiarità, rispetto ad altre stragi che
hanno insanguinato il nostro paese: avvenne durante una
manifestazione organizzata dal comitato permanente antifascista di
Brescia per protestare contro episodi di violenza da parte di gruppi
della destra eversiva. Ma su questa peculiarità torneremo a
riflettere più avanti: ora è il momento di riassumere brevemente i
fatti.
Era il 28 maggio 1974
quando in Piazza Loggia scoppia la bomba: 8 i morti, oltre cento
i feriti. Da un articolo di Rossella Prestini tratto da
"QuiBrescia.it": (http://www.quibrescia.it/stragepiazzaloggia.htm)
"Due furono le piste
d'indagine inizialmente intraprese per trovare i colpevoli della
strage di piazza Loggia. La prima, bresciana, andava verso un
insieme non organizzato, formato da piccoli delinquenti comuni con
simpatie di destra e da un gruppo di giovani neofascisti della
Brescia bene (fra cui Andrea Arcai, figlio del giudice, poi
assolto). Si aprì nel 1974 e si concluse tredici anni dopo con la
sentenza del 25 settembre 1987 della Cassazione, che confermò in
via definitiva l'assoluzione del gruppo. Il principale imputato, Ermanno
Buzzi che già era stato condannato all'ergastolo per la strage
con la sentenza di primo grado, venne strangolato nel carcere di
Novara da due terroristi neri, Concutelli e Tuti, alla
vigilia del processo di appello.
La seconda pista venne aperta in
seguito ad alcune rivelazioni di collaboratori di giustizia
provenienti dall'ambiente carcerario e si focalizzò su gruppi della
destra radicale milanese. Gli imputati - Fabrizio Zani, Marco Ballan,
Giancarlo Rognoni, Bruno Luciano Benardelli e Marilisa Macchi -
vennero definitivamente assolti dalla Corte di Cassazione il 13
novembre 1989."
Ma il 13 novembre 1989 non viene
scritta la parola "fine" sulla vicenda. La procura della
Repubblica di Brescia dal 1993 ha aperto una nuova inchiesta, che ha
visto iscritti sul registro degli indagati esponenti della destra
eversiva, ma anche note personalità, come il generale dei
carabinieri Francesco Delfino o l'ex parlamentare Pino
Rauti; dalle testimonianze di Carlo Digilio e Martino
Siciliano sembra netto il coinvolgimento del gruppo ordinovista
veneto. E, sempre in seguito a queste ultime deposizioni, vengono
coinvolti indirettamente (con l'accusa di favoreggiamento a favore
di uno degli imputati, Delfo Zorzi), anche alcuni legali di
spicco (compreso l'onorevole Gaetano Pecorella) che hanno
sempre negato ogni addebito.
Martino Siciliano è un vecchio
amico di Delfo Zorzi, con cui militava nella cellula di Ordine Nuovo
di Mestre. E’ strana la storia di Martino Siciliano, costellata da
dichiarazioni clamorose, fughe improvvise, inattesi ripensamenti.
Storico collaboratore di giustizia nelle inchieste sullo
"stragismo nero" di quegli anni, da anni latitante era
tornato a Milano per deporre al processo di Piazza Fontana, ma il
giorno della sua udienza era fuggito ancora. Il nome di Siciliano
tornò sulle prime pagine dei giornali nel 2002, quando ai
magistrati di Brescia fu consegnato un suo memoriale dove scagionava
Delfo Zorzi e ritrattava tutte le sue precedenti dichiarazioni sulla
strage di Brescia.
Successivamente, altro colpo di
scena: Siciliano viene arrestato a Milano.
(fonte: ANSA 11.03.2003): "Grazie
a Giuseppe Fisanotti, personaggio veronese in passato legato
all'estrema destra, i magistrati bresciani, scoperto che Siciliano
era tornato in Italia e non credendo ad una parola del memoriale,
avevano intercettato le sue conversazioni. Il pentito aveva
raccontato a Fisanotti di avere ricevuto fin dal 1997 compensi da
Delfo Zorzi. Aveva anche raccontato che al processo per la strage di
Piazza Fontana, il 20 settembre del 2000, non si era presentato
perche' Delfo Zorzi gli aveva promesso denaro cosi' come glielo
aveva promesso per il memoriale (500 mila dollari). Una storia
complicata che ha fatto finire nei guai anche i legali di Delfo
Zorzi, Gaetano Pecorella e Antonio Franchini, e quello dello stesso
Siciliano, Fausto Maniaci. Martino Siciliano nelle conversazioni con
Fisanotti, intercettate dai carabinieri, aveva spiegato di avere
intrattenuto rapporti con i legali dell'ordinovista veneto, da molti
anni diventato cittadino giapponese dove vive con il nome di Hagen
Roy."
Le ricerche degli inquirenti hanno
portato ad individuare accrediti sospetti di denaro sui conti in
Colombia di Martino Siciliano. Anche la provenienza (da
"casseforti" svizzere) ed i riscontri temporali dei
movimenti di denaro sembrano coincidere con l’ipotesi che il
memoriale in cui Siciliano scagionò Zorzi (memoriale in seguito
nuovamente sconfessato dallo stesso Siciliano) non fosse sincero ma
"pilotato"; ma la provenienza del denaro resta sconosciuta
(serviranno altre rogatorie) e la convivente di Siciliano
attribuisce le transazioni finanziarie ad ipotesi diverse
(compravendite di case e terreni di cui era proprietaria la donna).
Con la nota ANSA e la mia ultima
postilla ci avviciniamo all’attualità, ma non, purtroppo, alla
verità giudiziaria, che è ancora ben lontana dall’essere
scritta. Diverso è il discorso se ci concentriamo sulla verità
storica della strage di Brescia; come accennavo in premessa la
strage di Brescia ha una sua precisa identità: perpetrata durante
una manifestazione antifascista, assume un connotato particolarmente
esplicito su quale fosse il clima politico di quell’epoca e su
quale fosse il prezzo che lo Stato era disposto a pagare per
ostacolare l’ascesa delle forze di sinistra.
Piazza della Loggia è una vicenda
paradigmatica della "strategia della tensione". Ed i tanti
ostacoli posti lungo il cammino delle indagini ci illumina su quale
fosse il livello a cui giunsero i legami (e conseguentemente le
coperture) fra apparati statali e gruppi neofascisti e spiega anche
perché, dopo tanti anni, sia così difficile giungere non solo ad
una verità giudiziaria, ma pure ad una memoria condivisa su quei
fatti. Ed è terribile constatare, accanto al "non
accertamento" della verità processuale, che pure quella
"memoria condivisa" non sembra interessare più di tanto
alle Istituzioni, che sembrano considerare le stragi d’Italia (da
Portella delle Ginestre in poi) al massimo una pagina di storia da
non ripetere, certo, ma soprattutto da dimenticare in fretta, senza
che sia stata raggiunta chiarezza.
In una lettera inviata per il
convegno "I comitati civili contro silenzi e impunità",
tenuto a Genova il 12 luglio 2003 (occasione in cui è nata l’idea,
concretizzatasi qualche mese dopo, di www.reti-invisibili.net)
Manlio Milani (Presidente Associazione dei caduti di Piazza
della Loggia) e Lorenzo Pinto, della medesima Associazione,
hanno scritto: "l’Italia, dopo la Colombia, è il paese
con il più alto numero di cittadini, funzionari dello Stato, caduti
per atti di terrorismo, stragismo politico e mafioso, omicidi
politici. … Noi siamo il Paese delle Associazioni delle vittime.
Cosa vuol dire che i familiari si riuniscono e si battono per avere
giustizia? Vuol dire che senza l’impegno di una parte di società
per strappare la verità, è difficile che la verità venga fuori.
Vuol dire che c’è una ferita nelle regole della democrazia, nel
nostro Paese, talmente profonda che non può essere rimarginata con
l’oblio, la rimozione. Vuol dire che c’è una ferita nel
concetto di libertà.".
Di questo e altro abbiamo parlato
con Manlio Milani, intervistato a Brescia il 21 aprile 2005.
***
Francesco Barilli:
Una domanda dolorosa ma che mi
sembra inevitabile per cominciare la nostra chiacchierata: cosa vuol
dire ricordare oggi il 28 maggio 1974? Intendo dire che, al di là
della dimensione umana e personale, tu rappresenti l’Associazione
dei caduti di Piazza della Loggia: in questi anni nelle mie
interviste ho affrontato fatti della storia recente italiana sui
quali non si sono mai ottenute verità o giustizia. Ed ho scoperto
che in molti casi i parenti e gli amici delle vittime di quei fatti
per "far sentire la propria voce" hanno scelto di riunirsi
in associazioni. Vorrei dunque che tu mi parlassi anche della storia
e degli obbiettivi della vostra associazione.
Manlio Milani:
Gli obbiettivi della nostra
associazione sono riassumibili nello slogan "verità e
giustizia per non dimenticare". Che è lo slogan attorno al
quale nei primi anni ’80 ci siamo riuniti con altre associazioni
analoghe (Bologna, treno Italicus, Piazza Fontana ecc.) costituendo
la "Unione familiari vittime per stragi". Tutto ciò
perché il tema della mancanza di verità e giustizia per queste
stragi è un tema comune, anche se diversamente articolato. Intendo
dire che il quinquennio 1969/1974 è totalmente impunito per ciò
che attiene i mandanti, con pochissime eccezioni per gli autori come
ad esempio la strage di Peteano del 1972, e solo perché c’è un
reo confesso, il neofascista Vincenzo Vinciguerra che confessò solo
perché, a suo dire, voleva svelare le connivenze di alcune forze di
destra con apparati dello Stato e voleva denunciare questa
strumentalizzazione di cui si sentiva vittima.
L’altra strage di quel
quinquennio non totalmente impunita è quella della questura di
Milano (1973) perché l’autore (Gianfranco Bertoli) fu colto in
flagrante. Anche in questo caso non sappiamo chi sono i mandanti ed
eventuali altri complici. Bertoli (personaggio ambiguo: sedicente
anarchico, che si scoprì in seguito legato agli ambienti dell’estrema
destra vicini ai servizi segreti) si è cercato di trasformarlo nel
"deus ex machina" di quel fatto, mentre probabilmente
anche lui era solo uno strumento in mani altrui…
Resta che, a parte queste poche
eccezioni, le stragi del quinquennio 69/74 sono totalmente impunite.
Nel periodo successivo le cose andranno diversamente: per la
stazione di Bologna(1) dove non solo si è riusciti a condannare
alcuni degli attentatori (Mambro e Fioravanti), ma anche uomini di
apparati dello Stato, come i generali dei servizi segreti Belmonte e
Musumeci, condannati per aver ostacolato le indagini. Come pure la
condanna di Pazienza e di Licio Gelli (P2) evidenzia l’azione di
gruppi di potere occulti che influenzarono l’attività dello
Stato.
Questa impunità totale del
periodo 69/74 è un elemento su cui riflettere. La domanda sul
"perché" dell’impunità di queste stragi non ha una
facile risposta, soprattutto se vogliamo andare oltre il puro dato
del depistaggio. E’ una risposta che dobbiamo cercare nel "perchè"
di quelle stragi. In tal senso fondamentale è cogliere il contesto
storico e politico in cui avvengono e che è molto diverso sia da
quello degli anni immediatamente seguenti alle stragi, sia da quello
attuale. In primo luogo, i cambiamenti nello scenario
internazionale: prima la caduta di Nixon nel 1974, e la
contemporanea fine del regime dei colonnelli in Grecia e di quello
portoghese; poi la caduta del muro di Berlino nel 1989.
Cambiamenti che avrebbero potuto
facilitare la ricerca della verità, invece ne siamo ancora molto
distanti. Recentemente sono stati desegretati dagli americani dei
documenti che gettano nuova luce su quegli anni e che confermano che
quelle stragi facevano parte di quel contesto di contrapposizione a
livello mondiale che divise l’Europa in due blocchi; l’Italia
era un Paese caratterizzato da una forte presenza del PCI ma
apparteneva al blocco occidentale, e ciò era sufficiente a
giustificare qualsiasi azione tesa ad ostacolare l’andata al
governo del Partito Comunista e della sinistra nel suo insieme.
Il 1974 è un anno di grande
svolta: proprio dopo Piazza della Loggia la strategia anticomunista
entra in crisi. Il ministro degli Interni Taviani metterà fuori
legge organizzazioni neofasciste come Avanguardia Nazionale e Ordine
Nuovo e lo stesso ministro, subito dopo la strage di Piazza Loggia,
definirà la politica degli opposti estremismi come "nefasta
per la democrazia italiana". Sono atteggiamenti che dovevano
segnare l’avvio di una nuova fase "antifascista"
caratterizzata dalla proposta del compromesso storico lanciata da
Berlinguer all’indomani del golpe cileno. Una proposta che
rimescolava le carte (anche per effetto della sconfitta al
referendum sul divorzio) dentro la stessa DC, dando più vigore alle
forze più popolari presenti al suo interno.
Una iniziativa che, che nelle
intenzioni dei proponenti, poteva aprire una stagione che superava
quelle contrapposizioni e quella "sovranità limitata" a
cui l’Italia era costretta e che poteva restituire pienamente le
scelte al voto dei cittadini. Insomma, si dovevano creare le
condizioni di quella che Moro definiva "democrazia dell’alternanza";
un periodo breve che finì, nel 1978, con l’uccisione dello stesso
Moro.
Dopo la sua morte cominciò una
nuova fase della politica italiana, che passa attraverso
tangentopoli ed arriva fino ai giorni nostri. E’ amaro constatare
che la profondità di quei cambiamenti non avvenga per effetto di
quelle stragi, con quei 149 morti innocenti e i circa 500 feriti
racchiusi nel periodo 1969 (Piazza Fontana) e il 1984 (Treno 904).
Ti dicevo prima che i documenti
desecretati dagli americani confermano questo contesto storico;
addirittura per Piazza della Loggia si parla in termini espliciti di
questa logica di contrapposizione che giustificava qualsiasi azione,
per quanto criminale potesse essere, in chiave anticomunista.
F.B.:
Vorrei sottolineare queste tue
parole, che mi trovano d’accordissimo. Direi addirittura che
questo disegno anticomunista figlio della contrapposizione
internazionale est-ovest comincia già con la strage di Portella
delle Ginestre del 1947. Primo maggio del 1947: pochi giorni dopo le
elezioni regionali che avevano visto il successo del Blocco Pci –
Psi, l’appuntamento di Portella delle Ginestre si trasforma in un
massacro. Le responsabilità furono attribuite al bandito Giuliano,
ma il rapporto dei carabinieri indicava, come possibili mandanti,
"elementi reazionari in combutta con i mafiosi locali".
Recentemente un bel film di Paolo Benvenuti ("Segreti di
Stato") ha riportato la vicenda all’attualità.
M.M.:
E’ vero. Anzi, si sta
rafforzando la tesi sostenuta dallo storico Nicola Tranfaglia nel
suo recente e documentatissimo libro "Come nasce la Repubblica,
1943/47", per il quale la guerra fredda non comincia nel 1948,
ma nel 1943, ossia con lo sbarco degli americani in Sicilia e che
vede la collusione fra mafia, forze neofasciste (in primo luogo
Junio Valerio Borghese(2) e tutti i "residui" della X Mas)
che si schierano con i Servizi Segreti USA. Yalta verrà più tardi,
ma già nel 43 si sapeva che il mondo era destinato ad essere diviso
in due blocchi, e l’Italia "doveva" far parte del blocco
occidentale. E’ da allora che comincia la strategia per ostacolare
le forze di sinistra, e la strage di Portella della Ginestra né
segna l’inizio.
In Italia il processo di
condizionamento delle forze di sinistra fu molto difficoltoso. Il
Partito Comunista Italiano non era soltanto un grande partito di
massa, ma aveva dato un contributo fondamentale alla lotta
antifascista e di Liberazione. La Carta Costituzionale era il frutto
della pluralità delle forze e delle culture che avevano contribuito
a sconfiggere il fascismo. Quella carta Costituzionale che oggi si
vuole svilire e cestinare proprio per quella sua "sintesi
pluralistica".
Tornando alla tua domanda e alle
stragi di quegli anni, direi che dobbiamo aver ben presente il
contesto storico di quel periodo, perché le stragi si inseriscono
all’interno di esso. Le stragi, in sostanza, agiscono da un lato
come un fattore "destabilizzante" perché creano tensione,
paura, ingovernabilità e quindi pongono "oggettivamente"
la domanda di un governo d’ordine; ma dall’altro vengono
utilizzate come processo "stabilizzante" del sistema di
potere politico in atto, e la politica degli "opposti
estremismi" assume in tal senso una funzione decisiva nel
mantenimento di quella "forma di potere" imperniato sulla
DC.
Piazza della Loggia si inserisce
in questo contesto. Tu mi chiedevi come la ricordo trent’anni
dopo: ebbene, nonostante quelle contrapposizioni e quei tentativi di
creare le condizioni per una rivolta popolare che avrebbe
giustificato un successivo intervento golpistico restauratore,
proprio con Piazza della Loggia abbiamo assistito ad una risposta
eccezionale, che vale ancora oggi come esempio di risposta civile ed
allo stesso tempo di condanna fermissima della logica delle stragi.
Abbiamo visto una città che si autogestiva con la Camera del Lavoro
che diventa il centro motore di questa organizzazione.
Né in Piazza della Loggia né sul
percorso dei funerali ci fu un solo poliziotto impegnato nel
servizio d’ordine che venne autogestito dai cittadini. Ai
funerali, a fronte di una partecipazione popolare enorme (si parlò
di 600.000 persone) e della contestuale presenza delle massime
autorità dello Stato (compreso l’allora Presidente Leone, eletto
pochi anni prima coi voti determinanti del Movimento Sociale
Italiano), quel servizio d’ordine diede una grande risposta
politica, difendendo le autorità dalle contestazioni e allo stesso
tempo lasciando lo spazio, attraverso i fischi, ad una contestazione
civile. Era un chiaro messaggio politico: vanno cambiati gli uomini
di governo, le istituzioni vanno adeguate modificando il loro
sistema di trasparenza, ma non vanno abbattute.
E quella risposta impose ad aree
delle stesse forze governative (anche all’interno della DC) di
ribellarsi ai quei gruppi di potere sommersi che le condizionavano e
di stabilire nuove forme di alleanze che si aprirono a una nuova
stagione di unità antifascista; una stagione che vedeva come
personaggi più rappresentativi Moro e Berlinguer.
Tornando alla ricostruzione del
contesto storico ed ai documenti desecretati dagli americani di cui
ti dicevo prima, emerge che il 2 giugno del ’74, durate la parata
per la festa della Repubblica, doveva essere perpetrato un attentato
(probabilmente al Presidente Leone), per determinare quelle
condizioni di rivolta che avrebbero giustificato una domanda d’ordine
ed una risposta autoritaria. E qui rammento un episodio emblematico.
Due giorni dopo la strage di
Brescia avviene uno scontro a fuoco a Pian del Rascino fra un gruppo
di carabinieri e militanti neofascisti di Milano, tra cui Giancarlo
Esposti, che morirà nello scontro. Dopo il conflitto a fuoco
emergeranno due cose: una fotografia di un certo Cesare Ferri, che
poi un sacerdote di Brescia, Don Gasparotti, riconobbe come la
persona che il 28 maggio si aggirava nei pressi di Piazza della
Loggia con un pacchetto; Ferri fu in seguito assolto, e noi dobbiamo
riconoscere e rispettare questa decisione anche se Don Gasparotti
non smentì mai questa sua convinzione.
L’altro elemento importante che
emerge a Pian del Rascino è il ritrovamento di un fucile ad alta
precisione che, con ogni probabilità, doveva essere usato nell’attentato
del 2 giugno a Leone. Queste circostanze inquadrano ancora meglio il
disegno golpista autoritario che era in atto in Italia; possiamo
trovare ulteriori conferme nel testamento di Edgardo Sogno(3), il
quale scriverà che nell’estate del ‘74 aveva già pronta una
lista di nomi per un governo provvisorio; una sorta di "governo
d’ordine" che, a suo dire, doveva intervenire dopo Piazza
della Loggia con quello che lui definì "un colpo di stato
incruento" (e non chiedermi come potesse essere incruento un
colpo di stato…).
Insomma, una cosa è certa:
esistono una serie di elementi che convergono in una direzione
precisa e testimoniano l’esistenza di un disegno autoritario che,
nel complesso, anche la Magistratura ha confermato (e la sentenza di
Piazza Fontana ribadisce tutto ciò pur non avendo individuato i
singoli responsabili).
Ma intanto quelle stragi restano
senza colpevoli, e questo ha almeno due grosse conseguenze negative.
La prima grava sulla società in
generale, perché la mancata chiarezza su quel periodo ha consentito
(e probabilmente consente) che la nostra democrazia fosse per anni
incompleta e nelle condizioni di subire ricatti esterni. Io non ho
mai condiviso le parole dell’allora Presidente Cossiga che, dopo
la caduta del muro di Berlino, disse più o meno "le stragi
fanno parte del periodo della guerra fredda. Ora che il mondo è
cambiato, di quelle stragi non parliamo più…".
E’ un atteggiamento sbagliato
per diversi motivi. Innanzitutto se è vero che quelle stragi sono
ancora impunite, proprio le parole di Cossiga confermano che esse
furono commesse per impedire l’ascesa delle forze di sinistra e,
conseguentemente, un possibile (ma non probabile) cambio di alleanze
internazionali dell’Italia.
Ma soprattutto mi sembra che le
parole di Cossiga esaltino il concetto di "ragion di
Stato". Con quelle parole si afferma che esistono momenti in
cui, in nome di questa distorta ragion di Stato, la verità deve
essere occultata. Se noi trasferiamo questo modello ai giorni nostri
ed alla situazione americana precedente la guerra in Iraq ci
troviamo nella identica condizione. Da noi in quegli anni si è
scelto di tacere; in America si è scelto di mentire, giustificando
la guerra con le famose armi di distruzione di massa che, alla prova
dei fatti, in Iraq non sono state trovate.
Tutto questo dimostra quanto le
Istituzioni non siano ancora trasparenti come dovrebbero essere.
Ma c’è un altro aspetto da
sottolineare riguardo all’impunità delle stragi e che coinvolge
direttamente i familiari delle vittime. La strage di Brescia è
"anomala": se le altre stragi erano "normali"
fatti terroristici, finalizzati a creare paura e tensioni sociali,
in Piazza della Loggia viene colpita una manifestazione
antifascista. Anche i morti sono (ovviamente fra virgolette)
"diversi": persone che non erano lì per caso, ma avevano
deciso liberamente di aderire all’invito del comitato
antifascista; persone che ritenevano con la loro scelta, di dare un
segnale preciso: volevano respingere la violenza neofascista e
difendere, con la propria presenza in piazza, la Costituzione nata
dalla Resistenza.
Una strage politica, insomma: la
sua impunità pesa enormemente sui familiari delle vittime, e a me
personalmente quell’impunità a volte fa provare una sensazione
strana: che quel fatto non sia mai successo… I valori per cui
quella mattina eravamo in piazza sembrano annullati, dimenticati; e
di conseguenza le persone morte quella mattina sono anch’esse
annullate, dimenticate…
Io credo che la giustizia dovrebbe
avere anche questa funzione: nel momento in cui viene emessa una
sentenza che sancisce le responsabilità per un dato fatto si
confermano due elementi fondamentali.
Da un lato viene evidenziata la
riconoscibilità del fatto: con la sentenza di condanna "il
fatto" viene codificato e da quel momento la vittima o il
superstite, può pensare a come superarlo, a come "andare
oltre" il fatto in sé, a valutare quali insegnamenti possano
essere tratti da quella tragedia. In sostanza si tratta di attuare
quella che viene chiamata comunemente "elaborazione del
lutto".
L’altro elemento è che solo
attraverso il riconoscimento delle responsabilità vengono
ripristinate le regole che sono state infrante. Un delitto,
qualsiasi delitto, costituisce sempre la rottura delle regole di
convivenza della società civile, l’affermazione della giustizia
diventa il ristabilimento di quelle norme.
Invece, l’impunità totale di
quella strage ti fa sentire come estraneo a ciò che potrebbe
configurarsi come "riparazione" o "risarcimento"
del danno subito, e la sua mancanza ti mette nella condizione di non
avere più un passato; sembra che la tua vita si sia fermata in quel
momento e che da lì non puoi uscirne, e quando ci avviciniamo alla
ricorrenza si ripropongono anche sensi di colpa difficilmente
spiegabili.
F.B.:
Dici questo perché tu ti sei
salvato, a differenza di tua moglie e dei tuoi amici?
M.M.:
In parte si. Vedi, io quella
mattina, pochi secondi prima dello scoppio, ho salutato mia moglie e
gli amici che moriranno con lei. La sera precedente la trascorremmo
insieme ai coniugi Trebeschi (che moriranno in Piazza Loggia), a
Bontempi, a Lucia (che rimarranno feriti). Erano compagni con i
quali avevamo condiviso anni di lotte, d’iniziative. L’appuntamento
era in Piazza e mentre stavamo avvicinandoci a loro, un compagno mi
ha fermato per chiedermi un’informazione. Livia ha proseguito per
unirsi a loro, mentre io mi sono fermato brevemente. Poco dopo stavo
dirigendomi verso di loro, ho incrociato gli occhi di Livia, ci
siamo salutati e… è arrivato lo scoppio. E’ un puro caso che io
sia qui a raccontare mentre mia moglie e gli altri amici e compagni
sono morti.
A volte viene spontaneo pensare
(di fronte a questa impunità totale, che come ti dicevo costituisce
anche una sorta di annullamento del fatto in sé) se valeva davvero
la pena andare in Piazza quel giorno… Loro ci hanno rimesso la
vita, noi familiari abbiamo visto la nostra totalmente stravolta, ed
il risultato quale è? Quello di vedere la strage ancora totalmente
impunita e di trovarci ancora a chiedere una risposta a quelle
Istituzioni che noi quella mattina eravamo in piazza a difendere …
F.B.:
Nell’introduzione anch’io
definisco la strage di Brescia proprio come hai fatto tu: una strage
"particolare", in quanto attuata contro una manifestazione
antifascista. Questo mi porta ad una domanda, a cui in parte hai
già risposto. Per la tua storia personale mi sembra naturale che tu
ti definisca "antifascista": quale è il significato del
tuo antifascismo oggi?
M.M.:
La mia storia si lega ai valori
dell’antifascismo fin dalle sue origini: io ho vissuto gli echi
della Resistenza, anche se ero molto piccolo. Avevo 7 anni nel ‘45,
ma ho molti ricordi di quel periodo; parlo del "peso"
della guerra, della sensazione di un’infanzia in cui vivi e cerchi
di giocare fra una bomba e l’altra; poi ricordo la grande miseria
degli anni immediatamente successivi… La Resistenza e l’antifascismo
sono valori che ho assorbito fin da quegli anni; prima ascoltando i
racconti di chi l’aveva vissuta, poi entrando nel mondo del lavoro
e, attraverso l’iscrizione al PCI nel 1959, conoscendo un gruppo
di intellettuali - tra cui alcuni caduti in Piazza Loggia - che ha
segnato la mia formazione.
L’iscrizione al PCI, assieme al
sindacato, resta la più importante scuola di formazione della mia
vita, è lì che ho maturato il mio impegno civile partecipando alle
lotte che si sono sviluppate in quegli anni. L’"essenza"
e l’"attualità" della Resistenza antifascista è stata
ed è il mio punto di riferimento che possiamo racchiudere in due
elementi: un principio di solidarietà (cioè il dare qualcosa di
sé agli altri) e la fiducia nell’uomo; ossia la consapevolezza
che l’uomo, anche di fronte alle difficoltà più grandi, può
trovare la capacità di cambiare le cose…
Anche la scelta di diventare
testimone delle stragi di quegli anni per me è stata una
conseguenza immediata di quella "guida" antifascista che
indirizzava la mia vita. Ricordo che il 28 maggio del 1974 ero da
ore all’obitorio e ad un certo punto, dopo aver visto e capito
tutto quello che era successo, non riuscivo più a stare in quelle
stanze, sentii il bisogno di andare via da quell’ambiente di
morte. Non riuscivo ad accettare quella situazione: quella mattina
ci eravamo recati in piazza allegri; convinti e felici di
partecipare ad una manifestazione non per una rivendicazione
economica, ma per confermare gli ideali della libertà e della
Resistenza. All’obitorio, non riuscivo più a sopportare la
pesantezza di quella morte che avevo tutt’intorno a me… E me ne
tornai proprio in quella piazza…
Lì si innescò un meccanismo a
mio avviso straordinario: nel momento in cui entrai nella piazza e
venni riconosciuto fui subito attorniato da persone che mi
esprimevano solidarietà e vicinanza, certo, ma esprimevano pure
"contentezza": la contentezza che io fossi tornato da loro
e che fossimo di nuovo insieme. Era il segno che l’unità di
quella mattina aveva subito un’interruzione, ma solo momentanea:
non erano riusciti a spezzarla. "Ora siamo di nuovo
assieme", molti dicevano, e questo era esattamente quello che
pure io sentivo; e lì scattò la consapevolezza che io, da quel
momento, avevo il compito di trasmettere la memoria di quanto era
successo. Considera che erano giorni terribili, in cui poteva
capitare di tutto. La reazione poteva essere di qualsiasi tipo, e
degenerare magari in violenza, ma quando cominciai a girare l’Italia
parlai proprio della civiltà della risposta della città di
Brescia, quella risposta di cui ti parlavo prima, profondamente
democratica ed allo stesso tempo politicamente "forte"…
Per tornare al senso della tua
domanda sul significato attuale dell’antifascismo, direi che anche
in questa esperienza si può vedere un filo comune proprio con la
Resistenza: anche nelle mie testimonianze sulla strage di Brescia si
tratta sempre di ricordare a tutti: "questa libertà che oggi
avete è stata pagata duramente da chi è venuto prima di voi"…
F.B.:
Abbiamo parlato di una differenza
fra verità storica e verità giudiziaria. Alla seconda purtroppo
non siamo (o non siamo ancora) arrivati; ma anche la prima, seppure
in un certo senso consolidata, viene spesso messa a rischio da
operazioni tese a indebolire la memoria collettiva. Ad esempio, in
occasione di una visita del Premier a Brescia tu scrivesti
lamentandoti della "dimenticanza" del Primo Ministro di
visitare il luogo della strage. Eppure, dicesti, "…quella
strage non è un crimine privato ma pubblico". E quindi,
aggiungo io, è particolarmente grave l’assenza, anche a livello
di memoria e di conservazione della memoria, dello Stato. In altre
parole: spesso si parla di "chiusura della stagione degli anni
di piombo". Mi sembra però, come ho detto in altre occasioni,
che si vorrebbe chiudere quella stagione senza aver ottenuto la
verità giudiziaria su certi fatti e addirittura rimettendo in
discussione la verità storica. Una sorta di chiusura "all’italiana"
su cui volevo sentire il tuo parere…
M.M.:
Il tema della verità storica è
fondamentale; anche perché penso si tratti ormai dell’unica
"verità" che possiamo individuare e conservare. Dubito
arriveremo mai a quella giudiziaria; e non dobbiamo dimenticare che
un processo è solo il momento in cui si vanno ad individuare
responsabilità personali a carico di un dato soggetto. La verità
storica invece definisce il contesto complessivo dentro il quale
sono avvenute quelle tragedie, definendone le ragioni, i perché.
Ma la verità storica ha anche un’altra
funzione importante: ristabilire nuove forme di identità dentro le
quali riconoscersi e stabilire nuove forme di convivenza. Mi spiego
meglio: anche in quegli anni di forti contrapposizioni c’erano
momenti in cui tutti si trovavano solidali: il 25 aprile, il 2
giugno, erano date su cui era fondata la convivenza civile, e tutte
le forze democratiche si riconoscevano in esse. In quelle date non c’erano
"nemici", ma solo avversari portatori di progetti politici
diversi ma dentro un quadro Costituzionale condiviso.. Oggi questo,
purtroppo, non esiste più.
Quando dissi che Berlusconi è
venuto due volte a Brescia, sempre rifiutandosi di passare per
Piazza della Loggia, non ho mai creduto si trattasse di uno sgarbo:
era il segno di una precisa intenzione politica, che in seguito lo
stesso Berlusconi ha sintetizzato dicendo sostanzialmente che la
Costituzione andava cambiata perché aveva troppe influenze
comuniste.
Bollare la Costituzione come
comunista costituisce non solo un falso storico (essa è, al
contrario, il prodotto di una pluralità di culture e di opinioni
che trovarono una sintesi attraverso la comune esperienza della
lotta al fascismo), ma ha un preciso scopo: serve a metterla in
discussione per ridisegnarla come strumento della maggioranza; e
penso che subordinare una Costituzione a questa o quella maggioranza
sia paradossale e sbagliato sul piano del metodo: ed è proprio sul
piano del metodo che esiste l’essenza stessa della convivenza
democratica.
Ti faccio questo discorso perché
è chiaro che in un contesto del genere difficilmente potrà
emergere una verità storica condivisa su Piazza della Loggia o, in
generale, su quegli anni. Credo che una dimostrazione in questo
senso l’abbia data il governo Berlusconi subito dopo la vittoria
elettorale del 2001: fra le sue prime azioni ci fu la decisione di
non rinnovare la Commissione Stragi (che pure era a pochi mesi dalla
conclusione del proprio lavoro, che avrebbe portato ad un documento
da discutere in Parlamento) e l’apertura contestuale della
Commissione Mitrokhin… Intendiamoci: non ho nulla contro questa
Commissione in sé; ma mi sembra chiaro il messaggio che trasmette
questa decisione del centro-destra: "voi del centrosinistra
avete fatto la Commissione Stragi "contro di noi"; noi la
chiudiamo e ne facciamo una "contro di voi". Ad un certo
punto ci accorderemo, le chiuderemo entrambe e metteremo una pietra
sul passato…". E’ chiaro che in questo modo la verità
storica viene affossata definitivamente.
E da questa operazione
scaturiscono altre conseguenze negative: delle stragi non si parla
più, e quando si menzionano gli "anni di piombo" lo si fa
solo per parlare del terrorismo di sinistra; che va condannato senza
riserve (e non bastano le parole per esprimere questa condanna fino
in fondo), ma non può essere cancellato un pezzo di storia, come si
sta facendo con gli anni delle stragi.
Il tema della verità storica
dovrebbe avere un passaggio preliminare fondamentale: ognuno deve
cominciare facendo i conti con la propria storia. Ti faccio un
esempio: quando Papa Giovanni Paolo II ha chiesto perdono per i
tragici errori commessi dalla Chiesa nel passato, lo ha fatto a nome
dell’intera Chiesa Cattolica; non si è trincerato dietro
patetiche scuse, non ha detto "beh, sono errori che
appartengono al passato della Chiesa, ormai non più
rappresentativo", si è preso sulle spalle quegli errori senza
incolpare nessun altro, invitando ognuno a guardare dentro la sua
parte, dentro la sua storia. Proseguendo su questo parallelismo, non
si può cancellare il passato del MSI solo perché si cambia nome…
A Fini va riconosciuto il merito d’aver
riconosciuto gli errori del fascismo storico (leggi razziali ecc.),
ma sugli anni 70 resta vago e reticente. E in quel periodo lui c’era,
così come tutta l’attuale dirigenza di AN. Quando poi gli è
stato chiesto di aprire gli archivi del vecchio MSI si è difeso
dicendo che ormai non sa più neppure dove possano essere quelle
carte…
A mio avviso c’è un altro
elemento di riflessione che nasce ancora da una citazione di
Giovanni Paolo II: parlo di quell’affermazione contenuta nel suo
ultimo libro ("Memoria e identità") in cui definisce il
nazismo come "male assoluto" ed il comunismo come
"male necessario". Si tratta di una frase che è stata
poco sottolineata: il comunismo presentava delle domande sociali
fondamentali; le risposte sono state sicuramente tragiche e negative
e vano condannate senza riserbo, ma la tragicità delle risposte non
ha certo annullato la sensatezza e l’attualità di quelle domande.
I revisionisti, invece, vogliono
annullare le differenze fra nazismo e comunismo, mentre quelle
differenze vanno tenute ben presenti non per assolvere ma per
capire! In Italia, al contrario, quello sciatto revisionismo che le
vuole annullare a cosa ci ha portato? Addirittura a proporre una
legge che equipara i partigiani ed i repubblichini di Salò, con la
scusa che "i morti sono tutti uguali"…
Il problema non è il
riconoscimento delle morti (di fronte alle quali si porta rispetto
necessario), ma l’annullamento della diversità delle ragioni per
cui quei ragazzi hanno combattuto e sono morti. La Storia, come la
Costituzione, non è un optional: c’è chi si è battuto per
negarla e chi si è battuto per scriverla e, oggi, per difenderla.
Questo mettere tutti sullo stesso
piano sta generando anche tutta una serie di rigurgiti neofascisti
da non sottovalutare.
F.B.:
Ti sembrerà semplicistico, ma a
proposito di questa nuova ondata di neofascismo penso anche alla
violenza degli stadi, di cui si parla molto ma con una banalità
disarmante, e soprattutto al ritorno di una violenza ben connotata
politicamente, con tanto di cori fascisti, simbologie nazifasciste.
M.M.:
Certamente. Non solo agli stadi
puoi vedere molte svastiche, ma ti accorgi con quanta leggerezza
siano tollerate. E puoi notare che nessuno si prende la briga di
spiegare a quei "tifosi" che dietro a quelle simbologie ci
sono ideali aberranti e milioni di morti. Si dice che si dovrebbe
superare quella fase storica, ma il superamento è dato dal
riconoscimento, non certo dall’oblio…
Non è possibile sentire esponenti
del centro destra, come La Russa, dire che al massimo il 25 aprile
lo ricordano assieme ai partigiani "bianchi". La Russa
forse dimentica la storia di Edgardo Sogno? Dimentica le accuse che
furono mosse a Violante, all’epoca magistrato, quando lo arrestò?
Dimentica i contenuti del testamento di Sogno con la conferma del
"golpe incruento" che intendeva fare e con la lista dei
ministri già pronta? Almeno di questo bisogna dare atto a Cossiga:
fu l’unico che, dopo la pubblicazione di quel testamento,
riconobbe che bisognava chiedere scusa a Violante…
Le forze politiche, tutte,
dovrebbero ricordare i valori fondanti della nostra repubblica,
ricordare da dove veniamo e quanto è costata questa democrazia.
Occorrerebbe un minimo di rispetto per chi ha lottato e dato la vita
per conquistarla quella Carta Costituzionale. E’ questo il tema di
fondo: per arrivare alla verità storica occorre prima la volontà
di saper guardare ognuno al proprio passato con sincerità.
F.B.:
Il 28 maggio è ormai vicino: mi
sembra doveroso parlare delle iniziative che avete in programma in
occasione del prossimo anniversario della strage.
M.M.:
L’iniziativa più importante di
quest’anno sarà la conclusione di un viaggio che è cominciato lo
scorso 27 gennaio (giorno della memoria) con "un treno per
Auschwitz". Si tratta di un’iniziativa organizzata
innanzitutto dall’archivio storico della Camera del Lavoro, e da
altre Associazioni noi compreso e che ha visto la partecipazione di
circa 600 studenti. Un viaggio ben preparato con dibattiti e
ricerche all’interno delle singole scuole. Quel viaggio è stato
filmato, ed il film sta già girando nelle scuole, con l’apporto
degli studenti che hanno vissuto quell’esperienza.
La seconda tappa di questo viaggio
sarà il 25 aprile, e l’orazione ufficiale la terrà l’ex
Ministro della Giustizia del governo Prodi, Giovanni Maria Flick,
che era intervenuto anche ad Auschwitz.
Il viaggio si concluderà proprio
il 28 maggio, in Piazza della Loggia, dove uno di questi studenti
racconterà quest’esperienza che ha collegato fisicamente e
simbolicamente, Auschwitz a Brescia. Simbolicamente perché ha unito
due stagioni diverse che hanno in comune questo elemento della
violenza che, purtroppo, non fa ancora parte solo del passato.
Riproporremo poi un’iniziativa
che ha cominciato a svilupparsi lo scorso anno: "un fiore per
la verità". L’anno scorso, attraverso la partecipazione di
tantissimi cittadini, fu costruito un muro di fiori; quest’anno
costruiremo un tappeto, sempre con la partecipazione di tanta gente,
innanzitutto giovani e giovanissimi, per creare ancora una volta
questo elemento di condivisione, in una città che sa ritrovarsi
attorno alla propria storia.
Ovviamente ci saranno anche
concerti, dibattiti ed altre iniziative. Noi, come Casa della
Memoria, stiamo per pubblicare un libro che riassume tutte le
iniziative dello scorso anno; lo metteremo poi a disposizione delle
scuole.
Infine, il 19 maggio cominceremo
un nuovo viaggio che si svilupperà fino al maggio 2006, il cui tema
sarà: "La memoria inquieta del ‘900", dalle violenze
più note ai genocidi dimenticati, dai campi di concentramento alla
tragedia degli Armeni, ai Gulag. Ma vogliamo anche far emergere in
una tavola rotonda l’insegnamento di quel secolo di crudeltà che
ha prodotto anche nuovi diritti, nuove norme come quelle dei
"crimini contro l’umanità"; ossia come una violenza
terribile possa costituire insegnamento, affinchè non abbia più a
ripetersi…e questo dipende molto dal nostro agire quotidiano,
dalla capacità di assumerci responsabilità.
Francesco "baro" Barilli,
di Ecomancina.com
NOTE:
(1) Strage di Bologna: vedi l’intervista
con Paolo Bolognesi (Presidente della "Associazione tra i
familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna")
http://www.ecomancina.com/lastragedibologna.htm
(2) Junio Valerio Borghese: vedi
questo link:
http://digilander.libero.it/ladecimamas/intro.htm
(3) Edgardo Sogno: vedi questo
link:
http://web.tiscali.it/almanacco/sognorepubblica.htm
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