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L'INCHIESTA :

LE MALEBANCHE 
di Andrea Cinquegrani 

Banco di Napoli sempre nella bufera. Vuoi per i crediti facili (esemplare la vicenda del crac targato Italgrani del pomiciniano Franco Ambrosio) che portato alla nascita della famigerata "bad bank" (ovvero la banca - o la banda? - del buco), vuoi per l'interminabile, stucchevole telenovela della fusione nel gruppo Imi-San Paolo, una lotteria di numeri che viene periodicamente tirata in ballo dal politico di turno, animato da meridionalismo in saldo.
Questa volta, al centro dell'attenzione, anche della magistratura, è l'incredibile storia della Fondazione Banco di Napoli per l'assistenza all'infanzia. Una "nobile" iniziativa, partorita tanti e tanti anni fa, per assistere "i minori della Campania che, per condizioni ambientali o economico-familiari, sono bisognosi di essere mantenuti, educati e istruiti", come affermano gonfiando il petto i promotori. Peccato che strada facendo abbia dimenticato De Amicis e si sia trasformata in un centro d'affari in piena regola. Appalti, retribuzioni, assunzioni, promozioni, insomma un microcosmo di fatti & misfatti.
Partiamo dagli auto-stipendi. Presidente e vicepresidenti si sono attribuiti un cachet da 7 milioni 248 mila lire al mese. Eppure lo statuto della Fondazione, approvato e riapprovato dopo una lunga querelle con la Regione Campania che svolge un ruolo di controllo e supervisione, parla espressamente di "cariche a titolo gratuito", "considerate le finalità assistenziali della Fondazione.
Il presidente è Francesco Seccia, i suoi vice Bruno Cosentini e Raffaele Picardi. Insegnante, Picardi ha gareggiato per la poltrona di sindaco a Napoli alle ultime amministrative, stretto nella tenzone Iervolino-Martusciello. Correva con la maglietta tutta trasparenza dell'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, che oggi in Campania ha affidato la diffusione del suo verbo a Carmine Attanasio (nel giro di pochi mesi passato dai Verdi a Forza Italia, per approdare ai lidi dipietristi) e ad Angelo Tramontano, il reuccio di scuole private piroettato tra Forza Italia e Udeur, prima dell'illuminazione sulla via di Montenero di Bisaccia.
Quei tre mandati di pagamento sono stati la miccia che ha fatto saltare la polveriera. Li avrebbe dovuti firmare il segretario generale della Fondazione, Sebastiano Casillo, il quale, però, si è opposto per una serie di motivi: prima di tutto il palese conflitto con lo statuto; poi il fatto che la decisione sia stata adottata dal cda senza il quorum necessario; last but non least, il fatto che un presidente èŠ abusivo, visto che è proprio lo statuto a prevederne uno, e non due. Apriti cielo. Seccia va su tutte le furie, aggredisce verbalmente Casillo, ordina al capo della ragioneria (che però non ne avrebbe il potere), Giuseppe Diodato, di firmare al posto del segretario generale. E' solo l'inizio: perché Casillo viene anche sospeso per trenta giorni dal servizio. E, dopo due mesi, a settembre 2000, licenziato in tronco.
E qui comincia l'odissea di Sebastiano Casillo. Licenziato, rilicenziato, quindi "dispensato" dal sevizio, nonostante una sentenza del tribunale di Napoli, sezione lavoro, che ne ordina il reintegro nelle funzioni. Perché Casillo ha "osato" dire no, opporsi ad atti palesemente illegittimi. In nome di un ente pubblico che dovrebbe essere tenuto a controllare, di prassi, come vengano spesi i suoi danari. Non solo: ha addirittura messo nero su bianco le sue denunce, informando sia la Regione (che pare in due anni non abbia fornito lo straccio di una risposta), sia - più concretamente - la magistratura. Che ha avviato due inchieste, affidate al sostituto Alfonso D'Avino, specializzato in reati contro la pubblica amministrazione. Ne esce fuori uno spaccato incredibile di sperperi e malagestione. Vediamo più in dettaglio.
Partiamo dalle "extrastrutture". Un Ufo spunta all'inizio del '99, si chiama "segreteria particolare del presidente", organismo "non previsto dallo statuto", tanto per cambiare. E' composto dall'ex subcommissario Cosimo Coppola, dall'avvocato Francesco Naty e da Raffaele Orzetti, primo dei non eletti al Comune nel 2001 con la casacca di Alleanza Nazionale. Da una maglia larga all'altra il passo è breve: ed eccoci di nuovo a Diodato, che magicamente viene nominato vice segretario, sebbene il Coreco abbia espressamente previsto che, per svolgere tale mansione, occorra la laurea, che il rag. non ha. Le magie raggiungono anche la sua consorte: Maria Rosaria Russo Diodato, infatti, viene inquadrata nella posizione impiegatizia D attraverso la "selezione interna" attivata dall'ennesima commissione, questa volta - tanto per cambiare - composta dall'onnipresente Orzetti, da Naty e da un membro del "nucleo di valutazione", tal sig. Capuano.
I miracoli, in tema di assunzioni, non finiscono mai. Dal precariato alla stabilizzazione, con tanto di raddoppio di mansioni, il passo non è poi così lungo. Succede, ad esempio, alla signorina Donato, che da precaria è passata in un battibaleno ad "applicata dattilografa", quindi ad impiegata amministrativa, per poi approdare alla agognatissima poltroncina di segretaria del presidente. Selezione interna attraverso una commissione creata ad hoc e composta dai membri della segreteria del presidente anche per scandire il rapido passaggio da livello C a livello D della signorina Russo.
Torniamo al dinamicissimo Orzetti. Capace di aggiudicarsi un appalto, al timone della sua Quick Service sas, una società di servizi, per le celebrazioni del sessantesimo anniversario della Fondazione. Rapida, soprattutto, la Quick, nel far lievitare le spese dai 300 milioni di vecchie lire previsti, a mezzo miliardo. Casillo non firma la delibera, cda e presidente assicurano che verranno trovati degli sponsor in grado di fronteggiare il surplus: nessuna traccia, eppure le celebrazioni hanno luogo attraverso una "provvidenziale" variazione di bilancio. Coreco e Tar bocciano il tutto, e in risposta i vertici della Fondazione già si predispongono per "nuove celebrazioni". E parecchi in Fondazione parlano della Quick come di "una società di servizi di fiducia del presidente".
Un segmento fondamentale nell'attività della Fondazione è rappresentato, ovviamente, dall'assistenza. Di essa si occupa uno dei vice presidenti, Picardi, il quale per la "gestione" si avvale di Rosalba Cerqua, diessina, "nuova collaboratrice esterna dell'ente, nominata responsabile del settore assistenza".
Del cda ha fatto parte fino a un paio d'anni fa anche l'ex rettore dell'Università di Napoli, ora deputato ulivista, Fulvio Tessitore.
Torniamo a Casillo. A dicembre 2000 vince il primo round e il giudice del lavoro ne dispone il reintegro nel suo posto di lavoro, perché le decisioni del cda "sembrano effettivamente denunciare un intento persecutorio nei confronti del ricorrente", e il licenziamento pare essere "una risposta al comportamento del ricorrente diretto a non firmare i mandati che prevedevano una spesa disposta da delibere ritenute non conformi alle previsioni statutarie".
Secondo round, poi, quest'estate. Il 28 giugno, infatti, viene rispedito al mittente anche il secondo licenziamento (vedi riquadro), ritenuto inefficace dal giudice del lavoro perché comminato quando c'era già un primo, analogo provvedimento. Casillo, comunque, non può tornare al lavoro (non, però, ovviamente, sospeso dallo stipendio): viene infatti "dispensato", attraverso una comunicazione "non motivata" pervenuta dalla Fondazione. Come dire: ti paghiamo per stare a casa; basta che non torni più qui, e non disturbi i manovratori.


Che fa, ruba?
Si svolgerà il prossimo 4 ottobre la prima udienza del processo penale che vede imputata l'impiegata del Banco di Napoli Brunella Crispo, in servizio fino a qualche mese fa all'agenzia 35 di via Fragnito al Rione Alto. L'accusa é scaturita dall'esposto di una anziana correntista che aveva scoperto prelievi consistenti effettuati a sua insaputa nei mesi precedenti dal conto aperto presso quell'agenzia. "Il 16 marzo, nel controllare l'estratto conto - scrive la correntista nella denuncia presentata alla compagnia dei Carabinieri del Vomero - ho scoperto che erano stati effettuati due 'prelievi in contanti' per una somma di 3.500.000 di lire, che né io né alcuna persona da me delegata hanno mai effettuato". Comincia così la serie di 'scoperte', confermate anche dal direttore dell'agenzia: prelievi da sportello per un totale di circa 12 milioni delle vecchie lire, attraverso moduli recanti la firma - vistosamente falsa - della pensionata.
Come rientrare in possesso delle somme sottratte? "Prima di tutto - spiega Gennaro De Falco, il penalista che ha seguito gli interessi dell'anziana professoressa - abbiamo tenuto fede al dovere di ogni cittadino, informando dell'accaduto l'autorità giudiziaria, con l'esposto denuncia presentato ai Carabinieri". Anche se, a botta calda, il direttore dell'agenzia aveva sconsigliato alla correntista il ricorso alla magistratura, adducendo presunte complicazioni che avrebbero ritardato la restituzione delle somme da parte della banca.
Dopo numerose sollecitazioni, comunque, le cifre sottratte a più riprese dagli ultimi mesi del 2001 fino alla primavera di quest'anno, sono state interamente ricostruite e restituite alla malcapitata ex cliente del banco di Napoli. Resta però l'azione penale condotta dal pubblico ministero Paolo Itri, titolare delle indagini, nei confronti dell'impiegata Brunella Crispo. Contro di lei si è costituito in qualità di parte offesa lo stesso amministratore delegato Banco Napoli Federico Pepe. Ma resta soprattutto lo sconcerto per una vicenda che la dice lunga sulla qualità del servizio che oggi il più antico istituto di credito del Sud presta ai propri clienti e, più in generale, su quale sarà il suo destino.

Che fa, inquina?
Bagnoli, terra bollente. E' proprio lì, infatti, che si trovano le più grosse proprietà che appartengono alla Fondazione Banco Napoli, oltre 300 ettari di terreno fittati alla Nato, che da anni vi ha insediato il Comando Forze Alleate del Sud Europa. E in quelle viscere da diversi anni scorre un fiume di gasolio, una vera e propria bomba ecologica che gli yankee non vogliono a nessun costo disinnescare. Ricostruiamo sinteticamente i fatti.
Nel '95 Riccardo Caniparoli, geologo, viene incaricato da Fondazione e Nato di effettuare una serie di rilievi geognostici in prossimità dell'edificio D. Pare infatti, che alcuni mesi prima, si sia verificata una perdita di gasolio da alcuni serbatoi. I sondaggi sono subito preoccupanti, la massa di gasolio è enorme, e c'è forte pericolo di inquinamento dei suoli e della falde acquifere. L'allora commissario della Fondazione, Carlo Lessona, è preoccupato. Sollecita - sulla scorta del sos di Caniparoli - gli americani a effettuare i necessari lavori di bonifica. Niente. A questo punto comincia un incredibile balletto politico-burocratico che porterà il Comune di Napoli, nel corso degli ani, a sollecitare l'ingombrante alleato affinchè dia il via alle opere, il cui costo, del resto, è anche limitato (un paio di miliardi delle vecchie lire). Anche una pronuncia del Tar cade nel vuoto. Così altri campanelli d'allarme, come quello della locale Asl.
La Nato va al contrattacco, chiede addirittura una riduzione dell'affitto. Carte bollate, collegi arbitrali, collegi di periti: insomma è ping pong continuo. A seguire legalmente la Nato c'è un avvocato esperto di grossi contenziosi, Maurizio Barbatelli (che ha curato le turbolente vicende dei maxi immobili del Grande Oriente d'Italia alla galleria Umberto I° di Napoli). Il Comune annaspa, soprattutto dopo il raid di alcuni ufficiali a stelle e strisce che irrompono negli uffici di palazzo San Giacomo. La patata finisce sul tavolo del vicesindaco Riccardo Marone.
"Nessuna novità, è triste dirlo - commentano alla Asl - non è stato preso alcun provvedimento, la Nato non ha fatto alcun intervento di bonifica, quella bomba ecologica è ancora tutta lì". Siamo alle esercitazioni del Cermis?
E' sempre il fabbricato D al centro di un'altra vicenda, che porta al secondo licenziamento di Sebastiano Casillo. Ecco i fatti. La Fondazione affida i lavori di ristrutturazione per il terzo e quarto lotto del fabbircato D al Consozio dell'Irna. Nel 2000 iniziano, poi un improvviso stop. Nasce un contenzioso. Il segretario generale affida alla società Sts l'incarico di controllare le procedure eseguite e la sicurezza. Riapriti cielo. Casillo viene accusato di "negligenza": perché ha messo, in sostanza, il naso in una vicenda tutta gestita dal cda? Ed ecco partire la lettera per il secondo stop. Cosa era successo? Era iniziato un balletto di cifre, percentuali e miliardi: preventivi che, come al solito, lievitano magicamente. In sostanza, era stato siglato un accordo che prevedeva l'erogazione di 828 milioni di vecchie lire (più 350 milioni in caso di anticipata consegna). "Improvvisamente e inspiegabilmente - denuncia Casillo in un esposto presentato alla Procura di Napoli, che ha affidato anche questa inchiesta al pm Alfondo D'Avino - il Consorzio dell'Irno dichiarava la sua indisponibilità a sottoscrivere quell'atto concordato in precedenza". Ecco allora spuntare un nuovo accordo che vede la cifra passare per incanto a 2 miliardi e 840 milioni. "A tale somma - viene denunciato - si arriva attraverso un artificio contabile consistente nel ridurre fittiziamente l'ammontare delle somme stanziate per i lavori ancora da completare. In tal modo si accumulano, attraverso spostamenti da una voce all'altra, somme che vengono corrisposte per finalità diverse da quelle indicate in contabilità". Vecchio Banco, sei sempre lo stesso


LE MALEBANCHE 2 - IL CASO GIOFFREDI

Ricordate Antonio Gioffredi, protagonista - con De Asmundis & C: - del crac che ha mietuto più vittime (oltre mille) dopo l'affondamento della Sim Professione e Finanza? Dichiarato fallito, revocato dalla carica di agente di cambio, il bel Gioffredi - una smisurata passione per le acrobazie off shore, oltre che borsistiche - ha ripreso a veleggiare con il vento in poppa. Sottocosta, per non dare nell'occhio? A bordo di un gommone, tanto perché pochi lo possano avvistare? Neanche per sogno: a bordo di una corazzata, sul ponte di comando, a dirigere le operazioni, ad occuparsi di "trasparenza finanziaria". Ai confini della realtà? No, ci troviamo dentro il salotto buono, buonissimo della finanza che conta.
Antonio Gioffredi, infatti, fa capolino nell'organigramma di CC&G, Cassa di compensazione e garanzia, una spa da ben 33 milioni di euro come capitale sociale (siamo intorno ai 60 miliardi delle vecchie lire). Fondata dieci anni fa - a marzo 1992 - con sede nella prestigiosa piazza del Popolo a Roma, la Cassa ha un oggetto sociale molto tecnico ma, in soldoni, assai semplice: è stata costituita per tutelare i risparmiatori, per rappresentare un baluardo di garanzia e compensazione, appunto; perché, si sa, il mare della finanza è popolato da squali e pescecaniŠ E chi meglio di lui, Gioffredi, può conoscere i meccanismi della truffa? Non è, del resto, quella omeopatica la miglior medicina?
Detto fatto, il fallito bell'Antonio, che non può per legge esercitare neanche la professione di agente di cambio, non può più nemmeno emettere un "grido" nei recenti della borsa, ora è il Manager responsabile del delicatissimo settore "Clearing & Operations" all'interno di CC&G.
Ma entriamo nello scrigno della società e vediamo cosa c'è davvero all'interno della Cassa. Il maggiore azionista è nientemeno che la Borsa: è infatti la Borsa Italiana spa a detenere la maggioranza azionaria, con 3.250 titoli (per un totale di circa 20 milioni di euro). Vengono poi il gruppo Banca Intesa Comit e una spa, Capitalia, con 500 azioni a testa (per un controvalore di 3 milioni di euro ciascuno). Seguono a ruota - con pacchetti da 250, pari ad 1 milione e mezzo di euro - la Banca Nazionale del Lavoro, la Popolare di Milano, la Deutsche Bank, il Banco di Sicilia e la Caboto Intesabci Sim spa (che ritroveremo più avanti).
Ed eccoci ai vertici aziendali. A presiedere il consiglio d'amministrazione è Marcello Tacci; Renato Tarantola il consigliere delegato; Danilo Battistelli il direttore generale. Completano il cda il palermitano Caio Massimo Capuano, Vladimiro Vincenzo Mioccio originario di Caracas, i milanesi Andrea Giochetta, Raffaele Jerusalemi e Michele Monti, il romano Fabrizio Plateroti, il cremonese Alessandro Chieffi. Fra i membri del collegio sindacale, guidato dal meneghino Giuseppe Levi, figura il partenopeo Claudio Patalano.

tacci nostri
Dire Marcello Tacci è dire Banco di Roma (prima ancora che Banca di Roma). Per anni al vertice dell'istituto, ne ha seguito tutte le operazioni più clamorose, e spesso discusse, fiancheggiato da Ferdinando Ventriglia. Il suo nome, sempre al riparo dalle cronache, è rimbalzato per un crac che ha fatto scalpore nel '90, quello targato Lombardfin. "Proprio dopo quello scandalo, che vedeva coinvolti imprenditori, politici e anche giornalisti eccellenti mai venuti alla luce - raccontano alcuni operatori a Milano - il governo pensò di riformare il sistema e varare le Sim". Proprio loro, le SimŠ E proprio in un'intervista alla Voce, dal titolo Sim Sala Bim, a ottobre '90, il vicepresidente della commissione finanze alla Camera, Antonio Bellocchio, illustrava vizi e pecche di un sistema finanziario tutto da risistemare.
Torniamo a Tacci. Fu l'allora ministro del Bilancio, Paolo Cirino Pomicino, a tirarlo in ballo per "raffreddare" una patata che cominciava a diventare troppo bollente. Scavalcando, incredibilmente, il ministro del Tesoro Guido Carli, 'O ministro cercò di spiegare ai cronisti che gli chiedevano il perché di una così clamorosa invasione di campo: "ho solo detto a Marcello Tacci del Banco di Roma, a Gianni Zandano del San Paolo e a Giuseppe Vigorelli della Commercio Industria che il governo avrebbe guardato con favore ad una soluzione non traumatica del caso Lombardfin". Stesso copione oggi, con i go verni di centro sinistra prima e centro destra poi impegnati a "non disturbare i manovratori": alla faccia delle centinaia e centinaia di cittadini rapinati dei risparmi e dei sacrifici di una vita.

GIM SALA BIN

Tacci è anche ai vertici di un'altra sigla arcimiliardaria, G.I.M., ovvero Generale Industrie Metallurgiche, una società di "partecipazioni" che può contare su un carburante da 162 milioni di euro. Un parterre d'eccezione, quello di Gim, che ai suoi vertici esibisce cognomi che hanno fatto la storia (spesso la malastoria) economico-finanziaria del nostro Paese. Tra i consiglieri, infatti, fanno bella mostra Giorgio Camillo Cefis, figlio del re della chimica anni '70 e fondatore della "razza padrona" Eugenio; Alberto Pirelli, Giampiero Pesenti, Giuseppe Lucchini, ovvero tre dinasty nel firmamento imprenditoriale di casa nostra. Fa capolino anche un napoletano, il quarantaduenne Mario Greco.
Passiamo a Tarantola, il consigliere delegato di CC&G. Il suo nome figura nell'organigramma di altre due sigle "eccellenti": Intercassa e Caboto (eccola di nuovo). Intercassa, guarda caso, è una Sim, la sua denominazione completa è, infatti, Intercassa Società di intermediazione mobiliare Sim spa. Sede a Milano, in via Cairoli, 30 miliardi delle vecchie lire come dote sociale, è guidata dal comasco Giorgio Tavecchio, che presiede il cda, di cui fa parte, fra gli altri, lo stesso Tarantola.
La società sta per essere incorporata da Caboto Gestioni, tanto per cambiare un'altra Sim, sedi a Milano in via Clerici e nella prestigiosa Foro Bonaparte. Non è finita, perché come nei più classici giochi di scatole cinesi ecco spuntare una terza sigla, Fondigest spa, partorita sempre all'ombra della Madunina, la quale dovrebbe a sua volta fare un sol boccone di Caboto. Le vie dell'intermediazione, come si vede, sono davvero infinite
da battistelli a cragnotti
Passiamo la palla a Battistelli, il direttore generale di casa CC&G. Anche per lui due società nel pedigree. Ed anche per lui partners di primo, primissimo piano. Sergio Cragnotti, il finanziere e patròn della Lazio, è infatti sul ponte di comando della Cominvest Mergers & Acquisitions, ennesima società di partecipazioni. Sbocciata nell'89 nella mitica via Veneto a Roma, 3 miliardi e 800 milioni di vecchie lire in dote, Cominvest è affidata alle cure amministrative del romano Donato Loscalzo, mentre Battistelli ricopre la carica di "procuratore speciale". E' stata una gemmazione - spiegano alcuni operatori - della "madre" Cominvest, Compagnia Internazionale di Investimenti, del cui organigramma faceva sempre parte Battistelli, con le funzioni di procuratore.
Per finire, eccoci alla formazione completa della Cassa miracolosa, ovvero CC&G. "Colleghi" del dinamicissimo Gioffredi, nel ramo "Clearing & Operations", Federico Sguera, Francesco Saverio Chimenti, Enrico Botti, Adriano Guacci, Fabrizio Baviera, Gaetano Morgese, Anna Maria Arpaia, Filippo Russo. Il "Risk management" è affidato a Marco Polito e Marco Spallarossa. Alle sorti di "Risorse, Pianificazione e Finanza" provvedono Marco Guglielmi, Paola Basile, Maria Rita Cunsolo, Cristina Parodi, Francesco Fiorellini, Daniele Monaco, Luana Cesarei. Nel settore "Information and communication technology" operano invece: Fulvio Fabi, Mario Pagani, Angelo Mauro Fonzo, Ugo Piccinini, Daniele Taddei, Maurizio Toscano, Alessandro Micocci, Paola Marcon, Diego Di Serafino.


AFFONDO DI GARANZIA

Siamo stanchi. Stiamo lottando contro un muro di gomma da sette anni. Prima ci hanno truffato loro, quelli di Professione e Finanza, ora ci sta truffando lo Stato. E la sensazione è ancora peggiore, perché tocchi con mano l'impossibilità, nel nostro Paese, per un cittadino qualsiasi, di avere uno straccio di giustizia. Legittimo sospetto? Ma quale sospetto, qui c'è la certezza che i nostri diritti sono stati calpestati una, dieci, cento volte. E le istituzioni o sono complici o stanno a guardare". E' duro, accorato, lo sfogo di Nunzia Campolattano, battagliera animatrice dell'Atri, l'associazione nata spontaneamente fra le centinaia e centinaia di truffati dalla De Asmundis gang.
Cerchiamo di ricostruire le ultime tappe della via crucis per le quasi mille vittime di uno dei più clamorosi buchi (si è svolto sotto gli occhi attentamente chiusi della solita Consob, che li aveva sbarrati anche in occasione di un altro crac super annunciato, quello Socofimm) della finanza made in Napoli.
Il vero muro di gomma, ora, ha questo nome: Fondo di Nazionale di Garanzia. Un organismo che, come dice il nome, dovrebbe garantire, tutelare i cittadini-risparmiatori caduti nella trappola di questo o quel pirata dell'investimento facile. Invece no: chi ha affidato i propri soldi allo "Studio de Asmundis", la cui attività è stata poi assorbita in quello della Sim Professione e Finanza, va ora a sbattere contro questo moloch di Stato, un'authority - come va oggi di moda - alle dipendenze del ministero del Tesoro.
Serve a qualcosa aver ottenuto una vittoria davanti alla fallimentare del tribunale di Napoli, che a luglio '99 mette nero su bianco il sacrosanto diritto dei truffati a riavere almeno una parte, anche esigua (il 25 per cento, dice la normativa), del capitale investito e volato via? Serve a qualcosa che il curatore fallimentare, Michele Sandulli, abbia accertato che "i crediti dei risparmiatori-clienti, ammessi al passivo del fallimento Antonio e Guido de Asmundis s.d.f. derivano dall'esercizio dei servizi di investimento tutelati dai sistema di indennizzo"? (e l'unico sistema si chiama Fondo di Garanzia). Serve a qualcosa che la Corte di Cassazione, chiamata a esprimersi dopo un ricorso inoltrato dall'Avvocatura di Stato (sic) per tutelare il moloch-Fondo e quindi il moloch-Tesoro, abbia dato ragione ai risparmiatori, rigettando il ricorso del Fondo stesso (condannandolo anche alle spese di giudizio) a ottobre 2000?
Niente, gli azzeccagarbugli ministeriali sono andati a caccia di cavilli per non pagare il conto. "Si sono infilati fra le maglie della sentenza - afferma un legale che affianca l'Atri - per fare in modo che al Fondo resti la discrezionalità di verificare posizione per posizione, pratica per pratica. Sono un migliaio, figuriamoci se non passa un altro decennioŠ".
E così ancora timbri, carta bollata, tribunali. Avvocati, giudici, rinvii. Cerchiamo di districarci nella montagna di carte. "Contro la Consob, per l'omesso controllo, ci sono due giudizi - racconta Campolattano - uno a Napoli e uno a Roma. A Napoli, fino ad oggi, sono cambiati tre giudici e passati quattro anni dall'inizio del procedimento, che riguarda anche altri organismi i quali avrebbero dovuto vigilare e non lo hanno fatto, come ad esempio la Cooper & Librand, coinvolta nel maxi scandalo Enron. A Roma la palla è passata dal Tar al Consiglio di Stato, per conflitto di competenza: dovendosi riunire a sezioni unite, il Consiglio di Stato, proviamo a immaginare quanto tempo ci vorrà. C'è poi il nuovo filone, quello contro il Fondo di Garanzia". Nei confronti del Fondo stanno infatti per essere notificati - gli studi Palmieri e Magrì, incaricati dai truffati, parlano di fine settembre - i ricorsi per il mancato adempimento dell'obbligo di risarcire i risparmiatori, come disponeva, appunto, la sentenza della Cassazione. "Riavere il 25 per cento dei miei risparmi? - commenta ancora Campolattano - Un sogno, un'utopia impossibile. Fino ad oggi, in tutto, ho riavuto l'1 per cento, derivante dalle procedure fallimentari, che ho abbondantemente rispeso in carta bollata. In aggiunta, ho perso la salute. Se qualcuno mi viene ancora a parlare di giustizia".
Fino ad oggi, infatti, grazie all'attività di Sandulli, si è riusciti a racimolare una cifra, che suddivisa fra le centinaia di risparmiatori, fa 1 per cento sul capitale sparito. "Eppure - conclude con amarezza Campolattano - sono stati individuati parecchi beni e proprietà di De Asmundis & C., mogli comprese. Perché la procedura fallimentare è ferma dopo oltre tre anni? Perché non si procede alla vendita dei beni che consentirebbe, anche se parzialmente, di alleviare le nostre sofferenze". Un altro mistero, uno dei tanti che costellano la storia dello "sbanco dei mille".


LE MALEBANCHE 3 - IL CASO IOR

La proposta era davvero invitante: nelle austere e vellutate stanze del Vaticano si nascondeva la possibilità di un investimento finanziario a tassi astronomici. Interessi fino al tredici per cento senza alcun rischio per il capitale. Percentuali del diciotto per cento in occasione del Giubileo. Insomma, un vero affare. Del resto, chi non affiderebbe i propri risparmi nientemeno che a San Pietro, allo Ior, il celebre e talvolta famigerato istituto per le opere religiose che agisce sui mercati internazionali come vera e propria struttura di credito?
L'investimento, però, aveva bisogno di qualcuno interno al Vaticano: nello Ior, infatti, possono movimentare capitali solo appartenenti al clero o laici interni al piccolo stato cattolico. Una persona c'era, in effetti, e le credenziali erano di tutto rispetto. Tanto da indurre un agente immobiliare salernitano, benestante, figlio di un prefetto a riposo, a vendere alcuni appartamenti e a investire tutto il patrimonio nell'operazione.
Giovanni Rossi, 50 anni, celibe, di Salerno, non ci ha pensato due volte: ha preso il gruzzolo (circa un miliardo e mezzo di vecchie lire) e lo ha affidato (così dichiara in una denuncia presentata alla magistratura) a un dipendente del Vaticano, tale Domenico Stefano Licciardi, 65 anni, nativo di Ficarazzi (Palermo) e residente a Roma da molti anni. Sposato, tre figli, Licciardi lavora come ragioniere all'autoparco del Vaticano. E' prossimo alla pensione ma quando è entrato in contatto con Rossi era ben inserito nell'ambiente ecclesiale: parente di alcuni sacerdoti, amico personale di volontari cattolici e persone importanti della gerarchia vaticana.
Secondo Giovanni Rossi, l'incontro con Licciardi ha rappresentato la sua rovina. In un voluminoso e documentato dossier l'agente immobiliare traccia la cronistoria di questo tormentato rapporto: ne è scaturita una denuncia per truffa presentata sia a Nicola Picardi (Promotore di Giustizia del tribunale vaticano) sia alla Procura della Repubblica di Roma. Dalla denuncia (di cui al momento non esistono ancora riscontri d'inchiesta, eccetto i documenti prodotti dallo stesso Rossi) emerge un quadro inquietante, che ricostruiamo attraverso la cronistoria messa nero su bianco dall'immobiliarista salernitano.

ASSEGNI & INTERESSI
"La formula - dice Rossi - era semplice: io fornivo a Licciardi i miei risparmi in decine di assegni circolari di piccolo taglio. Lui diceva di investirli allo Ior: come garanzia mi dava alcuni assegni bancari firmati da lui, senza data, con la cifra del capitale più gli interessi (tredici per cento). Restava inteso che non avrei incassato gli assegni senza prima avvertirlo. Se avessi voluto continuare l'investimento, lui avrebbe ritirato il vecchio assegno e me ne avrebbe dato uno nuovo; altrimenti, a suo dire, mi avrebbe restituito i soldi".
Continua la minuziosa descrizione. "Licciardi utilizzava questo meccanismo già con mio padre, Pierino Rossi, prefetto in pensione, e con le sue sorelle, Orsola e Carmen, oltre che con mio zio Filippo De Iulianis, questore in pensione. Quando è morto mio padre, io e mia sorella Patrizia abbiamo ereditato circa 700 milioni, che erano in mano a Licciardi. Mia sorella si fece dare la sua parte, io decisi di lasciarla a Licciardi per proseguire l'investimento. La persona mi sembrava molto affidabile: mi riceveva a casa sua con tutti gli onori, era conosciuta nell'ambiente ecclesiale come uomo buono, generoso, disponibile; faceva catechesi: diceva di essere amico di monsignor Crescenzo Sepe, organizzatore del Giubileo, di monsignor Guerino Di Tora, direttore della Caritas di Roma e di altri prelati. Era impossibile non fidarsi di lui".
"In prossimità del Giubileo - continua Rossi - nel periodo '96 -'98 Licciardi mi prospettò la possibilità di un nuovo investimento per l'anno Santo, con interessi al diciotto per cento. Mi convinse così a vendere due appartamenti, uno a Napoli (Santa Lucia) e uno a Como. Gli consegnai circa 900 milioni delle vecchie lire, che avrei potuto ritirare con gli interessi solo dopo il Giubileo".
"Questi soldi - continua Rossi - Licciardi li volle in assegni circolari di piccolo taglio, intestati anche a una lista di amici suoi. Tra questi mi fece intestare alcuni assegni a monsignor Di Tora e a Chiara Amirante, considerata una delle giovani più importanti e attive nel volontariato romano. Lui diceva che questi nomi erano la garanzia per me che si trattava di una cosa seria. Io, del resto, non ho mai avuto dubbi. Mio padre si fidava ciecamente di Licciardi e così le mie zie. Gli ho affidato i miei risparmi a occhi chiusi".
Ma ecco che iniziano a sorgere i primi sospetti. Così continua la denuncia: "Ho cominciato a capire che c'era qualcosa di strano quando nel 1999 gli chiesi di chiudere l'investimento dei soldi di mio padre e di restituirmi i circa 300 milioni di lire. Ero convinto che non avrei trovato problemi a incassare gli assegni che avevo in mano, ma lui cominciò a chiedere rinvii, a trovare scuse. Mi convinse addirittura a fare un viaggio in Svizzera per prelevare i soldi da una banca, ma nulla. Erano viaggi a vuoto. Alle mie sollecitazioni, Licciardi prendeva tempo: firmava delle impegnative, riconoscendo il debito e dichiarandosi pronto a pagarlo a scadenze precise. Ma ad ogni scadenza, nulla. Quando ho cominciato a muovere seriamente delle rimostranze e a prospettare azioni legali ha cambiato atteggiamento nei miei confronti, ha cominciato addirittura a minacciarmi di morte, vantando amicizie nella malavita siciliana e romana. Queste minacce mi sono state mosse davanti a un testimone (di cui si fa il nome nel dossier-denuncia, ndr) e mi hanno ridotto a uno stato di grave prostrazione psico-fisica".
Prosegue l'inquietante racconto di Rossi: "Quando, nel dicembre del 2001, stufo dei rinvii, ho deciso di rientrare in possesso di tutto il mio capitale, ho portato in banca gli assegni che mi erano stati dati in garanzia da Licciardi. Erano quattro assegni bancari: tre della Banca Nazionale dell'Agricoltura (agenzia 1, via Appia Nuova, Roma) e uno della Banca di Roma. L'importo complessivo era di più di due miliardi di vecchie lire, il capitale più gli interessi. Ho depositato gli assegni il 27 dicembre. Il 4 gennaio i notai Giuseppe Tarquini e Fabrizio Polidori di Roma hanno comunicato alla mia banca che gli assegni non erano incassabili: il conto della Banca Nazionale dell'Agricoltura (numero 954 t) era stato estinto alcuni anni prima, mentre sul conto del Banco di Roma non c'era sufficiente disponibilità rispetto agli importi".
In pratica, "Licciardi risultava così protestato. E per me - denuncia ancora Rossi - svaniva la possibilità di rientrare in possesso dei miei soldi. Quell'investimento si è rivelato un raggiro che mi ha ridotto sul lastrico. Così mi sono deciso a sporgere denuncia". Prima ha inviato una lettera a carabinieri, polizia e magistratura; poi un dossier al tribunale vaticano e alla procura di Roma. "Lo stesso hanno fatto le mie zie - aggiunge - vittime anche loro del tranello. Io in tutto ci ho rimesso un miliardo e mezzo, che sarebbero dovuti diventare, con gli interessi promessi, due miliardi e mezzo: speriamo di avere giustizia e di tornare in possesso dei nostri capitali".

PROTAGONISTI IN CAMPO


Originario di Palermo, Domenico Stefano Licciardi è emigrato a Roma circa trenta anni fa: pare che un suo parente fosse dentro la gerarchia ecclesiale. Entrò in Vaticano, nell'autoparco, come ragioniere e divenne un attivista cattolico. E' stato per molti anni uno dei fedeli più attivi della parrocchia di San Policarpo a Roma, nel quartiere di Cinecittà. "Noi lo conosciamo - racconta un sacerdote che sostituisce monsignor Antonio Antonelli, attuale parroco - ma è un po' che manca dalle attività parrocchiali. So che nel passato ha fatto catechesi e che lavora in Vaticano". "Mi sembra che un suo parente - aggiunge Giuseppe, un altro parrocchiano - sia stato parroco a Monreale, mentre un lontano cugino, che porta il nome di uno dei figli, era poliziotto, ma avrebbe avuto problemi con la giustizia".
Licciardi è sposato con Ivana Ceccarelli, casalinga e ha tre figli: Settimio, macchinista delle ferrovie, Antonino, impiegato anch'egli in Vaticano, Franca, vigile urbano. La casa in cui i Licciardi abitano, a Cinecittà, è intestata a quest'ultima. La moglie di Licciardi, contattata telefonicamente dalla Voce, ha rifiutato ogni commento, ha negato ripetutamente la presenza del marito in casa. Modi decisamente più bruschi da parte dei figli Franca e Antonino, che alla richiesta di un colloquio per sentire la loro versione, hanno reagito duramente, interrompendo la comunicazione e rifiutando ogni contatto successivo.
Tra le amicizie vantate da Licciardi c'è quella con monsignor Guerino Di Tora. In effetti, Di Tora è stato per anni parroco di San Policarpo, prima di passare a reggere la Basilica di Santa Cecilia a Trastevere, una delle più importanti di Roma. Di Tora è personaggio di primo piano della chiesa capitolina. Attualmente è direttore della Caritas romana, subentrato a don Luigi Di Liegro.
E Di Tora è anche presidente di un fondo antiusura: si chiama "Salus Populi Romani", ha sede nella capitale, a piazza San Giovanni in Laterano, ed è nato nel 1996. Dichiara di aver esaminato quasi 1400 casi e di aver concesso crediti personali per un importo di quattro miliardi e mezzo, con l'aiuto e le garanzie di due istituti di credito convenzionati. "La fondazione è un istituto a carattere regionale per prevenire il fenomeno dell'usura - spiega un operatore - concediamo prestiti alle persone che non potendo accedere al sistema bancario finirebbero facilmente nelle mani degli strozzini. Per coloro che già si trovano sotto usura aiutiamo a trovare il percorso per uscirne". A Roma sono in funzione tre centri d'ascolto: uno di questi è proprio nella parrocchia di San Policarpo, quella dove svolgeva catechesi Licciardi.
A Di Tora risulta intestato uno degli assegni circolari con cui Rossi trasferiva il capitale a Licciardi. Sarebbe stato proprio quest'ultimo a fare il nome del monsignore e a chiedere all'agente immobiliare salernitano di intestargli un assegno. Il titolo è stato rilasciato il 22 ottobre 1996 dal Monte dei Paschi di Siena, agenzia 1 di Salerno, ed è stato girato per l'incasso dallo stesso Di Tora il 24 ottobre del '96 presso il Credito Italiano, agenzia 2008 (nel dossier inviato alla Procura ci sono copie dell'assegno con la girata autografa di Di Tora).
Altri assegni risultano intestati e girati per incasso alla Elemosineria apostolica, a Mario Giamboni, a Chiara Amirante (fondatrice di alcune associazioni di volontariato e molto nota a Roma per la sua attività di recupero a favore di barboni e tossicodipendenti), Francesco Vigliarolo, Mario Napoleoni.
A dare il via all'investimento è stato il padre di Giovanni, Pierino Rossi, deceduto nel '91, una carriera nella burocrazia, una lunga attività anche alle prefetture di Napoli e Como (da qui l'acquisto di case in queste città). La moglie, un'anziana signora, è in vita e risiede a Roma con la figlia Patrizia, che ha sposato un imprenditore romano, Lucio Tambescia. Il prefetto Rossi avrebbe cominciato nel 1986 a dare soldi a Licciardi, sperando in un buon rendimento. Licciardi gli era stato presentato dalle sorelle, che risiedevano a Roma e dal cognato, Filippo De Iulianis, questore in pensione, altro vicino di casa di Licciardi. Anche le sorelle Rossi avrebbero tentato l'investimento, senza fortuna.
Attualmente il dossier è nella mani del Tribunale vaticano, dove la pubblica accusa è retta dal cosiddetto Promotore di Giustizia, incarico ricoperto dall'avvocato marchigiano Nicola Picardi, docente universitario a Roma. Rossi si è appellato anche al cardinale Cerri, tesoriere dello Ior e alla commissione cardinalizia che ha accesso ai conti dell'Istituto. Il dossier denuncia è stato presentato anche alla Procura della repubblica di Roma, che è competente per territorio visto che Licciardi è cittadino italiano e risiede nella capitale. Spetterà a questi organismi fare luce nelle prossime settimane sull' ennesimo intrigo targato Ior, che potrebbe anche estendersi e configurare un giro d'affari più ampio, gettando nuove ombre sul rapporto tra finanza e Vaticano.

MAI DIRE IOR


Dici Ior e pensi alle trame torbide della finanza degli anni Settanta e Ottanta. Monsignor Paul Marcinkus, Michele Sindona, Roberto Calvi: questi sono solo alcuni dei nomi che nella storia finanziaria italiana hanno incrociato destini e scandali con l'istituto per le opere religiose del Vaticano. Ma lo Ior emerge anche in altre inchieste giudiziarie, come quella, più recente, della Procura di Torre Annunziata su un traffico internazionale d'armi che vide coinvolti il leader nazionalista russo Vladimir Zhirinovski e l'arcivescovo di Barcellona Ricard Maria Charles.
Creato nel 1941 da papa Pio XII, lo Ior è una banca senza sportelli ma con mille ramificazioni. L'unica sede è nel Vaticano: vi si accede dalla Porta di sant'Anna, una delle quattro del colonnato di Bernini. Al Cortile di san Damaso si aprono quattro ingressi, uno di questi (il cortile del Maresciallo) conduce allo Ior. I locali interni sono sobri e silenziosi, animati da giovani seminaristi che raccolgono i sussidi per studiare o da suore che depositano i risparmi per i conventi. Come in tutte le banche che si rispettino i clienti di peso vengono ricevuti all'interno, nelle stanze della direzione.
L'Istituto è un organismo finanziario vaticano - secondo una definizione data dal cardinale Agostino Casaroli - ma non è una banca nel senso comune del termine. Lo Ior utilizza i servizi bancari, però l'utile non va, come nelle banche normali, agli azionisti (che nel caso dello Ior non ci sono) ma risulta a favore delle "opere di religione".
A ogni cliente viene fornita una tessera di credito con un numero codificato: né nome né foto. Con questa si viene identificati: alle operazioni non si rilasciano ricevute, nessun documento contabile. Non ci sono libretti di assegni intestati allo Ior: chi li vuole dovrà appoggiarsi alla Banca di Roma, convenzionata con l'istituto vaticano. I clienti dello Ior possono essere solo esponenti del mondo ecclesiastico: ordini religiosi, diocesi, parrocchie, istituzioni e organismi cattolici, cardinali, vescovi e monsignori, laici con cittadinanza vaticana, diplomatici accreditati alla Santa Sede. A questi si aggiungono i dipendenti del Vaticano e pochissime eccezioni, selezionate con criteri non conosciuti.
Il conto può essere aperto in euro o in valuta straniera: circostanza, questa, inedita rispetto alle altre banche. Aperto il conto, il cliente può ricevere o trasferire i soldi in qualsiasi momento da e verso qualsiasi banca estera. Senza alcun controllo. Per questo, negli ambienti finanziari, si dice che lo Ior è l'ideale per chi ha capitali che vuole far passare inosservati. I suoi bilanci sono noti a una cerchia ristrettissima di cardinali, qualsiasi passaggio di denaro avviene nella massima riservatezza, senza vincoli né limiti. Si racconta, tra leggenda e realtà, che quando Giovanni Paolo II, dopo lo scandalo Calvi, chiese l'elenco di tutti i correntisti dello Ior, si sentì rispondere: "spiacenti, santità, ma la riservatezza dei clienti è sacra".
Lo Ior, che ha una personalità giuridica propria, è retto da un "Consiglio di soprintendenza" controllato da una Commissione di cinque cardinali: si tratta del nucleo di vigilanza. I porporati, però, non hanno generalmente alcuna competenza finanziaria. Il loro dovrebbe essere un controllo morale. Un ruolo più tecnico è svolto dal "Consiglio di amministrazione" composto di cinque laici ed un direttore generale. L'Istituto intrattiene rapporti valutari e creditizi con clienti e banche italiane, opera attivamente sul mercato finanziario internazionale, gioca in borsa, investe, raccoglie capitali; tuttavia, come istituto estero, non è sottoposto ad alcun controllo da parte delle autorità di vigilanza italiane.
da carboni a pisanu
Nella storia dello Ior entrano tutte le facce dell'Italia degli intrighi: oltre ai banchieri, anche faccendieri del calibro di Francesco Pazienza e Flavio Carboni. Quest'ultimo, piccolo imprenditore sardo all'epoca legato ad ambienti politici della sinistra Dc, amico di Armando Corona, repubblicano e Gran Maestro della Massoneria, socio del Gruppo editoriale l'Espresso, era bene introdotto in alcuni uffici vaticani e rappresentò il ponte tra Roberto Calvi, Vaticano e politica.

Carboni conobbe Calvi in Sardegna nel 1981 e riuscì presto a conquistare la fiducia del banchiere, mettendogli a disposizione le sue preziose conoscenze al governo, con in testa un sottosegretario, democristiano e anche lui sardo, Giuseppe Pisanu, che oggi ritroviamo, con abito nuovo, sotto le insegne di Forza Italia, a reggere il ministero dell'Interno.
In quel periodo, Calvi finì in carcere, tentò il suicidio, fu condannato a quattro anni ma tornò in sella al Banco Ambrosiano fino alla misteriosa morte: fu trovato impiccato sotto il ponte dei frati neri a Londra. Caso archiviato come suicidio, ma sempre avvolto nel mistero. Fino alle clamorose dichiarazioni rilasciate un paio di mesi dai familiari del banchiere, che escludono categoricamente il suicidio e con ogni probabilità porteranno a una riapertura del caso.
Così come misteriosa è la morte dell'altro "banchiere di Dio", Michele Sindona, ucciso da una tazzina di caffè avvelenato nella sua cella del carcere di Palermo. Anche Sindona, negli anni Settanta e Ottanta, ha avuto strettissimi rapporti con lo Ior e il Vaticano. Il banchiere avrebbe conosciuto Paolo VI fin da quando questi era arcivescovo di Milano e sarebbe entrato nelle sue grazie fino a ricoprire un ruolo (ovviamente occulto) di primo piano allo Ior: il suo compito sarebbe stato quello di mettere a frutto tutte le sue conoscenze del mondo della finanza internazionale per trasformare lo Ior in un istituto capace di muoversi agevolmente nelle speculazioni borsistiche. Pare che Sindona abbia adempiuto a tale compito senza andare troppo per il sottile: e così sarebbero entrati nelle casse vaticane soldi senza colore e senza odore, provenienti da tutte le parti del mondo.

GLI AFFARI DI TOTO'

"Licio Gelli investiva il denaro dei Corleonesi di Totò Riina nella banca del Vaticano". A dirlo non è una persona qualsiasi. È Francesco Marino Mannoia, pentito di mafia in tempi non sospetti. Ruppe gli indugi nel 1984, uno tra i primi con Masino Buscetta. Mannoia era uomo di fiducia di Stefano Bontate, ucciso per mano di sicari di Riina. Dopo l'omicidio di Bontate, Mannoia cercò il giudice Giovanni Falcone e cominciò a raccontare Cosa Nostra. La sua testimonianza fu preziosa nel primo maxi processo. Grazie a Mannoia alcuni boss vennero condannati all'ergastolo.
Quando Mannoia è stato chiamato, alcuni mesi fa, a deporre in video-conferenza dagli Stati Uniti, nell'ambito del processo a Marcello Dell'Utri, ha rivelato che "i soldi della mafia sono finiti per anni nelle casse dello Ior, che garantiva investimenti e discrezione". Ovviamente era necessario un tramite, che per Mannoia era diverso a seconda dei rami della mafia siciliana. Secondo il pentito, i Madonìa erano in affari con Sindona, Riina con Gelli: uguale la destinazione dei capitali.
Mannoia, nella sua ricostruzione va oltre e dice: "Quando il Papa venne in Sicilia e pronunciò un discorso duro contro la mafia, scomunicando i mafiosi, i boss si risentirono soprattutto perché portavano i loro soldi in Vaticano. Da qui nacque la decisione di far esplodere due autobombe davanti a due chiese a Roma". Vera o fantasiosa che sia l'ultima parte della dichiarazione (non esistono riscontri giudiziari), resta il fatto che ancora una volta lo Ior fa la sua comparsa sulla cronaca accoppiato a una trama oscura. 
DI ANDREA CINQUEGRANI 
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