HOME PAGE  IL NOSTRO GIORNALE   DOCUMENTI   I SITI DEI COMPAGNI   IL MERCATINO  ARTE   A TAVOLA CON IL MANTECA   ARTE

Sapessi com’è strano, parlare di mafia a Milano

di Gianni Barbacetto e Mario Portanova da Diario.it

 

La sentenza di Palermo dice che Cosa nostra aveva un ambasciatore in una grande impresa della città. Ma nessuno si scompone. Banchieri, imprenditori e politici preferiscono non parlarne, come al solito. L’ex capitale morale è "assuefatta, ideologica, disinformata"

 

Milano fa finta di niente. La sentenza Dell’Utri, in un Paese normale, avrebbe avuto l’effetto di un terremoto. Ha fatto sapere anche a chi non lo voleva proprio sapere che un giovane imprenditore milanese – negli anni Settanta in cui tante ricchezze sono cresciute e tanti imperi sono nati – aveva risolto il problemino delle minacce di sequestro, ricevute da certi ambienti siciliani, portandosi in casa una coppia di personaggi siciliani, Marcello Dell’Utri e Vittorio Mangano, assunti per trovare una risposta "privata" a quelle minacce. E che da allora Dell’Utri era diventato stabilmente il mediatore tra un’azienda del Nord molto promettente e un’organizzazione a cui è difficile dire di no, Cosa nostra. Aveva propiziato anche qualche investimento in quell’azienda, proveniente da fondi non meglio identificati. Mentre molti parlavano di investimenti al Sud, qui i soldi facevano il percorso inverso.
Il caso è clamoroso. Ma nessuno della comunità degli affari, nessun uomo della Borsa, nessun analista del "mercati", come si dice, si è preoccupato di riflettere, di approfondire. Nessun uomo di cultura si è sforzato di comprendere che cosa sia successo. In fondo, si tratta delle nostre radici. Silenzio assoluto, non è successo niente.
Eppure, negli anni Settanta il problema a Milano e in Lombardia si sentiva, eccome. Sono ben 372 i mafiosi che furono inviati al soggiorno obbligato in Lombardia nel decennio tra il 1961 e il 1972 e qui costruirono la prima stabile rete d’affari delle organizzazioni criminali. Tra il 1974 e il 1983, sono ben 103 le persone sequestrate in regione per chiedere un riscatto, la maggior parte delle quali dai calabresi della ’Ndrangheta e dai siciliani di Cosa nostra. Sono centinaia le aziende minacciate, ricattate, vittime d’estorsioni. Sono ricchissimi i business, sul filo dell’illegalità, negli anni in cui abitavano a Milano Luciano Liggio, Gerlando Alberti, Tanino Fidanzati...
Insomma: ci sarebbe materia per aprire un dibattito e una riflessione, al di fuori di ogni "giustizialismo", al di là di ogni riferimento al piano giudiziario e al processo a Marcello Dell’Utri. Invece, si parla d’altro.

No comment. Diario ha provato a porre la questione ad alcuni milanesi che dovrebbero avere a cuore questi problemi. Ma ha ricevuto una serie di no comment (variamente motivati). Il sindaco Gabriele Albertini e il suo vice Riccardo De Corato, gli imprenditori Dolce e Gabbana e Jonella Ligresti, Miuccia Prada e Aldo Fumagalli, i manager Fedele Confalonieri (Mediaset) e Flavio Cattaneo (ex Fiera di Milano, oggi Rai), i banchieri Corrado Passera e Alessandro Profumo, e poi Michele Perini dell’Assolombarda e Carlo Sangalli della Camera di commercio di Milano... Nessuno di questi ha avuto tempo per sviluppare una riflessione sul nostro ambiente e sulle nostre radici.
Confermato, dunque, l’amaro commento di Barbara Spinelli sulla Stampa: "Non ci s’indigna, se i tribunali certificano la collusione tra mafia e politica, se denuncia i meandri di un’impresa che ha mescolato affari illeciti e politica". "Sia in caso d’assoluzione che di condanna, i processi italiani sono vissuti con atteggiamento politico piuttosto che morale, e si svolgono tutti in un’atmosfera rarefatta dove non hanno spazio né la coscienza né i principi, né il giusto né l’ingiusto".
A parte i commenti dei politici (assolutori e antigiudici da destra, cauti e chissà perché quasi imbarazzati da sinistra), la società italiana non ha ritenuto di fare una riflessione autonoma da ogni schieramento preconfezionato. "Non esistono solo la coscienza personale di Berlusconi e di Dell’Utri. Esiste anche", ha concluso Spinelli, "la coscienza del Quarto Potere incarnato da stampa, radio e televisione, ed esiste la coscienza dei liberi adulti cittadini-elettori. Per costoro il dilemma non può essere semplicemente accantonato, a partire dal momento in cui la magistratura cessa d’occuparsi in esclusiva dei casi e li restituisce al pubblico spazio".
Invece la stampa (Corriere della sera in testa) si è fermata a commenti salomonici del tipo: ora (dopo la quasi assoluzione di Berlusconi a Milano e la condanna di Dell’Utri a Palermo) si torni alla normalità nei rapporti tra magistratura e politica. Ma che cosa vuol dire normalità? È normale che il collaboratore di un imprenditore metta il suo datore di lavoro "nelle mani di Cosa nostra"? E se poi questo imprenditore, vent’anni dopo, entra in politica, è normale oppure no che il collaboratore sia processato? E perché Palermo si è costituita parte civile nel processo Dell’Utri, e non Milano, la città dove si sono svolti i fatti?

Finché arriva il morto. Milano ha fatto sempre così, nella sua storia: si lascia scivolare lentamente nell’illegalità, per distrazione, per cinismo, perché impegnata a produrre ricchezza o a bere Ramazzotti. Fino al morto ammazzato: Giorgio Ambrosoli, Roberto Calvi. O al suicidio tragico: Michele Sindona, Raul Gardini. Poi ha un sussulto, ma per ricadere presto nel suo cinismo. Tra i pochi che non tacciono, Piero Bassetti, il primo presidente della Regione Lombardia nel 1970, storico presidente della Camera di commercio di Milano negli anni Ottanta e Novanta e, notizia di questi giorni, tra i fondatori dell’associazione Europa insieme, il nucleo della lista del governatore Roberto Formigoni alle elezioni regionali dell’anno prossimo. Nei decenni passati Bassetti ha lanciato periodici allarmi sulla penetrazione mafiosa nell’economia e nella finanza. "Ci stiamo abituando a standard etici e di costume di terz’ordine", commenta. "La condanna è intesa come un luogo di potere abusivo. Negli ambienti finanziari milanesi si parlava soprattutto dei possibili risvolti politici delle sentenze su Berlusconi e Dell’Utri, non di altro. Su questi argomenti ormai c’è una pelle abbastanza dura. Ci stiamo mitridatizzando", lamenta Bassetti. L’assunzione continua di piccole dosi di veleno alla lunga rende l’organismo insensibile al veleno stesso. "Ormai sanno tutti che un terzo dei capitali mondiali è sporco. Vale per Milano come per Londra o New York. Forse Milano si è abituata e per questo non ha reagito".
Una città disinformata, ideologizzata, assuefatta. "Quelli di sinistra davano per scontata la colpevolezza di Dell’Utri, quelli di destra davano per scontata la persecuzione politica nei suoi confronti", riassume il sociologo Guido Martinotti. Così Milano è rimasta impassibile. "Già ero rimasto molto sorpreso quando Dell’Utri è stato eletto, in una città che apparentemente tiene a un certo livello di correttezza e distinzione dal fenomeno mafioso", continua Martinotti. "Anche prima della sentenza, infatti, erano noti elementi che indicavano contatti tra Dell’Utri e la mafia, per esempio intercettazioni. Magari il tribunale poteva ritenerli insufficienti per condannarlo, però c’erano. Solo che ormai si è diffusa un’idea "tribunalizia" della realtà, per la quale i fatti non contano, conta solo la sentenza finale". Al momento del voto, dice insomma Martinotti, chi voleva sapere poteva sapere, quindi resta una sola spiegazione possibile: "Evidentemente la gente non ci crede".
Così arriviamo al nodo fondamentale, l’informazione. Facciamo finta che i grandi telegiornali nazionali avessero dato la notizia così (come la darebbe qualunque studente del primo anno delle scuole di giornalismo): "Il tribunale di Palermo ha condannato per mafia il braccio destro del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il suo uomo di fiducia che per anni ha guidato Publitalia e ha fondato il partito di Forza Italia...". "Be’, certo, presentata così la notizia avrebbe avuto un impatto più forte sull’opinione pubblica", commenta Renato Mannheimer, il principe dei sondaggisti. Invece le cose sono andate diversamente. "La gente fa fatica a seguire i processi, anche quel 10 per cento di popolazione più informata che legge i giornali. Sono pochi i giornali che hanno riassunto con chiarezza queste vicende".
A ciò bisogna aggiungere il lavorìo mediatico di lungo periodo, la campagna antigiudici condotta da Berlusconi negli ultimi dieci anni e amplificata a dovere dai suoi molti dipendenti nei media. La campagna ha ottenuto l’effetto desiderato. "Una larga parte della popolazione crede che tutto dipenda dalla politica, sentenze comprese", riprende Mannheimer. "La gente tende a non collegare la condanna con l’accertamento della verità". Da un lato ci dicono che bisogna sospendere qualunque giudizio sugli imputati fino alle sentenze definitive; quando poi le sentenze arrivano, la gente non ci crede comunque. È il torpore generale, una vera pacchia per i politici coinvolti in affari poco puliti.
Il torpore non colpisce solo l’opinione pubblica, vittima del regime televisivo. Avvolge anche la classe dirigente milanese, gli imprenditori, i banchieri, i top manager, gli amministratori cittadini. Gente che ha tutti i mezzi per informarsi senza passare da Mimun e Rossella, gente che sa bene come stanno le cose, ma preferisce far finta di niente. Meglio non immischiarsi, soprattutto in una faccenda che riguarda da vicino l’uomo che controlla il governo, la televisione, la pubblicità e cento altre cose che possono tornare utili.
E infatti a reagire sono sempre i soliti, pochi custodi della legalità cittadina. Come Basilio Rizzo, leader dell’opposizione verde in Comune fin dai tempi di Craxi e Pillitteri: "Non mi meraviglia che Cosa nostra, che si era preoccupata di infiltrarsi nella finanza, andasse a toccare anche gli uomini emergenti dell’epoca. E questo, è risaputo, ha fatto di Milano una delle capitali della mafia".
Nando dalla Chiesa, senatore della Margherita, negli anni Ottanta è stato il primo intellettuale a porre la questione della presenza mafiosa a Milano, quando nessuno ne voleva sapere ("Milano non è Palermo", replicavano gli amministratori dell’epoca). "Il ruolo di Dell’Utri si gioca su Palermo e Milano perché, a metà degli anni Settanta, fa da mediatore di interessi tra Cosa nostra, Silvio Berlusconi e Filippo Alberto Rapisarda", spiega Dalla Chiesa, che anche di questo parla nel libro La fantastica storia di Silvio Berlusconi, appena pubblicato dalla nuova casa editrice Melampo. "Sono entrambi figure emergenti della città, con interessi nelle costruzioni, soldi e tv". E il mito della capitale morale? "A Milano sono arrivati soldi di ogni genere e la città si è interrogata poco sulla loro provenienza. Ha visto i soldi e si è ingolosita".
Ma questi sono i soliti "cultori della materia", chiamiamoli così. La Milano della politica, per il resto, non si è comportata in modo tanto diverso da quella delle imprese e delle banche. Tralasciamo la maggioranza di centrodestra, che mai metterebbe in imbarazzo il Capo su un tema così delicato. Ma l’opposizione? Nessuna iniziativa, anche solo di informazione, nessun dibattito, niente. Perché? Perché a un certo punto a sinistra si è fatta strada una stravagante intuizione: siccome bisogna battere Berlusconi nella politica e non in tribunale, allora su processi e sentenze non si può dire neanche mezza parola. Il braccio destro del presidente del Consiglio è stato condannato per mafia? Affari suoi e dei giudici.
"È vero, la sinistra deve superare questa reticenza", ammette Pierfrancesco Majorino, segretario dei Ds milanesi. "Siamo passati da un eccesso all’altro: prima pensavamo che i guai giudiziari potessero erodere i consensi di Berlusconi, oggi siamo gli unici a non parlarne. Al di là di quello che sarà il risultato finale del processo, è del tutto evidente che si è determinata qualche relazione tra il signor Dell’Utri e ambienti oscuri. Siamo stati un po’ troppo accomandanti, tenuto conto che Dell’Utri è stato eletto senatore proprio a Milano". Con 69.743 voti, pari al 46 per cento, nel collegio di piazza del Duomo.

Milano connection. Antonio Fiori oggi è un pensionato tranquillo alle prese con i suoi problemi di salute, ma tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta è stato un protagonista assoluto del contrattacco dello Stato nei confronti della criminalità organizzata. Un poliziotto intelligente, che in quegli anni era al vertice della Criminalpol di Milano: avviò la prima grande indagine sui mafiosi che avevano messo radici al Nord e arrivò fino ai boss che da Palermo arrivavano fino all’ufficio di via Larga che era la loro base a e ai "colletti bianchi" che qui riciclavano il denaro di Cosa nostra. "La nostra inchiesta iniziò nel 1978-79 e proseguì fino al 1982-83", spiega Fiori. "Non c’era, allora, la coscienza che la criminalità organizzata, la mafia, fosse presente anche al Nord. Ci si preoccupava della criminalità comune. E di quella politica: erano anni di violenze di piazza e di terrorismo... Intanto la mafia aveva messo radici a Milano. Avviammo quell’indagine quasi per caso. Tutto cominciò dall’ippodromo : giravano strani personaggi che attirarono la nostra attenzione. Da lì, sviluppammo una grande inchiesta che ci portò fino in Sicilia, a Roma, negli Stati Uniti. Scoprimmo che la mafia si era impiantata a Milano, sia con attività legali, sia con attività illegali: droga, gioco d’azzardo, estrosioni, sequestri. I rapimenti furono un problema gravissimo, per molti anni. Trovammo sostegno, in città, alle nostre indagini? No. Ci arrivava tuttalpiù qualche segnalazione sottovoce, a volte ci facevano capire qualcosa. Denunce mai".
Floriano De Angeli, rampollo della famiglia De Angeli Frua, gran milanesi dell’industria farmaceutica, racconta: "Filippo Alberto Rapisarda, gran immobiliarista, arrivava nei salotti introdotto da Rosalba Judica Saja. Si portava appresso un giovane silenzioso: era Marcello dell’Utri. Una parte della Milano-bene guardava con sospetto questo siciliano, questo Rapisarda che non era certo un fine intellettuale. Ma aveva tanti soldi. Solo dopo la notte di San Valentino, nel 1983, quando a Milano arrestarono i colletti bianchi della mafia, quelli dei salotti hanno capito qualcosa: "El disevi mi, che quel lì l’era minga bun!"".
Del resto, quando la notte dell’11 luglio 1979 fu ucciso Giorgio Ambrosoli, nessuno della Milano che conta si fece vedere al suo funerale (unica eccezione, il finanziere Marco Vitale, che denunciò quelle assenze sul Giornale). Ambrosoli, avvocato monarchico e galantuomo, liquidatore dell’ex impero sindoniano, non si era piegato alle minacce del finanziere mafioso, né agli ordini di Andreotti che voleva salvare la baracca dal crac.
Dieci anni dopo arrivò Raul Gardini. Quando si tolse la vita con un colpo di Walther Ppk, la mattina del 23 luglio 1993, nel bel palazzetto milanese di piazza Belgioioso, aveva davanti a sé almeno un paio di grossi problemi. Il primo lo conoscevano tutti: le tangenti e le inchieste di Mani pulite. Ma l’altro, quello davvero grave, lo conosceva lui solo: era diventato, tecnicamente parlando, socio di Cosa nostra. La sua Calcestruzzi spa di Ravenna aveva inglobato la Calcestruzzi Palermo spa di Nino Buscemi e Giovanni Bini, ma a comandare erano rimasti questi ultimi, che rispondevano direttamente a Totò Riina. Il gruppo Ferruzzi era diventato prestanome di Cosa nostra.
Negli anni Ottanta c’era stata la Duomo connection. Nei Novanta l’allarme per "la mafia in Galleria". Ma tutto ciò non ha mai scalfito la tranquillità di Milano, che scivola allegramente nel suo declino, confondendo il restauro della Scala con un nuovo Rinascimento.

Strategia della cultura. Oggi Marcello Dell’Utri punta tutto sulla cultura. Vuol cancellare l’odore di mafia dai suoi gessati scuri, grazie al profumo dei libri antichi. Si vuole identificare con la sua Biblioteca di via Senato, benché ormai sfrattata a Milano 2; con le sue riviste, il Domenicale e L’Erasmo; con il suo Teatro di Verdura; con le attività culturali del suo Circolo. Punta all’egemonia gramsciana, lui che si vanta di essere dell’Opus Dei. Coinvolge intellettuali, organizza mostre, dibattiti, eventi. I soldi li trova nella vecchia tana che ha contribuito a fare grande, Publitalia (anche se in Publitalia e in Mediaset non tutti lo amano, oggi, e più d’uno, anche ai massimi vertici, lo vorrebbe non dentro, ma almeno fuori per sempre).
Ha pensato al business e agli spot per tutta una vita. Ha detto: "Senza soldi non se ne canta Messa". Solo dopo il 1994 (cioè proprio con l’inizio delle sue disavventure giudiziarie) inizia la campagna di riconversione culturale. Gli uomini che lo aiutano sono cresciuti, indifferentemente, nell’Opus Dei o nei circoli intellettuali della sinistra. Si chiamano Armando Torno, giornalista, Carlo Carena, filologo, Giancarlo Vigorelli, letterato, Tullio Gregory, filosofo. Ma la schiera di intellettuali e artisti che riesce a coinvolgere nelle sue attività è bipartisan: da Massimo Cacciari a Valerio Castronovo, da Laura Curino a Gabriele Vacis, da Michele Placido ad Alberto Cadioli, da Ugo Volli a Marta Morazzoni... Anche Carlo Rivolta, certo, ma alla fine l’attore dell’Apologia di Socrate si è rifiutato di recitare l’apologia di Marcello.
E le accuse di essere stato l’ambasciatore di Cosa nostra nelle aziende di Berlusconi? E la condanna definitiva, a Torino, per le false fatturazioni di Publitalia? E la condanna in primo grado, a Milano, per aver mandato un boss mafioso da un imprenditore a fare il recupero crediti? La cultura ha un profumo più forte dei miasmi siciliani. E poi i soldi non hanno odore, i voti nemmeno, e Milano è al suo nuovo Rinascimento.
Ha collaborato Valentina Redaelli