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Intervista con
LICIA PINELLI
di Francesco Barilli, per Ecomancina.com
"Il caso Pinelli"
fu il primo articolo che scrissi per Ecomancina, nel novembre
2001. E devo confessare che la vicenda del ferroviere anarchico
morto in circostanze misteriose nella notte fra il 15 e il 16
dicembre del 1969 (precipitando dal quarto piano della questura di
Milano) mi è sempre stata particolarmente a cuore. In un certo
senso proprio quella vicenda ha segnato il mio impegno in Ecomancina,
che ho cercato di indirizzare principalmente verso fatti della
storia recente italiana, contrassegnati da troppe morti
"strane", sulle quali non si è mai ottenuta completa
chiarezza né (soprattutto) verità o giustizia.
Ma c’è un altro aspetto
"mancante" che contraddistingue le vicende di cui mi sono
occupato: la memoria tradita. Nel senso che l’omicidio di Carlo
Giuliani, quello di Ilaria Alpi, quello di Peppino Impastato ci
parlano (esattamente come il caso Pinelli) di vicende in cui oltre a
non ottenere (in tutto o in parte) la verità sui nomi degli
assassini e/o dei mandanti, si è cercato di modificare e accomodare
la memoria stessa di quei fatti, al fine di renderli meno
"scomodi". In questo modo quegli episodi vengono confinati
nell’area indefinita dei misteri d’Italia, e alle vittime, nella
migliore delle ipotesi, l’opinione pubblica regala solo una vaga
pietà…
Ma per Giuseppe Pinelli l’operazione
di stravolgimento della memoria è stata particolarmente odiosa e
particolarmente riuscita, tanto da dover parlare più correttamente
di "cancellazione" più che di "stravolgimento"
della memoria. Come ebbi modo di dire nel "vecchio"
articolo, ogni volta che si cerca di riprendere in mano il filo
degli avvenimenti che parte dal 12 dicembre 1969 (attentato in
Piazza Fontana) ai giorni nostri ("caso Sofri"), passando
per l’omicidio del commissario Calabresi, si tende a sorvolare
sulla morte di Pinelli, quasi si trattasse di un "incidente di
percorso", un episodio da dimenticare, ininfluente per la
comprensione degli eventi… Invece la storia di Pinelli è
fondamentale per capire l’evoluzione e la stretta connessione di
quei fatti.
Come ho fatto nel novembre 2001,
riporto questa frase di Licia Pinelli, estratta dal
libro-intervista che Licia rilasciò a Piero Scaramucci nel
1982. "Pino è stato il granellino di sabbia che ha
inceppato il meccanismo. Dopo la bomba di Piazza Fontana avevano
cominciato la caccia agli anarchici, che erano la parte più debole…
la morte di Pino è stata un infortunio sul lavoro, per loro sarebbe
stato più comodo metterlo in galera con gravi imputazioni e tenerlo
dentro per anni…". Credo che questa frase sintetizzi
meglio di ogni altra la vicenda.
Sempre dal vecchio articolo (che
ad ogni buon conto trovate qui: http://www.ecomancina.com/documenti/ilcasopinelli1.htm)
è opportuno riportare lo stralcio (rielaborato ed aggiornato)
relativo ad un riassunto di quei giorni.
***
L’attentato in Piazza Fontana,
alla Banca dell’Agricoltura, è del 12 dicembre 1969; il triste
bilancio sarà di 16 morti e 88 feriti. Le indagini si orientano da
subito verso gli ambienti della sinistra, in special modo verso gli
anarchici. Numerose persone vengono fermate il giorno stesso. Fra
queste c’è Giuseppe Pinelli, che nella notte fra il 15 e il 16
dicembre cade dalla finestra dell’ufficio del commissario
Calabresi, e muore poco dopo il ricovero al Fatebenefratelli.
Nella stessa notte il Questore
Marcello Guida ed il Commissario Calabresi danno la notizia durante
una conferenza stampa. Secondo la loro versione Pinelli si è
suicidato, in quanto sul suo conto gravavano pesanti indizi. Questa
versione comincia presto a fare acqua da tutte le parti. Il 27
dicembre Licia Rognini (moglie di Giuseppe Pinelli) querela il
Questore Guida per diffamazione. Ecco un estratto dall’intervista
che Licia Pinelli rilasciò a Piero Scaramucci nel 1982 "…
io ero sicura al mille per cento che Pino non avesse fatto
assolutamente niente di quello di cui lo incolpavano e quindi sono
partita prima di tutto querelando il questore Guida per quello che
aveva osato dire. Dopo avrei pensato alla morte… Probabilmente ero
imbevuta della mia educazione, delle mie letture. Pensavo: prima l’onore,
poi il resto…". Guida sarà assolto nel dicembre del 70.
Sempre nei giorni immediatamente
seguenti la morte di Pinelli, "Lotta Continua" comincia ad
accusare esplicitamente il Commissario Calabresi di essere il
diretto responsabile della morte dell’anarchico.
Nel 1970 Calabresi querela per
diffamazione il periodico; il processo denominato
"Calabresi/Lotta Continua" comincia nell’ottobre dello
stesso anno. Questo processo, nel quale il Commissario si presenta
come parte lesa, diviene ben presto il palcoscenico sul quale
ridiscutere il caso Pinelli.
Nel giugno del 71 la vedova
Pinelli denuncia Calabresi e tutti gli agenti presenti ai vari
interrogatori cui fu sottoposto il marito fra il 12 ed il 15
dicembre 69 per omicidio volontario: il giudice istruttore è
Gerardo D’Ambrosio, che manda avvisi di reato a tutti i
denunciati.
Il 17 maggio 1972 il Commissario
Calabresi viene ucciso a Milano. Proprio quel giorno era prevista la
presentazione al Palazzo Reale di Milano de "I funerali dell’anarchico
Pinelli", quadro di Enrico Baj. Questa presentazione fu
annullata in seguito alla notizia dell’omicidio di Calabresi e non
fu più riproposta.
Il 27 ottobre 1975 D’Ambrosio
chiude definitivamente la sua inchiesta, lasciando l’amaro in
bocca a molti: leggendo per esteso la sentenza si ha l’impressione
che il giudice abbia trovato una matassa troppo intricata da
dipanare. Le sue ricerche chiudono con poche certezze; esclude
categoricamente che Pinelli si sia suicidato (e quindi conferma che
tutti quelli che dichiararono il contrario mentirono, ma senza
approfondire le motivazioni che stavano alla base di quelle
menzogne); esclude l’omicidio non trovandone le prove (e lo
esclude con un vero bizantinismo: "la mancanza assoluta di
prove che un fatto è avvenuto equivale alla prova che un fatto non
è avvenuto") e ritiene "verosimile" l’ipotesi
di un malore.
Scartata l’ipotesi del suicidio
e pure quella dell’omicidio "volontario"; scartato pure
il volo di fantasia di D’Ambrosio del 1975 (che salomonicamente
parlò di un "malore attivo", per districarsi fra le
scomode ipotesi di suicidio ed omicidio), fra le altre ipotesi che
furono fatte restano le seguenti. Un interrogatorio
"forzato" e svoltosi fuori dalle procedure legali, in cui
a qualcuno saltarono i nervi giungendo a picchiare Giuseppe Pinelli
fino a temere di averlo ucciso; da qui la repentina decisione di
sbarazzarsi del corpo inscenando un suicidio più o meno verosimile.
A favore di questa ipotesi ci sarebbero l’ora di chiamata dell’ambulanza
(uno dei punti più controversi dell’intera vicenda e che anche la
sentenza D’Ambrosio spiega poco e male: sembrerebbe che l’ambulanza
sia stata chiamata pochi minuti PRIMA della caduta dal balcone) e la
famosa "macchia ovalare" trovata sul collo del Pinelli
(che i sostenitori di questa ipotesi addebitarono ad una percossa
particolarmente violenta o ad un colpo di Karate). Una colluttazione
finita tragicamente per pura fatalità, al termine dell’interrogatorio.
O ancora: Pinelli aveva sentito o visto qualcosa che non doveva
sentire e/o vedere (teoria questa che Pietro Valpreda, un
altro degli anarchici accusati in un primo tempo per la strage,
scomparso per malattia nel luglio 2002, confidò in un’intervista
a Mauro Bottarelli).
Nel 1988 Leonardo Marino,
ex componente di Lotta Continua, raccontò che pochi giorni prima
dell’omicidio del commissario Calabresi incontrò Adriano Sofri a
Pisa, il quale gli comunicò la decisione di uccidere il
commissario. Secondo questa ricostruzione l’omicidio sarebbe stato
materialmente compiuto da un commando composto da militanti di L.C.:
Ovidio Bompressi, Giorgio Pietrostefani e lo stesso Marino (con
ruolo di autista). Non è questa la sede per affrontare il
"caso Sofri", o per parlare delle tante contraddizioni che
si possono trovare nel racconto di Marino. Basti dire che la vicenda
processuale si è per ora chiusa, e che la Magistratura ha ritenuto
credibile la versione del "pentito" Leonardo Marino,
condannando per omicidio gli ex esponenti di Lotta Continua.
Nel maggio 2002 si è tornato a
parlare (seppure indirettamente) del "caso Pinelli". Pochi
giorni prima del trentesimo anniversario dell’omicidio Calabresi,
il Corriere della Sera, sul proprio settimanale "Sette",
pubblicò un’intervista con Gerardo D’Ambrosio. Il Magistrato in
quell’occasione ribadì di essere assolutamente sicuro dell’estraneità
di Calabresi (a qualsiasi livello) nella morte di Giuseppe Pinelli.
Ma al di là dei giudizi che si possono esprimere sul convincimento
di D’Ambrosio, è certo che il Magistrato commette un grave
errore; ad un certo punto afferma: "Poi ottenni un’altra
prova sull’innocenza di Calabresi. La testimonianza di uno degli
anarchici fermati, Pasquale Valitutti: aveva visto Calabresi uscire
dalla sua stanza prima che Pinelli cadesse".
Il punto è che Valitutti all’epoca
dell’inchiesta disse ESATTAMENTE IL CONTRARIO (confermando sempre,
successivamente, la stessa versione): NON SOLO Valitutti non aveva
visto Calabresi uscire dalla stanza, ma affermò pure che
(considerata la posizione che occupava nel corridoio) avrebbe senz’altro
notato se il commissario fosse uscito. Dunque anche l’intervista a
D’Ambrosio si rivelò un’occasione persa nell’ottica di
ristabilire la verità sulla vicenda, diventando invece un altro
elemento che va a confonderne la memoria.
***
Conosco la signora Pinelli già da
qualche anno, da prima che cominciasse la mia collaborazione con
Ecomancina. La ringrazio per l’intervista che, forzando il suo
carattere riservato, mi ha concesso.
Milano, 30 novembre 2003
FRANCESCO BARILLI:
Spesso si parla di "chiusura
della stagione degli anni di piombo". Di solito questo discorso
nasce in occasione di ipotesi di amnistia (o comunque provvedimenti
"di clemenza") nei confronti dei protagonisti di quegli
anni. Dietro la maschera "buonista" del perdono mi sembra
però ci sia un elemento mancante fondamentale: si vorrebbe chiudere
quella stagione senza aver ottenuto la verità su certi fatti. Una
sorta di "perdono all’italiana" su cui volevo sentire il
suo parere…
LICIA PINELLI:
Si può parlare di perdono solo
dopo aver ottenuto la verità sugli avvenimenti di quegli anni… La
chiusura della stagione degli "anni di piombo" potrebbe
avvenire soltanto in seguito ad una ricostruzione storica veritiera,
aderente ai fatti ed ai documenti relativi. Per chiudere quella
stagione l’unica strada può essere soltanto la verità,
certamente non la menzogna o la disattenzione o l'oblio.
F. B.:
In questi anni ho affrontato fatti
della storia recente italiana che ci parlano di morti
"strane", sulle quali non si sono mai ottenute verità o
giustizia. Ho scoperto che in molti casi i parenti e gli amici delle
vittime di quei fatti per "far sentire la propria voce" si
sono associati. Questo tanto per vicende collettive (penso a Bologna
o a Ustica) quanto per vicende individuali (penso al Comitato
"Piazza Carlo Giuliani", o alle associazioni nate in
memoria di Peppino Impastato). Lei invece ha sempre portato avanti
la propria battaglia con discrezione e da sola: ha mai pensato anche
lei a qualche "forma associativa"? E, se ci ha pensato,
perché ha scartato quell’ipotesi? Si è mai sentita sola?
(attenzione: quando dico "sola", intendo politicamente,
non parlo della sua dimensione personale, che è "sua" e
tale deve rimanere).
L. P.:
No, non mi sono mai sentita sola,
in quanto sono stata aiutata da amici e da avvocati che mi hanno
sostenuto nella ricerca della verità. Quindi non ho mai pensato ad
una forma associativa, soprattutto perché credevo fermamente nella
democrazia e nello stato di diritto.
F. B.:
Mi sono occupato di diverse
persone "ferite dallo Stato", in modi e tempi diversi, in
cui il filo comune consiste nell’inefficienza e nell’inerzia
degli apparati dello Stato. Come ho già avuto modo di dire, mi
sembra che lo Stato vi abbia deluso tutti, ma vi abbia deluso
proprio in quanto voi vi aspettavate una risposta ed un aiuto da
quelle Istituzioni. E mi sembra dunque ragionevole ripetere con lei
la domanda che ho già posto ad altri: come è cambiata (se è
cambiata) la sua visione dello Stato, prima e dopo la tragedia che l’ha
colpita personalmente?
L. P.:
Ripeto quanto ho detto prima: ho
sempre creduto nella democrazia e nello stato di diritto. Se poi le
Istituzioni non sanno o non vogliono rispondere e non aiutano il
cittadino che si rivolge a loro, la visione dello Stato per la
collettività risulta alquanto "deteriorata"… Uno Stato
forte e credibile sa afferrare e sopportare la verità, anche quando
scomoda.
F. B.:
Non pensa mai alla riapertura
giudiziaria del caso di suo marito?
L. P.:
Solo se uscissero nuovi e probanti
elementi. Ma c’è una sola possibilità: chi era in quella stanza
si decida a parlare…
F. B.:
Una domanda "strana":
sono sicuro che lei, perlomeno in un certo periodo, ha fortemente
creduto di poter ottenere verità e giustizia per la morte di suo
marito. Dopo suo marito, ha dovuto assistere, questa volta
esternamente, a tanti altri casi. Ma lei come vive/ha vissuto quei
fatti? Ha sperato "almeno per loro ci sarà giustizia" o
si è rassegnata pensando "nemmeno loro ce la faranno"?
L. P.:
Ho fermamente sperato che si
facesse luce e verità sui casi successi in Italia in tutti questi
anni, ancora avvolti nel mistero…
F. B.:
Nell’articolo parlo della
vicenda "D’Ambrosio/Valitutti" (precisamente dell’intervista
a D’Ambrosio su "Sette" e della conseguente smentita di
Valitutti). Volevo un suo parere su questa vicenda.
L. P.:
Non solo Valitutti ha smentito l’intervista
D’Ambrosio, ma il 17 maggio 2002 ho rilasciato un’intervista
apparsa su Repubblica in cui ho espresso il mio parere ed ho
confermato quanto ha detto e ridetto Valitutti.
Francesco Barilli, di Ecomancina.com
NOTA:
L’intervista a cui si riferisce
Licia nella sua ultima risposta è apparsa su "Repubblica"
il 18 maggio 2002. La potete trovare a questo link:
http://www.repubblica.it/online/cronaca/calabresi/pinelli/pinelli.html
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