Cara Haidi,
era tutto previsto, è vero… Ne avevo parlato
con te, con Elena, con Lorenzo Guadagnucci; avevo visto e condiviso
l’appello contro l’archiviazione, scaricato il materiale sulla
controinchiesta dal sito del Comitato, cominciato a parlare con i
compagni della Federazione di Piacenza per organizzare la mostra
fotografica…
Era tutto previsto, insomma, tranne il modo in
cui io mi sarei sentito nell’apprendere la notizia dell’archiviazione:
molto male; peggio di quanto mi aspettassi. Credo che questa mia
sensazione non sia comunque neppure lontanamente paragonabile a
quello che sentite tu, Giuliano ed Elena; dico solo che questa
sensazione mi aiuta forse a sentirvi ancora più vicini, per quel
che può contare.
Ma c’è anche qualcosa di assolutamente nuovo
in questo "sentirmi male", qualcosa che è "solo
mio": la consapevolezza di una mia enorme stupidità e
presunzione quando ti chiesi – nell’intervista dell’ottobre
2002 – come avreste reagito ad un’archiviazione (che già era
nell’aria) e quali fossero i mezzi tecnici a cui pensare già in
quel momento per riaprire le indagini.
La mia domanda, ripeto, era stupida e
presuntuosa, e di questo ti chiedo scusa. Forse all’epoca pensavo
che l’archiviazione per l’omicidio di Carlo fosse solo un’altra
pagina di quel libro scritto col sangue di cui il Comitato parla
nella Sezione "Per non dimenticarli", e che la battaglia
per costruire una corretta memoria su Piazza Alimonda la si dovesse
fare fuori dall’aula del Tribunale (o perlomeno indipendentemente
da quanto poteva uscire da quella sede).
Vedere però come è stata proposta la notizia
dell’archiviazione mi ha fatto capire che la mia era una domanda
inutile. "Stava cercando di assalire un Defender dei
carabinieri armato con un estintore. Placanica sparò con la pistola
di ordinanza e il giovane rimase ucciso": questo è stato il
commento che ho trovato nel primo "lancio" della notizia,
ieri. La storia di Piazza Alimonda, insomma, è stata scritta, e l’assoluzione
di Placanica comporta un più ampio giudizio di assoluzione sull’intero
operato delle forze dell’ordine in quei frangenti (e, forse, sull’intera
gestione dell’ordine pubblico a Genova). Pensare a quei
"nuovi mezzi tecnici per riaprire le indagini" ora mi
sembra solo un vezzo intellettuale, l’illusione di chi vuole
pensare che una Giustizia esista davvero, e che lo Stato la debba
ricercare (e non averne paura o sfuggirla…).
L’archiviazione è stata non solo illogica ed
ingiusta (questo la sapevamo anche prima); non è stata solo l’ennesima
pagina di quel libro di ingiustizie di cui parlavamo prima: è anche
il tentativo di scrivere la pagina finale della storia dei fatti di
Genova.
Era l’aprile del 2002 quando scrivevo il mio
primo articolo su quei fatti. All’epoca mi mancavano ancora molti
elementi arrivati successivamente, ma già in quei giorni dicevo: "Accantoniamo
quindi i dubbi sul numero degli occupanti la jeep o su quanti
carabinieri hanno davvero sparato in Piazza Alimonda (e chi, fra
questi, abbia colpito Carlo al volto). In questa fase mi preme solo
sottolineare pochi fatti certi, ai quali i media fino ad oggi non
hanno dato sufficiente risalto. Appare infatti assodato che la
vittima non si trovava a ridosso della jeep, ma ad una distanza di
circa 4 metri, che - ripeto - il carabiniere che apre il fuoco aveva
estratto la pistola ben prima che Carlo raccogliesse da terra
l'estintore, e che la camionetta dei carabinieri non si trovava
assolutamente isolata … non voglio neppure dilungarmi su altri
elementi che, seppure importanti, rischierebbero di risultare
dispersivi (ossia: il blocco costituito da un cassonetto
sull'anteriore della jeep non era assolutamente invalicabile, in
quanto un mezzo del genere può spostarlo agevolmente; il numero
delle persone che hanno realmente sparato in Piazza Alimonda è
tutt'altro che certo, e così pure la loro identità; resta ancora
da spiegare l'origine della ferita "a stella" rinvenuta
sulla fronte di Carlo e relazionare tale ferita alle primissime
deposizioni dei funzionari delle forze dell'ordine in Piazza
Alimonda, che affermarono che il giovane era morto a causa del
lancio di una pietra da parte di un dimostrante, eccetera)."
I miei all’epoca erano solo i dubbi dettati dal
buon senso. Successivamente Arto e Franti su Indymedia, Lello Voce
su Sherwood (e sicuramente dimentico altri) hanno fatto molto più
di me, avvalorando i miei dubbi, confermandoli con dati certi, con
un lavoro impressionante fatto di consultazione di foto e filmati,
di raccolta testimonianze… Di semplice uso della ragione, insomma.
Per il Giudice, invece, non solo si è trattato
di "legittima difesa", ma di "legittimo uso delle
armi" (curioso: secondo il giornalista che ho citato prima era
Carlo ad essere "armato" di un estintore… è proprio
vero che a volte le parole pesano come macigni…).
Insomma, l’archiviazione è stata davvero un
brutto colpo. Ma non è la prima volta, in questo Paese, che si
prova a riscrivere la storia con falsità, reticenze, depistaggi.
Certi personaggi stanno provando a rileggere in modo indecente
addirittura la storia della Resistenza antifascista; non deve
sorprendere che lo si voglia fare anche con Piazza Alimonda e
domani, magari, con Bolzaneto e la Diaz…
Non c’è nulla di nuovo nelle conclusioni del
Dottor Franz e della Dottoressa Daloiso. Così pure non ci sarà
nulla di nuovo nel nostro tentativo di riprendere "dal
basso" ciò che "dall’alto" ci viene tolto. L’archiviazione
non ha tolto nulla (di questo ti assicuro) alla determinazione con
cui chi vi è vicino continuerà a cercare la verità.
Ti lascio con la "consueta" citazione
dalla "Canzone del maggio" di Fabrizio De Andrè. A dire
il vero ne ho scelto un passo diverso dal solito, che mi sembra
particolarmente adatto all’occasione:
Anche se avete chiuso
le vostre porte sul nostro muso
la notte che le "pantere"
ci mordevano il sedere
lasciandoci in buonafede
massacrare sui marciapiede
anche se ora ve ne fregate,
voi quella notte voi c'eravate
E se nei vostri quartieri
tutto è rimasto come ieri,
senza le barricate
senza feriti, senza granate,
se avete preso per buone
le "verità" della televisione
anche se allora vi siete assolti
siete lo stesso coinvolti.
Ti abbraccio
Francesco "Baro" Barilli