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LAICITA’
La recente sentenza che ha dichiarato illegittima l’esposizione
di simboli religiosi in luoghi pubblici, nel caso specifico un
crocifisso in una scuola pubblica abruzzese, ha smosso le candide
coscienze benpensanti sia di cattolici che di pseudo laici, in
maniera sorprendentemente trasversale da destra a sinistra,
facendoli schiamazzare con aria scandalizzata su tutte le prime
pagine dei giornali.
Al fine di un corretto inquadramento del fenomeno che ci
accingiamo ad affrontare (particolarmente utile per capire quale sia
il vero rapporto di poteri che caratterizzano lo Stato italiano)
sarebbe utile avere una discreta conoscenza del diritto pubblico
concernente questa materia; in via estremamente generale, la tanto
citata Costituzione sancisce la assoluta laicità dello Stato (artt.
7 e 8) e la libertà di tutti di professare liberamente la propria
fede (art. 19). A ciò, i sostenitori del dovere di ogni italiano di
riconoscersi in un simbolo religioso appartenente alla propria
identità culturale imposta e di ogni straniero di sottomettersi e
omologarsi ai costumi del Paese ospite, si appellano a norme
inspiegabilmente (per modo di dire) non ancora abrogate del periodo
fascista (il quale riconosceva alla religione cattolica il ruolo di
religione di Stato), che ormai ci trasciniamo dietro da ben più di
mezzo secolo come una cicatrice quasi indelebile, a dimostrazione
del fatto che la storia non può essere riscritta a piacere con un
semplice colpo di spugna.
Di fatto, la tanto acclamata laicità dello Stato, base di una
società libera e democratica, non esiste in forma completa, se non
a livello teorico; nella realtà, nei rapporti di forza
caratterizzanti la società civile, emerge una chiara
confessionalità cattolica. Prova ne è il fatto che pure grande
parte della cosiddetta sinistra riformista si è schierata
ignobilmente contro la suddetta sentenza, dimostrando
inequivocabilmente fino a dove possa arrivare la potenza della lobby
cattolica.
Così, in uno Stato che nella sua fonte costituzionale prevede un’assoluta
laicità, si trova pure spazio per i Patti Lateranensi, firmati nel
1929 (e pure qui ritroviamo rimasugli normativi fascisti) e
modificati, nella parte riguardante il Concordato, solo nel 1984.
Per ben quarantasei anni sono convissute l’idea della laicità
costituzionale e la norma, contenuta nel primo articolo del
Concordato, che affidava alla religione cattolica il ruolo di
"sola religione dello Stato".
Tutta questa vicenda ha avuto il grande merito di riaprire
spiragli sulla lotta anti-clericale, cavallo di battaglia delle
sinistre del secolo scorso, da troppo tempo assopita, fatta cadere
abilmente nel dimenticatoio da una parte timorosa di perdere certi
privilegi secolari; una lotta che va ben al di là di una semplice
battaglia contro l’imposizione di un simbolo sui muri, di un’immagine
che, in quanto tale, altro non è che una rappresentazione
concentrata di un sistema culturale che aspira ad ottenere una
posizione di dominio egemonico all’interno della società civile.
E’ necessario dunque aprire seriamente la strada ad una lotta
che sappia distruggere tutti gli altri sintomi di questo
imperialismo culturale interno allo Stato, che comprendono tanto l’insegnamento
della dottrina cattolica nelle scuole quanto il passaggio allo stato
di ruolo degli insegnati di tale materia, scelti dal vescovo, voluto
dall’ultima riforma scolastica; tanto i finanziamenti con denaro
pubblico alle scuole private, quanto l’otto per mille.
Ponendoci di fronte a questa prospettiva, ci si impone la tappa
obbligata dell’enunciazione di cosa intendiamo precisamente quando
parliamo di società libera; influenzato dalla lezione di Feyerabend,
sostengo che non si possa definire libera una società che non abbia
un ordinamento posto al di sopra di tutte le culture, che le lasci
proliferare liberamente, ma ognuna nel proprio ordine. Prende vita
così l’idea di un fondamento della società che funzioni
esclusivamente come meccanismo di contenimento delle varie spinte
autoritario-egemoniche delle varie culture (nel senso più lato del
termine), e che quindi lasci tutta la libertà alle persone di
costruirsi una libera identità. Una struttura protettiva quindi,
che non dia alla convivenza alcun contenuto, ma la preservi da
influenze perturbatrici.
Citando direttamente Feyerabend, "una società libera è una
società nella quale tutte le tradizioni hanno uguali diritti e
uguale accesso ai centri dell’istruzione e ad altri centri di
potere. Se le tradizioni hanno vantaggi e svantaggi solo dal punto
di vista delle altre tradizioni, la scelta di una tradizione come
fondamento di una società libera è un atto arbitrario che o dev’essere
imposto con la forza o può essere giustificato attraverso un libero
scambio fra le tradizioni presenti nella società. In questo caso la
limitazione è provvisoria e può essere di nuovo eliminata
attraverso la prosecuzione dello scambio (della
discussione)".¹
Ma torniamo al nostro caso storico, uscendo dal dibattito
teorico.
Se il modello culturale cui il cattolicesimo appartiene è
arrivato a polemizzare così aspramente per un simbolo, in che stato
di salute si trova? Probabilmente non dei migliori; non è certo una
novità che durante la seconda parte del ventesimo secolo la Chiesa
nel mondo occidentale abbia subito un processo di brutale
ridimensionamento, dovuto alle conquiste dei movimenti
"radicali" e all’evoluzione del potere borghese; quest’ultimo
in particolare, meno conosciuto dal grande pubblico rispetto al
primo, è stato ben descritto da Pasolini nei suoi "Scritti
corsari" (in particolare in "Analisi linguistica di uno
slogan", del 17 maggio 1973). La nuova etica capitalista, di
quella che Debord ha chiamato società dello spettacolo, dominata
dal binomio produzione e consumo, non può che sfociare nel
superamento dell’ideologia spiritualistica in favore di un’ideologia
prettamente materialista, mantenendo al massimo la religione come
"prodotto naturale di enorme consumo e forma folcloristica
ancora sfruttabile". Questo è più visibile sicuramente nei
Paesi in uno stato più avanzato di capitalismo, come gli Usa,
rispetto al nostro, dove il ministro della giustizia è arrivato ad
aprire un’indagine contro il giudice, probabilmente considerato
reo di blasfemia, che ha ordinato di eliminare i crocefissi dai
muri. Ma questo fa parte di un problema politico ben più generale e
grave, che ha caratterizzato l’andamento della giustizia italiana
degli ultimi due anni.
La battaglia per il mantenimento del crocefisso non è dunque che
la punta di un iceberg di una lotta che la Chiesa sta conducendo,
iniziata non certo oggi, per il mantenimento delle posizioni
egemoniche rimastele che vede minacciate non più solo dai movimenti
laici e libertari dalla forte connotazione atea o agnostica, ma pure
dai movimenti religiosi stranieri, ad esempio islamici, reclamanti
pari dignità e opportunità.
E’ quindi ora che si sviluppi entro il "movimento dei
movimenti" usa seria discussione su questo tema, in modo da
costruire, se possibile, un progetto politico comune che sia in
grado di cambiare lo stato di cose presente.
Note
¹Paul K. Feyerabend, La scienza in una società libera,
Feltrinelli (pag. 59)
David Santi
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