|

|
COME INVENTAMMO LA
GUERRA
Paul Wolfowitz aveva un’idea: imporre la democrazia in tutto il
mondo, partendo da Baghdad. Da dove vengono e dove vanno i neocon?
di Giacomo Papi
D ue fantasmi si aggirano per l’America.
Il primo ha un’aria familiare e la testa fracassata. L’altro ha
un aspetto dimesso ed è circondato da conigli. Quello con il cranio
insanguinato è Lev Davidovic Trotzkij, ebreo ucraino, bolscevico,
fondatore dell’Armata rossa, massacratore di operai a Kronstadt,
esiliato da Stalin, inseguito da Stalin e ucciso da un sicario di
Stalin a Città del Messico nel 1940. Quello che allevava conigli
(di razza Flemish Giants) è Leo Strauss, filosofo politico tedesco,
ebreo, fuggito dalla Germania di Hitler nel 1938 (grazie ai buoni
uffici del filosofo nazista Carl Schmitt). Insegnò all’Università
di Chicago, scrisse su Platone, Aristotele e Machiavelli. Si
circondò di allievi ambiziosi e brillanti, la maggior parte dei
quali si dedicò poi ad altri mestieri. Alla politica, al
giornalismo, alla storia. Il maestro morì nel 1973. Riposa al
cimitero della Knesseth Israel Synagogue di Annapolis, Maryland.
I razionalisti non credono ai fantasmi. Ma sanno che quando ai
fantasmi si presta fede, le vite dei vivi cambiano. Sanno che il
principio di autorità offre ai morti il potere di influenzare il
presente. I fantasmi di Lev Trotzkij e Leo Strauss da alcuni mesi
compaiono ovunque. Nei seminari delle università americane, in
centinaia di siti e weblog, in decine di articoli dei maggiori
giornali del pianeta. Sembrerebbe una moda culturale, e forse un po’
lo è. Sicuramente ha a che fare con questioni decisive. Dalla loro
influenza (da quella di Strauss soprattutto) dipenderebbero la
guerra in Iraq e la politica estera dell’amministrazione Bush, il
valore della verità e la necessità della menzogna in democrazia,
il ruolo dell’Onu, il modo in cui l’Impero può oggi governare i
suoi satelliti, le strategie da mettere in campo per battere il
nemico nell’"attuale scontro di civiltà". Strauss e
Trotzkij rappresentano, cioè, le radici filosofiche dell’albero
genealogico dei neoconservative, i cosiddetti neocon, una famiglia
politica che ha diretto la risposta americana all’11 settembre.
Secondo l’accusa, il presidente mai eletto George W. Bush non
sarebbe altro che il pupo di una congrega di filosofi re come Paul
D. Wolfowitz, sottosegretario alla Difesa, Richard Perle, ex
presidente del Defence Policy Board che recentemente si è dovuto
dimettere per avere fatto troppi affari con quelli che avrebbe
dovuto combattere o Douglas Feith, incaricato del Pentagono per la
ricostruzione in Iraq. L’elenco potrebbe continuare: si tratta di
circa venti persone che occupano ruoli chiave nell’amministrazione
Bush. A cui si devono aggiungere gli amici giornalisti e i giornali
amici: William Kristol, direttore del Weekly Standard di Rupert
Murdoch, il settimanale che all’indomani dell’elezione di Bush
titolò, più o meno: "Ecco come li abbiamo fregati", o
John Podhoretz del New York Post (sempre di Murdoch), Washington
Post, Newsweek, National Review, Public Interest, Commentary. Poi c’è
Fox, la televisione di Murdoch che ha sbaragliato Cnn. E ancora,
intellettuali come Francis Fukuyama, profeta della "fine della
storia", Robert Kagan e Michael Ledeen che fu coinvolto nello
scandalo Iran-Contra e che oggi vorrebbe attaccare Teheran (secondo
alcuni studiosi fu tra i teorici della strategia della tensione in
Italia). Molti di loro sono ebrei, alcuni (come Perle e Feith)
vicini al Likud e all’ex premier israeliano Bibi Nethanyau. La
loro attività è intrecciata (nel senso che spesso ricoprono
cariche ufficiali) con potenti e danarose associazioni come l’American
Enterprise Institute (di cui fa parte Lynn Cheney, moglie di Dick),
il Project for a New American Century e la Heritage Foundation.
Tutti, o quasi, hanno avuto a che fare con Leo Strauss.
IL CODICE STRAUSS. In Strauss l’ambiguità è un metodo,
prima che un limite. Un metodo di filosofia e di insegnamento che
veniva dall’ermeneutica di Heidegger, ma anche dalla tradizione
ebraica. Il suo percorso filosofico è interno al pensiero ebraico
nel suo desiderio di assimilazione e di mantenimento dell’identità.
La caduta nell’incubo hitleriano tradì questa speranza. Strauss
pensò allora che era stata la debolezza della Repubblica di Weimar
a lasciare che Hitler prosperasse. Pensò che se Heidegger, che
considerava la più grande mente del suo secolo, aveva aderito al
nazismo c’era qualcosa di radicalmente malato nella modernità.
Scrisse a Karl Lowith, già nel 1946, che "l’ordinamento
politico perfetto, come era stato tracciato da Platone e Aristotele,
era davvero l’ordinamento politico perfetto. E so molto bene che
non può essere restaurato".
Credeva con Churchill che la "democrazia fosse il peggiore dei
sistemi possibili, fatta eccezione per tutti gli altri". Un
esempio su cui tornava spesso, per mostrare quanto il potere potesse
apparire cattivo anche agendo per il bene comune, era tratto da I
viaggi di Gulliver di Jonathan Swift: quando Gulliver fa pipì sulle
case di Lilliput per spegnere un incendio, i lillipuziani pensano a
un atto blasfemo. Strauss pensò che il peccato originale della
filosofia ebraica era la perdita di Dio, come principio trascendente
e ordinatore, come sovrano, operata dall’immanentismo di Spinoza.
Come ogni pensatore di destra, riteneva l’uomo cattivo per natura
e che solo un potere forte potesse limitarne gli istinti. Si limitò
a insegnare e a coltivare quella che definiva "la crema della
gioventù". Non fece mai politica attiva, ma incoraggiò i suoi
allievi ad andare e moltiplicarsi.
Insegnò che dopo la morte di Socrate, i filosofi avevano imparato a
scrivere nascondendo il proprio pensiero per non essere perseguitati
dal potere. E che lo stesso metodo potesse essere adottato per
comunicare al popolo "nobili bugie" e nascondere verità
dannose. Per questo, i grandi filosofi vanno studiati ponendo
attenzione ai loro silenzi e alle loro ambiguità, i loro testi
vanno decodificati. Sfortunatamente per Strauss e per i suoi, la
teorizzazione di un metodo di questo genere e la sua applicazione
alla pratica politica spinge a difendersi applicando lo stesso
metodo. Sospettare, intraleggere, cercare nelle dichiarazioni
ufficiali intenzioni e significati reconditi.
Naturale che intorno a un piatto così ricco, le teorie del
complotto fiorissero. Ma dietro ai deliri antisemiti e a una visione
della storia esoterica, rimane una verità semplice. I neocon, che
fiorirono alla politica nell’amministrazione Reagan, si
rafforzarono con Bush senior e rimasero ai margini negli anni di
Clinton, hanno trovato il modo, durante gli anni di George figlio,
di dettare l’agenda della politica estera americana grazie a una
serie di circostanze storiche favorevoli (11 settembre,
inadeguatezza in politica estera del Presidente, presenza di
Rumsfeld e Cheney nell’esecutivo). Ma il loro potere non va
sopravvalutato. Il loro nemico Colin Powell non ha perso la partita,
anzi. Un recente sondaggio Time/Cnn afferma che gode della fiducia
del 77 per cento degli americani, il più amato tra i Bush boys. In
più c’è questa fastidiosa pressione internazionale che vuole
stabilire chi abbia mentito di più.
Il dato interessante è che questo gruppo di persone, diverse tra
loro per competenze e temi, ma unite tra loro, ha dato forma, nell’insieme,
a una ideologia di destra piuttosto raffinata, gratificante per le
élite e comprensibile per le masse, percorsa da stilemi e temi
tipici della sinistra radical, una destra aperta al mondo e alla
storia come terreno di lotta, di difesa e di conquista. Realista e
idealista al contempo. Reazionaria nell’accettazione della legge
del più forte come regola della storia. Ma, in fondo, ottimista
nell’idea che sia possibile esportare libertà e democrazia. In un
certo senso, progressista. "Il punto di partenza" ha
dichiarato Kenneth Adelman, già consigliere di Ford e Reagan,
"è che i conservatori oggi sono per il cambiamento radicale e
i progressisti... per lo status quo". Ma che c’entra Trotzkij?
LA TRAVERSATA DI LEV. Verso la fine degli anni Sessanta, un
gruppo di giovani intellettuali di sinistra, spesso comunisti, molto
spesso trotzkisti, decide di abbandonare le sponde irrequiete e un
po’ conformiste della sinistra libertaria, contraria alla guerra
in Vietnam e attratta da modelli di vita alternativi, per
riaffermare la propria fede nell’America, nella democrazia e nei
valori autenticamente americani. Quindi, poche concessioni a
mollezze dei costumi e patriottismo a fiumi, coniugato però nel
linguaggio dell’intellighenzia. I più famosi tra loro si chiamano
Norman Podhoretz, leggendario direttore di Commentary, e Irving
Kristol, direttore di The Public Interest cui si deve la definizione
di neoconservatore come "liberal che è stato aggredito dalla
realtà". Generarono, rispettivamente, John Podhoretz, oggi ras
delle pagine degli editoriali del New York Post, e William Kristol,
ras di tante cose, tra cui il Weekly Standard, ma anche ex
consulente della Enron e capo dello staff di Dan Quayle.
Nelle ultime generazioni di neocon, la componente trotzkista è
costituita essenzialmente dalla "terza internazionale e
mezzo", come l’ha definita lo storico Stephen Schwartz (lui
è per attaccare subito l’Arabia Saudita). Ne fanno parte lo
stesso Schwartz, il giornalista Christopher Hitchens (che ce l’ha
tanto con Henry Kissinger), lo scrittore Kanan Makiya, iracheno
americano ("noto ai veterani del trozkismo", scrive
Hitchens, "come leader della Quarta internazionale araba")
molto ascoltato da Rumsfeld e Wolfowitz e infine – ecco il
"mezzo" – Paul Berman, autore di Terror and Liberalism,
che pur essendosi schierato in favore della guerra in Iraq non è
ancora considerato un neocon fatto e finito. Nonostante questa
esiguità numerica, tracce di trotskismo sono rintracciabili ancora
oggi nell’ideologia neocon: il concetto di "rivoluzione
permanente" che per i neocon è quella democratica americana (Michael
Ledeen ha scritto su National Review: "Distruzione Creativa è
il nostro nome di mezzo. Noi lo facciamo automaticamente... È
venuto il tempo, ancora una volta, di esportare la rivoluzione
democratica"), il respiro internazionalista della politica
estera, l’ammirazione per l’esercito e l’organizzazione
militare (Trotzkij organizzò e diresse l’Armata rossa). Più in
basso nella scala dei valori politici, ma ben presente, è la
tattica dell’"entrismo" predicata dalla Quarta
internazionale, che prescrive ai militanti, nei periodi di scarsa
forza politica, di infiltrarsi in altre organizzazioni aspettando
tempi propizi. Un modello in qualche misura adottato dai neocon
nella strategia di lenta, capillare diffusione nei vari centri del
potere, nelle varie amministrazioni (anche avverse come nell’era
Clinton), nelle università, nei giornali anche storicamente liberal
come The New Republic o The Atlantic Monthly, nelle fondazioni, tra
i repubblicani come tra i democratici.
Il terreno di questa trasmigrazione di anime progressiste alla causa
dell’America conservatrice - ha scritto il quotidiano canadese
National Post - era stato preparato da un altro trotzkista, Max
Shachtman, nato ebreo in Polonia nel 1904 ed emigrato negli Usa da
bambino. Shachtman aderirì al Partito comunista americano per
lasciarlo quando Trotzkij fu espulso dall’Unione Sovietica. Nel
1929 fu il primo americano a fargli visita nell’isola di Prinkipo
in Turchia dove era stato esiliato, nel 1933 lo accompagnò a
Parigi, nel 1937 lo accolse a Tampico in Messico. Nell’agosto
1940, dopo l’assassinio, fu tra i primi a portare conforto alla
vedova Natalia Sedova a Città del Messico. Nonostante i sentimenti
che lo legavano a Trotzkij, già nel 1939, ai tempi del patto tra
Hitler e Stalin, Shachtman aveva elaborato altre posizioni. Se per
Trotzkij l’Urss andava comunque sostenuto contro il capitalismo
mondiale, Shachtman era dell’idea che Stalin avesse prodotto un
nuovo fenomeno sociale che definiva "collettivismo
burocratico", altrettanto nefasto per i lavoratori del
capitalismo americano. Nei decenni successivi, Shachtman
radicalizzò a tal punto la sua opposizione all’Urss da allearsi,
di fatto, con la causa della crociata anti comunista, fino a
testimoniare di fronte alla Commissione per le attività anti
americane, un’ombra pesante sul suo percorso politico. Era un tipo
simpatico, amava il jazz, e capì prima degli altri quanto triste,
mostruoso e perdente fosse il modello sovietico. Fino alla sua
morte, avvenuta nel 1972, lavorò per la causa, intrecciando
contatti con fiumi di comunisti, da Nicola Chiaromonte a Ignazio
Silone. Per capire la trasmigrazione di tanti trozkisti alla destra
interventista, all’ubriacatura a stelle e strisce di questi anni,
all’alleanza con i fondamentalisti cristiani di Bush junior, la
figura di Shachtman rimane fondamentale. Ma c’è un altro motivo
per cui Shachtman in questa storia è importante. Ci permette di
gettare un ponte tra fantasmi del passato e attori del presente. Tra
Lev Trotzkij, Leo Strauss e Paul D. Wolfowitz, che l’Economist ha
definito il "velociraptor" dell’amministrazione Bush.
Questo ponte si chiama Saul Bellow, grande scrittore.
IL VELOCIRAPTOR. Il trotskista Saul Bellow, il shachtmanita
Saul Bellow, il premio Nobel Saul Bellow, ha costruito il suo ultimo
romanzo, Ravelstein, intorno alla figura di Allan Bloom, collega e
alter ego di Leo Strauss a Chicago, autore nel 1987 di The closing
of American mind, opera che viene da molti indicata come la prima
divulgazione del pensiero di Strauss presso un pubblico di massa. In
Ravelstein Bellow descrive una telefonata privata del 1991 tra
Wolfowitz e Bloom all’indomani della decisione di Bush padre di
ritirare le truppe americane dall’Iraq fermandosi alle porte di
Baghdad. Una decisione presa contro i consigli di Dick Cheney,
allora segretario alla Difesa e Paul Wolfowitz, allora
sottosegretario alla Difesa per la politica. Nel romanzo di Bellow,
Wolfowitz è infuriato, accusa il vecchio George Herbert di essere
un mollacchione. Nella famosa intervista concessa a Sam Tannehaus di
Vanity fair, quella in cui Wolfowitz avrebbe affermato che la guerra
era stata fatta per il petrolio e che le armi di distruzione di
massa erano solo una scusa burocratica (la trascrizione integrale
pubblicata sul sito della Difesa Usa dimostra che le parole
effettivamente pronunciate furono molto più caute e molto meno
scandalose), Wolfowitz ride dell’onore della citazione e nega che
una simile telefonata sia avvenuta, anche se lascia capire che
Bellow non è andato troppo lontano dalla realtà, ha soltanto
esagerato e romanzato gli eventi. "Quella conversazione non
avvenne mai. Quella telefonata in particolare", spiega Wolfie (Bush
lo chiama così). "Bloom... aveva la tendenza a vedere ognuno
in grande. Quasi tutti quelli con cui aveva a che fare si
trasformavano in personaggi di un dialogo platonico. Era un modo, un
modo di guardare al mondo che in un certo senso ti apriva gli
occhi...". Quello che è certo è che per Wolfowitz, Richard
Perle e i neocon in genere, la decisione di Bush padre di "non
finire il lavoro" nel 1991 su consiglio di Colin Powell è
stata vissuta come una ferita e un errore fatale a cui porre rimedio
alla prima occasione.
La carriera di Paul Dean Wolfowitz è quella di un tecnico che in
trent’anni ha servito cinque presidenti, democratici e
repubblicani, che è stato ambasciatore americano in Indonesia, il
più popoloso Paese musulmano della Terra. L’influenza di Leo
Strauss, afferma Wolfowitz, è trascurabile. Il suo vero maestro fu
Albert Wohlstetter, anche lui professore all’Università di
Chicago, allievo del logico Willard Van Orman Quine, quindi della
scuola analitica, lontana dai classici e portata alla risoluzione
dei problemi. È proprio Wohlstetter, che fu la mente della politica
di armamento e disarmo nucleare americano durante la Guerra Fredda,
ad aprire a Wolfowitz le porte alla vita politica attiva. Il lavoro
di Wohlstetter, dice Wolfowitz a Vanity fair, è stato
"assolutamente seminale. E non derivava, mi creda, dalla
lettura di Platone. Né da pregiudizi ideologici di qualsiasi
genere. Derivava dalla constatazione di un problema, dall’osservarlo
secondo i fatti in modo da vedere che cosa emergeva dalla cosa e
farla parlare – un modo di procedere induttivo più che deduttivo
– e ritengo che sia questa la differenza tra il pensiero
ideologico e il pensiero pragmatico". Sulla cosiddetta "Straussian
Connection", Wolfowitz è drastico: "È il prodotto di
menti febbricitanti che sembrano incapaci di comprendere che l’11
settembre ha cambiato un sacco di cose nel modo in cui affrontiamo
il mondo... Dopo la laurea, ho seguito due terrificanti corsi con
Leo Strauss. Uno era sullo Spirito delle leggi di Montesquieu e mi
ha aiutato a capire meglio la nostra Costituzione. L’altro sulle
Leggi di Platone. L’idea che tutto ciò abbia a che fare con la
politica estera Usa fa soltanto ridere". "Strauss è
davvero una figura importante. Questo non mi rende un suo discepolo,
ma è davvero molto importante". Più avanti: "Penso di
essere un miscuglio... Penso di essere un idealista
pragmatico". Il problema, data l’influenza di Wohlstetter, è
stabilire le origini di questo idealismo. Se anche l’ideologia di
Wolfowitz non fiorisce da Strauss, certo un pochino gli somiglia.
Paul Wolfowitz nasce a New York nel 1943, figlio di Jacob,
professore di Matematica ebreo, di origine polacca. I Wolfowitz che
non emigrarono furono sterminati durante la Shoah. Ha raccontato
Paul al New York Times: "Penso che il senso di ciò che accadde
in Europa durante la Seconda guerra mondiale abbia modellato molte
delle mie convinzioni sulla politica e sulla politica estera".
Tra gli allievi del padre c’è Alan Greenspan, il presidente della
Federal Reserve, la Banca centrale Usa. Paul si laurea in matematica
e fisica alla Cornell University. Dopo la laurea, contro la volontà
di papà, va all’Università di Chicago dove studia con
Wohlstetter, Bloom e Leo Strauss e ottiene due dottorati in Scienze
politiche ed Economia. Risalgono a questo periodo le discussioni con
il padre, l’ossessione per la Shoah e la rabbia per la debolezza e
la mollezza ebraica e occidentale, che l’hanno resa possibile. Nei
primi anni Settanta lavora con il senatore democratico ferocemente
anticomunista Henry "Scoop" Jackson dove incontra
transfughi trotzkisti e giovani falchi come Richard Perle.
Dopo anni al fianco di Wohlstetter, la carriera di Wolfowitz
fiorisce durante l’amministrazione Reagan. Nel 1983 Assistant
Secretary of State for East Asian and Pacific Affairs, dal 1986 al
1989 ambasciatore in Indonesia, dal 1989 al 1993, sotto Bush padre,
Under Secretary for Defence Policy. Risale a questi anni, al 1992,
la Defence Policy Guidance, la cui bozza diffusa dal New York Times
provocò furenti polemiche. Nel documento Wolfowitz sostiene che,
dopo il crollo dell’Urss, gli Stati Uniti devono prepararsi a
combattere una guerra globale, puntare sulla tecnologia militare,
impedire la nascita di ogni altra potenza militare. L’ossessione
di Wolfowitz, ribadita da molti altri neoconservatori – questa sì
straussiana – nasceva da una delusione storica e psicologica. Uno
gioca una partita impegnandosi allo spasimo per decenni, e poi un
giorno, quando le cose sembrano mettersi bene, l’avversario
implode, muore da solo, crolla come un muro friabile. Gli Stati
Uniti, sostengono i neocon, non hanno vinto la Guerra Fredda, l’Urss
si è dissolta da sola. Una vittoria avrebbe propagato il modello
americano in tutto il mondo, spalancando decenni di democrazie in
fiore. Il crollo dell’Urss ha invece creato sacche ingovernabili e
mantenuto in vita regimi tirannici. Ne consegue che l’Impero
americano va imposto con la forza. Perché è il modello migliore,
perché il bene dell’America coincide con il bene dell’umanità:
ecco le motivazioni quasi hegeliane che abitano l’ideologia
neoconservatrice. C’è poi il problema politico della necessità
del nemico.
In una lettera a Carl Schmitt, filosofo che diede una base
ideologica al nazismo e che fu molto studiato in Unione Sovietica,
Leo Strauss scrive: "Poiché il genere umano è intrisecamente
cattivo, deve essere governato. Un simile governo può essere
stabilito, tuttavia, solo quando gli uomini sono uniti e possono
essere uniti soltanto contro altri uomini". Insomma, il nemico
è indispensabile. L’America era rimasta orfana dell’Unione
sovietica, i neocon avevano compreso quanto potenzialmente fiaccante
questo potesse essere. L’America sarebbe stata all’altezza del
compito, sosteneva Wolfowitz nel documento del 1992, poi scartato da
Bush padre, solo impedendo ad altre superpotenze di nascere. Il
concetto di "guerra preventiva" trova qui la sua prima
formulazione. Se avesse seguito Strauss, avrebbe anche pensato che
la missione era così vitale, per l’America e per il mondo, che un
po’ di "nobili bugie" erano necessarie, che si era
giustificati a ingigantire la potenza del nemico.
<BEsiste un documento molto poco noto che può gettare ulteriore
luce sui metodi teorizzati e concepiti da Wolfowitz. Soprattutto, in
relazione alle polemiche di questi giorni sull’uso dei servizi
segreti durante la crisi irachena. Si tratta di un memorandum del
1996, firmato Jack Davis e intitolato Paul Wolfowitz on Intelligence
Policy-Relations (P. W. sulle relazioni tra intelligence e
politica). È un documento
ufficiale della Cia. L’idea di
Wolfowitz è molto semplice: l’intelligence deve fornire alla
politica gli strumenti per attuare la propria politica. Un
coordinamento è necessario, ma per risolvere possibili disaccordi c’è
un solo modo: mettere i servizi segreti alle dirette dipendenze del
potere politico ("La produzione di materiali di intelligence
dovrebbe essere guidata dal processo politico"). Wolfowitz
auspica continui incontri informali tra servizi e politica in modo
tale che "gli agenti apprendano di prima mano quali temi siano
nella mente dei politici e su quali particolari aspetti ci sia più
bisogno di aiuto".
L’aspetto più interessante riguarda le istruzioni per maneggiare
informazioni che contrastano con la strategia politica in atto.
"L’ambasciatore Wolfowitz raccomanda che gli analisti portino
le cattive notizie all’ufficio di un membro dello staff del
politico. L’enfasi deve essere posta sulle nuove prove e scoperte.
Poi si lasci all’assistente la decisione di portare le notizie al
suo capo". Interessante anche che per Wolfowitz "gli
allarmi sono i cugini primi delle cattive notizie". Siamo di
fronte, insomma, alla teorizzazione di un uso spregiudicato dei
servizi segreti che ha alcune risonanze nel pensiero di Strauss e
molte affinità con le varie, ormai dimostrate, manipolazioni e
bugie diffuse per preparare la guerra in Iraq.
L’impressione complessiva è quella di un gruppo di intelligenze
raffinate, ma troppo spregiudicate. Variamente messianiche nella
loro esaltazione della democrazia americana e nella loro,
probabilmente sincera, fede nella minaccia rappresentata dal mondo
arabo. Per James Woolsey, ex direttore della Cia, la guerra in
Afghanistan è stata la prima campagna della Quarta guerra mondiale,
essendo la Guerra Fredda la Terza. Un po’ esaltati, insomma. E
molto arroganti.
Decisiva, per capire da dove provenga questo sacro fuoco ordinatore,
è l’origine ebraica di molti neocon, ancora di più dell’influenza
di Strauss, di Wohlstetter e Trotzkij (tutti ebrei, peraltro). Che
il trauma della Shoah, prima, e la questione dello Stato di Israele,
poi, abbiano alimentato per decenni, in modo drammatico, ideologico,
quasi religioso, l’edificazione di una ideologia politica che
presenta tinte religiose e messianiche. Il sogno, forse, è ancora
quello della completa assimilazione tra fede ebraica e democrazia
liberale, un sogno che paradossalmente Strauss aveva dichiarato
fallito per sempre. Non è un caso che Richard Perle e Douglas Feith
siano molto vicini al quotidiano della destra israeliana Jerusalem
Post, né che i metodi militari di Israele godano dell’ammirazione
generale. La storia ha molti conti in sospeso e il Ventesimo secolo
fatica a finire.
L’impostazione ideologica e perfino gestuale dei neoconservatori
si riverbera in Italia nelle posizioni del Foglio di Giuliano
Ferrara che, non a caso, segue le gesta neocon dall’inizio e
quotidianamente, con toni invariabilmente apologetici e spesso
ammirati. Non a caso Ferrara dedicò a Leo Strauss, già nel 1990,
una densa e destrissima prefazione appena ripubblicata dal
quotidiano. Basti questa didascalia che recita, dopo aver accusato
Spinoza di essere "un genio del male moderno" che ha posto
"le premesse del nichilismo": "Come il Sionismo,
anche il liberalismo è una benedizione, ma solo a patto che
riconosca le proprie debolezze e sappia medicarle creando élite
forti e consapevoli. Perché il pensiero debole è così incapace di
capire il mondo e di guidare gli uomini e le donne". Un appello
all’uso della forza, al pragmatismo in politica e allo slancio
ideale che combina il pensiero di Strauss con pose più autoctone di
stampo vagamente dannunziano.
L’altra impressione è che la novità rappresentata da costoro e
il loro potere non vadano ingigantiti. Pat Buchanan, il più
fascista dei membri del Partito repubblicano americano, e acerrimo
nemico dei neocon (li accusa di avere rastrellato fondi per trent’anni
sottraendoli alle organizzazioni della sana destra americana) fa una
annotazione semplice e vera: la loro forza è la loro debolezza.
Sono uniti e intelligenti, ma politicamente parlando si tratta di
"parassiti". Nessuno di loro è stato eletto. Rimangono
espressione dei ceti intellettuali urbani, tecnici che possono
stringere temporanee alleanze, ma che verranno sacrificati e messi
in disparte quando le cose si metteranno male. L’Iraq di oggi non
sembra – come si aspettava Wolfowitz – la Francia che accoglie i
liberatori lanciando rose e offrendo vino. E Charles De Gaulle non
è certo Ahmed Chalabi, il bancarottiere iracheno, presidente dell’organizzazione
di esuli Iraqi National Congress che per un decennio ha rastrellato
fondi e pick up Toyota al Congresso per organizzare un’insurrezione
contro Saddam mai avvenuta. Oggi è chiaro che Chalabi, introdotto
nell’ambiente da Wohlstetter, era l’unica carta su cui puntavano
Wolfowitz, Doug Feith e, soprattutto, Richard Perle. E che si
trattava di un due di picche. Mentre la statua di Saddam veniva
abbattuta, Wolfowitz, che è di gran lunga il più intelligente
della banda, ha evitato di esultare. Ha parlato di un processo di
ricostruzione che può durare anche dieci anni. Ha paragonato il
gran numero di militari lasciati in eredità da Saddam a quelli del
dopo Ceausescu in Romania. Oggi va a raccontarla once again a folle
di sciiti iracheni americani plaudenti come è recentemente avvenuto
a Washington. Sempre la stessa storia, fondata su schemi
argomentativi nuovi, ma di basso sofismo politico. Come Rumsfeld,
Wolfowitz insiste principalmente su un concetto: il fatto che le
armi di distruzione di massa non siano state trovate, dimostra
soltanto che Saddam le ha nascoste, il fatto che i servizi segreti
non abbiano diffuso serie informative in proposito è dovuto
soltanto alla furbizia del nemico. Un nemico che, come d’abitudine,
è scomparso nel nulla. Dice Wolfowitz al Council for Foreign
Relations di New York il 23 gennaio 2003: "Pensateci un attimo.
Quando un revisore contabile scopre discrepanze in un libro, non è
suo compito provare dove il truffatore abbia nascosto i soldi. È
obbligo della persona o dell’istituzione essere ascoltata per
spiegare la discrepanza". Una strategia di difesa che in Italia
è ben nota. Verrebbe da leggere i testi di Wolfowitz come Strauss
leggeva quelli degli amati filosofi, come testi cifrati. Parlando
allo stesso meeting di Rihab Taha, "tutt’ora la principale e
sinistra figura nel programma di armamento biologico iracheno",
Paul Wolfowitz spiega: "Mentire era più di una tecnica. Era, e
rimane, politica". |