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LA CADUTA
Regia: Oliver Hirschbiegel
Soggetto e sceneggiatura: Bernd Eichinger
Tratto da "Inside Hitler’s
bunker" di Joachim Fest e "Until the final houres" di
Traudl Junge e Melissa Muller
Direttore della fotografia: Rainer
Klausmann
Montaggio: Hans Funch
Interpreti principali: Bruno
Ganz, Alexandra Maria Lara, Corinna Harfouch, Juliane Kohler, Ulrich
Matthes, Thomas Kretschmann
Musica originale: Stephan
Zacharias
Produzione: Bernd Eichinger
Origine: Ger, 2004
Durata: 130’
"Anche se eravamo così giovani avremmo
dovuto accorgerci comunque di quello che stava succedendo". Se
le parole postume dell’ex segretaria del Fuhrer riescono a far
meditare la sua generazione, e soprattutto quelle successive, lavori
come questo di Hirschbiegel raggiungono uno scopo. Perché la
Germania - che pure nel maggio ’45 era un disastrato cimitero - ha
attuato per anni la rimozione post bellica delle proprie
responsabilità, trovando successivamente conforto nel revisionismo
storico del professor Ernst Nolte.
Quella di Hitler, invece, fu follìa condivisa e
con essa fanatismo, furia, orgia di violenza e l’anticipata
inumazione degli ultimi dieci giorni da lui trascorsi fra i
fedelissimi nel bunker sotto il Reichstag ne è una tragica
conferma. La fine che si materializzava sulla porta di Brandemburgo
o ad Alexanderplatz nelle artiglierie e nei carri sovietici che
stritolavano con una morsa di fuoco Berlino era un incubo ma ai
nazisti criptici del bunker sembrava un sogno da cancellare magari
con la morte.
L’esempio lo diede proprio il Fuhrer applicando
a se stesso le teorie razziste predicate per anni: aveva teorizzato
nel Mein Kampf l’annientamento dei deboli poiché la Storia
era fatta per i popoli forti. E i tedeschi vennero a un certo punto
considerati tali dal loro capo che li accusò di viltà e
tradimento. Era un Hitler completamente farneticante, piegato sulle
sue mappe sotterranee, dissociato dalla realtà di superficie dove -
quando le batterie sovietiche cessavano di scaricare granate -
risaliva a fregiare con la croce di ferro il petto d’un esercito
ormai di bambini mandati al massacro.
Eppure da grande attore tragico Adolf Hitler
proseguiva la sua recita e seduceva parte del popolo che, nonostante
il disprezzo ricevuto nell’ultim’ora, decideva ancora di versare
sangue per lui. Per l’ultima difesa di Berlino furono create le Volkssturm
che si ostinarono a una resistenza disperata. Mentre alcuni generali
sempre più scettici si recavano a rapporto nel bunker invitando,
invano, il Fuhrer alla resa.
Hitler pensava solo a sè e al suo rapporto con
la Storia "Non capitolerò mai. Non mi lascerò catturare e
condurre sbeffeggiato e umiliato per le vie di Mosca in una gabbia
di scimmie" disse prima di attuare il suo piano di morte. Era
collerico contro i gerarchi, contro le truppe delle SS di Steiner
che non riuscirono a lanciare un contrattacco per alleggerire la
morsa russa sulla capitale assediata, contro Goering e Himmler che
lo abbandonavano e che lui accusava di tradimento. Contro Albert
Speer che, pur mostrandogli devozione, non accettava la resistenza a
oltranza. Gli erano rimasti accanto Goebbels, Bormann, Krebs che
sceglieranno di seguirlo dandosi come lui la morte.
Morte con cianuro e colpo di pistola che il
Fuhrer diede a sé ed Eva Braun, nelle ultime ore diventata sua
moglie dopo aver guidato per giorni danze e feste sotterranee
finalizzate più allo stordimento alcolico che all’alleggerimento
dello spirito. I due corpi vennero bruciati con duecento litri di
benzina davanti all’ingresso del bunker e dopo "l’orrendo
foco" le autoesecuzioni proseguirono. La più struggente fu
quella della famiglia Goebbels, eseguita da Magda la "madre
ideale della Germania" come l’aveva definita Hitler.
Avvelenò i sei figli suoi e di Joseph e poi offrì il petto alla luger
del criminale marito.
Alla lugubre mattanza si salva Traudl Junge, la
giovane e bella segretaria del Fuhrer. Aveva iniziato a lavorare con
lui due anni prima, proveniva da Monaco, città per la quale Hitler
nutriva un sentimento tutto particolare (la sua ‘carriera’
politica era iniziata lì con le persecuzioni di comunisti e
socialdemocratici e col fallito putch del ’23). Traudl era
una ragazza che come tanti concittadini non si poneva problemi né
politici né ideologici, assolveva i propri compiti con dedizione e
stando a fianco del dittatore aveva colto i rarissimi momenti sereni
d’un essere nevrotico e disumanizzato dai suoi deliri. Subiva,
come altri il fascino del capo, perché il popolo tedesco da anni
aveva smesso di agire autonomamente e viveva la propria esistenza in
funzione dei desideri di quell’uomo del destino. Paradossale il
clima del bunker. Tra i generali nessuno più credeva alla
possibilità di rovesciamento della situazione bellica eppure
nessuno muoveva un dito, si aspettava lo facesse qualcun altro e l’immobilismo
regnò sino alla soluzione finale cui alcuni non si sottrassero.
Molto più realisticamente alcuni generali
cercarono nell’ultim’ora di non far versare ai tedeschi, spesso
giovanissimi, altro sangue. E se gli ufficiali medici - in virtù
dell’improbo lavoro e del terribile momento - nel sangue erano
immersi, altri arrendendosi alle truppe dell’Armata Rossa di
Koniev e Zhukov ponevano fine a uno dei martìri dell’umanità.
Della pellicola s’apprezza la fedele
ricostruzione storica che s’avvale del contributo di Joachim Fest
e l’ottimo cast degli attori. Spicca Bruno Ganz nell’improbo
ruolo dell’Uomo del Male cui conferisce follìa, crudeltà,
paranoia, tristezza, miseria umana, e paradossalmente anche
isolamento e solitudine. Il dittatore è prigioniero e vittima del
Male che ha creato e inseguito per tutta la sua esistenza con
tenacia e cinismo, nel nome d’un popolo che in fondo odia come l’umanità
intera quando dichiara: "Se la guerra è persa, non m’importa
che il popolo muoia. Non verserò una sola lacrima per loro, non
meritano nulla di meglio".
Enrico Campofreda, aprile 2005 |