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La «magia» dell´indulto e la questione
criminale
Di Giuseppe Mosconi
da Il Manifesto 21/10/06
La «magia» dell´indulto e la questione criminale
Una paradossale contraddizione sembra, non a caso, segnare la
situazione che si è venuta a creare dopo l´indulto del luglio
scorso. Il gran rumore fatto e l´aggrovigliarsi delle polemiche si
trovano a confrontarsi con una situazione in cui del provvedimento non
si parla quasi più, quasi sfuggito o rimosso da un´opinione pubblica
quantomeno distratta, comunque non così allarmata. Dunque 23 mila ex
detenuti rilasciati dalle «patrie galere» non hanno messo a ferro e
fuoco nulla. Il temuto pericolo si sta allontanando nella più totale
indifferenza, e le stesse retoriche politiche esibite per l´occasione
stanno cadendo nel dimenticatoio. Il controllo esercitato per mezzo
del carcere appare così realizzare la sua funzione primordiale: non
tanto quella di deterrenza verso i potenziali devianti, quanto quella
di definire e consolidare modelli sociali compatibili con il tipo di
violenza che l´istituzione esercita. L´indulto sembra aver risolto
il problema carcere, aver improvvisamente cancellato i molti aspetti
drammatici associati all´immagine del sovraffollamento, insieme ai
profondi processi strutturali che quella situazione hanno determinato.
Il fatto stesso che l´indulto si presenti come il limite massimo che
nessuna forza politica oserebbe oggi varcare sulla strada dell´attenuazione
dell´afflittività penale, mentre sfuggono del tutto all´attenzione
pubblica i criteri che la commissione presieduta da Giuliano Pisapia
sta discutendo e intende seguire nella proposta di riforma del codice
penale, sono aspetti che sembrano confermare il carattere di
risoluzione ultimativa che l´indulto sembra aver assunto. Ma sono
troppo note la precarietà e l´inefficacia di questi interventi,
storicamente e strutturalmente seguiti da una rapida ripresa della
crescita della popolazione reclusa, fino a raggiungere e superare i
livelli precedenti. In questo senso le posizioni più consapevoli e
avvedute, anche su questo giornale ( Emilio Santoro, Patrizio
Gonnella, per Antigone) hanno giustamente sostenuto la necessità di
neutralizzare, in primis, le disposizioni di legge che inevitabilmente
accelererebbero questo processo: la ex Cirielli sulla recidiva, la
Fini Giovanardi sulle droghe, la Bossi Fini, soprattutto per le
disposizioni che sanzionano penalmente l´irregolarità.
Non dobbiamo però ignorare che, se è vero che quest´ultima legge ha
determinato l´incremento di almeno diecimila detenuti immigrati,
dalla sua entrata in vigore, tuttavia la popolazione carceraria aveva
raggiunto e superato le 50 mila unità già dalla fine degli anni ´90,
mentre gli altri due provvedimenti in questione sono troppo recenti
per aver inciso sul sovraffollamento. E´ necessario allora porre
attenzione ai processi di fondo che hanno determinato quell´emergenza:
il controllo sulle aree povere, marginali, eccedenti, costruite come
pericolose; un immaginario istituzionalmente prodotto di un´opinione
pubblica spaventata e vendicativa, disposta ad attribuire consenso
solo in cambio di rassicurazione repressiva; una cultura giudiziaria e
poliziale che si fa interprete dei così diffusi sentimenti di
insicurezza indurendo, l´apparato sanzionatorio; l´incapacità di
gestire adeguatamente enormi emergenze sociali (processi migratori,
precarizzazione del lavoro, impoverimento dei meno abbienti e di aree
di ceto medio, aumento della marginalità, ecc..). Questo è il quadro
che dà ragione di un evidente, quanto inaccettabile paradosso, per
cui quanto più emerge con evidenza il fallimento delle funzioni
storiche, degli stessi fondamenti teorici della pena (retribuzione,
rieducazione, prevenzione), tanto più si ricorre alla stessa, nella
sua versione carceraria, a questo punto massicciamente applicata al di
fuori dei necessari criteri di proporzionalità e di garanzia,
soprattutto verso quei soggetti e quei comportamenti ( di devianza
sociale) cui più frequentemente si associano immagini di insicurezza.
E´ significativo il fatto che gli oltre 20 mila «indultati», usciti
grazie al provvedimento in questione avrebbero già potuto essere
fuori dal carcere, in misura alternativa, semplicemente applicando la
legislazione vigente (affidamento in prova al servizio sociale per
condanne o residuo pena inferiore ai tre anni). Appare allora evidente
come il sovraffollamento non sia un´episodica emergenza che può, in
determinate circostanze, caratterizzare l´istituzione, ma il problema
del carcere stesso, della natura e delle caratteristiche che lo stesso
ha assunto nelle società di oggi, post-moderne e post-sviluppate.
A fronte di ciò, un intervento minimale preventivo che vada a
intaccare il meccanismo del sovraffollamento non può che passare
attraverso la modifica profonda del diritto penale, il superamento
delle molte astrazioni su cui si regge, delle inutili afflittività
che ne sono la conseguenza, attraverso un´apertura alla complessità
e alla specificità dei fenomeni che sono oggetto del suo intervento.
Da più parti si è da tempo parlato di un diritto mite, fraterno. E´
arrivato il momento di attuare a fondo queste ipotesi, a partire dal
diritto penale.
Ciò significa principalmente almeno tre cose: adottare forme di
depenalizzazione e di decarcerizzazione che incidano soprattutto su
quelle disposizioni penali riguardanti la piccola criminalità, lo
spaccio al minuto, la tossicodipendenza, l´immigrazione che
determinano oggi la stragrande maggioranza degli ingressi in carcere.
Applicare forme di privatizzazione del conflitto tra autore e vittima
che conducano a soluzioni di mediazione, non come sanzione aggiuntiva
all´afflizione penale, come si tende a fare oggi nei procedimenti di
esecuzione, ma come sostanziale alternativa alla stessa costruzione
penalistica degli illeciti. Sviluppare una vasta gamma di misure
alternative al carcere, già applicabili nel giudizio di merito.
Ma soprattutto si tratta di sviluppare una diversa rappresentazione
sociale della «questione criminale», di far emergere e praticare un
già presente «senso comune» del problema.
Università di Padova
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