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L’OMICIDIO DI ILARIA ALPI
Intervista con GIORGIO
E LUCIANA ALPI
di Francesco Barilli per
Ecomancina.com
20 marzo 1994. L’Italia sta
vivendo ancora il "ciclone tangentopoli". Già da un paio
d’anni le cronache denunciano un sistema "sotterraneo"
(ma non troppo…) che inquina la vita politica ed economica
italiana. Il Paese ha seguito quelle cronache con vivo interesse,
scoprendosi indignato di fronte alla realtà di un apparato
politco-burocratico che vive e prospera fuori dalla legalità. Ma
quel giorno l’Italia è scossa da un altro avvenimento, solo
apparentemente legato alla semplice cronaca nera: la giornalista del
TG3 Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin vengono
uccisi a Mogadiscio, in Somalia.
Perché ho deciso di accostare due
argomenti così distinti in apparenza, come tangentopoli ed il
duplice omicidio di Mogadiscio? Perché in realtà anni di indagini
e di ricerche (dovute soprattutto al coraggio dei genitori di Ilaria
e alla professionalità di alcuni giornalisti) hanno dimostrato che
l’omicidio Alpi/Hrovatin maturò in uno scenario sinistramente
vicino a quello di tangentopoli. Ma su questo parallelo torneremo
più avanti; per ora vediamo di ricostruire i fatti.
***
L’AGGUATO
Già i primi "lanci"
ANSA furono chiari su quanto avvenuto a Mogadiscio: un agguato in
piena regola. Un commando di 7 persone armate a bordo di una Land
Rover seguì, sorpassò e bloccò l’auto con a bordo i due
giornalisti italiani (accompagnati da un uomo di scorta e da un
autista). L’uomo di scorta e l’autista riuscirono a scendere e
ad allontanarsi; Ilaria e Miran furono freddati da due colpi sparati
a distanza ravvicinata (nel caso di Ilaria quasi a contatto),
entrambi al capo. L’agguato avvenne poco distante dall’Hotel
dove i due giornalisti erano diretti. Ricordiamo che proprio per
quei giorni era previsto il ritorno in Patria del contingente
italiano impegnato nella missione di pace "Restore Hope"
in Somalia: da lì a pochi giorni anche la Alpi e Hrovatin avrebbero
lasciato la Somalia.
Per una volta sembra che proprio
la prima ricostruzione sia quella più aderente alla realtà e che,
conseguentemente, la speranza di vedere individuati i colpevoli sia
concreta: abbiamo un gruppo di uomini armati appostati nell’attesa
dell’auto con i due giornalisti; un inseguimento; un’aggressione
mirata (ripeto che le persone che accompagnavano i due giornalisti
scendono illese); non esistono prove di furti o altro che
sottendessero l’azione criminale; al momento dell’omicidio
pressochè tutto il contingente militare italiano era già imbarcato
sulla nave "Garibaldi" in vista del ritorno in Italia, ed
anche questo fa pensare ad un’accuratezza nella scelta dei tempi
dell’agguato. Si tratta di un’esecuzione in piena regola,
insomma, eseguita con dispendio di uomini e mezzi… E ogni
esecuzione ha, di norma, dei mandanti… Ma nonostante questa
iniziale chiarezza la vicenda del duplice omicidio sarà destinata
ad essere inquinata dalle solite "stranezze" tutte
italiane, compresi i soliti tentativi di depistaggio, silenzi,
errori ed omissioni.
Si arriverà alle ipotesi più
disparate: un tentativo di rapimento o di rapina finito in tragedia;
oppure un atto di ostilità anti-italiano (o anti occidentale) da
parte di fondamentalisti islamici.
Un capitolo a parte lo merita la
cosiddetta "ipotesi Aloi". Questa ipotesi rischia però di
portarci fuori strada, allargando il discorso alle azioni non
proprio edificanti di cui si rese protagonista il contingente
militare italiano in Somalia. La affronterò quindi in seguito,
nella parte in cui tenterò di ricostruire il contesto ambientale
della Somalia di quegli anni.
***
I DEPISTAGGI
Ma torniamo ora alle
"stranezze" cui accennavo in precedenza… Queste
cominciano subito dopo l’omicidio: il 22 marzo vengono consegnati
ai genitori di Ilaria gli effetti personali della figlia, ma la
borsa e la valigia di Ilaria non presentano tracce di sigilli, come
avrebbe dovuto essere naturale. In quel momento i coniugi Alpi non
possono avere la certezza che qualcosa sia stato prelevato da quei
bagagli (o che qualcuno possa averli manipolati DOPO la loro
sigillatura), ma già pochi giorni più tardi, consultando i
colleghi di Ilaria che avevano ricomposto gli effetti personali,
quella certezza si materializza: dei 5 block-notes stilati da Ilaria
durante la permanenza in Somalia 3 sono spariti; così pure
"spariscono" 2 fogli in cui la giornalista aveva annotato
numeri telefonici, il referto medico e alcune foto delle salme
scattate sulla "Garibaldi", e pure la macchina fotografica
di Ilaria… E tutte queste sparizioni avvengono sull’aereo che
riporta in Italia i corpi dei due giornalisti (quindi in un contesto
che avrebbe dovuto garantire la massima discrezione e sicurezza).
Alcuni di questi documenti non verranno mai rintracciati; altri
verranno consegnati ai coniugi Alpi con mesi di ritardo, a volte
adducendo scuse poco credibili (per usare un eufemismo) per la loro
sparizione: è il caso dei due fogli contenenti i numeri telefonici,
che vennero trattenuti dall’ambasciatore Umberto Plaja e
restituiti all’allora Presidente della RAI Demattè con strascico
(dopo altri mesi) di una lettera del ministro degli Esteri, Antonio
Martino, che adduceva "motivi umanitari" che avrebbero
portato alla decisione di trattenere momentaneamente quei documenti.
Ma questo è solo l’inizio…
Quante volte ho dovuto usare
parole come quelle usate in precedenza (silenzi, errori ed
omissioni), parlando di Ustica o della strage di Bologna, di Peppino
Impastato come di Carlo Giuliani… Devo farlo anche stavolta,
cominciando con il Gen. Carmine Fiore, il quale (probabilmente nel
tentativo di difendere il comportamento proprio ed in generale del
contingente italiano nell’immediatezza del fatto) giunse a
fornire, in una lettera ai coniugi Alpi, una ricostruzione dell’evento
non rispondente a verità e in contraddizione con il contenuto che
lo stesso generale fornì allo Stato Maggiore dell’esercito con
relazione del 1° giugno 94. La questione ebbe anche uno strascico
spiacevole: Luciana Alpi contestò quelle falsità e quelle
contraddizioni pubblicamente, ed il Gen. Fiore querelò la madre di
Ilaria, generando così una situazione a dir poco paradossale: per
molti mesi la sig.a Alpi divenne l’unica indagata (per
diffamazione) in relazione all’omicidio della figlia, mentre
ancora restavano senza un nome i protagonisti dell’omicidio. Per
fortuna il tribunale decretò il "non luogo a procedere"
in quanto il fatto non costituiva reato, riconoscendo esplicitamente
la non correttezza delle affermazioni del gen. Fiore.
Ma l’inchiesta arriverà ad
altre "stranezze". Si arriverà persino a parlare di un
unico colpo vagante che avrebbe ucciso sia Hrovatin che Ilaria, con
un’ipotesi che non aveva neppure il pregio dell’originalità
(ricordate la teoria della pallottola impazzita nel caso Kennedy?) e
soprattutto cozzava con una ricostruzione dei fatti che, per una
volta, già nell’immediatezza dell’evento era apparsa
chiaramente: un’esecuzione verso un bersaglio preciso e non una
tragica fatalità; un’esecuzione per scopi magari ancora non del
tutto chiari, ma pianificata ed eseguita con freddezza.
La teoria della pallottola unica
viene esposta per la prima volta da un altro Generale (colonnello
all’epoca dei fatti), Fulvio Vezzalini, che presso la Commissione
Governativa istituita per i "fatti della Somalia" esclude
la presenza di colpi a bruciapelo, parlando invece di "…
un colpo di Ak che ha colpito la persona che stava sul davanti della
macchina, il cineoperatore, ha trapassato il suo corpo, ha passato
il sedile e ha preso in testa la ragazza che era accucciata
dietro". Parole in contraddizione con l’esame dei corpi
effettuato sulla nave Garibaldi che parlarono chiaramente di due
pallottole distinte, una al capo di Ilaria e una al capo di Miran.
Ma i dubbi sulla dinamica e sulla "storia balistica" dei
colpi che uccisero Ilaria e Miran nascono proprio dalla
superficialità delle indagini effettuate nell’immediatezza dell’evento:
sul momento, infatti, venne presa la singolare decisione di non
disporre l’autopsia sul corpo della giornalista. Questa decisione
fu motivata dal fatto che l’esame esterno sembrava dimostrare già
chiaramente che il colpo era stato sparato quasi a contatto. L’autopsia
verrà disposta solo due anni dopo, quando il PM Giuseppe Pititto
subentrerà nell’inchiesta.
Ma anche i soccorsi portati nell’immediato
portano molti dubbi. Nonostante le diverse affermazioni del gen.
Fiore, nessun militare accorre con tempestività sul posto. I primi
soccorsi vengono portati da Giancarlo Marocchino, italiano ma
residente da anni in Somalia, che trasporta le due vittime con la
propria auto al Porto Vecchio. Su Giancarlo Marocchino si è detto
molto e molto si potrebbe dire. E’ solo un uomo che ha saputo
galleggiare in acque pericolose per anni, con attività al limite
della legalità? E’ solo un personaggio colorito, che ha saputo
sopravvivere (probabilmente a costo di compromessi) tra attività
lecite e meno lecite? La sua presenza nei dintorni dell’omicidio
è dovuta a pura casualità o Marocchino sa (o perlomeno immagina)
qualcosa di più? Difficile rispondere… E neppure le immagini
riprese sulla scena del delitto aiutano a sciogliere i dubbi,
portandone forse altri ancora più inquietanti. Esistono immagini
fondamentali di Ilaria e Miran già colpiti all’interno del
fuoristrada; sono state girate da un operatore dell’americana ABC
e da uno della svizzera Italiana. Il primo è stato ucciso qualche
mese dopo in Afghanistan; il secondo qualche anno dopo è rimasto
vittima di un incidente stradale. Forse si tratta di altri due
testimoni che, purtroppo, non potranno più dare il loro apporto
nella ricerca della verità…
***
TRAFFICI LOSCHI
All’inizio di questo articolo ho
tentato un parallelo tra l’omicidio Alpi/Hrovatin e tangentopoli;
un parallelo che può essere sembrato puramente suggestivo. In
realtà l’accostamento è valido anche sotto punti di vista più
pragmatici: forse noi italiani siamo stati abituati a pensare che il
"malvezzo" di tangentopoli fosse tutto confinato ad un
giro di corruzione: appalti pilotati, tangenti ad amministratori
locali o a giudici che dovevano "addomesticare" sentenze,
a Finanzieri che dovevano guardare da un’altra parte… Insomma,
un giro di corruzione sicuramente deprecabile, ma figlio di semplice
cupidigia, quando non figlio dell’esigenza di "muovere"
l’economia sottraendola ad intoppi burocratici e concretizzando
guadagni facili e gonfiati. Insomma, poco più di un gigantesco giro
di evasione dalle tasse, dal punto di vista etico-morale.
In realtà il
"cancro-tangentopoli" era molto più complesso e si nutrì
di filoni ben più sporchi e detestabili (anche se forse meno noti),
come finanziamenti ed aiuti ai Paesi del terzo mondo che si
tramutavano in giri di denaro per attività che di
"umanitario" non avevano proprio nulla o in losche
"triangolazioni economiche". Ad esempio traffici di armi
verso paesi sottosviluppati che pagavano quelle armi con l’unica
loro risorsa: il proprio territorio, dove occultare rifiuti
tossico-nocivi (a volte anche radioattivi), nell’assoluto spregio
delle normative vigenti e senza alcuna considerazione per gli
effetti sulla salute delle popolazioni locali.
A questo devo aggiungere una
considerazione sulla storia recente del nostro Paese: i
"complotti" in Italia hanno spesso un chiaro tratto
distintivo "tutto nostrano": se nel resto del mondo i
complotti vengono orditi "per fare" qualcosa, in Italia i
complotti spesso nascono DOPO, e sono finalizzati ad intorbidire le
acque attorno a qualcosa che E’ GIA’ STATO commesso, sviando le
indagini dal loro corso naturale. In questo modo chi vuole arrivare
alla verità non deve solo domandarsi chi avesse motivi per
architettare una certa azione, ma pure domandarsi chi avesse
interesse ad indirizzare le indagini in un certo solco. Si deve
insomma risalire tramite le informazioni false e distorte agli
interessi fondamentali che stavano alla base del depistaggio nella
speranza, così facendo, di scoprire pure qualcosa di utile nella
ricerca della verità sul fatto in sè. E’ tutto complicato e
contorto, lo so, ma è quanto hanno cercato di fare i genitori di
Ilaria ed alcuni giornalisti che non hanno dimenticato quale
dovrebbe essere l’obbiettivo più alto della propria professione.
La tesi che in Somalia il traffico
d’armi (cosa già di per sé disgustosa) si fosse saldato al
traffico di rifiuti tossico-nocivi e/o radioattivi è esposta con
chiarezza e grande abilità investigativa da tre giornalisti di
Famiglia Cristiana. Si tratta di Barbara Carazzolo, Alberto
Chiara e Luciano Scalettari, che in "Ilaria Alpi, un
omicidio al crocevia dei traffici", edito da Baldini e
Castoldi, espongono la loro teoria, realistica ed avvalorata da anni
di verifiche e riscontri.
Nel libro dei tre giornalisti (e a
dire il vero dalla lettura di altri documenti e testimonianze)
questa teoria appare chiara; inevitabilmente nebulosa nei dettagli
quanto ben distinta nei tratti essenziali: esisteva (esiste?) un’organizzazione
criminale internazionale, radicata da anni fra mafia italiana e
somala e faccendieri di diverse nazionalità, che sfruttava
contiguità e connivenze (quando non complicità) con autorità
civili e militari. Questa organizzazione ha intrecciato il complesso
scambio rifiuti-armi-territori; un giro d’affari incredibile al
quale anche Ilaria si stava interessando.
Per la sua ultima inchiesta Ilaria
si era recata a Bosaso. Qui Ilaria aveva intervistato il cosiddetto
sultano di Bosaso, Abdullahi Mussa Bogor, e si era interessata anche
del caso della nave Farax Omar, una nave "regalata" dalla
cooperazione Italiana alla Somalia, il cui equipaggio era stato in
quei giorni sequestrato da guerriglieri somali nel porto di Bosaso.
Di quella nave risultava intestataria la Shifco di Omar Mugne;
ufficialmente era destinata al commercio del pesce, ma esistono
sospetti fondati circa le reali attività di quella nave e delle
altre facenti parti della stessa compagnia.
Ma forse è venuto il momento di
interrompere momentaneamente la narrazione nel tentativo, tutt’altro
che semplice, di descrivere cosa fosse la Somalia dei primi anni ’90
e di costruire (pur con qualche inevitabile approssimazione) lo
scenario entro cui operavano Ilaria e Miran. In questa fase
affronterò pure, per dovere di cronaca, la succitata "ipotesi
Aloi" relativa al caso Alpi.
***
LA SOMALIA "ANNI 90", IL
CONTINGENTE ITALIANO ED IL MARESCIALLO ALOI
Il periodo dei primi anni ’90 in
Somalia è contrassegnato da una feroce guerra tra bande. Le vicende
politiche si scrivono con conflitti sanguinosi e la popolazione
civile è ridotta allo stremo dalla lotta tra Aidid e Ali Mahdi, cui
si aggiunge una devastante siccità.
E’ in questo frangente che l’ONU
decide di usare proprio la Somalia come una specie di laboratorio
per sperimentare quel ruolo di "salvatore planetario" che
il nuovo ordine mondiale vorrebbe assegnarle già dalla caduta del
muro di Berlino. Le dichiarazioni ONU sono rassicuranti: si tratta
solo di garantire sicurezza per l’arrivo degli aiuti umanitari, di
una "ingerenza limitata", per così dire, negli affari
interni somali. L’Italia si accoda alla missione, forse anche per
riscattare un passato poco limpido in quella regione.
In realtà presto la missione si
rivela più complicata del previsto: gli interessi economici dei
"signori della guerra" sono troppo forti e collegati con
attività di certo non edificanti di aziende e paesi occidentali; il
traffico d’armi è ben lontano dall’essere fermato; gli attriti
fra le bande locali continuano, trascinando nel bagno di sangue i
militari della "Restore Hope". Fra la popolazione civile
ed i militari invece che benevolenza e collaborazione si instaura
presto un rapporto di diffidenza che scivola nell’odio. E a questo
si uniscono incomprensioni fra il comando italiano e quello
statunitense.
Si arriva al 2 luglio 93, quando
un’operazione di normale routine e di controllo si trasforma in un’imboscata
per i militari italiani. Il bilancio è pesante: tre soldati
italiani restano uccisi e molti feriti. Secondo il Maresciallo Aloi
(la cui figura affronteremo fra breve) quell’imboscata era dovuta
al già esistente risentimento dei somali verso gli italiani. La
Commissione Governativa d’inchiesta sulla "questione
Somalia" giunse invece a questa conclusione: "… si
era cercato di impedire una preannunciata azione di rastrellamento
in una zona in cui forse si nascondevano qualificati esponenti di
parte ABR-GHEDIR (etnia del generale Aidid). Un’altra causa, poi,
potrebbe ricercarsi nella presenza, nell’operazione degli
italiani, di circa quattrocento agenti di polizia somala di etnia
diversa da quella degli abitanti la zona rastrellata". Ma
poco conta che Aloi o la Commissione avessero ragione: forse l’attacco
che gli italiani subirono al check point Pasta non fu la risposta a
precedenti violenze perpetrate ai danni della popolazione civile
locale, ma è probabile che, viceversa, quell’episodio sia stato
la causa scatenante delle successive violenze effettuate per
rappresaglia, trasformando di fatto la missione "di pace"
in una missione "di guerra".
Ed eccoci arrivati al Maresciallo
Francesco Aloi, il militare che, nel 1997, provocò molto
"rumore" attorno alla già conclusa missione italiana in
Somalia, aggiungendo la propria denuncia ad altre già emerse circa
abusi e torture su civili somali da parte di militari italiani. In
estrema sintesi le denunce di Aloi si possono riassumere così:
abusi vari nei confronti di civili; traffico locale di armi (le armi
sequestrate ai somali venivano rivendute ad altre fazioni del
posto); diffuso utilizzo di droghe da parte di militari del
contingente; la natura dei succitati incidenti del luglio 93 al
check point "Pasta" (a detta di Aloi dovuti, come esposto
in precedenza, alla reazione conseguente diffuse violenze commesse
nei confronti di donne somale); uno stupro in particolare, al quale
Aloi avrebbe assistito assieme ad Ilaria Alpi nel luglio 93, operato
da militari italiani che successivamente avrebbero ordito l’omicidio
della giornalista per metterla a tacere.
Quanto denunciato da Aloi
effettivamente non trovò un riscontro totale, e la Commissione
Governativa d’inchiesta presieduta dall’On. Ettore Gallo,
Presidente emerito della Corte Costituzionale, trattò Aloi alla
stregua di un mitomane o poco più. Liquidare Aloi come un mitomane
è però troppo semplice. Sicuramente commise errori ed
esagerazioni, non posso dire se in buona fede o spinto da spirito di
protagonismo e dalla volontà di gonfiare certi fatti oltre misura.
Anche restando al caso Alpi, le risposte su quanto asserito da Aloi
sono molteplici. Mente? Si confonde? Cerca di "condire" un
episodio vero (lo stupro) rafforzandolo con la presenza della
giornalista, e cavalcando così l’ondata emotiva del successivo
omicidio di Ilaria per avvalorare le proprie accuse? Tutto è
possibile, ma sembra effettivamente poco credibile che Ilaria fosse
a conoscenza di un fatto del genere da mesi e non lo avesse
denunciato, neppure parlandone in confidenza a qualche
amico-collega.
Di certo Aloi non produce solo
chiacchiere: è fra i primi a denunciare pure vicende legate al
traffico d’armi e all’utilizzo, a tale scopo, di navi donate
dalla Cooperazione Italiana alla Somalia. E’ pure uno dei primi ad
individuare nel porto di Bosaso (dove Ilaria, ripeto, si era recata
per la sua ultima inchiesta) uno degli snodi per questo traffico.
Potrebbe però trattarsi di notizie apprese per altre vie, e
potrebbe essere che Aloi abbia scelto, per rafforzare le proprie
denunce, di sfruttare una conoscenza magari superficiale con Ilaria
spacciandola per qualcosa di più ("parlavo spesso con
Ilaria Alpi, si può dire che ero entrato in confidenza con lei…").
Questo anche perché Aloi nutriva qualche "ambizione
letteraria" (voleva scrivere un libro di memorie su quanto
visto in Somalia, e la tentazione di "condire" ciò di cui
era effettivamente a conoscenza con qualche avvenimento ad effetto
di cui sapeva solo "per sentito dire" poteva essere
forte). Resta il fatto che, a mio avviso, la figura di Aloi è
marginale alla vicenda e serve, ripeto, solo per inquadrare ancora
più dettagliatamente il contesto tutt’altro che limpido che
contrassegnò l’operato dei militari italiani in Somalia.
***
PROCESSI E RESPONSABILI
Torniamo ora alla vicenda
Alpi-Hrovatin. Abbiamo già accennato all’attività della
Commissione Governativa sul "caso Somalia". Fra le
incombenze della Commissione ci fu l’audizione di diversi
cittadini somali che vennero in Italia per testimoniare le violenze
a loro inflitte da militari italiani. Tra questi c’era Hashi Omar
Hassan, che sosteneva di essere stato incappucciato e legato e poi
gettato in mare, assieme ad altri malcapitati, da militari italiani
(episodio a cui la Commissione non dette credito).
Hashi Omar Assan diventerà l’unico
colpevole accertato dell’omicidio Alpi-Hrovatin, ma le modalità
che conducono alla sua incriminazione lasciano più di un dubbio. Le
accuse a carico di Hashi partono da un certo Ahmed Ali Rage detto
Gelle (che però si renderà irreperibile e non testimonierà in
tribunale) ma in seguito arrivano pure dall’autista di Ilaria, Ali
Abdi.
La posizione dell’autista è
quantomeno equivoca, essendosi già distinto in precedenza per
menzogne o perlomeno grossolane imprecisioni: dopo soli 20 giorni
dall’agguato, a due giornalisti italiani che volevano fotografare
la macchina dove erano morti i due colleghi, ha presentato l’auto
con foderine diverse da quelle reali; ha affermato (mentendo) che i
militari erano accorsi sul luogo del delitto; non è mai riuscito a
spiegare perché (nonostante la macchina non fosse danneggiata), i
corpi siano stati trasbordati sull’auto di Giancarlo Marocchino
per i primi soccorsi… Ma soprattutto terrà un atteggiamento
equivoco durante l’interrogatorio nel quale accusò Hashi: in un
primo momento dichiarò di non conoscere nessun componente del
commando; successivamente (dopo una sospensione di due ore e mezza
della sua audizione, dalle ore 20 alle 22 e 30) sosterrà di
riconoscere come uno degli occupanti la Land Rover proprio Hashi,
diventandone così (stante l’irreperibilità di Gelle) l’unico
accusatore.
Un balletto di sentenze
tipicamente italiano chiude, per il momento, la posizione di Hashi:
il processo in primo grado si conclude il 20 luglio 1999 con l’assoluzione
(il PM aveva chiesto l’ergastolo). Nel 2000 la sentenza d’appello
rovescia la precedente e condanna Hashi all’ergastolo; in questa
sentenza appare un elemento importante: per la prima volta viene
riconosciuto ufficialmente come possibile movente l’interesse
manifestato dalla Alpi sui traffici di armi e rifiuti. Ma il 10
ottobre 2001 la Corte Suprema di Cassazione, nel confermare l’ergastolo,
rimanda ad un nuovo processo il compito di individuare le ragioni
del duplice delitto. La pena di ergastolo verrà poi ridotta a 26
anni con sentenza emessa il 26 giugno 2002 dalla Corte d’Assise d’Appello
di Roma. La sentenza è ben lontana dallo scrivere la parola fine
sul caso, limitandosi a riconsiderare e a ridefinire la singola
responsabilità di Hashi Omar Hassan, e lasciando oscuri i motivi
che portarono al delitto.
***
CONCLUSIONI
Ci sarebbero ancora molte cose da
dire ed altri personaggi da presentare. "Strani" uomini d’affari
collegati a esponenti dei servizi segreti; imprenditori nostrani e
somali che hanno intrecciato i loschi traffici di cui abbiamo
parlato in precedenza…
Purtroppo lo sviscerare anche i
dettagli circa questi personaggi e il loro coinvolgimento nella
vicenda è impossibile per ragioni di spazio. A chi volesse
approfondire la propria conoscenza del caso "Alpi-Hrovatin"
consiglio però la lettura del già citato libro "Ilaria
Alpi, un omicidio al crocevia dei traffici", e di "L’esecuzione"
di Giorgio e Luciana Alpi, Mariangela Gritta Grainer e
Maurizio Torrealta, libro edito dalla Kaos edizioni, che
potete anche scaricare dal sito www.ilariaalpi.it,
sito che ovviamente consiglio di visitare anche per ogni altro
approfondimento sull’argomento.
***
INTERVISTA CON GIORGIO E LUCIANA
ALPI
Roma, 24 settembre 2003
FRANCESCO BARILLI:
L’omicidio di vostra figlia e di
Miran Hrovatin di recente è tornato sotto la luce dei riflettori
per due diversi motivi: prima il bel film di Ferdinando Vicentini
Orgnani, "Ilaria Alpi, il più crudele dei giorni"; poi,
poche settimane fa, la notizia dell’istituzione di una commissione
Parlamentare sul caso (votata all’unanimità da tutti i gruppi
parlamentari).
Come avete vissuto il riaccendersi
dell’interesse dell’opinione pubblica dopo il film? E quali
speranze riponete nell’operato della nuova commissione?
LUCIANA ALPI:
Per la verità dobbiamo dire che l’opinione
pubblica non ci ha mai abbandonato; direi anzi che siamo sempre
stati seguiti e supportati moltissimo, sia dall’opinione pubblica
che dalle "piccole Istituzioni", se così vogliamo
chiamare i Comuni "minori" o quelle piccole realtà che
spesso ci chiamano perché vorrebbero che noi partecipassimo a
qualche iniziativa in ricordo di Ilaria. Tante volte siamo costretti
a rinunciare; questo perché, come puoi capire, per noi parlare di
Ilaria è ben più che doloroso. Il nostro non è certo un parlare
"asettico", ma è qualcosa che ci stravolge ogni volta…
Però abbiamo sempre sentito e sentiamo con piacere l’affetto e l’interesse
dell’opinione pubblica.
Chi ci aveva abbandonato erano le
Istituzioni; non voglio certo generalizzare e puntare il dito
indiscriminatamente: a Roma, per esempio, le iniziative in memoria
di Ilaria continuano da anni. Parlo, per esempio, del premio
"Roma per Roma – Ilaria Alpi", aperto agli alunni delle
quinte classi delle scuole elementari, promosso dall’Associazione
Stampa Romana in collaborazione con il Comune di Roma. Il premio
giornalistico-televisivo "Ilaria Alpi" (promosso da
Regione Emilia Romagna, Comune di Riccione, Provincia di Rimini e
con la collaborazione di altre Istituzioni) è nato nell’immediatezza
dell’evento ed è già arrivato alla nona edizione.
Quindi direi che, se proprio
dobbiamo parlare di un risveglio, più che dell’opinione pubblica
parlerei di un risveglio delle Istituzioni, o di certe Istituzioni.
E noi ci auguriamo che analogamente ora sia la Procura di Roma a
"svegliarsi", ravvedendosi delle manchevolezze che in
questi nove anni hanno contraddistinto l’inchiesta.
F.B.:
In un certo senso hai anticipato
la mia seconda domanda. Nel senso che abbiamo parlato di una
riattivazione del "caso" sul piano mediatico, sfociato
nell’apprezzabilissima decisione di istituire la commissione
parlamentare. Ma sicuramente voi aspettate una risposta soprattutto
dalla Magistratura… Tra l’altro, come ho avuto modo di dire nell’articolo,
leggendo il libro di Carazzolo, Chiara e Scalettari ho scoperto che
la pista relativa al traffico di rifiuti e armi è stata ampiamente
approfondita e sviscerata: mi sembra che da "ipotesi
possibile" sia diventata qualcosa di ben più concreto… Sul
piano delle azioni giudiziarie ci sono speranze che questi
approfondimenti portino a degli sviluppi?
GIORGIO ALPI:
Per ora no. Basta pensare che c’è
uno "stralcio" fermo da ormai 4 anni, dalla fine del
processo di primo grado. Ci sono un sacco di cose irrisolte,
riconosciute dallo stesso apparato giudiziario. Le prove sull’esistenza
dei mandanti oggi ci sono, ma al momento non sono utilizzabili in
aula, perché sono informazioni fornite da fonti che la Digos di
Udine e il Sisde non vogliono svelare. Questo mi sembra il paradosso
a nostro avviso più grave e tremendo: in aula il capo del Sisde ha
dichiarato che le fonti (tanto quelle di Udine quanto quelle di
Roma) sono attendibilissime, che i loro informatori sono di sicura
attendibilità… Ci siamo sentiti gelare quando abbiamo sentito
che, in nome dell’art. 203 del Codice di Procedura Penale non
possono essere fornite le notizie date dagli informatori perché
questo metterebbe a repentaglio la loro sicurezza.
Questa è una cosa che dico sempre
perché mi sembra importante e paradossale: come saprai, quando i
processi finiscono le parti hanno diritto ad avere tutta la
documentazione; e così fu, ovviamente, anche per noi. La Digos,
durante i dibattimenti, presentò questa lista dei presunti mandanti
dell’omicidio. Sono presenti sia somali che italiani. Questi nomi,
per i motivi citati in precedenza, non sono stati utilizzati nel
dibattimento; il Presidente, pur dichiarandoli inutilizzabili, ha
comunque acquisito agli atti questo documento, e questa è stata un’iniziativa
apprezzabile. Conseguentemente noi siamo in possesso, oltre che di
tutta la restante documentazione, dei nomi dei presunti mandanti
dell’omicidio di nostra figlia… Però se li comunicassimo in
questa intervista finiremmo in guai giudiziari molto seri. E questo
non è solo paradossale, ma soprattutto molto frustrante…
F.B.:
Nell’articolo accenno a diversi
dubbi circa il coinvolgimento di Hashi nella morte di vostra figlia.
O, per meglio dire, accenno al fatto che il modo in cui maturarono
le accuse a suo carico mi sembra dubbio. La perplessità più grande
consiste nell’arrivo in Italia di Hashi, il quale viene
spontaneamente (come detto per testimoniare presunte violenze subite
da militari italiani) e si ritrova coinvolto nell’omicidio come
uno degli esecutori materiali. Mi sembra incredibile che per
partecipare ai lavori della Commissione (nell’ipotesi di ottenere
un improbabile risarcimento per quanto subito) Hashi si sia esposto
ad un rischio così grande quale l’essere accusato di un duplice
omicidio… Non avendo conosciuto personalmente il somalo e non
avendo assistito ai vari processi, non posso che chiedere a voi un’opinione
su questo cittadino somalo che (se colpevole) avrebbe commesso un’ingenuità
al limite del comprensibile.
LUCIANA A.:
Direi che c’è di più: anche
secondo noi, in base ai documenti che abbiamo raccolto, le prove a
carico di Hashi sono molto dubbie, per motivi che tu stesso hai
evidenziato nell’articolo. Ma la prima cosa strana è la presenza
dell’autista di Ilaria nel primo viaggio di Hashi in Italia. Quell’autista
che, giunto in Italia per essere ascoltato dai Magistrati, non solo
non riconosce Hashi, ma neppure nessun altro componente del commando…
Ma dopo una pausa di due ore individua improvvisamente Hashi. Ma c’è
dell’altro: questo giovane si è sempre detto innocente… Questa
potrebbe essere chiaramente un’ovvietà, ma dobbiamo unirla ad
altre considerazioni. Al termine del processo di primo grado, che si
concluse con l’assoluzione, Hashi tornò in Somalia.
Successivamente questo ragazzo, pur se sconsigliato dal proprio
avvocato, tornò in Italia per presenziare al processo di appello!!!
A me non sembra certo l’atteggiamento di una persona colpevole;
credo che un colpevole avrebbe saggiamente seguito il consiglio dell’avvocato
e se ne sarebbe rimasto in Somalia…
GIORGIO A.:
Aggiungerei che la sentenza di
primo grado di assoluzione di Hashi conteneva pure una
considerazione del Giudice che parlava espressamente del Somalo come
di un capro espiatorio "offerto" a noi per placare il
nostro desiderio di giustizia… E, riguardo al ritorno in Italia di
Hashi per l’appello, devo dire che noi abbiamo parlato con molti
avvocati: non è mai successo che una persona assolta in primo grado
torni appositamente (e senza costrizioni) per affrontare il rischio
del secondo grado. E’ una cosa totalmente fuori logica. Per cui
direi proprio che la colpevolezza di questo ragazzo è davvero molto
dubbia.
F.B.:
L’ipotesi che l’omicidio di
Ilaria e di Miran sia stato conseguente alle loro ricerche su
"traffici sporchi" è stata avanzata quasi da subito.
Però solo col tempo si è capito quanto un’attività criminale
"classica" come il traffico d’armi si sia saldata con un’attività
criminale relativamente "nuova": il trasporto illecito dei
rifiuti tossico/nocivi/radioattivi. Interessandomi al caso di vostra
figlia mi è venuta l’impressione che questo sia un business
ancora più delicato e da occultare di quello delle armi.
Immagino che voi, nella ricerca
dolorosa della verità sulla morte di Ilaria, vi siate trovati
costretti ad affrontare la questione di questi traffici non solo in
relazione alla vostra specifica vicenda, ma anche più in generale:
che impressione vi siete fatti di questo mondo di traffici
"sotterranei"?
GIORGIO A.:
Credo che il traffico di rifiuti
tossico/nocivi con i paesi del "terzo mondo" sia un altro
segno di decadenza della società. L’idea di trattare paesi in
stato di povertà e difficoltà estreme come se fossero la discarica
di una società del benessere come la nostra rende questo traffico
ancora più odioso. Innanzitutto è bene sottolineare che
generalmente ci si trova a trattare con dittatori sanguinari o con
regimi di certo non democratici, favorendo uno scambio che più o
meno suona così: "Tu mi dai la tua terra, io ti avveleno e in
cambio ti dò pure delle armi, con cui potrete andare avanti a
massacrarvi tra voi…". Così facendo una nazione civilizzata
produce una sorte di doppia morte: la gente di quei paesi morirà
per l’inquinamento dovuto allo stoccaggio dei rifiuti tossici (in
questo senso esiste una fitta documentazione; non si tratta più
solo di voci…) e morirà anche per le guerre, le faide locali che
noi con le nostre armi siamo andati ad alimentare. Sì, direi che
questo traffico rifiuti/armi possiamo definirlo un traffico di una
tragicità nuova, che ci parla di una società ancora più corrotta
e cattiva…
F.B.:
Documentandomi sul caso di vostra
figlia ho vissuto due momenti di emozione "particolare".
Nel documento della Commissione Governativa fra i vari giornalisti
menzionati figura pure Raffaele Ciriello. In altri documenti ho
trovato la figura di Maria Grazia Cutuli (che su Epoca scrisse già
nel 1994, dopo due mesi dall’agguato di Mogadiscio, un pezzo
proprio su Ilaria: "E' morta per ciò che sapeva, ma nessuno
indaga").
Due colleghi di Ilaria, proprio
come Ilaria uccisi mentre svolgevano il proprio lavoro. Ciriello è
stato ucciso il 13 marzo 2002 a Ramallah da militari israeliani; la
Cutuli ha trovato la morte assieme a tre colleghi in un agguato in
Afghanistan, il 19 novembre 2001. Ma la scia di sangue che
perseguita i giornalisti più esposti in zona di guerra non accenna
ad interrompersi. Sembra che nel mondo di oggi, dominato (nel bene e
nel male) dalle esigenze dei media, i giornalisti siano fra le
"categorie" meno protette.
Voi e (se siete in contatto) i
familiari di Ciriello e della Cutuli non sentite, a volte, la
responsabilità di essere anche "dei simboli" (scusatemi l’orrenda
definizione…) di un giornalismo che non si accontenta del semplice
"passaggio di notizie" ma cerca invece di elevare la
professione a qualcosa di più nobile?
LUCIANA A.:
In molti e in diverse circostanze
in effetti hanno parlato di Ilaria come di "una giornalista
brava e coraggiosa"… Io penso che, semplicemente, fosse una
professionista che faceva il proprio lavoro con passione. Dopotutto
quale dovrebbe essere il dovere di un giornalista a cui arriva fra
le mani un’inchiesta come quella che capitò ad Ilaria? Seguire la
cosa fino in fondo, cercare di portare il fatto all’attenzione
pubblica, questo sarebbe il suo dovere… Aggettivi come
"coraggiosa" eccetera mi sembrano ridondanti. Credo di
parlare anche per Giorgio quando dico che nostra figlia era una
persona che amava il suo lavoro, che aveva seguito una preparazione,
finalizzata al futuro esercizio della professione, molto seria.
Prima l’università, poi tre anni e mezzo al Cairo per apprendere
la lingua araba… Insomma, era una donna che amava il proprio
lavoro e faceva di tutto per farlo seriamente. E sottolineo
"donna": non mi piace quando si riferiscono a lei come ad
una ragazza, perché dietro al termine "ragazza" mi sembra
ci sia una sorta di mancanza di rispetto. Qualcuno per Ilaria parlò
addirittura di "coraggio sventato", una cosa che mi
sembrò totalmente inaccettabile; Ilaria prima di morire aveva
trovato una pista e l’aveva seguita fino in fondo: questo non è
coraggio sventato, ma serietà professionale. Credo che gli stessi
colleghi di Ilaria (e questo specialmente nei primi tempi) abbiano
sottovalutato la sua morte, addebitandola ad un caso sfortunato e
chiedendosi "perché proprio a lei?"… Io credo che gli
anni abbiano spiegato perché è successo "proprio a lei"!…
E credo abbiano spiegato che non si trattò di un "caso
sfortunato"…
GIORGIO A.:
Anche a me preme sottolineare
quanto diceva Luciana sulla vocazione di Ilaria al giornalismo: lei
aveva scelto e preparato anche la sua ultima missione con
meticolosità. A volte molti dimenticano, quando si chiedono i
motivi della sua morte, che Ilaria aveva preparato il viaggio a
Bosaso già da Roma. Su quel famoso foglio del block notes che ci fu
restituito era contenuto un suo appunto: "Dove sono finiti i
1400 miliardi della cooperazione italiana?" ed erano segnati i
nomi della città di Bosaso e di Omar Mugne, proprietario della
Shifco. Insomma, quel viaggio non era nato per caso, ma si arrivò a
persino a dire che Ilaria era andata a Bosaso "perché c’era
un bel mare"…
F.B.:
Praticamente, se ho capito bene,
Ilaria era tornata in Somalia appositamente (o perlomeno
principalmente) per la "pista Bosaso"?
LUCIANA A.:
Sì; lo posso testimoniare
personalmente. Ilaria mi telefonò due ore prima di essere uccisa. E
mi disse che, se la RAI le avesse dato il permesso, era sua
intenzione fermarsi ancora qualche giorno; questo un po’ perché
voleva riprendere la vita dei somali senza la presenza dell’UNOSOM,
un po’ perché voleva andare a Kisimaio, altro porto del sud della
Somalia dove con molte probabilità si svolgevano traffici illeciti.
E noi di questo abbiamo la prova, perché Ilaria aveva già fatto la
richiesta al comando UNOSOM per poter partire il 21 marzo…
GIORGIO A.:
Mi sembra doveroso spendere due
parole su Raffaele Ciriello e Maria Grazia Cutuli, che hai nominato.
Ciriello è stato il più bel fotografo di Ilaria. Anche le foto che
vedi in questa stanza sono state scattate da lui nel marzo 94. E
anche per la sua morte, una morte "strana" e tremenda come
quella di Ilaria, non c’è giustizia…
A proposito della Cutuli, l’articolo
che scrisse pochi mesi dopo parlava di "una verità che non ci
sarà mai…" Mi sembrò strano sentire una cosa del genere
detta da una giovane giornalista che parlava di una sua collega. E
pensare questo a distanza di tempo, quando pensiamo alle
"verità che non ci saranno mai" anche per Ciriello o la
Cutuli ci fa davvero un’enorme impressione…
F.B.:
Ho parlato di un’emozione
"particolare". Ora devo parlare anche di un fastidio, per
così dire, "particolare": ogni volta che il caso Alpi/Hrovatin
torna alla ribalta delle cronache si torna a parlare anche della
cosiddetta ipotesi Aloi (sulla quale non mi dilungo, avendola già
affrontata nell’articolo). Visto che prima abbiamo parlato di un
giornalismo "nobile", mi sembra che al contrario l’insistere
su questa ipotesi sia fuorviante, e che attesti la tendenza, da
parte di una certa stampa, ad alimentare un sensazionalismo fine a
se stesso. E questo, lo ripeto, indipendentemente dal fatto che le
denunce circa gli abusi commessi dai nostri militari in Somalia non
siano certo da liquidare come invenzioni…
Volevo chiedere a voi un’opinione
su questa vicenda, ed in particolare sull’utilizzo, a mio avviso
improprio, della "ipotesi Aloi" sulla possibile causa
della morte di Ilaria. Tra l’altro: voi avete mai sentito
direttamente Aloi?
LUCIANA A.:
Sì, lo abbiamo conosciuto, è
venuto anche a casa nostra. La prima volta ci telefonò tramite la
sua compagna per dirci che voleva parlarci. Fummo noi, allora, ad
andare da lui, e devo dire che ci andammo con molta circospezione,
facendoci accompagnare da un amico. Tutto questo nel 1997, quando
scoppiò "il caso" del suo memoriale. In quell’occasione
non ci dette il famoso diario, ma ci raccontò di questa sua
amicizia con Ilaria… Più tardi venne da noi a Roma, assieme alla
sua compagna, e ci consegnò il famoso diario. Noi lo abbiamo letto,
e devo dire che alcune cose hanno trovato riscontri. Effettivamente
le date in cui si parla di una presenza contemporanea di nostra
figlia e di Aloi coincidono… Però devo dire che immaginare Ilaria
che esce di sera con la macchina fotografica per riprendere uno
stupro mi sembra inverosimile… Ilaria era tutto fuorchè una
"cronista d’assalto" o una cacciatrice di facili scoop.
E poi devo dire che concordo con quanto tu dici nell’articolo: se
Ilaria avesse saputo di uno stupro o l’avesse addirittura
fotografato, non si sarebbe certo tenuta il fatto per sé, ma l’avrebbe
denunciato a chi di dovere.
GIORGIO A.:
Ricordiamoci che Ilaria aveva
saputo di maltrattamenti a somali da parte di militari italiani. E
fu lo stesso generale Bruno Loi a confermarci che Ilaria fu
durissima con lui, dicendogli che se avesse raccolto prove di
maltrattamenti avrebbe diffuso immediatamente la notizia…
Tornando ad Aloi, mi sembra
comunque un uomo che ha sofferto molto. Noi, dopo i fatti che ti ha
raccontato mia moglie, l’abbiamo visto al processo, e l’abbiamo
trovato assolutamente irriconoscibile. Occhio spento, confuso…
Sembrava come drogato, un automa… Penso che lui non ci abbia
neppure riconosciuti.
E pensa che appena si seppe che
eravamo in possesso del suo memoriale (anzi!, a dire il vero ancora
prima, quando ancora non lo avevamo ma si diceva ne fossimo in
possesso) abbiamo subito un vero e proprio assedio! Intervenne
addirittura la Procura Militare, ed il Procuratore Capo venne a casa
nostra e voleva sequestrarlo. Questo solo per dirti l’importanza
che, secondo molti, aveva quel memoriale…
F.B.:
In conclusione di questa
intervista mi sembra corretto parlare anche di Miran…
LUCIANA A.:
Ilaria aveva conosciuto Miran
esattamente un mese prima, nel febbraio del 94. Doveva andare a
Belgrado e a Zagabria, e lui copriva per la RAI queste zone dell’est
europeo, per ovvie ragioni di conoscenza della lingua e del
territorio. Ilaria quando tornò a Roma ci parlò con entusiasmo di
quell’operatore, gentile, educato e soprattutto molto
professionale. Pochi giorni dopo Ilaria si trovò in difficoltà per
organizzare la sua ultima missione a Mogadiscio, che lei voleva
fortemente: tre diversi operatori furono interpellati, ma
rifiutarono l’incarico per diversi problemi (vuoi personali, vuoi
per il budget risicato che la RAI aveva stanziato per la missione).
Per cui Miran fu chiamato da Ilaria… e dal suo destino, se così
vogliamo chiamarlo…
F.B.:
Avete più avuto contatti con i
suoi familiari?
LUCIANA A.:
No, non ne abbiamo da tempo. La
moglie di Hrovatin ha fatto un altro tipo di scelta, rispetto a noi,
ed ha preferito il silenzio dei media sulla sua vicenda personale.
Scelta opposta alla nostra, ma rispettabilissima, è chiaro… Però
noi abbiamo pensato che se anche noi avessimo scelto il silenzio in
fondo avremmo tradito proprio nostra figlia. Perché se lei aveva
cominciato questa inchiesta era perché voleva scoprire i colpevoli
di questo traffico di armi e di rifiuti tossici. E voleva, se non
altro, che quel traffico si interrompesse. E noi andiamo avanti in
nome suo. Probabilmente non riusciremo a finire il suo lavoro; non
faremo in tempo a sapere tutti i nomi delle persone coinvolte in
quel traffico. Ma continueremo a provarci…
Francesco Barilli, di Ecomancina |