Si è concluso ieri a Riccione, nella sede del Palazzo del
Turismo, la nona edizione del "Premio Ilaria Alpi". Tre
giorni di incontri, dibattiti, visioni e letture che ancora una
volta hanno contribuito a respingere sempre più lontana la verità
sul brutale duplice omicidio di Ilaria Alpi e dell'operatore Miran
Horvatin, avvenuto a Mogadiscio il 20 marzo del 1994. Insomma
un'altra, ulteriore, occasione persa. Un'altro, ulteriore,
palcoscenico di parole a vuoto.
E sì che la vicenda di Ilaria Alpi, è ormai chiara e risolta
nel suo complesso: il quadro nel quale è maturata l'esecuzione dei
due giornalisti, il motivo che scatenò l'ordine di ucciderli, la
"catena di comando" dal quale partì quell'ordine fino a
giungere al "mediatore tra mandanti ed esecutori" che si
assunse la responsabilità di far eseguire l'ultimo tragico atto.
Rimane solo il dolore immenso ed incommentabile dei genitori di
Ilaria e dei familiari di Miran. Chiunque abbia incrociato solo per
un attimo gli occhi e lo sguardo di Giorgio e Luciana Alpi può
capire cos'è il dolore, il coraggio e la determinazione. Il dolore
e la forza di Giorgio. La forza ed il dolore di Luciana.
Rimasti soli, da quel terribile 20 marzo 1994, Giorgio e Luciana
Alpi sono stati via via circondati, seguiti, ed in alcuni casi
persino gabellati dai più vari personaggi: giornalisti veri e
falsi, faccendieri nazionali ed internazionali, militari leali e
felloni, consulenti e consiglieri di dubbia provenienza, politici
squalificati ed ex politici trombati, prestigiosi uffici legali
rivelatisi alla prova dei fatti (a dir poco) incompetenti se non
addirittura in malafede. Presunti amici ed amiche di Ilaria,
rivelatori di segreti a pagamento.
C'è chi, sulla pelle di Ilaria e di Miran ha fatto
"carriera", ha ottenuto quella visibilità da sempre
cercata e che non avrebbe mai potuto ottenere con la sola forza
delle proprie capacità. Giorgio e Luciana Alpi sono stati
trascinati da un punto all'altro d'Italia speculando sul loro dolore
e sull'isopprimibile desiderio di conoscere la verità sulla
spietata esecuzione. Esibiti come "i genitori di Ilaria
Alpi" in manifestazioni, festival dell'Unità, studi
televisivi, interviste e reportages. Rimestando nei loro ricordi e
nel loro sgomento per poter rivelare, con tono confidenziale "……sai,
io conosco i genitori di Ilaria Alpi….". Persino il vecchio
piduista Maurizio Costanzo (complice sodale del suo padrone B.) ha
costruito nel tempo una specie di teleromanzo sulla vicenda di
Ilaria. Ospitando ripetutamente al Teatro Parioli Giorgio e Luciana
tra un consiglio per gli acquisti, una squillo di lusso, ed un
comico da promuovere per la sua ditta.
Sono stati scritti libri, svolte audizioni in commissioni
parlamentari, istruite indagini ed inchieste giudiziarie in mezza
Italia. Sono stati celebrati processi, ascoltati vertici militari,
faccendieri e presunti testimoni, e poi ancora tutto il
caravanserraglio di personaggi che da sempre hanno orbitato in
questa vicenda. Per esclusivo interesse personale, senza la minima
possibilità di rivelare alcunché. Senza essere altro che delle
sbiadite figure delle quali non si è mai avvertita la presenza. E
tanto meno l'assenza.
Nelle decine di migliaia di pagine che sono state scritte in nove
anni intorno a questa vicenda è scritto tutto. Certo anche il
contrario di tutto, ma il salto culturale per arrivare alla verità
non è poi cos' impegnativo o difficile. Non si può proprio
sostenere che si "brancola nel buio". Temo che non si
voglia arrivare alla soluzione definitiva del caso Alpi per
mantenere delle insopportabili posizione di potere e di visibilità
da parte di alcuni (anche presenti a quest'ultima edizione del
Premio) che in presenza della "soluzione" dovrebbero
trovare altri spiragli di luce per farsi notare.
Che da almeno 20 anni esiste una organizzazione criminale in
combutta con i servizi segreti italiani (sismi in particolare), la
mafia trapanese, e un nugolo di faccendieri che godono di connivenze
tra le autorità civili e militari dei più importanti porti
italiani è pacifico. "Operazione Urano" amano farsi
chiamare i tre che ne sono a capo di questa organizzazione: un
genovese pluriricercato per reati specifici che vive a Belfaux
(Ginevra), un piemontese che vive in Namibia, ed uno svizzero
tedesco conosciuto ed utilizzato dai servizi di mezzo mondo e
specializzato nel contrabbando e nella trafugazione di materiale
nucleare a scopo militare.
Per illuminare solamente l'attività svolta in Somalia (Bosaso e
Merka), è ormai noto chi era ed è il loro referente in loco:
l'unico italiano che vive stabilmente in Somalia da quasi venti
anni. Quello che possiamo indicare come "il mediatore tra
mandanti ed esecutori" del duplice omicidio. Nonché
"antenna" del sismi in Somalia praticamente da sempre. Per
inciso, questo signore, insieme al suo socio italiano è implicato
nel riciclaggio dei dinari kuwaitiani trafugati dagli iracheni
durante l'invasione del Kuwait del 1991. Riciclaggio avvenuto anche
grazie alla complicità del direttore dello sportello bancario
interno al palazzo del Senato della Repubblica, a Roma. Vicenda per
la quale l'unico a finire in galera è stato proprio il funzionario
di banca. Duplice omicidio avvenuto praticamente davanti le
telecamere di due networks tv: Abc americana e Rtsi della Svizzera
italiana. Come sempre davati le telecamere è avvenuto il (maldestro
e "teatrale") tentativo di soccorso da parte
dell'"italiano". Qualcuno ha forse visionato tutto il
"girato" dei due operatori tv? I due operatori tv sono nel
frattempo morti: quello della Abc a Kabul, legato ad un letto mani e
piedi, e la sua morte rubricata come "overdose" di eroina.
L'altro per un misterioso incidente d'uto sul lungolago di Lugano.
In più, senza un semplice salto metodologico e
"culturale" la ragione della morte dei due giornalisti va
ricercata non nel viaggio preparato per quei giorni di marzo 1994,
ma, con disarmante ovvietà, nei viaggi precedenti sostenuti da
Ilaria Alpi in Somalia. Ed in particolare nel suo ultimo viaggio del
1993, dove certamente era in contatto con il maresciallo del sismi
che lì lavorava e con l'altro italiano che da due decenni viveva a
Mogadiscio.
Ilaria Alpi era una giornalista, una giornalista di razza, che
sapeva quello che faceva, e a cosa andava incontro, E mai possibile
pensare che una giornalista giovane, ma di grande qualità e
spessore culturale, non si sia preparata con scrupolo i viaggi in
Somalia? Tessendo quelle relazioni indispensabili per il buon esito
del proprio lavoro? Quali erano queste relazioni? Certamente negli
ambienti del Ministero degli Affari Esteri, dove pullulano uffici
con nomi "strani" tutti legati ad iniziative di
intelligence in Africa, ed in particolare nel Corno d'Africa. Tutti
indirizzi assai conosciuti, tutti funzionari noti con nomi e cognomi
e numeri di telefono. Che sapevano (e sanno) esattamente cosa accade
laggiù, e chi faceva cosa e per conto di chi. Qualcuno ha mai
sentito questi personaggi?
Nel 1993 Ilaria è stata testimone di un fatto grave ed
inquietante: insieme al maresciallo del sismi e all'italiano che lì
viveva, è andata a "vedere" un mercantile che batteva
bandiera tedesca che sarebbe dovuto arrivare in rada, di fronte al
porto di Merka, a sud di Mogadiscio. Il mercantile in effetti c'era
ma non in rada, bensì alla deriva. Trascinato dalla corrente. Il
maresciallo del sismi riuscì con l'aiuto di una lancia a salire a
bordo e trovò tutto l'equipaggio ( 7 marinai tedeschi) morto sui
ponti della nave. Ma ancora più sconvolgente fu per lui scoprire
che tra le vittime vi era anche un agente del sismi , con il quale
il maresciallo era in contatto per sovraintendere il trasbordo del
contenuto della nave con i mezzi di terra messi a disposizione
dall'"italiano". La nave trasportava un quantitativo
letale di Sarin (una micidiale arma biologica). Probabilmente per
una fuga del gas dovuta alla lesione di uno dei contenitori tutto
l'equipaggio venne contaminato.
Perché nessuno ha svolto indagini in questo senso? Neppure tre
mesi dopo il maresciallo del sismi venne ucciso con dei colpi di
fucile mentre faceva jogging sulle spiagge intorno a Mogadiscio.
Morte rimasta anche questa "misteriosa". Nel marzo '94 al
suo ritorno in Somalia Ilaria viene uccisa.
La Somalia era "famosa" per l'interramento dei rifiuti
tossici e delle scorie radioattive in arrivo da mezzo mondo con la
complicità dei faccendieri italiani e dei settori più inquinati
dei servizi di sicurezza e della Farnesina. Addirittura la strada
"dei pozzi" che univa Mogadiscio a Bosaso (ultima tappa
del viaggio di Ilaria e Miran in quel tragico marzo del '94) era
stata asfaltata impastando con il bitume colossali quantità di
ceneri di diossina provenienti, attraverso una serie di
"triangolazioni" armi- rifiuti- scorie -armi, dagli Usa.
Qualche anno fa "Il Manifesto" pubblicava un
supplemento che si chiamava "Arancia Blù". In numero di
questo supplemento vennero pubblicati tutti i siti di interramento
dei rifiuti in Somalia, le triangolazioni con il traffico di armi, i
nomi e le società dei faccendieri, le connivenze con i servizi
segreti, i nomi e gli indirizzi degli studi legali compiacenti che
offrivano copertura "legale" ai trafficanti. Una inchiesta
prodigiosa e di grandissimo interesse. Non possiamo neppure dubitare
che una qualsiasi autorità giudiziaria non abbia acquisito questa
straordinaria documentazione, mai smentita da alcuno.
La Procura della Repubblica di Asti dal novembre 1996 è
depositaria di una imponente documentazione (circa 500 documenti
originali) nella quale si disegna l'intero traffico internazionale
dei rifiuti, delle armi, della droga, le complicità mafiose, le
connivenze documentate delle autorità militari e civili del porto
di La Spezia che hanno consentito per anni la partenza delle navi
piene di armi e di rifiuti verso i paesi dell'Africa costiera e
della Somali in particolare. Questa documentazione risulta ad oggi
"scomparsa". Mai è stata richiesta dalla Procura della
Repubblica di Roma che istruì il processo contro l'autista di
Ilaria e Miran. Pur essendo stata presa in carico nella sua
interezza dalla Dia di Genova e "secretata", i documenti
sono finiti come fonte per un rapporto della Legambiente (mai
smentito) e del libro dei giornalisti di Famiglia Cristiana, che
difatti ben si guardano da rivelare le loro fonti (cosa questa che,
dopo aver scritto un libro, che per definizione è
"pubblico" avrebbe consentito di far fare una passo avanti
decisivo alle indagini).
Potremmo continuare per pagine e pagine, ma sarebbe forse
inutile, come fu considerata inutile durante il processo di primo
grado, la deposizione di quell'avvocato di Genova (un sosia di Rex
Stout, lo scrittore inglese di "gialli", famoso per il
personaggio di Nero Wolf) che conosce ogni angolo, ogni piega del
traffico internazionale di armi e di sostanze tossiche ai danni dei
paesi del Sud del Mondo, per i suoi legami accertati e pubblici con
i trafficanti italiani e siriani. Così come non si è valutato un
fatto che se non fosse inserito in una vicenda tanto tragica sarebbe
a dir poco comico: le navi della cooperazione italiana (che
servivano per i traffici illegali) erano state spacciate come navi
di appoggio ai pescherecci somali (quindi un sistema di cooperazione
vero e proprio) per conservare il "pescato" fino al
raggiungimento degli stabilimenti di lavorazione a terra (mai
esistiti). Peccato che le navi non fossero coinbentate. In pratica
non disponevano di celle o stive frigorifero. Ve lo immaginate un
carico di pesce, sotto un clima tropicale, sbattuto per giorni (fino
alla fine delle batture di pesca dei pescherecci) in stive non
refrigerate. Manco ai gatti! (Si direbbe a Roma). Questo per
valutare la serietà e l'indipendenza della cooperazione italiana di
quegli anni. In combutta com'era con esponenti della malavita,
faccendieri e servizi di sicurezza.
Infine sarebbe bastato leggere un numero de L'Espresso del giugno
del 1998 dove ancora una volta venivano indicati per nome e cognome
i responsabili (o meglio, con somma ipocrisia, "il mediatore
tra mandanti ed esecutori") del duplice omicidio. E le trame
del malaffare che tuttora coprono i responsabili dei traffici.
Un abbraccio commosso a Giorgio e Luciana Alpi. Con la speranza
che almeno il silenzio, in contrasto con il chiasso volgare che ha
avvolto il loro "caso" in questi anni, possa rendere
giustizia ad Ilaria e Miran, morti innocenti, come due giornalisti
liberi mentre svolgevano il loro lavoro. Il lavoro più bello del
mondo.
rh.