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GUERRA GLOBALE PERMANENTE
Lucio Garofalo di ecomancina.com
La dottrina strategico-politica di Bush potrebbe
riassumersi, almeno per quel che riguarda la sua versione ufficiale,
nel seguente schema di ragionamento: esportare ed imporre, con la
violenza delle armi, la cosiddetta "democrazia"-ossia il
modello U.S.A. di democrazia- in tutto il pianeta, soprattutto
laddove è più conveniente, come nell’area del Golfo Persico, tra
i Paesi più ricchi di petrolio e di altre preziose materie prime
che scarseggiano sempre più e dunque costano sempre più. Non
dobbiamo dimenticare che il Golfo Persico, esattamente la
Mesopotamia - l’attuale Iraq - fu, in tempi remoti, la culla delle
prime, più evolute civiltà umane come i Sumeri, i Babilonesi, poi
assoggettati dagli Assiri ecc. La rozza dottrina della White House
di Washington, espressa da alcune avanguardie ideologiche
neoconservatrici, pretende di imporre la "civiltà
moderna" (retta su un assetto imperiale dell’economia
capitalistica in fase di espansione su scala planetaria, un assetto
guidato dai vertici dell’establishment militare-industriale
nordamericano) a popoli che conoscono la civiltà più autentica
dall’epoca più antica della storia del genere umano! Secondo la
teoria dell’amministrazione yankee, in Medio Oriente non può
esserci "pace" o "stabilità", senza un cambio
di regime in Iraq, in Iran, in Siria, che sono tre micro-potenze
regionali, i cui governanti, sgraditi all’Occidente perché
avversi alla "democrazia occidentale", impedirebbero un’equa
soluzione del conflitto arabo-israeliano, precisamente della
questione palestinese, che rappresenta il nodo centrale di tutte le
vertenze e le controversie mediorientali - ciò è l’unico
elemento di verità contenuto nella tesi nordamericana! Da tali
premesse teorico-politiche, formulate dall’amministrazione Bush,
si deduce che nel prossimo futuro, la presunta
"democrazia" made in U.S.A. dovrebbe essere imposta,
ovviamente con la forza bellica, ossia con un violento rovesciamento
dei regimi in carica, in Iran e in Siria…e poi? L’esportazione
della "democrazia" sarà dunque imposta dappertutto,
esattamente laddove converrà agli interessi imperiali ed
espansionistici dell’economia del dollaro, inaugurando un lungo
ciclo di guerre di rapina, o meglio un ciclo di "globocolonizzazione"
del pianeta da parte dello strapotere che fa capo al regime yankee,
protettore dell’economia di Wall Street, delle multinazionali, del
Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e via
discorrendo. Ma vediamo in breve come funziona il sistema, tanto
decantato, della "democrazia" degli U.S.A. Mi pare che
nella "società democratica" più antica e potente del
mondo, il potere politico sia concentrato esclusivamente nelle mani
di un’oligarchia elitaria di professionisti e carrieristi dello
Stato, mentre i "cittadini-sudditi" possono esercitare
solo un "diritto-dovere" di voto. In effetti, nella
realtà statunitense appena il 40 % della popolazione mette davvero
in pratica quel "diritto-dovere"; invece il restante 60 %
diserta regolarmente, puntualmente, le urne elettorali. Sfido
chiunque a confutare tali dati! Invito chiunque a smentire il fatto
che alle ultime elezioni presidenziali nordamericane, Bush junior è
stato eletto solo con il 20 % dei consensi! Pertanto la
"democrazia" made in U.S.A. esclude dalla partecipazione
politica concreta - ma anche dalla partecipazione di tipo
semplicemente politico-formale ed elettorale - oltre il 60 % della
popolazione statunitense. Infatti milioni di negri, di ispanici, di
cinesi e di altre "minoranze etniche" - che insieme
formano la stragrande maggioranza del popolo nordamericano -, si
astengono in maniera cronica e sistematica, dall’esercizio e dalla
pratica del voto, perché non si sentono politicamente
rappresentati, per cui sono estromessi dal sistema politico, sono di
fatto emarginati dalla "vita democratica" del Paese, nella
misura in cui i diritti e le libertà democratiche sono in pratica
negati alla cospicua maggioranza dei "cittadini"
statunitensi. Invece di imporla, o proporla, agli altri popoli della
Terra, mi pare che i governanti di Washington dovrebbero
preoccuparsi di estendere, in modo concreto, la civiltà democratica
più autentica, lo stato di diritto, le libertà costituzionali,
sancite solo formalmente, a tutti i "cittadini" ai quali
quei diritti e quelle libertà di carattere democratico, sono
attualmente negati - e sfido chiunque a contestare tali
affermazioni! Purtroppo i "maestri" e i
"campioni" - come Bush & soci - di questa ipocrita e
perversa "democrazia", pretendono di imporla all’intero
pianeta con il ricorso sistematico alla guerra, al fine di espandere
e rafforzare l’organizzazione di un "involucro
protettivo"dell’Impero economico-monetario globale che fa
capo al dollaro statunitense. Dall’11 settembre 2001, giorno dell’orribile
attentato compiuto contro le Twin Towers di New York, nel cuore dell’Impero
globale, si è sempre più evidenziato un dato certo ed
inoppugnabile, una verità che, per quanto possa apparire cinica ed
amara, è assolutamente inconfutabile.
Come gli avvenimenti immediatamente successivi
hanno dimostrato ed in seguito anche gli eventi a noi più prossimi
hanno confermato, quell’efferato crimine perpetrato contro l’umanità,
quell’abominevole eccidio di massa – tanto per chiarire la mia
opinione -, ha fornito l’occasione più propizia per produrre
nuove, immense "fortune" economiche e politiche sulla
scena planetaria.
Molto probabilmente, come si venne a sapere da
attente indagini sui movimenti finanziari condotti nei giorni
immediatamente precedenti al massacro contro il popolo statunitense
(non contro il capitalismo nordamericano e mondiale, come si è
voluto supporre ), il risvolto economico relativo alla formazione di
ingenti profitti finanziari accumulatisi nelle settimane e nei mesi
successivi all’attentato, suffraga un’ipotesi solo in apparenza
folle o parossistica, secondo cui l’azione stragista non sia stata
motivata da alcun intento di natura politico-ideologica, né da
sentimenti etico-religiosi di ispirazione islamico-integralista, ma
esclusivamente da ignobili finalità di segno affaristico.
Immagino che tali affermazioni possano suscitare
reazioni di sdegno e scandalo tra i lettori, nella misura in cui
rivelano una raccapricciante realtà, quella di un sistema economico
rapace e criminale, articolato ed esteso su scala globale, un
mostruoso apparato capitalistico-finanziario costruito su metodi
scientifici di sfruttamento, di rapina e di estorsione, attuati a
livello planetario.
Questo "nuovo ordine mondiale" permette
a speculatori totalmente privi di scrupoli, di approfittare anche e
soprattutto dei più atroci delitti e delle peggiori nefandezze –
come l’attentato commesso a New York nel settembre 2001 -, per
accumulare colossali "fortune" economiche, per rimpinguare
i proventi capitalistici di pochi, potentissimi detentori delle
ricchezze mondiali, depositari del dominio sull’economia imperiale
planetaria, e perciò padroni del destino di tutti i popoli della
Terra, un pianeta abitato da oltre sei miliardi di esseri umani, i
due terzi dei quali vivono molto al di sotto della soglia della
povertà, in particolare quasi due miliardi di individui si trovano
al limite estremo della povertà, sopravvivendo a stento con meno di
un euro al giorno!
Tale assetto del potere economico-politico
strutturato su scala globale, favorisce quindi una crescente
concentrazione delle ricchezze, nonché del controllo e delle
decisioni politiche internazionali, nelle mani di minoranze sempre
più ristrette, sempre più avide e corrotte, sempre più criminali
e prepotenti, capaci di estorcere con la violenza, più o meno
legale – vedi il caso Iraq -, le risorse materiali ed umane
appartenenti ai popoli della Terra, ossia a miliardi di persone, e
capaci di sottrarre, con l’inganno e l’astuzia, i risparmi di
milioni e milioni di piccoli investitori e di semplici lavoratori in
tutto il mondo, condannandoli alla fame ed alla miseria!
In altri termini, questo " nuovo ordine
globale" è costruito in modo tale da accrescere nel tempo le
già gravissime sperequazioni e disuguaglianze sociali e materiali
oggi esistenti, approfondendo il divario a forbice tra ricche
minoranze sempre più ricche e potenti, da un lato, e dall’altro
masse sempre più estese di poveri, destinate ad impoverirsi e
disumanizzarsi sempre di più.
Con l’avvento della cosiddetta "globalizzazione
economica", ossia con l’ascesa e l’espansione a livello
mondiale del mercato capitalistico, si è storicamente determinato
un metodo di distribuzione delle ricchezze planetarie sempre più
iniquo, irrazionale ed intollerabile per la stragrande maggioranza
delle donne e degli uomini della Terra, con conseguenze e costi
inimmaginabili per l’equilibrio e la distensione mondiali, vista
anche la tendenza demografica di natura esplosiva e destabilizzante
che si registra nella realtà abnorme di continenti come l’Africa
e l’Asia.
Sulla base del ragionamento fin qui sostenuto, si
può senza dubbio asserire che con l’atto terroristico e criminale
dell’11 settembre 2001, non abbiano nulla a che spartire, né la
causa arabo-palestinese, né le rivendicazioni dei diseredati della
Terra, né il fondamentalismo religioso di matrice islamica, né l’antiamericanismo
ideologico, né altre ragioni che sono senz’altro più nobili,
bensì soltanto il folle e spietato cinismo degli affari, l’arroganza
e la perversione di un sistema economico privo di moralità e di
ideali, l’avidità e la voracità di un capitalismo mondiale
scevro di umanità e sprovvisto di un minimo di razionalità etica,
mosso esclusivamente da una logica ferrea e feroce costituita dalle
ragioni del profitto e del business finanziario.
Si pensi, ad esempio, alla guerra in Iraq e alle
sue cause, siano esse ipotetiche, reali o dichiarate.
In quella tragica vicenda, la principale
"colpa" di Saddam Hussein non è stata tanto quella di
essere un dittatore feroce e sanguinario, come veniva sbandierato
dalla propaganda bellicista anglo-americana e come in effetti egli
è stato, bensì quella di aver convertito in euro, all’incirca
due anni e mezzo fa, ingenti riserve statali di petrodollari, un
"reato" assolutamente grave ed imperdonabile per i padroni
( pochi ) e per i servi (tantissimi ) dell’Impero monetario del
dollaro statunitense, il cui primato, quando viene meno la spinta
motrice dell’economia e della politica, viene sorretto e
rilanciato da una devastante forza militare!
Inoltre, non sono da sottovalutare le ragioni
connesse al controllo e al possesso delle risorse petrolifere e di
altre preziose materie prime di cui l’Iraq è uno dei principali
paesi produttori, nonché l’enorme importanza che l’Iraq riveste
per la sua centralità territoriale in un’area strategicamente
essenziale come quella del Golfo Persico, tra il Medio Oriente e l’Asia
centro-orientale. Per molti anni il regime tirannico di Saddam ha
costituito un fedele bastione dell’occidente a presidio di un’area
che nel lontano 1979 fu destabilizzata dalla rivoluzione khomeinista,
esercitando un ruolo funzionale agli obiettivi economico-politici
nordamericani.
Infatti, non si può fingere di non sapere che
Saddam è stato il principale alleato degli interessi imperiali
statunitensi ed un ottimo socio in affari della Casa Bianca, visto
che è più facile stringere patti scellerati e stipulare intese
economico-politiche di un certo tipo, ossia poco pulite e poco
lecite, con i regimi dittatoriali anziché con governi più
democratici.
Purtroppo per Saddam Hussein, quell’amicizia e
quel sodalizio sono definitivamente crollati allorquando il
famigerato dittatore ha firmato un accordo per la fornitura di
greggio iracheno – che, non dimentichiamolo, è il meno caro del
mondo, se si pensa che un litro di benzina in Iraq costa appena 10
lire! – a favore della Francia, della Russia e della Cina, e dall’intesa
sono rimasti esclusi proprio gli U.S.A., i quali si sono prontamente
vendicati, da "padroni del mondo" come essi si proclamano
e come pretendono di essere considerati!
In effetti, proprio dal momento in cui il primato
economico-militare nordamericano si è imposto rapidamente su scala
planetaria, grazie soprattutto al crollo del muro di Berlino e del
Patto di Varsavia, incentrato sul predominio sovietico, ovvero dal
1989 in poi, la crescente preponderanza dell’economia sulla
politica e sulle altre dimensioni della vita sociale degli uomini,
ha convinto gli stessi fautori e teorici della "globalizzazione"
ad impossessarsi degli strumenti di analisi e di indagine
scientifica che erano propri del pensiero marxista, allo scopo di
comprendere e controllare meglio i processi e le dinamiche, sempre
più vaste e complesse, di un’economia di mercato che si espande e
si afferma con velocità vertiginosa a livello globale.
Oggi, nessuna persona dotata di buon senso e di
onestà intellettuale, può dunque negare l’ignominiosa evidenza
di un mondo sempre più dominato da pochi operatori finanziari in
grado di determinare, o quantomeno di condizionare, in maniera
abietta e scellerata, le scelte politiche fondamentali per il
destino dell’intera umanità.
Alla luce dei recenti atti terroristici (che
purtroppo non hanno risparmiato i nostri connazionali) il periodo
del dopoguerra in Iraq si sta rivelando molto più funesto e
sanguinoso della fase propriamente bellica. Un conflitto che tanti
osservatori avevano giudicato una trionfale
"guerra-lampo", ma ora reputano un’operazione disastrosa
che rischia di evocare precedenti storici alquanto tragici e
luttuosi (si pensi all’intervento militare in Vietnam). Ciò
accredita la causa di quanti si sono opposti e si oppongono alla
dottrina strategica nordamericana della cosiddetta "guerra
globale permanente", dal Papa all’intero movimento pacifista
internazionale. E’ ormai facilmente intuibile che la principale
ragione per cui l’amministrazione Bush si ostina a presidiare il
territorio iracheno, a preservare in particolare i pozzi di
petrolio, è appunto la necessità strutturale, per le economie
neocapitaliste, specialmente per le oil-company dell’Impero
globale made in U.S.A., di controllare le risorse petrolifere e le
altre preziose materie prime di cui è assai ricca l’area del
Golfo Persico.
Se si pensa, ad esempio, che un litro di benzina
in Iraq costa appena 10 lire, mentre in Italia costa oltre 2000
lire, quantomeno 200 volte in più, si desume il motivo che induce
il governo nordamericano a stabilizzare le sue truppe in territorio
iracheno. In tal senso, se è vero che il popolo iracheno viene
brutalmente espropriato delle ingenti ricchezze naturali della
propria terra, è altresì vero che i popoli occidentali,
esattamente le masse dei consumatori di benzina e degli altri
derivati del petrolio, subiscono quotidianamente una gravissima
frode, un’estorsione legalmente autorizzata, senza alcuna
possibilità di tutela dei propri risparmi e dei propri diritti.
In altri termini, la politica guerrafondaia del
governo Bush è dettata dalla necessità di appropriarsi con
facilità del greggio iracheno, che è il meno caro del mondo ed è
anche il più abbondante visto che molti giacimenti petroliferi
iracheni non sono stati ancora sfruttati, mentre quelli dell’Arabia
Saudita, ad esempio, stanno progressivamente ed inevitabilmente
esaurendosi. Poiché gli Inglesi e gli Americani erano stati esclusi
dal contratto di fornitura del greggio iracheno, quando era ancora
in carica il regime genocida di Saddam che aveva deciso di
privilegiare i Francesi, i Russi e i Cinesi (ecco spiegata la
ragione dell’ostilità e della contrapposizione dei predetti Stati
all’intervento armato in Iraq!), Bush e Blair hanno deciso di
ricorrere alla forza bellica, confermando la validità della tesi
del celebre generale von Clausevitz secondo cui "la guerra è
la continuazione della politica con altri mezzi". Tale verità
è ulteriormente avvalorata dal fatto che il regime di Saddam è
stato per tanti anni il principale baluardo militare degli interessi
delle economie capitalistiche occidentali, contro la pericolosa
insidia islamico-integralista rappresentata dal regime iraniano dopo
l’avvento, nel 1979, della rivoluzione khomeinista. Da quel
momento in poi l’occidente capitalistico più sviluppato, con a
capo gli U.S.A., hanno prima propiziato l’ascesa politica di
Saddam Hussein, quindi hanno incessantemente finanziato, armato e
sostenuto il suo regime filo-occidentale e laico, ma dispotico e
criminale, con il quale gli uomini d’affari occidentali hanno
siglato i migliori contratti economici, anche perché è più
agevole accordarsi con i dittatori piuttosto che con governi più
democratici che devono dar conto ai loro Parlamenti e ai loro
popoli. Come tutti sanno, dal 1991 il "povero" Saddam è
caduto in disgrazia, e la famiglia Bush - prima il padre e poi il
figlio - ha intrapreso una vera e propria caccia all’uomo contro
il sanguinario tiranno, ricordandosi improvvisamente del
"sacro" valore dei diritti umani e delle libertà
democratiche che sono più "sacre" se sono in prossimità
dei pozzi petroliferi. Forse sarà utile ribadire che lo stesso
Saddam, molto prima della sua caduta, aveva deciso di convertire in
euro le ingenti riserve statali di petrodollari. Tale scelta, per il
governo yankee, ha costituito un reato di lesa maestà contro il
primato del re dollaro, un crimine molto più esecrabile e
riprovevole degli eccidi e delle stragi commesse contro Curdi e
Sciiti. La scellerata ed infausta decisione è costata a Saddam
Hussein e al suo regime, il tracollo a cui tutto il mondo ha
assistito. Nondimeno, la fine di Saddam e del suo potere non sembra
aver favorito la pace, né creato le condizioni più propizie per la
conclusione delle ostilità militari in un Paese già troppo
afflitto e martoriato. Al contrario, è ormai evidente una grave ed
insidiosa situazione di guerriglia e di terrore, il cui focolaio
rischia di divampare e di estendersi oltre l’Iraq, ovvero su scala
planetaria, senza risparmiare l’autodeterminazione e la pace di
nessun popolo presente sulla faccia della Terra.
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