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GLOBALIZZAZIONE E GUERRE
Geografia dei conflitti nel continente
africano
Alberto Sciortino da Terrelibere.it
Per capire le guerre in Africa occorre rivedere il concetto
stesso di conflitto: non scontro tra stati per il controllo del
territorio, né semplice riflesso di interessi strategici esterni.
Qui la guerra oppone soprattutto chi è armato e la popolazione
inerme. Una lettura dei conflitti come forma specifica della
globalizzazione, per il controllo delle risorse e la connessione ai
mercati internazionali
14-12-2003
Geografia dei conflitti nel continente africano
"Nelle regioni del mondo situate al margine dei grandi
mutamenti tecnologici contemporanei, la decostruzione materiale dei
quadri territoriali esistenti va di pari passo con la messa in opera
di un’economia della costrizione il cui obiettivo è la
distruzione pura e semplice delle popolazioni superflue e lo
sfruttamento delle risorse allo stato primario. Il funzionamento di
una tale economia – e la sua sostenibilità – è subordinato al
modo in cui si stabilisce la legge di ripartizione delle armi nelle
società considerate. In queste condizioni, la guerra in quanto
economia generale non oppone più necessariamente tra loro coloro
che dispongono di armi. Oppone, di preferenza, chi dispone di armi e
coloro che ne sono privi".
(A. Mbembe, in Le Monde Diplomatique, 11.99)
Premessa
Per capire i conflitti in corso in questi anni in Africa bisogna
rivedere il nostro concetto di conflitto. Se infatti pensiamo alla
guerra come a uno scontro tra due stati o comunque tra due entità
territorialmente organizzate, che configgono per il controllo di
porzioni di territorio, non riusciremo a capire quasi nulla di ciò
che accade in varie parti dell’Africa negli ultimi decenni. Allo
stesso modo non capiremmo nulla se volessimo applicare agli attuali
conflitti africani uno schema di lettura che faccia solo riferimento
(come ai tempi della guerra fredda) agli interessi strategici
esterni. L’ipotesi di lettura che invece io propongo si pone all’interno
delle definizione contenuta nella citazione iniziale: la guerra come
economia generale; la guerra come strategia che oppone soprattutto
chi è armato e la popolazione inerme. In questo senso credo si
possa dire che il sistema economico di guerra è il modo specifico
con il quale l’Africa partecipa ai processi di globalizzazione.
Parte prima
Tra il 1954 e il 1994 si sono contati in Africa 35 conflitti
maggiori, con circa 10 milioni di morti. Nel 1990 c’erano 30
conflitti aperti. Ad oggi ce ne sono 26, che coinvolgono una
trentina di paesi, ma in realtà il numero dipende da come li si
giudica. Di questi 26 infatti, 10 hanno registrato episodi violenti
recenti, 6 sono in corso ma senza scontri recenti e altri 10 sono da
considerare "quiescenti", cioè apparentemente chiusi, ma
le cui cause restano irrisolte. Ma, variando la definizione, può
variare la "contabilità": un rapporto del PNUD del 1994
indicava che "negli ultimi 3 anni" vi erano stati 82
conflitti, ma di questi ben 79 erano non delle classiche guerre
internazionali, bensì delle crisi originate all’interno di
singoli paesi, spesso per motivi economici.
La prima parte di questa relazione, che – inutile dirlo - non
pretende di avere rintracciato una spiegazione vera una volta e per
tutte sui conflitti del continente africano, sarà quindi di tipo
principalmente descrittivo e si pone sul piano della geopolitica.
La descrizione degli avvenimenti si rende necessaria soprattutto
per l’ovvia ragione che non sempre i conflitti in corso sul
continente africano generano un sufficiente flusso di informazioni
sui nostri media. Come tutti sappiamo accade spesso che alcuni
avvenimenti, alcune fasi particolari attirino l’attenzione dei
nostri mezzi di informazione per un periodo limitato per poi
scomparire completamente per lunghi periodi o venire dimenticati per
sempre.
Personalmente ricordo molto bene le immagini televisive (in
bianco e nero) della tragedia del Biafra dei primi anni sessanta,
quando ero bambino. Tuttavia mi rendo conto che la parola Biafra da
noi ha un qualche significato solo per quelli della mia generazione,
i bambini di allora la cui immaginazione veniva ferita dalla visione
di altri bambini, neri, con il ventre gonfio, che morivano per una
ragione che era impossibile capire. Quella del Biafra è una guerra
dimenticata, ma la sua memoria ci può aiutare a comprendere ciò
che sta avvenendo oggi nel paese che comprende la regione del
Biafra, che – a proposito – è la Nigeria.
Ma procediamo con ordine, seguendo un primo criterio meramente
geografico, percorrendo da nord a sud il continente.
MAROCCO – SAHARA – MAURITANIA - ALGERIA
In questo modo il primo conflitto irrisolto che incontriamo è
quello del Sahara occidentale. Pur volendo limitare questo panorama
all’Africa propriamente subsahariana, per non correre il rischio
di dover includere anche le grandi tematiche che derivano dal
prendere in considerazione l’insieme geopolitico
arabo-mediorientale, con tutto il suo enorme portato di attualità,
non possiamo fare a meno di citare i paesi dell’area
settentrionale, araba e mediterranea, per le influenze che gli
avvenimenti che li riguardano hanno sul resto del continente. Siamo
abituati a considerare Africa bianca e Africa nera come due entità
distinte dal punto di vista della geografia umana e della politica.
Molti elementi indicano invece che non è così: esiste tra i due
insiemi una compenetrazione di tipo umano e storico prima di tutto,
ma anche di tipo politico e militare d’attualità, che la
geopolitica non può ignorare.
Nel 1976 la Spagna si apprestava a lasciare il suo dominio
coloniale, uno degli ultimi che l’Europa deteneva ancora in
Africa, sul territorio detto appunto Sahara Spagnolo. Il governo
spagnolo (era appena caduta la dittatura franchista) decideva di
suddividere questo territorio in gran parte desertico tra i
confinanti Marocco e Mauritania. D’altra parte il Marocco aveva
già precostituito posizioni con la "marcia verde" del
1975 (dettata soprattutto dalla necessità di politica interna di
riunificate il paese contro un obiettivo esterno) con la quale
vennero occupati i principali centri della parte settentrionale del
Sahara spagnolo.
Una parte della popolazione locale si oppose a tale decisione e
costituì il Fronte detto Polisario (Fronte Popolare di Liberazione
del Sahara e del Rio de Oro), che proclamava l’indipendenza della
Repubblica Araba del Sahara Democratica (RASD) e iniziava la
resistenza armata. Tale resistenza, partiti gli spagnoli, si
trasformava in guerra contro gli eserciti del Marocco e della
Mauritania che invadevano il paese. I due paesi entravano anche in
conflitto tra loro: il Marocco, in nome di ragioni storiche che
risalgono a prima dell’epoca coloniale, esprimeva rivendicazioni
su una grande fetta del deserto meridionale, che l’avevano portato
nel 1960 a opporsi alla stessa indipendenza della Mauritania. Le
mire marocchine furono apertamente osteggiate e frenate dalla
Francia, che aveva ed ha interessi nello sfruttamento del ferro
mauritano, ma la povera Mauritania comunque non poté permettersi a
lungo tale conflitto e decise di ritirarsi già nel 1979. A seguito
di ciò, il Marocco invadeva l’intero territorio dell’ex Sahara
spagnolo.
Uscita dal conflitto la Mauritania, vi entrava invece l’Algeria,
che vedeva nella creazione di uno stato indipendente da lei protetto
in quella fascia di deserto costiero un modo per garantirsi uno
sbocco sull’Atlantico, utilissimo per l’avvio delle sue risorse
naturali sui mercati mondiali. È in Algeria che si stabiliscono i
profughi sahariani e quindi le basi logistiche della guerrilla,
causando una crisi diplomatica con il Marocco.
Nel 1986 sembra arrivare una svolta: Hassan II riceve i dirigenti
del Polisario e si giunge ad un accordo per un referendum sotto l’egida
dell’ONU sul futuro del Sahara. Ma, nonostante la RASD sia
riconosciuta da 71 stati e dall’OUA, il referendum non si terrà
mai, per la politica temporeggiatrice del Marocco che continua ad
insediare coloni nel territorio sahariano per acquisire consensi in
vista di questo referendum ormai ridotto ad un miraggio.
Nel 1989 viene creata l’Unione del Maghreb Arabo (UMA), ma
questo non favorisce la ripresa delle relazioni diplomatiche tra
Marocco e Algeria (che nel 1999 riafferma ancora il proprio appoggio
incondizionato all’indipendenza del Sahara), relazioni che saranno
riallacciate solo nel 2000 (ma la frontiera terreste resta chiusa).
In quello stesso anno, una nuova tornata di negoziati sulla
questione del Sahara si conclude senza risultati. Ancora nel 2002 il
Marocco riafferma la propria sovranità sul territorio sahariano e l’assenza
di scontri armati si spiega solo con la decisione unilaterale del
Fronte Polisario di abbandonare la lotta violenta, decisione
peraltro revocata di recente (al momento senza conseguenze).
MAROCCO - SPAGNA
Per quanto la cosa difficilmente avrà conseguenze militari, il
Marocco ha riaperto di recente il dossier delle rivendicazioni
territoriali con la Spagna (che com’è noto possiede ancora due
enclaves – Ceuta e Melilla – in territorio marocchino), con la
breve occupazione dell’isolotto di Perejil (Leila in arabo)
interrotta dalle truppe spagnole. Non è da escludere che – a
parte motivazioni nazionaliste rivolte alla politica interna –
alla base ci sia la decisione spagnola di autorizzare alla francese
TotalFinaElf e alla statunitense Kerr McGee prospezioni petrolifere
nelle acque tra il Sahara occidentale e le Canarie.
MAURITANIA - SENEGAL
Spostandoci un poco più a sud incontriamo il primo caso
rappresentativo delle possibili tensioni che derivano da quella
compenetrazione tra Africa bianca e Africa nera cui accennavo prima.
La Mauritania, il Mali, il Niger, il Ciad e il Sudan sono paesi
al cui interno passa la linea di demarcazione (per nulla netta e
definita) tra queste due entità. Tutti questi paesi in qualche modo
hanno subito conseguenze derivanti da questa condizione.
Nel 1989 la Mauritania ha assistito a un conflitto interno tra le
due comunità che si è subito trasformato in conflitto
internazionale con il confinante Senegal. La Mauritania infatti,
paese enorme di oltre 1 milione di kmq, è in buona parte un deserto
costellato da rare oasi e cittadine su quelle che un tempo erano le
piste carovaniere. Una ristretta fascia a sud del deserto è
costituita da una zona secca su cui la vegetazione cresce solo
durante la breve stagione delle piogge, ed è abitata per lo più da
pastori di origine araba o berbera. Infine, solo la vallata del
fiume Senegal, che fa da confine con il paese omonimo, è provvista
di terre coltivabili, e dal punto di vista sociale ed umano entra a
pieno titolo nell’Africa nera: la sua popolazione, pur essendo
musulmana come il resto del paese, non è di bianchi arabofoni, ma
di neri che parlano il peul (o pular) o il wolof. Ebbene nel 1989 le
due comunità, bianca e nera, presero a scontrarsi, ufficialmente
proprio per il controllo di quelle terre, che i pastori arabi
"bianchi" rivendicavano per le proprie attività, specie a
seguito di un periodo di intensa siccità che aveva ridotto la
portata nutritiva dei pascoli. L’accusa ai neri venne subito
riportata sul piano etnico e nazionalistico: si disse che le terre
erano occupate da "senegalesi", e in effetti era
perfettamente normale che a sfruttare le terre fosse una popolazione
che per sua natura era ed è transfrontaliera: spesso la stessa
famiglia ha componenti che abitano nei villaggi della riva nord del
fiume (che è mauritana) e altri in villaggi della riva sud (che è
senegalese), e persino parenti in Mali, l’altro paese che
condivide la valle e le acque del fiume.
Nel 1989 la caccia al "senegalese" organizzata dagli
"arabi", durante la quale decine di migliaia di persone
furono espulse verso il Senegal e alcune migliaia uccise, ebbe come
immediata risposta una caccia al mauritano organizzata in Senegal e
la rottura delle relazioni tra i due paesi. Le relazioni sono state
in seguito riprese (1992), ma il conflitto tra le due comunità
rimane latente (ed è ancora adoperato come argomento di politica
interna, anche se va registrato che non è entrato nel recente –
2003 – tentativo di golpe), anche a causa della permanenza di un
problema di profughi.
NIGER
Scontri si sono verificati in Niger nei primi anni ‘90 con i
Tuareg del Fronte di Liberazione dell’Air e dell’Azawak, che
rivendicano l’autonomia di queste regioni, con i quali si è
giunti ad un accordo di pace nel 1995. D’altra parte nel 1996 in
Niger c’è stato un colpo di stato. Nel 1997 si sono verificate
azioni violente di un movimento della minoranza toubou ai confini
con la Libia. Nel 1998 l’Unione delle Forze della Resistenza
Armata (tuareg e toubou) ha completato il proprio disarmo e il
Frante Democratico Rivoluzionario (toubou) ha sottoscritto un
cessate il fuoco, che ha consentito il ritorno di profughi stanziati
in Algeria. Ma un altro colpo di stato, nel 1999, a seguito del
quale si è insediato un governo civile, ha rinnovato una situazione
di instabilità nella quale l’applicazione degli accordi coi i
Touareg è ancora in buona parte ipotetica. Disordini proseguono al
nord e proseguono le azioni della dissidenza toubou.
Due altri dossier si sono aperti intanto in Niger. Da un lato
quello religioso: nel quadro del crescente antagonismo tra islam e
altre confessioni vissuto da tutti paesi del sahel, scontri si sono
verificati a Niamey nel 2000. Sempre nel 2000 si è riaperta la
contesa di frontiera, anche con episodi violenti, tra Niger e Benin
su alcune isole del fiume Niger, nonostante un accordo che risale al
1965.
MALI
In Mali, invece, un analogo conflitto con i Tuareg sembra essere
stato formalmente risolto da un accordo del 1992, che riconosce uno
status particolare al nord tuareg (anche se profughi tuareg dal Mali
hanno continuato a fuggire in Burkina, ancora nel 1995). Il governo
ha comunque posto fine alle violenze perpetrate contro i tuareg da
un movimento di etnia songhai. Anche se episodi di violenza si sono
registrati nelle regioni settentrionali ancora nel 2000 e nel 2001,
il governo presenta come prova della risoluzione del problema l’avvenuta
consegna delle armi da parte dei movimenti tuareg.
Un problema tuareg, che si esprime più che altro come
banditismo, esiste anche in Mauritania.
CIAD - LIBIA
La divisione coloniale delle frontiere aveva tagliato in due
alcune popolazioni, tra cui l’ordine musulmano della Senussiya,
artefice principale della resistenza all’occupazione della Libia
da parte dell’Italia fascista. Nel 1973 la Libia di Gheddafi
occupò la cosiddetta fascia di Aouzou, territorio assegnato al
Ciad. Fino al 1976 né la Francia, protettrice del Ciad, né lo
stesso Ciad ritennero di dover reagire (si tratta di una zona
desertica). Ma a un certo punto nello scontro entra il tentativo
delle potenze occidentali, con in testa gli USA, di abbattere
Gheddafi. Uno degli strumenti per farlo è l’appoggio al regine
ciadiano. La Libia da parte sua fomenta l’opposizione interna del
Ciad.
In Ciad, dove ribellione armate si susseguono dal 1965, la
Francia aveva aiutato il presidente Hissène Habré ad arrivare al
potere, poi l’aveva sostenuto in uno scontro interno del 1983
contro oppositori sostenuti dalla Libia. Nel corso degli anni ’80
anche la CIA lo aveva aiutato, in un contesto internazionale che
vedeva svolgersi l’attacco militare alla caserma di Tripoli (1984)
e il bombardamento di Tripoli da parte dell’aviazione statunitense
(1986: come si ricorderà la crisi internazionale USA-Libia a un
certo punto aveva coinvolto anche l’Italia, che pure aveva sempre
lasciato aperti i canali diplomatici con Tripoli, e determinato l’esplosione
di alcuni missili libici al largo di Lampedusa). Ma dal dicembre
1990 la Francia non sostiene più Habré (è cambiato il clima dopo
la fine della guerra fredda?) e quindi l’opposizione interna lo
sostituisce con Idriss Déby. Nonostante sia quindi giunto al potere
con le armi libiche, Déby non concede nulla alla Libia sulla
contesa relativa alla fascia di Aouzou, che invece sottopone alla
Corte internazionale dell’Aja, la quale infine da ragione al Ciad
(1994). Il conflitto sembra così risolto: una riconciliazione
definitiva, con l’apertura della frontiera, è stata sottoscritta
nel 1999.
CIAD
Nello stesso 1994 il Ciad raggiunge un accordo di pace con il
movimento ribelle interno (Fronte Nazionale del Ciad). Ma la contesa
resta aperta, con sporadiche violenze "autonomiste"
(1995-6) nella zona del lago e nel sud, dove il problema è
complicato da interessi petroliferi del governo centrale e di
imprese statunitensi e francesi. Nel 1997 è stato firmato un
accordo di riconciliazione con i guerriglieri federalisti del sud,
seguito da un altro nel 1998. Questi accordi non hanno impedito l’apertura
di un nuovo fronte nella zona del Tibesti con scontri con il
Movimento per la Democrazia e la Giustizia in Ciad, guidato da un ex
ministro, a composizione essenzialmente toubou, i cui successi
militari, ripetutisi nel 1999, hanno avuto anche il favore degli
altri movimenti armati. Nel 2000 i movimenti armati, spesso guidati
da ex politici di regime, si sono alleati, mentre le truppe francesi
si sono una volta tanto tenute neutrali. Ancora scontri nel 2001 e
2002.
La situazione di insicurezza ha indotto gli investitori
internazionali (Shell e Elf-Aquitaine) a ritirarsi dalla regione
petrolifera di Doba e la Banca Europea per gli Investimenti a
ritirare il proprio finanziamento. Ma un cartello dei finanziatori
è stato ricostituito su iniziativa della Banca Mondiale nel 2000 (Exxon,
Chevron, Petronas) e i primi ricavi per il governo ciadiano sono
stai destinati… al ministero della difesa.
Di recente (2001-2002) sono sorte tensioni di frontiera tra il
Ciad e la Repubblica Centrafricana, che si accusano vicendevolmente
di proteggere oppositori.
SUDAN
Da decenni esiste una resistenza armata di tipo autonomistico nel
sud sudanese, zona abitata da popolazioni nere, in contrasto con gli
arabi bianchi musulmani che detengono il potere a Khartum.
Un tempo sostenuta dall’Etiopia, nel 1991, a seguito della
caduta di Menghistu, questa opposizione armata del sud ha perso le
sue basi in questo paese ed è stata costretta a rifugiarsi in
Kenya. In cambio, il Sudan ha cessato il proprio appoggio all’opposizione
liberale etiope basata in Sudan. In compenso è la neonata Eritrea
(1993) che si è intromessa adesso nella lotta tra Khartum e i
ribelli, sostenendo questi ultimi, con la speranza di ottenere in
tal modo appoggio dagli USA, che adesso hanno dichiarato il Sudan
proprio nemico (dopo averlo usato come base per destabilizzare l’Etiopia
di Menghistu).
Nel 1996 si è giunti ad un accordo tra il governo e varie
fazioni ribelli, ma non col il SPLA, la fazione più importante,
mentre l’ONU ha imposto sanzioni al paese. L’avanzata dei
ribelli è ripresa nel 1997 con il sostegno dell’Eritrea, mentre
il governo non può più contare sul supporto del deposto dittatore
congolese Mobutu, deposto, per interventi alle frontiere. Nel 1999
è stato proclamato lo stato d’emergenza. La guerra tocca ormai le
regioni di Equatoria, Monti Nuba, Nilo Blu e Est sudanese (confine
con l’Eritrea). Nel 2001, a seguito di un’offensiva governativa,
dopo il fallimento di ulteriori colloqui, nuove ondate di profughi
si sono riversate verso Kenya e Uganda. I negoziati sono ripresi nel
2002. Dal 1983 la guerra del sud Sudan avrebbe fatto oltre un
milione di morti e 4 milioni e mezzo di profughi.
Schierato a fianco dell’ex nemico etiope nella guerra con l’Eritrea,
il Sudan è uscito dall’isolamento internazionale (ripresa
rapporti con la UE, la Francia, la Gran Bretagna e l’Italia)
soprattutto grazie ai contratti di sfruttamento petrolifero concessi
nel sud, che hanno fornito nuove entrate al governo. Per assicurare
tali contratti, il governo ha ripetutamente bombardato alcune zone
del sud, che sono state totalmente svuotate delle popolazioni. In
questo contesto l’Eritrea ha sostenuto anche con azioni anche
militari i ribelli sudanesi del sud.
Mentre nel 1998 gli Stati Uniti hanno accusato il Sudan (e l’Afghanistan)
di essere dietro gli attentati alle ambasciate statunitensi di
Nairobi e Dar es-Salam, dopo l’11 settembre il Sudan ha ripreso i
rapporti con gli USA che non appoggiano l’opzione autonomista dei
movimenti del sud, ma che hanno chiesto in segno di buona volontà
al governo di Khartum il cessate il fuoco nel sud. Ma questa
richiesta non ha avuto seguito, anzi una forte offensiva governativa
si è dispiegata nella primavera 2002.
L’instabilità nel sud del Sudan si è trasmessa all’Uganda
per esplicita scelta del governo sudanese il quale, convinto che l’Uganda
dia rifugio e sostegno ai ribelli, ha cominciato a sostenere a sua
volta movimenti autonomistici più o meno inventati nel nord e nell’ovest
dell’Uganda (ne riparleremo più oltre).
EGITTO – SUDAN
C’è tra questi due paesi un conflitto irrisolto per la zona di
Halaib, sul mar Rosso, che infatti spesso si vede indicata con due
frontiere nelle carte. E’ possibile che nella zona vi sia petrolio
e quindi, anche se non si sono registrati episodi di guerra aperta,
la questione non può essere chiusa.
Nella guerra del golfo contro l’Iraq (1991), il Sudan
(governato dagli "islamismi") è stato a fianco dell’Iraq,
e questo ha acuito le tensioni con l’Egitto, che invece stava nel
fronte degli arabi "moderati" (cioè di fatto con gli
USA). Per l’Egitto, il Sudan è una strategica riserva di acqua,
un granaio e un’area da tenere sotto controllo per l’influenza
che ai due lati della frontiera hanno le "fratellanze"
islamiche (la setta Khatmiya ha ad esempio 12 milioni di aderenti
dalla due parti). L’Egitto inoltre spera in una risoluzione del
conflitto del sud sudanese per realizzare alcune opere sull’alto
Nilo a vantaggio della propria agricoltura.
SENEGAL – CASAMANCE
C’è un conflitto africano che per essere descritto necessita
che si parta dal 1578. In quell’anno le mire portoghesi di
conquista del Marocco si infransero definitivamente nella battaglia
di Oued el-Kabir, dove lo stesso re portoghese perse la vita. Di
questa morte e di quella sconfitta approfittò la Spagna per
invadere il Portogallo e dominarlo per 60 anni. Ma il Portogallo
aveva anche le colonie, che non sempre seguirono la sorte della
madrepatria. Uno dei reali di Lisbona fuggì in Inghilterra, paese
alleato, e in cambio della protezione inglese cedette alla corona di
Londra i "propri" diritti su alcune basi alla foce del
fiume Gambia, diritti invero più immaginati che reali, ma che
fecero sì che nella successiva spartizione coloniale dell’Africa
si incuneasse tra i territori francesi del Senegal e della valle del
Casamance una zona di interesse inglese. Al momento della
decolonizzazione, mentre Senegal e Casamance venivano unificati
nello stato senegalese, il Gambia – anglofono – faceva stato a
sé.
Tutto questo per spiegare la strana conformazione dei confini
attuali, che costituisce una delle argomentazioni del movimento
indipendentista della Casamance. Questa regione, malamente collegata
al resto del paese, ne costituisce la regione più ricca in risorse
agricole e con grosse potenzialità nel turismo e nella pesca.
Queste ricchezze non hanno mancato di attirare insediamenti di
senegalesi di altre regioni, specie quando, ed è il caso degli anni
’80, le altre regioni sono state vittima di ondate di siccità. A
partire dagli anni ’70 le infrastrutture di trasporto, turismo e
pesca sono state sviluppate a vantaggio di popolazioni ed interessi
economici provenienti da altre parti del paese o addirittura dall’estero.
Il risultato è che dal 1982 la zona è teatro di scontri,
ripetutisi fino al 1997, che hanno preso la forma di un movimento
indipendentista dell’etnia dioula contro il centralismo dello
stato senegalese, anche se la distinzione tra il vero e proprio
movimento ribelle e il semplice banditismo non è sempre chiara. Gli
Stati Uniti e la Francia, "protettori" del governo
senegalese, sono intervenuti a sostegno della repressione con aiuti,
tanto che si può affermare che il conflitto è a costo zero per lo
stato senegalese. Nel 2001 è stato sottoscritto tra il governo
senegalese e i ribelli della Casamance un accordo di pace.
Un risvolto internazionale di questo conflitto sta nel fatto che
i ribelli hanno basi in Guinea Bissau, cosa che ha indotto nel 1998
l’esercito senegalese a intervenire a Bissau in difesa del governo
locale, contro una ribellione ritenuta legata al Movimento delle
Forze Democratiche di Casamance.
LIBERIA
Anche se le tre crisi sono fortemente intrecciate (nelle cause e
negli avvenimenti) cerchiamo di tracciare separatamente il corso
degli eventi in Liberia, Sierra Leone e Guinea Conakry.
Dal 1980 la Liberia è stata sotto la dittatura di Samuel Doé,
il cui regime autoritario era ampiamente sostenuto dagli Stati
Uniti. Nelle regioni orientali si è sviluppata dal 1989 una
guerriglia di contestazione che ha preso la forma della
rivendicazione etnica delle popolazioni dan/gyo, e che si è
organizzata nel Fronte Nazionale Patriottico Liberiano (FNPL)
guidato da Charles Taylor. Uno dei centri su cui si è articolato lo
scontro sin dall’inizio sono le miniere di ferro dei monti Nimba,
ma ben presto la guerra si concentra sulle piantagioni di alberi da
gomma e soprattutto sulle miniere di diamanti.
Nel 1990 è stata costituita una forza di interposizione per
iniziativa della Comunità Economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest
(CEDEAO, o Ecowas in sigla anglofona)[1], con un contingente (Ecomog)
che vede al suo interno un ruolo prevalente della Nigeria. C’è
chi parla a tal proposito di inizio della capacità degli africani
di regolare le proprie questioni senza fare ricorso agli interventi
esterni, ma – a parte l’incapacità di fatto della forza di
frenare il conflitto - non si può non sottolineare come la stessa
Nigeria abbia interessi politici e di egemonia regionale che la
spingono al ruolo attivo. Di fatto l’Ecomog blocca Taylor alle
porte di Monrovia (e quindi non svolge un ruolo neutrale).
Nello stesso 1990 Samuel Doé viene assassinato. Vari
"presidenti" si autoproclamano al suo posto: uno di questi
è Taylor, sostenuto dalla Costa d’Avorio (all’epoca ancora
governata dal "padre padrone" dell’indipendenza
Houphouet-Boigny, che aveva già tentato di sostenere un golpe
contro Doé) e dal Burkina Faso di Blaise Compaorè[2]. L’appoggio
del Burkina porta a Taylor anche quello della Libia (mentre Doé su
pressione statunitense aveva espulso i consiglieri militari libici e
accolto quelli israeliani). Il Ghana[3] sostiene altri oppositori di
Doé che non si pongono nel campo filo statunitense. La Nigeria e la
Guinea Conakry, che stavano a fianco di Doé, e che adesso tentano
di usare l’Ecomog per bloccare l’avanzata di Taylor sostengono
un ulteriore candidato. Dietro di loro, gli Stati Uniti (sono loro
che incitano la Nigeria a costituire l’Ecomog, cui partecipano il
Ghana, la Guinea, il Gambia e la Sierra Leone).
Dal 1991 nasce un nuovo movimento all’ovest, l’ULIMO (Mov.
Unito di Liberazione per la Democrazia), che destabilizza… la
Sierra Leone. Un nuovo conflitto nasce così in Sierra Leone (vedi
sotto). Al sud della Libera nasce una nuova fazione ribelle, il
Liberian Peace Council, e ancora un’altra al confine guineano (Lopa
Defence Force), determinando un nuovo punto di crisi in quest’ultimo
paese (vedi ancora sotto). Alcuni scontri si estendono alla Costa d’Avorio,
le cui regioni orientali sono abitate da etnie transfrontaliere (una
delle quali è l’etnia di provenienza dell’ex dittatore Doé, un’altra
quella a cui si appoggia Taylor). Contro tutte queste fazioni, l’Ecomog
insedia un governo provvisorio. Un flusso di oltre 650.000 profughi
liberiani si dirige per lo più verso la Guinea e la Costa d’Avorio.
Nel 1993 è sottoscritto un accordo di pace per la Liberia., seguito
da un tentativo di golpe nel 1994. Un cessate il fuoco del 1995 non
è rispettato, anzi i combattimenti si intensificano per tutto il
1996.
Nel 1997 in Liberia si tengono finalmente elezioni: Taylor viene
eletto presidente, ma inizia lo scontro con una fazione ribelle,
mentre le forze di Taylor, adesso esercito regolare, continuano a
saccheggiare la popolazione.
Nel 2001, mentre il conflitto liberiano si è ormai esteso
apertamente alla Guinea Conakry, l’ONU impone sanzioni alla
Liberia (governo Taylor) per il suo sostegno al RUF della Sierra
Leone. Nella stessa Liberia gli scontri proseguono e il presidente
Taylor ne accusa la Guinea e la Gran Bretagna. Un accordo di pace
generale per l’area Sierra Leone – Liberia – Guinea Conakry è
sottoscritto con la mediazione del Marocco nel 2002. Nel 2003, con
la fuga di Taylor, la situazione in Liberia si è nuovamente
ribaltata, mentre nelle campagne i gruppi armati continuano ad
operare.
SIERRA LEONE
Apertamente stimolato dalle fazioni in lotta in Liberia (e in
particolare dal FNPL di Taylor, il conflitto che inizia in Sierra
Leone nel 1991 genera ondate di profughi verso la Guinea e la stessa
Liberia. Anche se lo scontro prende la forma di guerra di etnie;
alla base vi è la disgregazione delle strutture statali dovuta all’assoluta
mancanza di risorse, conseguenza della crisi economica. La fazione
principale è il Fronte Rivoluzionario Unito (RUF), sostenuto dal
FNPL. A fianco del governo della Sierra Leone si schiera invece la
Guinea Conakry. Il RUF professa una vaga idea socialista, ma in
realtà l’unica molla che spinge molti giovani ad aderire è la
fame. I soldati regolari disertano. I capi della guerriglia
combattono per il controllo dei diamanti, con i quali pagano anche
mercenari dall’Ucraina o dal Sudafrica e le armi.
Nell’aprile 1992 in Sierra Leone un golpe sostituisce militari
con altri militari, ma questo non frena la guerra per bande. Il RUF
riesce ad isolare la zona diamantifera e toglierla al controllo del
governo di Freetown. Nel resto del paese prolifera il crimine e si
acuisce il fenomeno dei bambini soldato. Del resto l’esercito
"regolare" non è da meno, facendo ampio uso di mercenari
(persino nepalesi), finanziandosi con i saccheggi, e rivolgendosi
per certi servizi a società private di protezione di origine
sudafricana.
Nel 1995 la guerriglia del RUF si intensifica e l’anno dopo un
nuovo golpe militare sostituisce la giunta al potere.
Successivamente si tengono elezioni e un nuovo golpe nel 1997: il
presidente civile fugge in Guinea, mentre il RUF partecipa al
governo militare. Con gli accordi di Conakry l’esercito
restituisce il potere ai civili ed è posto sotto controllo dell’Ecomog.
Quest’ultima nel 1998 occupa Freetown e arresta i leaders del
RUF, scatenando una violenta reazione dei ribelli, che l’anno
successivo attuano una forte offensiva. Con gli accordi di Lomé si
sottoscrive la pace in cambio di una amnistia; il RUF entra nel
governo, ma la violenza è ormai endemica. Nel 2000 il RUF della
Sierra Leone prende in ostaggio 500 caschi blu che sono liberati per
la mediazione del presidente liberiano Taylor. Nella crisi entra
attivamente un contingente britannico (di fatto a sostegno del
governo della Sierra Leone). I leader del RUF sono arrestati.
Mentre paradossalmente l’Ecowas nomina proprio Taylor (il
"padrino" politico del RUF della Sierra Leone) come
mediatore nel conflitto della Sierra Leone, nel 2001 l’ONU impone
sanzioni alla Liberia proprio per il suo sostegno al RUF. Un
offensiva del governo della Sierra Leone contro ribelli è sostenuta
anche dalla Guinea Conakry.
Dopo gli accordi del 2002, in occasione delle elezioni dello
stesso anno, il RUF si è trasformato in movimento politico,
dimostrando peraltro di non avere seguito.
GUINEA CONAKRY
A causa degli scontri nelle zone di confine, anche in Guinea
intanto la politica interna si polarizza intorno a sostenitori e
oppositori della ribellione liberiana di Taylor. Nel 2000 questa
polarizzazione si trasforma in conflitto aperto: l’esercito
regolare si scontra con i ribelli del RFGD. Le due parti sono
sostenute rispettivamente dal governo della Sierra Leone e dall’opposizione
Liberiana (con il governo guineano); dal governo liberiano e dall’opposizione
della Sierra Leone (con il RFGD).
Da parte sua la Guinea ha utilizzato l’opposizione a Taylor,
inviso agli Stati Uniti, per ottenere accordi economici con gli USA,
proprio mentre UE e FMI rimettevano in discussione la propria
cooperazione a causa delle forti illegalità politiche del governo
guineano. Nel 2002 anche la situazione guineana è rientrata nell’accordo
generale per i tre paesi.
COSTA D’AVORIO
Considerato per decenni uno dei paesi più stabili dell’intero
continente, a partire dal 1999 è stato scosso da una serie di colpi
di stato e di tentativi di colpi di stato che hanno lasciato una
situazione di instabilità generalizzata e alcune province sotto il
controllo di gruppi ribelli, a volte in contatto con analoghi gruppi
della confinante Liberia.
Nel 1999 il governo di Konan Bedié, successore designato del
padre dell’indipendenza Houphouët-Boigny, in un clima di
crescente tensione sulla questione della "ivorianità" (su
cui torneremo) è stato abbattuto dal colpo di stato del generale
Gueï. Un altro tentativo di colpo di stato nel 2000 è stato
seguito da elezioni, nelle quali si è impedita la partecipazione ad
alcuni candidati sulla base della nascita non ivoriana. Le violenze
sono proseguite soprattutto nel nord ovest del paese, e hanno
assunto l’aspetto di "caccia allo straniero". La
Francia, intervenuta per difendere i cittadini europei, è stata
accusata di difendere in realtà il governo. Nel settembre 2002 un
nuovo tentativo di golpe ha riacceso la tensione. Inoltre, come già
ricordato, il paese è stato coinvolto anche nel conflitto
liberiano, a causa delle tensioni che questo ha generato tra
popolazioni che vivono da entrambe le parti della frontiera.
Dopo che accordi di pace firmati in Francia nel gennaio 2003 non
sono stati rispettati, di recente (novembre 2003) un ulteriore
tentativo di mediazione dei paesi dell’Ecowas si è rivelato
fallimentare, mentre i ribelli, riuniti nel "cartello Forze
Nuove", si sono ritirati dal governo di unità nazionale
costituito nell’ambito di quegli accordi. Queste forza, che
controllano il nord del paese, hanno ripreso a parlare della
necessità di separare il paese, rendendo il nord indipendente.
NIGERIA
Nella regione del delta del Niger varie popolazioni (gli Ogoni,
gli Ijaws, gli Itsakiris, gli Urhobos) si scontrano tra loro, con lo
stato nigeriano e soprattutto con il potere delle multinazionali del
petrolio, in un conflitto "a bassa intensità". Attentati
alle strutture petrolifere del delta del fiume Niger si sono
verificati nel 1998, ma in realtà finora i danni alla produzione e
ai profitti petrolieri non sono stati particolarmente rilevanti,
visto il carattere off-shore di buona parte della produzione.
Nelle regioni dell’est si sono verificati scontri nel 1992. Le
elezioni del 1993 hanno visto un intervento dell’esercito. Gli
scontri con gli Ogoni hanno avuto un aggravamento nel 1995, anno in
cui il regime ha condannato a morte i leader del movimento (tra cui
lo scrittore Ken Saro-Wiwa). Nel 1999 la città di Lagos è stata
teatro di scontri tra haussa e yoruba e scontri sono proseguiti,
nonostante l’avvento di un regime più "democratico" con
le minoranze delle zone petrolifere (in particolare gli Ijaws) che
reclamano una migliore distribuzione dei profitti, oltre che un
risarcimento dei danni ambientali provocati dalle infrastrutture
petrolifere. Nel 2000 l’applicazione della sharia ha causato
scontri nello stato di Kadana, che sono proseguiti nel 2001. Scontri
"etnici" si sono verificati nel 2001 negli stati di
Nasarawa, Benue e Plateau.
CAMERUN
La prima questione che riguarda questo paese sembra essere
soprattutto una crisi interna, che trova le sue radici nella
definizione coloniale e postcoloniale delle frontiere. Dalla fase
dello "scrambling" (termine con cui si indica la
spartizione dell’Africa tra gli europei negli ultimi decenni dell’800)
alla prima guerra mondiale, il Camerun fu zona di interesse e poi
colonia tedesca. La vita delle colonie tedesche terminò appunto con
la guerra e nel 1922 quello che i portoghesi avevano chiamato
"paese dei gamberi" (Camarões) viene suddiviso dalla
Società delle Nazioni tra una zona di influenza britannica, di
fatto amministrata dalla colonia britannica della Nigeria, e una
zona di influenza francese, annessa all’Africa centrale francese.
Al momento dell’indipendenza una serie di referendum sancì l’unificazione
di questo paese (tranne una piccola zona settentrionale che scelse l’annessione
alla Nigeria), che è rimasto bilingue e ha visto svilupparsi al suo
interno alcuni contrasti tra le comunità "anglofone" e
quelle "francofone". Ad oggi, nelle regione occidentali
operano movimenti separatisti e autonomisti, che nel 1997 hanno
tentato senza successo un’insurrezione armata.
NIGERIA - CAMERUN
In questi contrasti non si sarebbero inseriti interessi stranieri
se non per una seconda questione: il petrolio. La penisola di
Bakassi viene a causa del petrolio contesa tra Camerun e Nigeria. Un
conflitto di frontiera si è verificato per questa ragione nel
1994-5. Nel 1995 il Camerun si è rivolto alla corte dell’Aja. Nel
1996, nonostante un accordo, gli scontri sono proseguiti. La
questione è ancora aperta.
REPUBBLICA CENTRAFRICANA
È un paese strutturalmente instabile, teatro di una continua
lotta per il potere.
Il paese ha ospitato fino al 2000 basi militari francesi che
insieme a quelle del Senegal, del Gabon e di Gibuti hanno costituito
l’ossatura del sistema d’intervento francese nel continente. E’
quindi la Francia che sostiene negli anni ’70 il dittatore Bokassa[4]
e nel 1979 è la Francia stessa che lo sostituisce. Per tutti i 10
anni seguenti un consigliere francese sarà attivo presso la
presidenza e nel 1993 si svolgono elezioni la cui logistica è
assicurata dall’esercito francese. Ancora nel 1996 la Francia
interviene militarmente per salvare la presidenza di Patassé (già
ministro di Bokassa) da una rivolta militare inizialmente nata per
ragioni economiche.
Nel 1997 sono proseguiti gli scontri e l’instabilità è stata
accentuata dagli avvenimenti militari vissuti dai vicini Congo
Kinshasa e Congo Brazzaville, che hanno messo in crisi la sicurezza
dell’asse fluviale Obangui-Congo, una delle poche finestre verso l’esterno
della Repubblica Centrafricana. Nel 2001 un tentativo di golpe è
stato violentemente represso, con il sostegno di truppe libiche e
dei ribelli (filo-ugandesi) del nord della Repubblica Democratica
del Congo. La repressione ha assunto la forma di persecuzione dell’etnia
yakoma.
CORNO D’AFRICA (ETIOPIA – ERITREA – GIBUTI – SOMALIA)
Si tratta indubbiamente di una delle aree calde del continente.
Se consideriamo tutti i tipi di crisi militare e di sicurezza, anche
di derivazione interna, dal 1945 al 2000 l’Etiopia è stata
interessata da 15 conflitti, l’Eritrea (che esiste dal 1993!) in 7
e la Somalia in 9.[5]
Le questioni principali che si intrecciano nei seguenti
avvenimenti sono: la lotta per l’indipendenza dell’Eritrea, lo
smembramento della Somalia, le resistenza anti-amhara[6] delle
popolazioni del sud Etiopia.
L’indipendenza dell’Eritrea
La questione dell’Eritrea si pose già all’indomani della
seconda guerra mondiale, quando l’ex colonia italiana venne data
in gestione all’Etiopia di Hailé Selassie, campione della lotta
al colonialismo italiano. In teoria il mandato etiope non
contemplava l’annessione, ma questa avvenne di fatto, mettendo
fine ad ogni ipotesi di stato indipendente o anche di provincia
autonoma: l’Etiopia aveva ed ha estremo bisogno dei porti eritrei,
unico suo sbocco al mare.
Quando Hailé Selassie fu ucciso e sostituito dal regime
filosocialista del Derg, sembrò che ci fosse uno spiraglio di
apertura per l’autonomia eritrea, ma il presidente etiope Aman
Andom, che era egli stesso un eritreo, fu ucciso a sua volta e
sostituito nel 1974 dal maresciallo Menghistu, che rappresentava l’ala
militarista e nazionalista del Derg. Una volta avviata l’alleanza
strategica con l’URSS, con il suo appoggio l’Etiopia respinse a
lungo gli attacchi del fronte di liberazione eritreo. Quest’ultimo
riceveva invece appoggio da alcuni paesi arabi, che cercavano in tal
modo di riaffermare la propria influenza sull’area del Mar Rosso,
in particolare l’Arabia Saudita.
Nella guerra del golfo contro l’Iraq del 1991, l’Etiopia di
Menghistu sceglie la coalizione anti-irakena e guadagna in tal modo
il favore dei sauditi, che smettono di appoggiare gli eritrei, i
quali invece si schierano con l’Iraq.
Nell’estate del 1991 (in clima di disgelo della guerra fredda)
cade anche Menghistu, sconfitto dall’alleanza tra eritrei e
tigrini. Il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai va al potere
ad Addis Abeba (vedi oltre) e nel 1993 un referendum sancisce
finalmente l’indipendenza dell’Eritrea, ponendo fine al più
antico conflitto del continente nel dopoguerra (era in corso dal
1961).
SOMALIA - ETIOPIA
Nella prima fase della guerra fredda l’alleato principale dell’URSS
nella zona era la Somalia, che, forte di questa alleanza, decise di
attaccare il sud dell’Etiopia, dove popolazioni somale convivevano
in modo conflittuale con gli Oromo, a loro volta sempre in contrasto
con il regime di Addis Abeba (vedi oltre). Tuttavia, un improvviso
cambio di politica estera dell’URSS portò Mosca ad abbandonare l’alleato
somalo e sostenere il governo del Derg etiope, fino a determinare la
sconfitta della Somalia.[7] Nel 1988 è stato sottoscritto un
accordo di pace tra i due paesi, ma la situazione è stata rimessa
in discussione dal precipitare della crisi somala, sia per il
carattere tranfrontaliero del popolo somalo, sia per i tentativi di
ingerenza etiope nel conflitto somalo. Molti somali sono nel
frattempo sono fuggiti nell’Ogaden etiope che Addis Abeba non
controlla.
SOMALIA
Nel 1991 in Somalia cade il regime di Siad Barre, sostenuto
diplomaticamente fino all’ultimo dall’Italia. Il Somaliland (ex
Somalia britannica), dove è attivo l’indipendentismo degli Issak,
che conta su finanziamenti della diaspora (emigrati nel Golfo, nello
Yemen e in Arabia) ne approfitta per dichiararsi indipendente (ma
non ottiene alcun riconoscimento internazionale).
Nel resto del territorio della Somalia del dopo Barre, si
scontrano vari movimenti. Il 1992-3 è l’anno dell’operazione
internazionale "Restore Hope", che si risolve nel
fallimento che tutti ricordiamo: il paese piomba nella totale guerra
per bande. Nel 1993 l’ex Somalia è divisa in 8 regioni "claniche"
e circa un milione di profughi si trovano fuori dal paese. Dopo il
fallimento della mediazione internazionale, il governo somalo
(generale Aidid) è riconosciuto solo dalla Libia.
Nel 1998 l’esempio del Somaliland è seguito di fatto dal
Puntland, anche senza una dichiarazione formale di indipendenza. L’anno
successivo anche il Bay e il Baqool prendono la stessa strada,
tirandosi fuori dalla contesa per il controllo della ormai
inesistente struttura statale di Mogadiscio. In tal modo circa i 2/3
della Somalia è ormai "pacificata", lontano dagli sforzi
della comunità internazionale che insiste per un’unità nazionale
che di fatto consente il proseguimento della lotta per il potere. Se
una fazione dovesse prevalere a Mogadiscio sarebbe immediatamente
tentata di ristabilire il proprio controllo sull’intero territorio
dell’ex Somalia, riaprendo i conflitti con le regioni oggi
pacificate.
Nel 1999 in Somalia riprendono gli scontri, tra fazioni armate
anche da Eritrea, Etiopia e Libia. Mentre Bay e Baqool vengono
ricoinvolti nella guerra, una conferenza di riconciliazione
nazionale viene aperta nel 2000 (con il sostegno diplomatico della
Lega Araba, dell’OUA e dell’Italia), a seguito della quale viene
costituito il primo governo dopo 10 anni, che però non controlla
buona parte del territorio.
GIBUTI
Nel 1992 sorge un movimento ribelle armato tra la minoranza Afar
di Gibuti, soprattutto a causa della situazione sociale esplosiva.
Il governo di Gibuti si regge soprattutto sull’appoggio della
Francia, che contribuisce al 60% del PNL. Il movimento si rifornisce
di armi nei depositi abbandonati dall’esercito di Menghistu in
fuga davanti all’avanzata eritrea. Nella lotta a questa minoranza,
il governo di Gibuti gode dell’appoggio militare dell’Etiopia.
Invece le relazioni tra Eritrea e Gibuti sono interrotte nel 1998
a causa della questione Afar. La minoranza Afar è infatti
transfrontaliera e pone un problema sin dall’inizio per l’Eritrea
indipendente. Qui gli Afar sono maggioranza nella zona del porto di
Aden, al confine appunto con Gibuti, e preferirebbero una soluzione
federale in ambito etiope piuttosto che una indipendenza che la
vedrebbe ridotta a unica minoranza a fronte di un potere totalmente
all’élite politica del nord eritreo.
Un accordo sulla minoranza Afar è sottoscritto a Gibuti nel
2000, ma la sua applicazione resta problematica.
ETIOPIA – OROMO
La storia dell’Etiopia, almeno dalla fine dell’800 (cioè con
gli imperatori Johannes e Menelik II che completano la formazione
dell’impero etiope), è anche la storia della progressiva
estensione del dominio sulle popolazioni del sud e dell’est del
paese (Oromo e Somali, soprattutto) da parte dell’élite amhara
del nord. La caduta di Menghistu, sconfitto nel 1991 dall’alleanza
tra eritrei e tigrini, non cambia questo presupposto. Quello che va
al potere ad Addis Abeba, anche con il sostegno degli USA (la sua
ideologia, un tempo marxista-leninista, è adesso liberista) e che
adesso assume il nome di Fronte Democratico Rivoluzionario del
Popolo Etiope, altro non è che il Fronte Popolare di Liberazione
del Tigrai. La sua composizione è essenzialmente tigrina (i tigrini
sono 6 milioni su 35 milioni di abitanti) e non è quindi in grado
di controllare, né tanto meno di rappresentare l’est, l’ovest e
il sud del paese. Nel sud dell’Etiopia ad esempio la
"minoranza" oromo comprende circa 20 milioni di persone, a
volte in conflitto con l’altra minoranza, i somali. Durante gli
anni ’90, in Etiopia il Fronte di Liberazione Oromo ha scelto la
lotta armata, che è proseguita fino ad oggi, sia pure a bassa
intensità.
SUDAN - ERITREA
Se con la caduta di Menghistu è venuto meno il sostegno etiope
all’opposizione sudanese e quello sudanese all’opposizione
etiope, il problema si è invece ricreato tra Sudan e Eritrea, che
nel 1994 hanno rotto le relazioni diplomatiche per questo motivo.
Dal 1996 il sostegno eritreo alle minoranze sudanesi è anche
armato.
ETIOPIA – ERITREA
All’inizio le relazioni della neonata Eritrea con il vicino
etiope sono ottime - nonostante quest’ultimo abbia perso con l’indipendenza
eritrea ogni sbocco al mare - essendo i due governi entrambi sorti
dalla comune lotta contro il regime di Menghistu. È quindi sembrata
a molti una delle guerre più incomprensibili dell’ultimo decennio
quella scaturita da alcune questioni di confine su cui a un certo
punto i due paesi cominciano a dividersi.
Il confine tra Eritrea ed Etiopia scelto al momento dell’indipendenza
della prima fa riferimento a un trattato anglo-italo-etiopico del
1902. Tuttavia esso era delineato solo per grandi linee e non
segnato sul terreno e a complicare le cose esistono alcune tribù
transfrontaliere, come i Kuneimas. Già durante la causa comune
contro Menghistu il FPLE e il FPLT si erano scontrati su questa
questione.
In realtà i problemi tra i due paesi erano iniziati prima dello
scontro sui confini. Nel 1997 l’Eritrea decise di dotarsi di una
propria moneta, mettendo fine all’unione monetaria con l’Etiopia.
La conseguenza per Addis Abeba fu un aumento del costo dell’uso
dei porti eritrei. A questo motivo di contrasto si aggiungevano
ragioni di politica interna dei due paesi che rendevano
"utile" la presenza di un nuovo nemico esterno.
Nel 1999 si inizia a combattere a partire da un attacco eritreo
per rivendicare le aree di incerta definizione e il combattimento
sembra concentrarsi sul controllo del porto di Assab. Il mancato
sostegno di USA e Israele all’Eritrea, in questo contesto, porta
il paese a chiedere l’adesione alla Lega Araba e a riavvicinarsi
alla Libia. Inoltre l’Eritrea prende ad appoggiare i ribelli oromo
e somali del sud Etiopia. Da parte sua, l’Etiopia si riavvicina al
Sudan, in funzione anti-eritrea. Nel 2000 un’offensiva etiope è
seguita da accordi di pace. La guerra (1998-2000) è sanguinosa e,
sul piano delle rivendicazioni di confine, vinta dall’Etiopia.
Dopo gli accordi, l’Etiopia ha riallacciato le relazioni con il
Sudan e con Gibuti e continua sostenere l’opposizione in Eritrea.
D’altra parte l’Eritrea non cessa di sostenere gli Oromo del sud
Etiopia in lotta con il potere centrale. L’Etiopia ha inoltre
ripreso a intervenire con forniture di armi nel conflitto somalo.
ERITREA – YEMEN
Almeno un accenno va fatto al conflitto degli anni ’90 tra
questi due paesi per la questione delle isole Hanish, che si trovano
a metà strada sul mar Rosso. Tra le varie isole di questa parte del
Mar Rosso, le Dahlak vennero annesse all’Eritrea italiana (e nel
periodo di alleanza tra l’Etiopia – che aveva annesso l’Eritrea
– e l’Urss erano usate come basi dai sovietici). Il destino di
Perim e Camaran, rivendicate degli inglesi, rimase invece più
incerto. Le Hanish nell’800 facevano formalmente parte dell’impero
ottomano, ma erano frequentate, oltre che da pescatori delle due
rive, dai francesi (in buone relazioni con gli ottomani), che vi
avevano installato dei fari. Tuttavia l’Eritrea italiana già le
rivendicava. Negli anni 1935-40, in corrispondenza con la conquista
italiana dell’Etiopia, le isole furono effettivamente annesse
dagli italiani, ma dopo la seconda guerra mondiale rimasero a lungo
desertiche, salvo come sempre le frequentazioni dei pescatori
eritrei e yemeniti. La divisione in due dello Yemen tra un nord
filoccidentale e un sud filosovietico nel quadro della guerra fredda
aveva portato a un contrasto tra i due paesi per le isole, con Aden
che ereditava dalla Gran Bretagna Socotra, Perim e Camaran, e San’a
che pretendeva le Hanish. Nel 1972 tra i due paesi si giunse anche
alla guerra. Dopo la fine della guerra fredda, riunificato lo Yemen
e sorta l’Eritrea, il contrasto si sposta tra questi due paesi.
Nel 1995 si giunge alla crisi: un imprenditore italiano realizza un
hotel nelle isole dall’incerta appartenenza, chiedendone il
permesso in Yemen. Inoltre compagnie petrolifere di varie
nazionalità premono per avere permessi di prospezione petrolifera.
L’Eritrea, sostenuta diplomaticamente da USA e Israele, reagisce e
infligge una sconfitta allo Yemen. Da allora lo Yemen comincia ad
accogliere l’opposizione eritrea in esilio. Ma nel 2000 la Corte
di Giustizia dell’Aja riconosce definitivamente la sovranità
yemenita sulle isole, accordando all’Eritrea solo alcuni diritti
di pesca e trasporto.
GUINEA EQUATORIALE
Al momento dell’indipendenza dalla Spagna, ottenuta nel 1968,
la Guinea Equatoriale assume l’aspetto di una dittatura
(apertamente sostenuta dalla Francia) organizzata per lo
sfruttamento del cacao, del caffè e del legno a vantaggio di pochi
gruppi legati ai mercati internazionali. Come in molti paesi con una
simile struttura, i cambi di regime, come il colpo di stato militare
del 1979, non cambiano l’essenza del sistema. Le piantagioni sono
di proprietà dell’entourage del presidente e concesse in uso a
società spagnole. Le telecomunicazioni sono in mano a imprese
francesi. Un altro elemento dell’accumulazione interna a vantaggio
dell’élite è il traffico di cocaina che vi si svolge, sulla
strada tra America latina ed Europa. Nessuna modifica del sistema
economico si registra neppure dopo che, nel 1992, una società
statunitense trova il petrolio sull’isola Bioko (ex Fernando Poo),
che con Annobon costituisce la parte insulare del paese, ben
distante e diversa da quella continentale, annessa a quest’ultima
solo dai giochi spartitori delle potenze coloniali. Le royalties del
petrolio accrescono le entrate statali, ma nessun beneficio ne
deriva alla popolazione. E’ così che sull’isola Bioko (che
peraltro è in buona parte anglofona, in un paese la cui lingua
coloniale è lo spagnolo) negli anni ’90 si sviluppa un movimento
di ribellione che assume sia toni indipendentisti, sia colorazioni
etniche (il nemico viene individuato nel popolo fang della parte
continentale, cui appartiene il clan onnivoro del presidente).
REPUBBLICA DEL CONGO (BRAZZAVILLE)
È un altro dei paesi endemicamente instabili, come la Repubblica
Centrafricana. I contrasti sono interni, ma resi internazionali
soprattutto dalla presenza francese e dal problema dei profughi.
Gli anni 1993-4 sono un periodo di guerra civile, che si esprime
con motivazioni etniche, religiose e regionaliste. Un primo accordo
di pace viene raggiunto nel 1995. Ma nel 1997 si ripetono scontri
armati tra le milizie dei diversi candidati alla presidenza. Ancora
scontri nel 1998 oppongono nella regione della capitale l’esercito
regolare, sostenuto da quello dell’Angola e dalla milizie
"cobra" del presidente Nguesso, alle milizie "ninja"
dell’ex primo ministro Kolélas. Si fa massiccio il fenomeno dei
profughi in fuga verso Pointe-Noire, verso il Gabon e la RDC.
Nel 2000 è stato sottoscritto un secondo accordo di cessate il
fuoco, con la mediazione del presidente del Gabon. Gli scontri con
le milizie cosiddette "ninja" proseguono, ma si è aperto
il dialogo "intercongolese" e nel 2002 si sono tenute
regolarmente le elezioni.
UGANDA
Dopo che nel 1979 l’esercito tanzaniano aveva rovesciato il
sanguinario dittatore Idi Amin Dada, nel paese si era instaurato
(1980-85) il regime caotico di Milton Obote. Nel gennaio 1986 questi
è a sua volta soppiantato da M. Yoweri Museveni, guerrigliero
"di sinistra" osteggiato dagli USA.[8] Il governo di
Museveni è combattuto da vari movimenti indipendentisti, alcuni dei
quali sono creati o sostenuti dal Sudan, a causa di un (vero o
presunto) appoggio del governo ugandese allo SPLA e agli altri
movimenti del sud sudanese.
Nel 1995, quando il Fronte Patriottico Ruandese prende il potere
in Ruanda, i due paesi si alleano contro il regime zairese di Mobutu
(che invece è alleato con il regime islamista sudanese nel
tentativo di destabilizzare l’Uganda). Lo stesso anno l’Uganda
rompe le relazioni con il Sudan, a seguito di tensioni di frontiera
e del tentativo sudanese di sobillare la minoranza musulmana
ugandese.
Nel 1997 un’offensiva congiunta dell’esercito ugandese e del
movimento ribelle SPLA del sud Sudan mette in crisi le milizie
indipendentiste che operano in Uganda, ma una nuova guerriglia, le
Forze Democratiche alleate, sorge nel sud-ovest con il sostegno di
Sudan e Zaire (quest’ultimo fino alla cacciata di Mobutu).
Lo stesso anno, l’Uganda sostiene, con il Ruanda e il Burundi,
il movimento dell’est congolese che rovescia la dittatura del
maresciallo Mobutu (vedi oltre). Ma subito dopo i due paesi entrano
in contrasto con il nuovo leader congolese Kabila, prima alleato, e
occupano sia direttamente con i propri eserciti, sia indirettamente
tramite "movimenti politici" locali parte del territorio
del Congo (ex Zaire).
Nel corso del 1999 le guerriglie locali ugandesi hanno ripreso a
farsi sentire (Forze Democratiche Armate nell’ovest; Esercito di
Resistenza del Signore nel nord), mentre è apparso un fenomeno di
terrorismo rivendicato da un Esercito del Fronte di Salvezza dell’Uganda
e assassini di stranieri sono stati attribuiti alla minoranza hutu,
di origine ruandese.
Nel corso del 2000 una rottura si rende evidente tra l’Uganda e
l’alleato Ruanda, a causa di difformità di interessi nell’occupazione
delle regioni orientali della Repubblica del Congo, dove i due
eserciti giungono a scontrarsi. Alla fine del 2001 si è temuta la
guerra tra i due paesi, evitata anche per la mediazione britannica.
Si riallacciano invece (2001) i rapporti dell’Uganda con il Sudan,
che ha consentito al primo di perseguire i ribelli basati sul
proprio territorio (e che prima il Sudan sosteneva). Nel 2001 le
elezioni si sono tenute in un clima di violenze e un forte attacco
governativo è condotto contro ribelli.
Ancora nel 2003 la Lord Resistance Army ha continuato a
massacrare, stuprare, razziare i villaggi e rapire ragazzini per
arruolarli. Gli USA offrono al governo ugandese aiuti militari per
combattere questa guerriglia.
RUANDA
Le vicende del Ruanda, del Burundi, dell’Uganda e della
Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire) sono difficilmente
separabili. Abbiamo fatto cenno a quelle ugandesi (che si
ripercuotono anche nei rapporti tra questo paese e il Sudan), ma l’Uganda
entra anche nella storia del conflitto ruandese e insieme al Ruanda,
in quello congolese, come vedremo.
Già prima dell’indipendenza, in Ruanda, nel quale i belgi
avevano assegnato un ruolo dominante alla minoranza tutsi, l’egemonia
tutsi viene spezzata e 500.000 tutsi sono costretti alla fuga. Nel
1962 Ruanda e Burundi diventano indipendenti.
In Ruanda nel 1972 per rappresaglia rispetto agli avvenimenti
burundesi dello stesso anno si verificano uccisioni di tutsi e l’anno
successivo un hutu (Habyarimana) prende il potere con un colpo di
stato. Il suo sistema (la "rivoluzione sociale hutu") è
preso a modello dall’opposizione hutu burundese. Rispetto a tale
"modello" si coagula una opposizione di tutsi e hutu
moderati che costituisce il Fronte Patriottico Ruandese. Molti di
questi si rifugiano in Uganda, dove entrano a far parte delle forze
ribelli di Museveni e quindi dell’esercito regolare ugandese
quando questi prende il potere.
Nel 1988 le elezioni ruandesi – evidentemente truccate - sono
vinte con il 100% dal presidente Habyarimana, che ne approfitta per
una campagna di repressione non solo contro i tutsi, ma anche contro
gli hutu di tendenze politiche diverse dalla sua. Il governo gode di
fatto del sostegno indiretto delle forze militari di Belgio e
Francia.
Nel 1990 il FPR lancia l’offensiva su Kigali. Le sue forze
provengono dai circa 2 milioni di rifugiati ruandesi in Uganda,
Tanzania, Zaire e Burundi, che esigono il diritto al ritorno delle
masse di profughi (per lo più tutsi), a cui il presidente
Habyarimana oppone l’argomento della mancanza di terre sufficienti
per tutti. Le truppe francesi – come già nel 1963 e 64 –
difendono il governo, che cerca di dipingere il FPR come un’ingerenza
ugandese. Nel 1993 sono sottoscritti accordi inter-ruandesi di
Arusha, tra Habyarimana e il FPR.
Nel 1994 il presidente Habyarimana è assassinato, insieme al suo
nuovo collega burundese, dagli hutu dell’hutu power, che cercano
di far passare l’omicidio come opera dei tutsi (mentre la
motivazione sono gli accordi di Arusha, considerati un cedimento del
presidente in favore dei tutsi). La popolazione viene apertamente
incitata al massacro dei tutsi: le vittime sono tra 500.000 e un
milione. L’Operation Turquoise dell’esercito francese, cui l’FPR
è ostile, si rifiuta di fermare i massacri, impedisce il
dispiegamento delle forze interafricane e garantisce inoltre la fuga
dei responsabili dei massacri[9]. Alla fine il FPR vince e prende il
potere. Molti hutu prendono la fuga, in genere verso lo Zaire. Dopo
aver costituito una costante minaccia alla frontiera, nel 1996
questi rifugiati hutu cominciano a rientrare, ben accolti dalle
autorità locali, dimostrando così che erano gli estremisti hutu
(gli interahamwe) che li trattenevano per giustificare le proprie
scorribande e farsene scudo, paradossalmente grazie anche agli aiuti
umanitari. Il governo del FPR del resto comprende sia hutu che tutsi.
A fine 1997, organizzato e spinto da Uganda, Ruanda e Burundi,
inizia il contrattacco "tutsi" in Zaire. Gli hutu fuggono
questa volta verso il Ruanda. Inizia la campagna di guerra che porta
alla caduta di Mobutu e subito dopo la lotta del nuovo presidente
congolese Kabila contro gli ex alleati del Ruanda e Burundi.
Infine, nel 2000, il Ruanda rompe la sua alleanza con l’Uganda,
e le truppe dei due paesi (con i rispettivi movimenti congolesi
alleati) si scontrano sul territorio dell’est congolese. L’esercito
ruandese caccia quello ugandese da Kisangani, conquista posizioni
nelle zone minerarie del Katanga e "mette in sicurezza" le
frontiere del Burundi, minacciate da profughi hutu basati in Congo.
Nel luglio 2002 Ruanda e Rep. Dem. Del Congo hanno sottoscritto un
cessate il fuoco di difficile applicazione.
BURUNDI
Fino al 1965 hutu e tutsi partecipano in eguale misura al governo
del Burundi. Ma nel 1965 il primo ministro hutu è assassinato e il
potere va nelle mani di una minoranza tutsi. Si verificano alcuni
massacri di hutu. Nel 1966 è proclamata la repubblica, con una
netta supremazia tutsi nelle istituzioni. Nel 1972 a seguito di un
tentato colpo di stato hutu, si accendono scontri
"etnici", con massacri di hutu.
Nel 1987 il comandante Buyoya (tutsi, proveniente dalla stessa
formazione culturale dell’ugandese Museveni e del ruandese Kagame)
prende il potere sostenuto ancora dai tutsi, ma nel 1988 gli hutu
assassinano centinaia di tutsi nel nord del paese. Il governo
pratica degli sforzi di conciliazione nazionale: viene nominato un
governo a guida hutu e composizione egualitaria, che cerca di
avviare un’apertura tra le comunità, ma Buyoya perde le elezioni,
che sono vinte dal partito hutu, guidato da Ndadaye. Il vincitore si
mostra però altrettanto aperto al dialogo, ma poco dopo viene
ucciso in un tentativo di golpe (i golpisti sono nell’esercito che
è a maggioranza tutsi), cui la gente reagisce con omicidi di tutsi
mentre l’esercito a sua volta reprime gli hutu.. Il Ruanda
accoglie circa 300.000 burundesi in fuga. La comunità
internazionale costringe i golpisti a ripristinare il governo dei
ministri di Ndadaye, ma il loro obiettivo (destabilizzare il paese e
seminare l’odio) è comunque raggiunto.
Nel 1995 crescono ancora le violenze e la radicalizzazione
politica. Il paese è segnato da scontri tra bande armate guidate
dai politici. Bande di hutu si alleano con gli interahamwe[10]
congolesi (hutu anch’essi). Cresce anche la criminalizzazione
della politica e dell’economia e si intensificano i traffici di
armi e droghe[11]. La guerriglia hutu basata in Zaire unita agli
hutu interahamwe congolesi destabilizza le zone di frontiere. Dal
1996, gli eserciti a maggioranza tutsi di Ruanda e Burundi spingono
i banyamulenge (i tutsi congolesi) a difendersi. I tutsi prendono
nuovamente il potere in Burundi, reinsediando il maggiore Buyoya.
Ancora nel 1999 si verifica una nuova offensiva dei ribelli
basati in Congo su Bujumbura, seguita da un accordo di pace (mediato
dal sudafricano Mandela) nel 2000 e da un'altra offensiva nel 2001,
seguita ancora dalla sospensione degli accordi di pace e da un
tentato golpe. A fine anno si forma un governo di transizione, con
la partecipazione sia di hutu che di tutsi, ma i ribelli continuano
a combattere.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO
Si tratta di un paese coinvolto in circa 15 conflitti dal 1945 al
2000[12].
Il coinvolgimento nelle vicende appena descritte del Ruanda, dell’Uganda
e del Burundi ha determinato nel 1997 una svolta storica in questo
paese, rimasto per circa 35 anni sotto la dittatura (ben tollerata e
sostenuta a Parigi, Bruxelles e Washington) del maresciallo Mobutu,
che ha ampiamente saccheggiato il paese e lo ha ridotto a essere uno
dei più poveri del mondo nonostante le (o proprio a causa delle)
enormi ricchezze del suolo e del sottosuolo.
Nel 1997 un movimento di liberazione, guidato da Laurent Désiré
Kabila, si costituisce nell’est del paese, da sempre base dell’opposizione
al regime, prendendo spunto da una rivolta dei tutsi banyamulenge[13],
spinti anche a reagire dalle scorribande di estremisti hutu
provenienti dalle fila dei rifugiati ruandesi e burundesi, e – con
l’esplicito appoggio militare di Ruanda, Uganda, Burundi, Angola e
Zimbabwe - caccia dal potere Mobutu e insedia un nuovo regime[14].
Tuttavia, una volta giunto al potere, Kabila realizza un
repentino stravolgimento delle alleanze, escludendo i tre vicini
dell’est dalla partecipazione a ciò cui di più puntavano (oltre
alla "messa in sicurezza" delle frontiere, minacciate in
continuazione dagli estremisti hutu rifugiati tra i profughi proprio
in Congo): lo sfruttamento minerario. Così gli alleati diventano
improvvisamente nemici e occupano militarmente, dietro il paravento
di una nuova rivolta locale (ancora una volta di banyamulenge)
contro il potere di Kabila, una buona parte del paese (le truppe
ugandesi e un movimento da loro appoggiato il nord e l’Equateur;
le truppe ruandesi e il Rassemblement Congolais pour la Démocratie,
da loro creato tra banyamulenge, le regioni dell’est).
Così la nuova "rivolta" si trasforma in una sanguinosa
occupazione ai danni delle popolazioni dell’est, che solo di
recente, e comunque dopo che nel gennaio 2001 il presidente Kabila
è stato assassinato a Kinshasa e sostituito dal figlio, sembra
essere avviata ad una qualche forma di ricomposizione. Recentemente
un governo di unità nazionale è stato costituito a Kinshasa con la
partecipazione di quasi tutte le fazioni "ribelli".
La particolarità di questo ennesimo conflitto della regione
centrale dell’Africa è che esso ha potuto essere definito la
"prima guerra mondiale africana" per l’alto numero di
paesi coinvolti a vario titolo: contro il Ruanda, l’Uganda e il
Burundi (dietro i quali c’è chi vede la diplomazia e i servizi
statunitensi e del Belgio), si sono schierati a fianco della
Repubblica Democratica del Congo l’Angola, lo Zimbabwe, il Ciad e
la Namibia, che sono intervenuti con proprie truppe, mentre il
Gabon, l’Eritrea, l’Etiopia, la Tanzania e lo Zambia appoggiano
Kabila diplomaticamente. Il Sudafrica ha preso invece le redini dei
negoziati di pace.
La ribellione contro Kabila dal 1999 inizia a dividersi sulla
base delle divisioni dei rispettivi "padrini" (Uganda e
Ruanda). Si giunge a scontri armati tra le varie fazioni, mentre
sorgono movimenti armati favorevoli a Kabila (i cosiddetti Mai-Mai).
Nel gennaio 2001, come già ricordato, il presidente Kabila viene
assassinato, ufficialmente senza che ciò si possa porre in
relazione con il conflitto in corso, e viene sostituito dal figlio,
che rilancia il dialogo interno con le opposizioni, riprende i
contatti con Ruanda e Uganda e le relazioni con USA e Belgio,
protettori di Ruanda e Uganda. Nel 2002 le truppe straniere presenti
nel paese iniziano a ritirarsi e nel 2003 si giunge alla formazione
di un governo di unità nazionale, anche se gli scontri all’est
proseguono.
TANZANIA – ZANZIBAR
La Tanzania risulta dall’unione dell’ex Tanganica (colonia
tedesca e poi britannica) con l’arcipelago di Zanzibar
(comprendente anche le isole di Pemba, Mafia e Tumbatu) ex
protettorato britannico. Ma questa seconda componente geografica ha
visto entrare la propria economia in crisi a seguito della caduta
del prezzo internazionale dei chiodi di garofano, e in
corrispondenza ad una svolta economica liberista del governo di Dar
Es-Salam dopo il "socialismo" dell’epoca di Nyerere.
Cominciano quindi ad esprimersi negli anni ‘90 nelle isole
rivendicazioni autonomiste e le ricorrenti violenze assumono anche
colorazioni di lotta religiosa tra la maggioranza zanzibarita
musulmana e la componente tanzaniana cristiana. Pochi risultati ha
avuto nel 1999 una mediazione del Commonwealth. Nel 2001 il governo
tanzaniano ha lanciato una forte repressione a Pemba e Zanzibar, che
ha determinato la fuga di profughi verso il Kenya. Successivamente
è stato sottoscritto un accordo sulla situazione di Zanzibar.
Un’altra situazione di tensione per la Tanzania è alla
frontiera con il Burundi, che l’accusa di proteggere guerriglieri
hutu nei campi profughi che accolgono migliaia di burundesi fuggiti
alle varie violenze.
Nel 1998 l’ambasciata statunitense a Dar es-Salam è oggetto di
un attentato attribuito al movimento internazionale islamico.
COMORE
Nel 1974, delle quattro isole principali che compongono l’arcipelago,
una sola, Mayotte, ha rifiutato l’indipendenza ed è rimasta
quindi territorio francese. Le altre tre costituiscono lo stato
delle Comore, dove negli anni si susseguono i colpi di stato. Le
isole rivaleggiano tra loro per il controllo di scarsi flussi
finanziari (per lo più aiuti internazionali), di cui Gran Comora si
riserva la quota maggiore. L’isola di Anjuan è inoltre afflitta
da un flusso di emigrazione verso la francese Mayotte. Nel 1992
viene attuato l’ennesimo tentato golpe nel paese. Un altro golpe
fallisce nel 1995 per l’intervento francese a difesa del governo.
Nel 1997 Anjuan proclama la propria indipendenza, ratificandola
con un plebiscito, ma al suo interno esplode una guerra civile che
oppone i contadini poveri e la borghesia araba della città.
Un altro golpe e agitazioni indipendentiste nelle isole si
svolgono nel 1999, con scontri che proseguono nel 2000. Nel 2001 si
giunge ad un accordo con i separatisti e alla promulgazione di una
costituzione federativa, ma l’anno si chiude con l’ennesimo
tentativo di golpe.
ANGOLA
Il conflitto angolano è uno dei più noti della recente storia
africana. Angola, Mozambico e Capo Verde sono tra i paesi africani
di più recente accesso all’indipendenza. Le persone della mia
generazione ricordano la rivoluzione portoghese del 1975, quella
detta "dei garofani", nella quale un gruppo di militari di
sinistra, che spesso aveva prestato servizio nelle colonie e ne
aveva provato orrore, abbatteva la dittatura e dava quindi il via
libera anche all’indipendenza delle colonie africane.
Angola e Mozambico dovevano tuttavia cadere subito nel gioco
della guerra fredda: nati da una rivoluzione di sinistra, i loro
governi si videro subito osteggiati dagli Stati Uniti e dal
Sudafrica allora razzista, che iniziarono a fomentare e sostenere
guerriglie interne. A difesa dei due governi (e per garantire la
loro permanenza nel quadro delle alleanze del Patto di Varsavia)
intervenivano quindi l’Unione Sovietica e Cuba.
Nel 1975 quindi il Mov. Popolare di Liberazione dell’Angola (MPLA,
di sinistra) proclamava l’indipendenza, mentre si ritrovavano all’opposizione
il Fronte Naz. di Liberazione dell’Angola (FNLA), finanziato dalla
CIA, e l’Unione per l’Indipendenza Totale dell’Angola (UNITA),
una forza politica che dapprima aveva collaborato con gli occupanti
portoghesi e successivamente aveva iniziato a ricevere appoggio dal
Sudafrica razzista per frenare lo spostamento a sinistra della
regione. Le truppe sudafricane invadono anche direttamente il paese,
ma sono respinte dal MPLA che riceve un appoggio di truppe cubane.
Il governo del MPLA viene riconosciuto dall’OUA.
Nel 1985-6 si ripetono incursioni sudafricane, che attaccano
anche in Botswana, Zimbabwe e Zambia per colpire le basi dell’African
National Congress (ANC) - leader dell’opposizione al regime dell’apartheid
- e appoggiano l’opposizione armata in Mozambico. Tutta la zona è
insomma destabilizzata dal Sudafrica per sue motivazioni di lotta
interna, ma la Gran Bretagna e gli Stati Uniti si oppongono a ogni
sanzione da parte dell’ONU. Dal confine nord dell’Angola, aiuti
statunitensi all’UNITA giungono attraverso la dittatura zairese di
Mobutu[15].
Nel 1988 le truppe cubane, come conseguenza della fine della
guerra fredda, si ritirano. I primi (1991) accordi di pace non
vengono però rispettati: nel 1992 il MPLA vince le elezioni, ma l’UNITA
ne contesta i risultati e riprende la guerriglia, anche contro l’aperta
condanna da parte delle Nazioni Unite. I nuovi accordi di Lusaka del
1994, sono, come quelli del 1991, frutto della fine della guerra
fredda. Ma gli interessi locali e interafricani fanno proseguire lo
scontro … e le miniere lo finanziano.
Nel 1995 intervengono le Nazioni Unite con un proprio
contingente. Nel 1996 l’UNITA respinge un nuovo accordo (veniva
offerta al sua leader Savimbi una vicepresidenza simile a quella di
De Klerk in Sudafrica). Nel 1997 la caduta di Mobutu in Zaire toglie
all’UNITA un importante supporto logistico, mentre l’esercito
angolano interviene sia nella crisi del Congo-Kinshasa (a sostegno
di Kabila contro gli ex alleati Ugandesi e Ruandesi) che in quella
del Congo-Brazaville (a sostegno del presidente Nguesso)[16].
Intanto nel paese aumenta il banditismo. Milioni sono le mine
anti-persona disseminate. L’UNITA riesce a riarmarsi sfruttando i
diamanti del Lunda-Norte, che dal 1992 al 1996 avrebbero prodotto
circa 2 miliardi di dollari di entrate e le lobbies diamantifere non
vedono male l’instabilità del paese e l’occupazione delle zone
diamantifere da parte dell’UNITA. Il reddito pro capite crolla; la
crescente povertà e il fatto che l’UNITA faccia leva su rivalità
etniche fanno crescere (anche nel MPLA) il razzismo verso le
popolazioni dell’interno.
Nel 1999 i combattimenti si estendono ancora e il governo
realizza una forte offensiva militare. Lo scontro nei mesi
successivi si concentra intorno alle miniere di diamanti. Ondate di
profughi si rifugiano in Namibia. Nel 2002 l’UNITA si arrende.
Savimbi, leader del movimento ormai privo di sostanziali appoggi
internazionali (non ha più le basi in Namibia, Sudafrica e Congo) e
ridotto al rango di signore della guerra locale, viene ucciso.
MOZAMBICO
È l’altro grande conflitto che l’Africa australe eredita
dall’epoca della guerra fredda. Le analogie con quello angolano
sono molte: la decolonizzazione portoghese è seguita dalla presa
del potere da parte di un movimento di sinistra, il Frelimo (Fronte
di Liberazione del Mozambico) osteggiato da movimenti interni
sostenuti dal Sudafrica e dagli Stati Uniti, in particolare la
Renamo. Il conflitto inizia nel 1977 e assume a volte l’aspetto di
uno scontro tra la campagna (le zone sotto controllo Renamo) e la
città o tra i ceti contadini e quelli urbani legati al commercio e
agli impieghi pubblici.[17]
Nel 1992 si giunge ad un accordo di pace, sottoscritto a Roma,
che comprende una certa autonomia di fatto per le zone sotto il
controllo della Renamo. Una parte dei ribelli smobilitati si
converte al banditismo. Nel 1994, in osservanza agli accordi di
Roma, si tengono le elezioni, vinte dal Frelimo, ma nelle quali la
Renamo si consolida come espressione delle province povere del nord.
I contrasti interni del Mozambico sembrano da allora rientrati nella
(quasi) normale dialettica politica.
NAMIBIA
Come l’Eritrea, affidata all’Etiopia alla fine ella seconda
guerra mondiale dall’ONU, è stata annessa da quel paese, l’ex
Africa Sudoccidentale Tedesca (Namibia), affidata alla fine della
prima guerra mondiale dalla Società delle Nazioni al Sudafrica
britannico, è stata da questo annessa come sua provincia. L’occupazione
della Namibia da parte del Sudafrica, che l’amministra come una
sua provincia, determina il fatto che l’economia venga
completamente riorientata secondo gli interessi sudafricani, che
detengono il controllo delle miniere e della pesca e forniscono il
90% delle importazioni namibiane. Il controllo della Namibia
consente inoltre al Sudafrica di fornire sostegno e basi all’Unita
angolana.
Inizialmente il movimento di liberazione che vi si sviluppa, la
SWAPO, assume colorazioni etniche e si basa sulle stesse etnie dell’UNITA
angolana, con cui condivide persino le basi in Zambia e le armi
cinesi.[18] Successivamente, in sintonia con gli appoggi esterni
ricevuti nel clima della guerra fredda, mentre l’UNITA viene
manovrata dagli USA e dal Sudafrica in funzione antiangolana e
antisovietica, la SWAPO si schiera con il blocco sovietico per
combattere USA e Sudafrica.
L’indipendenza del 1990 si può considerare come un frutto
della fine della guerra fredda ed è completata nel 1993 con la
restituzione delle ultime zone (un porto e alcune isole) sotto
controllo sudafricano.
All’epoca coloniale bisogna invece tornare per capire un
problema politico-militare della Namibia indipendente. Il "dito
di Caprivi" appartiene all’odierna Namibia a causa di un
accordo (Trattato di Helgoland) della fine dell’800 tra la
Germania e la Gran Bretagna, in base al quale la Gran Bretagna
cedeva alla Germania l’isoletta di Helgoland (nel Mare del Nord,
utile alla Germania per il controllo dei canali attraverso lo
Jutland) in cambio del riconoscimento dell’egemonia britannica su
Zanzibar. Con lo stesso trattato, il cancelliere tedesco von Caprivi
otteneva un territorio di passaggio dalla colonia dell’Africa
Sudoccidentale tedesca verso il fiume Zambesi, necessario per
avviare ai mercati esteri, attraverso il Pacifico, le risorse
minerarie namibiane, visti gli ostacoli naturali tra queste e l’oceano
Atlantico. La zona è dal punto di vista ambientale e umano ben
diversa dal resto della Namibia e questo ha dato la motivazione
ufficiale al movimento indipendentista, ancora attivo negli anni ’90.
Nel 1998 il partito al governo, l’ex movimento di liberazione
SWAPO, ha vinto le elezioni anche nel Caprivi, ma ciò è stato
anche frutto di una forte repressione che ha causato profughi verso
il Botswana. Nel 1999 nuovi combattimenti si sono verificati nel
Caprivi e vi è stato proclamato lo stato di emergenza. Intanto alla
frontiera l’UNITA angolana continuava ad attaccare le forze
namibiane, che quindi autorizzano l’esercito angolano a entrare
nel proprio territorio. La situazione di insicurezza nel Caprivi non
è ancora risolta nel 2002.
Tra il 1998 e il 1999 la Namibia si è impegnata militarmente in
Congo a sostegno del presidente Kabila.
Altri conflitti:
Essendo rimaste a livello di conflitto sociale interno, per
quanto a volte violento, non sono state considerate in questo elenco
le situazioni di:
- GAMBIA: 1994 colpo di stato. Disordini e tentativo di colpo di
stato nel 2000;
- GUINEA BISSAU, dove nel 1998 è stato formato un governo di
unità nazionale, che nel 1999 è stato rovesciato da un golpe
militare. Un altro tentato golpe c’è stato nel 2000. Un aspetto
internazionale di questa instabilità interna è dato dalla
partecipazione di truppe senegalesi e della Guinea Conakry a difesa
del governo, truppe poi sostituite da quelle togolesi dell’Ecomog.
Mentre l’esercito si costituisce in centro di potere opposto a
quello civile, una parte dell’opposizione accusa il governo di
"tribalismo";
- GHANA: agitazioni autonomistiche nel nord, che sfruttano la
questione religiosa (nord islamico, sud cristiano) e quella etnica
(etnie namumba e konkomba). A partire dal 1982 è stato imposto un
lungo stato d’emergenza;
- TOGO: 1992-3 scontri sociali con intervento dei militari. La
forte repressione provoca profughi verso il Ghana. Le elezioni del
1994 sono segnate da violenze;
- SAO TOME’ E PRINCIPE: 1995 tentato colpo di stato;
- KENYA: tensioni nella regione del lago Turkana per il controllo
della terra. Nel 1992 e nel 1994 si verificano nella Rift Valley
scontri "etnici", di cui i politici kenioti si accusano a
vicenda. Negli anni seguenti l’autorità del governo sulle zone
del nord-est è solo formale, e le violenze si ripetono (1999,
2000). Nel 1998 l’ambasciata statunitense a Nairobi è oggetto di
un sanguinoso attentato attribuito al movimento internazionale
islamista;
- MAURITIUS: rivolta della minoranza creola. Repressione
poliziesca nel 1999.
- MADAGASCAR: le violenze nella vita politica interna hanno
condotto nel 2002 il paese sull’orlo della guerra civile;
- ZAMBIA: nel 1993 stato di emergenza e repressione. Tensione
nelle regioni nord-occidentali. 1997 tentato colpo di stato.
Persecuzione dell’opposizione.
- ZIMBABWE: per conservare il potere, il presidente Mugabe e il
partito al governo (ZANU-PF) lanciano campagne violente sulla
questione delle terre ancora in mano agli stranieri (2000);
- LESOTHO: 1994 tentativo di colpo di stato; 1998 agitazioni
militari. Intervento del Sudafrica e del Botswana.
Va segnalato infine che nel 1986 BURKINA FASO e MALI hanno
regolato pacificamente una questione di confine. Va inoltre tenuta
presente, per comprendere il quadro diplomatico complessivo dell’Africa
centro meridionale, la situazione del SUDAFRICA, visto il ruolo che
vi hanno giocato dapprima l’esercito e poi la diplomazia
sudafricana. Qui, com’è noto, nel 1993 è stata varata una
costituzione provvisoria e con le elezioni dell’aprile 1994 è
nata la nuova Repubblica Sudafricana guidata da Nelson Mandela.
Peraltro anche nel nuovo Sudafrica persistono contrasti localisti:
sono stati aboliti i bantustan (Ciskei e Transkei), ma una parte
dell’opposizione nera si esprime su basi etniche (l’Inkhata
degli zulu).
Parte seconda – Alcune considerazioni analitiche
Cercheremo adesso di trarre qualche elemento di analisi da questa
descrizione sintetica e un pò caotica degli avvenimenti militari
africani degli ultimi decenni. Passeremo in rassegna dapprima, come
possibili cause dei conflitti, la questione delle frontiere
ereditata dall’epoca coloniale, poi l’argomento
"etnico", ma più in generale culturale, che comprende
quindi anche quello religioso, poi quello degli interessi economici
a livello locale (africano) e la questione del potere interna ai
diversi paesi, e infine gli interessi strategici delle potenze,
così come si pongono prima e dopo la fine della "guerra
fredda". Naturalmente queste considerazioni non hanno né
possono avere alcuna pretesa di completezza né di giudizio
definitivo.
L’eredita’ coloniale: le frontiere
La questione delle frontiere è evidentemente uno dei problemi
che gli stati africani hanno ereditato dall’epoca coloniale.
Sappiamo tutti che le frontiere in Africa non tengono in alcun conto
le realtà sociali ed umane, ambientali e storiche, che vorrebbero
di volta in volta racchiudere dentro uno stesso territorio statale o
separare in entità statali diverse. E se questa è forse una
considerazione che si potrebbe avanzare per il concetto stesso di
frontiera in generale (forse che in Europa non vi sono casi
irrisolti di comunità smembrate dalla frontiere o di altre
costrette a forza a una nazionalità che non sentono propria?), in
Africa le cose si pongono in modo ancora più drastico a causa del
fatto che comunque quelle stesse frontiere non sono affatto il
prodotto di dinamiche interne, ma di accordi a tavolino o scontri
tra le potenze coloniale: sono quindi state imposte dall’esterno e
non hanno spesso alcuna giustificazione storica. Vi sono alcuni casi
clamorosi, come quello dell’Africa occidentale che si affaccia sul
golfo di Guinea, una delle più dilaniate dalla competizione
coloniale avente per oggetto soprattutto gli schiavi, in cui le zone
d’interesse portoghesi, inglesi e francesi si alternavano come
oggi si alternano le frontiere di stati nati dalle diverse
decolonizzazioni. A volte le cose assumono quasi un aspetto comico
(se non fosse drammatico) come nel caso del movimento
indipendentista del "dito di Caprivi" in Namibia.
La stessa Organizzazione dell’Unità Africana, fondata ad Addis
Abeba nel 1963, ha stabilito in una delle sue prime risoluzioni l’unica
cosa che poteva stabilire in quel contesto, e cioè l’intangibilità
di quelle frontiere nate dalla decolonizzazione e che ripercorrono
le divisioni tra le zone d’influenza coloniali e le divisioni
amministrative all’interno di esse (si pensi all’Africa
occidentale francese, un tempo territorio unico suddiviso in
province che sono diventate gli attuali Mauritania, Senegal, Mali,
Niger, Costa d’Avorio, Burkina e Benin.
Da quando quella decisione di intangibilità è stata presa da
parte dell’OUA (e quale altra decisione avrebbe potuto essere
assunta in merito senza scatenare interminabili guerre?), il
principio è stato contravvenuto solo due volte. Una volta in modo
ufficiale, con il riconoscimento generalizzato dell’indipendenza
dell’Eritrea (ma ricreando così – e non cancellando o
modificando – un confine coloniale che era stato eliminato dopo la
seconda guerra mondiale!). Una seconda volta di fatto, con l’indipendenza
che dura ormai da quasi un decennio senza che nessuno abbia il
coraggio di riconoscerla dell’ex Somaliland britannico dalla
Somalia unificata sorta negli anni sessanta: e anche in questo caso
è un confine coloniale che si ricrea!
Tuttavia, la questione delle frontiere – lo si può ben
rilevare anche dal semplice elenco di conflitti sopra riportati –
non si presenta, come è stato ad esempio è successo nella storia
europea, come frutto di un nazionalismo che a volte può essere solo
di tipo ideale (pensiamo alle questioni di Trento e Trieste per l’Italia),
ma si pone come elemento della genesi di conflitti solo se può
essere utilizzata a pretesto di altre cause più profonde e
concrete. Si pensi alla questione del Sahara ex spagnolo: al fondo
di tutto vi è da entrambe le parti la questione di chi gestirà le
riserve di fosfati del sottosuolo e le concessioni di pesca oceanica
di questo territorio (da parte marocchina vi sono anche
considerazioni di politica interna: è uno degli argomenti forti che
unifica tutto il quadro politico da "destra" a
"sinistra"). In Casamance l’assurda frontiera coloniale
è posta in discussione ancora come pretesto dietro cui sta le
gestione delle risorse. Lo scontro tra Ciad e Liba per la fascia di
Aouzou è stato tutto politico… finché non si dovesse scoprire ad
esempio il petrolio in questa zona, come è successo nella zona di
Halaib contesa tra Sudan ed Egitto. Sempre per il petrolio Nigeria e
Camerun disputano una zona di frontiera e per sfruttarne le risorse
Eritrea e Yemen si contendono alcune isolette. L’incomprensibile
contesa per pochi villaggi tra Etiopia ed Eritrea credo si possa
dimostrare che avesse più motivazioni di politica interna che
radici nazionalistiche. L’indipendentismo di alcune isole della
Guinea Equatoriale, di Zanzibar o delle Comore sottintende una
situazione sociale di vera o presunta discriminazione e
sperequazione. Nei grandi conflitti del continente (Liberia/Sierra
Leone, zona dei grandi laghi, Angola, Mozambico) la questione delle
frontiere non è determinante e ufficialmente non è mai stata
posta.
Solo un’ultima considerazione di carattere generale su questo
punto. L’Africa è, come a volte è stato detto – dal punto di
vista delle frontiere – un continente "balcanizzato"? Se
la si raffronta con l’Asia indubbiamente sì: in Asia una
popolazione di 3 miliardi di abitanti è suddivisa tra 33 stati; in
Africa vi sono 52 stati per 700 milioni di abitanti. Ma se il
raffronto si fa con l’Europa, dove 800 milioni di abitanti sono
suddivisi in "soli" 33 stati, ma di dimensioni medie
nettamente minori di quelli africani, allora l’immagine cambia.
Alcuni paesi africani, come il Sudan, l’Algeria, la Repubblica
Democratica del Congo o il Sudafrica hanno dimensioni inimmaginabili
per l’Europa e racchiudono popoli, lingue e storie diverse che in
Europa (specie alla luce dell’esperienza di quei Balcani che hanno
dato origine al termine) probabilmente avrebbero determinato
altrettanti stati.
La mia conclusione è – su questo punto – che, per quanto
possa essere a volte utilizzata ad arte, la questione della
nazionalità e delle frontiere non è centrale per comprendere le
vicende africane. Diciamolo più chiaramente: in Africa, forse più
che altrove, qualsiasi frontiera può essere rimessa in discussione
(o giustificata) sulla base di argomenti storici, etnici,
linguistici, ecc. Che la si giustifichi o contesti dipende da altri
argomenti.
La questione etnica
Uno degli argomenti che più viene tirato in ballo a proposito
dei conflitti africani è quello etnico. Un discorso ricorrente
sostiene che in fondo ciò che continua ad accadere in molte parti
del continente non è altro che la riproposizione di una storia
millenaria di scontri tra popoli ed "etnie".
Ma cosa è un’etnia? Il termine è stato tirato in ballo anche
per dare qualche spiegazione ai conflitti balcanici e dell’Asia
centrale. La recentissima enciclopedia di Repubblica dà la seguente
definizione sintetica: "raggruppamento umano che si identifica
sulla base di caratteristiche geografiche, linguistiche e
culturali". Tale semplice definizione contribuisce a spiegare
gli avvenimenti di qualche paese africano?
Uno degli esempi di conflitto più volte definito etnico e quello
del Ruanda e del Burundi, dove i due principali soggetti del
conflitto sono – secondo la lettura più diffusa – le etnie Hutu
e Tutsi. Anche ammesso che sia così (e quindi dimenticando le
tendenze politiche che da entrambe le parti hanno sempre cercato il
dialogo, finendo per divenire vittime dell’estremismo della
propria stessa "etnia"), cosa vuol dire "tutsi"
o "hutu"? In entrambi i paesi la maggioranza della
popolazione è classificata come hutu, mentre i tutsi sarebbero una
consistente minoranza. Eppure, per venire agli elementi della
definizione di etnia, i ruandesi abitano da tempo immemorabile lo
stesso territorio (e quindi non hanno differenti caratteristiche
geografiche), parlano tutti la stessa lingua (il kinyaruanda) e
praticano la stessa religione cristiana (con varie confessioni
"trasversali"), né si registrano tra l’una e l’altra
"etnia" grandi differenze di usi, pratiche e costumi in
nessun aspetto rilevante della vita quotidiana. Si usa dire che
anticamente i tutsi erano soprattutto pastori, mentre gli hutu
soprattutto contadini (il mito di Caino e Abele è duro a scomparire
come schema interpretativo della storia dei popoli
"primitivi") e che quindi sia esistita già nella fase
precoloniale una storia di conflitti tra questi due modi alternativi
di uso del territorio. La realtà è molto semplicemente che prima
della dominazione belga, per quanto tutsi e hutu praticassero forme
di economia differenti, un conflitto tra le due etnie semplicemente
non esisteva.
Fu l’amministrazione coloniale belga a approfondire e giocare a
proprio vantaggio le divisioni tra le due "etnie",
affidando ai tutsi minoritari il ruolo dominante e sviluppando il
mito del tutsi di origine semitica – nilotica, capace di
comportarsi come un civilizzato, in opposizione all’hutu negroide
selvaggio, incapace di apprendere. Prosegue la definizione dell’enciclopedia:
"l’appartenenza ad una etnia può stabilirsi anche sulla base
di criteri quali la discendenza (genetica o culturale), la
tradizione, le relazioni di scambio e politiche". Ora, mentre
su tradizione e relazioni non vi erano e non vi sono differenze
significative tra hutu e tutsi, il mito della discendenza tutsi da
un popolo comunque superiore agli hutu è un tipico prodotto della
"scienza" razziale europea otto-novecentesca, quella
stessa che ha condotto a considerare inferiori tutti i non europei,
a marginalizzare e massacrare gli ebrei e a stabilire tipi di
criminale sulla base dell’aspetto fisico delle persone ed è stato
diffuso dai bianchi in epoca coloniale. Quanto all’aspetto fisico,
a volte ancora richiamato in causa per evidenziare le differenze tra
tutsi (alti e dai tratti fini – i famosi WaTutsi della nostra
canzonetta degli anni sessanta) e hutu (bassi e negroidi), va detto
che tra i due gruppi esiste una tale storia di mescolanza e
meticciato che, pur restando differenze, al loro interno è
possibile trovare tipi umani differenti e simili quanto un
valdostano alto e biondo e uno scuro calabrese di bassa statura.
Valdostani e calabresi – a parte qualche idiota aderente alla Lega
di Bossi – c’è qualcuno che pensa che costituiscano due
"etnie"?
In Burundi, dove la menzione dell’etnia sui documenti personali
è stata introdotta dai belgi, la popolazione viene classificata all’85%
come hutu e al 14% come tutsi (il resto sono soprattutto i
cosiddetti "pigmei", maltrattati dagli uni e dagli altri).
Eppure entrambi i campi – a dispetto proprio del carattere
"etnico" dato al conflitto dagli stessi protagonisti -
comprendono "estremisti" e fautori della convivenza: non
vi è un senso "ancestrale" di appartenenza al gruppo che
guida l’agire politico, vi è – molto di più – il senso di
dipendenza/obbedienza dalle autorità che ha portato in questo paese
(e ancora di più in Ruanda) a considerare politicamente necessario
massacrare i propri vicini.[19]
In Congo (ex Zaire) le ondate di popolazioni ruandesi (sia hutu
che tutsi) si succedono da lungo tempo. Già in epoca coloniale i
ruandesi erano condotti in Congo dai belgi per adibirli al lavoro
nelle miniere. Gli anni dell’indipendenza dei paesi dell’area
(intorno al 1960) e i conflitti connessi portarono alle prime ondate
di profughi. Nel 1991 gli scontri tra il governo ruandese e il FPR
hanno spinto nuovi profughi a varcare la frontiera e così i
massacri del 1994 (a fuggire sono soprattutto i tutsi) e la
successiva presa del potere da parte del FPR (a fuggire sono
soprattutto gli hutu). Così gli hutu e i tutsi che già abitavano
da secoli le regioni orientali del Congo sono stati coinvolti in
dinamiche di scontro in buona parte di derivazione esterna. Adesso
nel Kivu (Congo orientale) si è diffusa una diffidenza
generalizzata della popolazione hutu verso i tutsi locali (i già
citati banyamulenge), congolesi da secoli, che sono stati spinti all’agire
politico-militare (che – visto da vicino – non ha nulla di
etnico, ma molto di saccheggio delle risorse) dalle dinamiche
politiche dei paesi confinanti.
Qualcuno ha parlato di lotta etnica persino per la Somalia, una
delle situazioni di più difficile lettura e di ancora più
complessa ricomposizione. Qui il conflitto appare una vera e propria
guerra per bande, le divisioni politiche e militari passano
attraverso un paese che è composto da una sola etnia (i somali), la
stessa lingua (il somalo) e la stessa religione (musulmano-sunnita),
oltre ad avere vissuto una storia sostanzialmente unitaria negli
ultimi secoli (dapprima come area di influenza degli arabo-swahili
di Zanzibar e poi come colonia italiana).
È interessante notare che per spiegare alcuni avvenimenti somali
si debba far ricorso in realtà ad una categoria ancora diversa da
quella di etnia. Pur essendo tutti somali, i gruppi che si
combattono sono divisi in "clan". Ora, la struttura del
clan è una, per quanto antica, struttura di potere, che non ha
alcun legame con fatti naturali, etnici o genetici. La lotta tra
clan è una pura lotta di potere. I territori di fatto indipendenti
del Somaliland, del Puntland, e per un po’ di tempo del Bay e del
Baqool hanno una struttura di potere di tipo clanico, in cui i ruoli
sono determinati dall’appartenenza alla stessa famiglia di clan. E’
quindi alla lotta per il potere che va fatto riferimento per
comprendere questo conflitto. E questo ci dà un’interessante
indicazione che può avere valenza più generale e su cui torneremo.
Con questo non si vuol dire che l’argomento etnico sia sempre e
solo di pura derivazione coloniale o comunque di imposizione
esterna. Vi sono indubbiamente – in Africa come altrove - degli
elementi culturali "tradizionali" di rivalità,
concorrenza per le risorse, incomprensione tra le varie popolazioni
che possono contribuire a spiegare certi aspetti dei conflitti. Quel
che qui si vuol dire è che nei contesti delle guerre africane di
questi ultimi decenni tali elementi sono stati sempre esasperati ad
arte per motivi di propaganda politica che avevano in realtà altri
fini, a volte con vere e proprie campagne mediatiche. E’
impossibile dimenticare come il governo ruandese dell’hutu power
abbia scientificamente soffiato sul fuoco della rivalità etnica per
giustificare la propria occupazione del potere, anche contro gli
hutu non allineati sulle sue posizioni (e abbia a tale scopo fatto
uso massiccio di radio e giornali, elementi moderni, non certo
"ancestrali").
L’indipendentismo della Casamance è effettivamente basato
sulla popolazione dioula (che peraltro non è originaria solo di
questa zona, ma abita tutta l’Africa occidentale, fino al Ghana),
che si opporrebbe ai popoli provenienti dal nord del paese (wolof,
principalmente), ma – come abbiamo visto – la posta in gioco
sono le risorse economiche della regione.
In Angola né il MPLA né l’UNITA hanno origine etnica, eppure
quest’ultimo ha utilizzato il risentimento degli Ovimbundu dell’interno
contro la popolazione meticcia della costa, in nome di una "africanità"
reazionaria (paradossalmente sostenuta a lungo dal Sudafrica bianco
e razzista), per costruirsi una base di consenso. Del resto nello
stesso Sudafrica del dopo 1994, l’opposizione dell’Inkatha si
basa sulla rivendicazione dell’identità zulu per assumere un
ruolo contro il governo Mandela.
È significativo che in Etiopia, dopo la caduta di Menghistu e l’apertura
al multipartitismo, questo sia stato inteso solo su base etnica.
Solo i partiti etnici sono ammessi: il sistema stesso si fa
promotore dell’affermazione sul piano politico delle
differenziazioni etniche e quindi le approfondisce.
In Sierra Leone le milizie si organizzano anche su base etnica (e
si contano fino a 13 etnie coinvolte), ma la loro composizione
sociale è fatto di disperati di ogni sorta, che cercano così un
modo per sopravvivere (o morire con la pancia piena): sono i
"signori della guerra" che giocano le popolazioni l’una
contro l’altra, esasperando argomenti "culturali" che
prima del conflitto avevano scarso peso politico.
In Liberia e Costa d’Avorio l’articolazione etnica è alla
base dell’estensione dello scontro in atto nel primo paese anche
al secondo. La Liberia è infatti abitata dai popoli Krahn e Dan.
Prima della presa del potere di Taylor, il presidente Doé era un
Krahn. Taylor si appoggia ai Dan. Dall’altro lato della frontiera
orientale del paese abitano i Guéré, che altro non è che il nome
locale dei Krahn. Allo stesso modo i Gyo sono la versione ivoriana
dei Dan. Quando cominciano ad affluire i profughi dalla Liberia, le
posizioni politiche anche in Costa d’Avorio si polarizzano così
tra favorevoli e contrari all’avanzata di Taylor in base alla
propria appartenenza etnica. Ma sia in Liberia che in Costa d’Avorio,
gli stereotipi etnici sono rivitalizzanti dai contendenti tra
popolazioni che invece da lungo tempo vivevano in pace pur nella
diversità. Per fare questo, ognuna delle due parti sfrutta e
accentua gli aspetti dell’immaginario collettivo (che esistono un
po’ in tutti i popoli) che tendono a vedere una minaccia in
chiunque sia diverso: le popolazioni cominciano ad accusarsi
reciprocamente di superstizione, stregoneria e persino di
antropofagia.
Più in generale, in Mali, Mauritania, Ciad, Niger e Sudan sembra
di assistere allo scontro, più che tra singole popolazioni, tra un
nord "bianco" e un sud "nero". In Ciad il potere
funziona su basi dichiaratamente etniche, che hanno contribuito a
determinare nella storia del paese anche massacri. La già citata
sostituzione del presidente Habré con Idriss Déby si è limitata a
cambiare l’etnia privilegiata. Ma per questa fascia di paesi, più
che l’argomento genericamente "etnico" si tira spesso in
ballo l’argomento religioso.
Ora, è vero che in Sudan il conflitto oppone un potere centrale
che è tra i campioni della diffusione dell’integralismo islamico
nel mondo a popolazioni che si dicono cristiane o – più spesso
– animiste. Ma prima di guardare più da vicino il conflitto
sudanese, cosa che faremo più avanti, va detto che lo stesso
argomento non è applicabile agli altri paesi saheliani citati, dove
pure il conflitto sembra molto simile, per quanto meno cruento
(tranne in Ciad) e a volte a parti invertite (il potere è bianco in
Sudan e Mauritania, ma nero in Mali e Niger): entrambe le parti in
conflitto in questi paesi sono musulmane.
Ancora una volta va invece richiamato l’argomento storico. A
parte il Sudan, sotto il dominio britannico fino al 1960[20], tutti
gli altri paesi della zona erano colonie francesi. In tutti, Sudan
compreso, l’economia coloniale si basava sullo sfruttamento delle
risorse della parte "nera", soprattutto piantagioni,
mentre la parte desertica o semidesertica era poco interessante e
quindi ampiamente sottovalutata dal potere coloniale per qualsiasi
tipo di intervento sia di investimenti/sfruttamento che di
infrastruttura o di tipo sociale. Al momento di concedere l’indipendenza,
la Francia e la Gran Bretagna hanno ceduto di punto in bianco le
leve del potere alla "maggioranza": gli arabi in Sudan, i
mauri in Mauritania, i neri in Niger, Mali e Ciad. Da questo
elemento, non quindi dal colore della pelle o dalla religione,
deriva lo scontro tuttora in atto in questi paesi.
Se si vuole, lo stesso conf |