Quando nelle zone mondiali di conflitto la gente
ha bisogno di protezione, sono generalmente le Nazioni Unite ad
ordinare di ‘fare qualcosa’. Ma spesso si trovano a corto di
soldati; per questo dovrebbe esistere un’altra opzione: quella di
chiedere a compagnie di militari professionisti di provvedere alla
sicurezza umana sotto compenso.
‘La ridistribuzione di mercenari in questa
nazione colpita sarebbe un atto di politica estera veramente etica’
ha scritto il corrispondente del Times, Sam Kiley, dopo aver visto
donne e bambini essere uccisi, e i loro corpi martoriati, in Sierra
Leone, nel Gennaio del ’99. Questa visione è condivisa da un
crescente numero di soccorritori, giornalisti, difensori dei diritti
umani e anche dai più alti scaglioni delle forze armate britanniche
e statunitensi . Anche se di rado se ne parla pubblicamente, ci si
chiede cosa ci sia da perdere nell’usare compagnie militari
assoldate per proteggere civili innocenti. Spesso si tratta della
sola scelta possibile. L’atteggiamento dei Paesi facenti parte
delle Nazioni Unite è preoccupante, addirittura sbalorditivo. Nel
1994, nonostante la partecipazione di19 Paesi, in grado di mettere
in campo un totale di circa 31.000 truppe, l’organizzazione non è
stata in grado di raggiungere 5000 unità per la missione in Ruanda.
A maggio dello scorso anno gli 88 Stati membri, capaci di impegnare
147.900 truppe, hanno saputo offrire un magro contingente al Congo e
alla Sierra Leone, quando ne è stata avanzata richiesta. Chi
risponderà al Ruanda di domani? C’è un persistente sospetto che
nessuno lo farà, da qui il pensiero verso le forze private.
Si pone una seria questione: se una forza
privata, che opera con l’autorità internazionale e entro alla
legge internazionale, è in grado di proteggere i civili, quanto è
morale negare alla gente la protezione solo perché gli Stati non
possono o non vogliono trovare la forza di farlo? La nozione che le
compagnie militari private, in alcuni casi, possono meglio
proteggere i civili dalle atrocità o dai genocidi è stata respinta
o invalidata. Il dibattito sulle forze militari private
inevitabilmente affonda sul termine ‘mercenari’, un’etichetta
che suscita emozioni rabbiose a dispetto di una giusta analisi. Come
risultato il monopolio degli Stati nell’affrontare la violenza
civile rimane incontestato. Come conseguenza sono spinti avanti
militari poco preparati e mal equipaggiati. Per molti stati più
poveri la prospettiva di guadagnare circa un milione di dollari al
mese per ogni battaglione inviato in una missione di pace delle
Nazioni Unite è l’incentivo principale. Ma la qualità viene
lasciata al caso. Il fucile di un soldato di un contingente
africano, che operava in un bunker strategico, nella missione delle
Nazioni Unite in Sierra Leone, è stato trovato con sole due
pallottole. I mortai del suo battaglione non erano stati neppure
testati, e la maggior parte del resto dell’equipaggiamento non era
funzionante. ‘Ci piacerebbe vedere partecipare in modo massiccio
alcuni dei governi con capacità, con buoni eserciti e soldati ben
addestrati – ha detto Kofi Annan – ma non si stanno dando da
fare per contribuire alle operazioni di peacekeeping’
Dopo la Guerra Fredda la storia è sconvolta ad
intervalli di quasi due anni da enormi disastri, conseguenza della
guerra: Croazia e Bosnia 1991-1997, Somalia 1992 e seguenti, Ruanda
1994 e Congo 1997, Kosovo 1999. Ciò non include le guerre in corso
in Angola, Sri Lanka e Afghanistan. Tuttavia, riguardo all’impiego
di forze militari private, vanno posti almeno due limiti.
Innanzitutto il potere di autorizzare e di delegare l’uso della
forza militare deve restare agli Stati, preferibilmente al livello
del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ma una volta
convenuto ciò, non è tanto importante stabilire esattamente che
cosa o chi venga impegnato: bisogna soltanto trovare l’alternativa
più efficace e meno costosa. Ma è giusto dire che molte decisioni
di peacekeeping si sono concentrate più sulle cause che sulle
conseguenze. Raramente si è posta la questione: cosa permetterebbe
di raggiungere il miglior risultato? In secondo luogo, è importante
che le forze militari private non siano viste, come alcuni
suggeriscono, come un rimedio a tutti i conflitti. In verità una
forza militare privata è verosimilmente utile solo in una manciata
di casi. Ad esempio è difficile credere che le operazioni
internazionali della Sandline per sopprimere i ribelli in
Bougainville, come previsto nel 1997, sarebbero sfociate in una pace
migliore di quella raggiunta attraverso i negoziati e gli interventi
dei governi neozelandese e australiano. Ma dove i civili sono preda
di gruppi ribelli o dei loro governi, altre opzioni meritano di
essere prese in considerazione. Se
non altro le compagnie militari private
rappresentano un’altra freccia nella faretra della risposta
internazionale. Nonostante le argomentazioni morali, siamo
ancora lontani da un impiego corretto delle forze di peacekeeping
private. I paesi in via di sviluppo hanno una certa difficoltà ad
assimilare il concetto di sicurezza umana: ai loro occhi l’ingresso
di forze straniere, senza invito, anche se per proteggere i civili,
indebolisce semplicemente la loro sovranità. Ma, che piaccia o no,
stiamo percorrendo inesorabilmente questa strada: il futuro delle
operazioni di pace risiede nelle truppe private.
A cura di DOK