E’ il 28 maggio del 1999. Dopo tredici anni di
scavi e lavori viene finalmente inaugurata la Galleria dei
Peloritani, il tunnel ferroviario lungo 13.500 metri che mette in
collegamento il centro abitato di Messina con il comune di
Villafranca Tirrena. Lo ha realizzato il Consorzio Ferrofir di Roma
a cui aderiscono tre tra le maggiori imprese italiane di
costruzioni: l’Astaldi, la Di Penta e l’Impregilo. Un’opera
segnata da lunghi ritardi a causa di problemi di ordine geologico
non previsti in sede progettuale e da interminabili conflitti
sindacali per l’incertezza della copertura finanziaria dei lavori
per il raddoppio ferroviario nella tratta Messina-San Filippo del
Mela, la stessa dove si è consumata nel luglio 2002, la tragedia
dell’Espresso ‘Freccia della Laguna’, deragliato per la
cattiva manutenzione dei binari.
La Galleria dei Peloritani è oggi presa ad
emblema tra le grandi opere che hanno causato i maggiori dissesti
del territorio e dell’ambiente della provincia di Messina. Un’infrastruttura
su cui non sono mancati gli appetiti della criminalità mafiosa
regionale: i lavori di sventramento di intere colline si sono
trasformati in una grande business per l’Ecomafia. "Dove sono
finiti i milioni di metri cubi di terra argillosa estratta lungo i
chilometri di quella galleria che congiunge Messina con la città di
Villafranca?" Ha domandato al Presidente della Commissione
parlamentare antimafia l’on. Nichi Vendola del Partito della
Rifondazione Comunista, nei giorni successivi al deragliamento del
treno espresso presso la stazione di Rometta. "Sono finiti
forse in mare? E chi ha lucrato le somme che lo Stato, pagando circa
otto mila lire al metro cubo, ha erogato per smaltire ciò che non
è stato smaltito? E ancora: da dove si è estratta la terra per
costruire il rilevato ferroviario nel tratto Rometta-Bercellona?
Forse dal greto di ciascuno dei tre torrenti che insistono su quel
territorio? E che dissesto idrogeologico si è determinato? E come
mai una intera galleria, appena completata al prezzo di svariati
miliardi, crolla, un anno fa, nella indifferenza generale? Quella
galleria, era già un monito ed un emblema dei rischi legati al
contenuto criminale ed anti-ambientale di un progetto che in trent’anni
ha dissipato risorse e vite senza edificare il secondo
binario".
Nel suo intervento, Vendola ha chiesto di
conoscere quali siano state le ditte che hanno operato nell’area
nella movimentazione terra e che hanno eseguito gli sbancamenti, l’apertura
di nuove cave, la perforazione dei rilievi montuosi. Infine il
parlamentare solleva un interrogativo inquietante: "Si può
sapere se quelle cave siano state a loro volta riempite con
materiali da discarica, con rifiuti tossici e nocivi?" ([1]).
Domande a cui assai difficilmente questo governo vorrà e potrà dar
risposta. Tuttavia, va detto, che negli anni caldi della guerra di
mafia, una piccola testata di Messina, L’isola, protagonista di
numerose inchieste sul traffico di armi e sui poteri occulti nell’area
dello Stretto, aveva denunciato gli interessi che ruotavano attorno
all’affare movimentazione terra e discarica degli inerti dei
lavori per la realizzazione della tratta ferroviaria
Messina-Villafranca-Barcellona. Un articolo a firma del giornalista
Giuseppe Ramires dell’ottobre 1993, rilevava l’insorgenza di
decine di discariche abusive in tutta la provincia. "Di circa
cento cosiddetti ‘padroncini’, una cinquantina pare riesca ad
utilizzare la discarica di Portella Arena (quella per i rifiuti
solidi urbani) usufruendo di permessi provvisori, pur non possedendo
i necessari requisiti. Qualche altro autotrasportatore pare che goda
di particolari attenzioni da parte della Forestale (vedi il caso
"Salice" dove si scarica utilizzando una domandina di
"bonifica", e sarebbero quindi le imprese che utilizzano
questo sistema). Una cinquantina di autotrasportatori, fuori dal ‘giro’,
si arrangia come può, scaricando i materiali nei torrenti o sulle
spiagge".
L’inchiesta di Ramires evidenzia poi una strana
‘anomalia’ che si sarebbe realizzata a cavallo tra la fine degli
anni ’80 e i primi anni ’90 in tema di discariche. In assenza di
siti rispondenti alle norme di legge, il municipio di Messina
deliberò nel marzo 1989 l’autorizzazione all’apertura di una di
esse in un’area di Portella Arena, affidandone la realizzazione
all’Ales (Annunziata Lavori Edili Stradali) di Salvatore Calandra,
presidente dell’Associazione autotrasportatori movimento terra di
Messina. Nonostante il parere favorevole dell’Assessorato
Regionale all’Agricoltura e alle Foreste, l’allora
amministrazione sospese però la pratica. Passano così inutilmente
quattro anni nella più totale deregulation. Inutili si rivelano i
numerosi esposti di Calandra alla Prefettura di Messina in cui si
denuncia l’esistenza di "molte discariche padronali
autorizzate soltanto dall’Assessorato Agricoltura e Foreste che
fanno scaricare i materiali provenienti dagli scavi a pochi eletti
– vedi il doppio binario FF.SS. a Salice –. Nonostante il
continuo prodigarmi affinché alcuni luoghi caratteristici e
panoramici non siano deturpati da scarichi abusivi, molti della
categoria che io rappresento scaricano in luoghi incuranti di tutto
e di tutti" ([2]).
Inutile dire che lo scarico di inerti continuò
senza controlli per tutti gli anni ’90. Solo nel marzo 2001 fu
ordinata dalla Forestale la chiusura della discarica di contrada
Malopassu a Salice, quella indicata come una delle maggiori
ricettrici dei materiali di risulta degli scavi per la ferrovia.
"Siamo in presenza di un preoccupante fenomeno di dissesto
idrogeologico – dichiara il geologo della Forestale, dott.
Marchetti. "L’area va immediatamente sottoposta ad un
programma di riqualificazione ambientale". L’ordinanza segue
di qualche giorno un'interrogazione al Sindaco dei consiglieri del
Partito popolare che chiedono come mai per i lavori appaltati dal
Comune non venga utilizzata la discarica regolarmente autorizzata di
Vallone Guidara, invece di continuare a deporre materiali a Salice
"creando difficoltà per la popolazione residente e mantenendo
in vita una discarica che pare sia illegittima" ([3]). La
discarica di Salice, nello specifico, viene gestita dall’impresa
messinese Demoter S.r.l. (Demolizioni Movimenti Terra), che ha avuto
in affidamento i lavori di scavo e movimentazione inerti della
galleria ferroviaria dei Peloritani e che al momento dell’ordinanza
di chiusura, inviava a Salice i camion con i materiali derivanti
dagli sbancamenti effettuati come subappaltatrice della società
Astaldi nel cantiere del nuovo stadio di calcio a San Filippo ([4]).
E la discarica non s’ha da fare
Qui la storia tutta messinese delle discariche si
complica. A seguito dell’ordinanza della Forestale, infatti,
vengono sospesi per sette mesi i lavori di sbancamento della collina
sovrastante il costruendo stadio, bloccando nei fatti i lavori di
realizzazione dell’infrastruttura. "La mancanza della
discarica per inerti ci ha inferto una "mazzata"
terribile", ha dichiarato uno dei capi zona dell’Astaldi, che
aprì un contenzioso con l’Amministrazione comunale, conclusosi
otto mesi fa con la rescissione del contratto d’appalto e l’affidamento
del completamento dei lavori alle imprese Mdm-Ceppi ([5]).
Eppure, come era stato segnalato dai Popolari, un
impianto a Messina per lo smaltimento degli inerti, regolarmente
autorizzato dal 19 febbraio 2001, era in funzione a Vallone Guidara.
Invece di indirizzare le ditte di movimentazione terra verso questo
sito e sbloccare i lavori allo Stadio, l’Amministrazione,
attraverso l’ingegnere capo del Comune Rosario Guarniere, avviava
un’attività di valutazione di una "serie di possibili
alternative" in attesa dell’"adeguamento del sito di
Salice" ([6]). La stampa locale forniva l’elenco delle
"alternative" in gara: la discarica di Vallone Guidara di
cui era nota la rispondenza ai parametri di legge, un’area nel
municipio tirrenico di Valdina di proprietà della ditta di laterizi
di Pietro La Fauci ([7]); un altro sito, ancora una volta a Salice,
di proprietà sempre della Demoter del geometra Carlo Borella, il
cui progetto veniva approvato in tempi record dalla commissione
edilizia alla fine di marzo. Lo smaltimento dei materiali inerti
veniva definito una "situazione davvero paradossale"
perfino dal quotidiano locale Gazzetta del Sud, notoriamente cauto e
pacato nei suoi commenti. "Mentre si continua a scaricare
abusivamente in collina, lungo le fiumare o addirittura sulle
spiagge, resta inutilizzata l'unica discarica autorizzata esistente
in territorio comunale", denunciava il giornalista Lucio D’Amico
in un ampio reportage del 29 aprile 2001 ([8]).
Trascorre così l’intera primavera e buona
parte dell’estate, senza che venga presa una decisione da parte
dell’Amministrazione comunale. Poi, il 2 agosto, nello sconcerto
generale, i dirigenti di Palazzo Zanca decidono che per lo
smaltimento dei materiali derivanti dagli scavi nel cantiere San
Filippo sarà utilizzato il terreno di Salice di proprietà della
Demoter, e questo nonostante la presa di posizione della dirigente
della ripartizione Opere pubbliche Maria Beninati, che contesta la
doppia qualità della Demoter di subappaltatrice del movimento terra
e proprietaria dell'area ([9]). Gli amministratori, con affanno,
cercano di spiegare le motivazioni di tale scelta. La richiesta di
compenso (8 lire per ogni chilogrammo di materiale scaricato) fatta
all’Amministrazione dal titolare della discarica di Vallone
Guidara, l’imprenditore Giovanni Puglisi - già presidente del
Messina Calcio - è stata giudicata "esosa" da parte del
Comune. Meglio attendere l'attivazione del nuovo sito di Salice di
proprietà della Demoter, per cui il titolare dell'impresa Carlo
Borella ha invece chiesto un prezzo di 5 lire al chilogrammo.
Peccato che siano in pochi a ricordare che in un primo tempo la
Demoter si era impegnata informalmente al conferimento a titolo
gratuito della discarica, dato il suo ruolo di subappaltatore dei
lavori allo stadio. Scelta obbligata pertanto, considerata la
differenza non certo risibile che permette di abbattere i costi del
40%. Ecco però il nuovo colpo di scena: il titolare della discarica
di Vallone Guidara riduce le pretese a 3 lire al chilogrammo, che a
conti fatti rappresenta un risparmio per l’Amministrazione di
circa 500 milioni di lire, più il vantaggio di un minore impatto
degli automezzi per la minore distanza del sito da San Filippo,
rispetto alla discarica di Salice. Viene così firmata il 22 agosto
2001, la delibera per scaricare a Vallone Guidare gli inerti dei
lavori allo stadio di San Filippo ([10]).
I lavori però non riprendono, in quanto la
Demoter, sconfitta dalla Giovanni Puglisi, dichiara la propria
indisponibilità a movimentare gli inerti a Vallone Guidara, in
quanto sarebbe vigente su un tratto di strada per la discarica, un
divieto di transito agli automezzi con un carico superiore alle 50
tonnellate. "Inizieremo solo nel caso in cui l’Astaldi,
titolare dell'appalto dello stadio, si assuma direttamente la
responsabilità per eventuali danni causati dal passaggio dei mezzi
sulla strada per Vallone Guidara", dichiarava Carlo Borella. Si
perde altro tempo prezioso fino a quando l’amministrazione
competente dichiara che il divieto di transito era stato revocato da
tempo e che sulla viabilità di accesso alla discarica ricade anche
un parere favorevole da parte del Genio civile. Proprio per questo
il sito di Vallone Guidara viene regolarmente utilizzato dalle ditte
che effettuano lavori per conto della Provincia. A soffiare sul
fuoco, giungono le pesanti dichiarazioni dell’imprenditore
Giovanni Puglisi: "Come posso dimostrare con le fatture emesse,
i mezzi della Demoter hanno continuato a conferire sterro
nell'impianto di recupero ambientale di Vallone Guidara fino a tutto
il mese di agosto. Non capisco, quindi, perché proprio ora si ponga
il problema della strada" ([11]). Ci sarebbe materia per lo
meno per un atto ispettivo. Ma a Messina, pare, nessuno ha l’interesse
ad approfondire una vicenda che ha causato già gravi dissesti al
territorio, pesanti ritardi nel completamento di importanti opere
pubbliche, insperati arricchimenti per i padroni vecchi e nuovi
delle discariche dei rifiuti.
La lunga storia degli appalti per il nuovo stadio
di calcio di Messina
Tutta da raccontare la lunga e tormentata storia
dei lavori per il nuovo stadio di San Filippo. Il progetto di
realizzazione per 75 miliardi di vecchie lire fu approvato dal
Consiglio comunale di Messina nel luglio 1988. Passano due anni e ne
viene deciso lo smembramento in due lotti di lavori, uno per lo
stadio vero e proprio (50 miliardi) e l’altro per le
infrastrutture viarie di collegamento autostradale e per i parcheggi
(25 miliardi). A tre anni esatti dal voto del Consiglio, viene
assegnata la gara d’appalto all’Associazione temporanea d’imprese
Di Penta, F.lli Costanzo e Benedetto Versaci di Rocca di Caprileone,
per 35 miliardi e 482 milioni. A causa del cedimento delle strutture
di una della tribune in costruzione, nell’agosto del 1993 viene
decisa la sospensione dei lavori. Quattro anni più tardi,
l'amministrazione di centro-sinistra guidata dal giudice Franco
Providenti tenta di risolvere il contenzioso, autorizzando una
transazione da tre miliardi e mezzo a favore delle imprese, ma i
lavori ripartiranno solo dopo una seconda transazione, siglata dalla
nuova amministrazione di centro-destra. Nel frattempo alla Di Penta
è subentrata l’Astaldi di Roma, impresa anch’essa presente nel
consorzio Ferrofir per il raddoppio ferroviario Messina-San Filippo
del Mela. La Di Penta assume l’impegno a completare i lavori entro
il 3 maggio 2001.
I ritardi ulteriormente accumulati nei lavori e l’inattesa
chiusura della discarica di Salice gestita dalla Demoter di Messina,
fanno slittare a tempo indeterminato la data di esecuzione dell’opera.
Si apre l’ennesimo contenzioso tra le imprese e l’Amministrazione
comunale, e d’autorità, il sindaco Salvatore Leonardi annuncia
nel febbraio 2002 la risoluzione del contratto con la Astaldi. Tre
mesi più tardi la giunta affida direttamente e con procedura d’urgenza
i lavori di scavo e messa di sicurezza della collina, più la posa
dei prefabbricati, alle ditte Demoter e Proter di Catania (quest’ultima
nell’orbita della Fratelli Costanzo, oggi ad amministrazione
controllata dopo le note vicende giudiziarie che hanno colpito i
cavalieri di Catania).
Nonostante le perplessità di ordine giuridico
espresse da alcuni legali dell’Amministrazione, il sindaco
Leonardi bandisce la trattativa privata per il completamento dello
stadio per un importo di nove milioni e 720 mila euro. L’intenzione
è quello di affidare i lavori nuovamente alla Demoter, coadiuvata
dalla ditta messinese Caruso Elettroimpianti e dalla catanese
Antares. A spingere particolarmente su questa ipotesi è l'ingegnere
capo del Comune di Messina Rosario Guarniere, che ritiene superflua
l’indizione di un’altra gara d’appalto. "Si tratterebbe
di una pura e semplice sostituzione, con l'uscita di scena
dell'impresa che ha ammesso di non poter completare l'opera nei
tempi previsti e con l'ingresso di una o più ditte che mostrano
invece la loro piena disponibilità a ultimare l'impianto agli
stessi patti e condizioni previsti nel capitolato originario"
spiega ai mass media il dott. Guarniere.
Quando ormai sembra tutto pronto per la consegna
all’associazione di imprese guidate dalla Demoter, giunge la
doccia fredda proprio per bocca dell’amministratore della società
messinese di movimentazione terra, Carlo Borella. "Eravamo e
siamo presenti nel cantiere di San Filippo – dichiara l’imprenditore
– ma un conto è eseguire alcuni lavori in subappalto e un conto
accollarsi la responsabilità di portare a compimento l'intera
opera" ([12]). Intanto il 6 maggio, la Guardia di finanza
effettua un blitz a Palazzo Zanca, sede dell’Amministrazione
comunale, per acquisire in copia l’intera documentazione relativa
alle gare d’appalto per la costruzione dello stadio di San
Filippo. Andata deserta la seduta per l’affidamento privato, il 6
giugno 2002, la giunta autorizza il pubblico incanto per
l'ultimazione dei lavori. La gara viene vinta dalle imprese Mdm e
Ceppi con un ribasso di appena lo 0,10%, confermando Messina, la
provincia ove si raggiungono i ribassi più infimi di tutta la
Sicilia.
Ecco a voi il calcio-spazzatura
Una sede di rappresentanza nel prestigioso
complesso Linea Verde della Nuova panoramica dello Stretto, un ampio
deposito con i mezzi più moderni in contrada Mezzacampa di Spartà,
terreni di proprietà a Salice. E’ il biglietto da visita della
Demolizioni Movimenti Terra – Demoter S.r.l. di Messina, un’azienda
che in pochi anni si è trasformata nell’asso piglia tutto delle
commesse pubbliche e private del settore movimentazione dell’intera
provincia di Messina. Una società dinamica, che ha posto il proprio
marchio su una delle due squadre femminili locali di pallamano di
prima divisione e che avrebbe fatto recentemente il proprio ingresso
societario nel Messina calcio di serie B, guidato dall’imprenditore
Pietro Franza, rampollo della famiglia che domina il traghettamento
privato nello Stretto di Messina. Un’operazione che salda un
inedito asse edilizia-rifiuti-sport. Con la Demoter, infatti,
avrebbe fatto il proprio ingresso nel Messina calcio, anche il
gruppo Altecoen di Enna, maggiore azionista privato della
Messinambiente S.p.A., che cura dal 1994 la raccolta e lo
smaltimento dei rifiuti solidi urbani di Messina ([13]).
E’ opportuno aggiungere che contestualmente il
neopresidente del Messina Calcio, Pietro Franza ha rilevato anche il
30% dell’Igea Virtus di Barcellona che milita in C2, ed una quota
sempre del 30% dell’S.S. Milazzo calcio, girone dilettanti. Per l’ingresso
del potente gruppo finanziario nelle compagini minori del calcio
messinese sono stati utilizzati canali del tutto simili e per un
certo verso sorprendenti. Le trattative sono state caldeggiate, tra
gli altri, dai politici locali di Alleanza Nazionale (sen. Domenico
Nania in testa) e dall’imprenditore Sergio La Cava, presidente
della Messinambiente S.p.A. ed amministratore delegato della
Navigazione Generale Italiana, società che gestisce i traghetti per
le isole Eolie, di cui è azionista di minoranza il Gruppo Franza.
La Cava, poi, è stato nominato rappresentante dei Franza nel gruppo
dirigenziale delle due società sportive.
Restano ignote le reali motivazioni dell’intervento
dei signori del traghettamento privato nell’assetto societario di
due squadre che certamente non vantano edificanti trascorsi sportivi
e che in più occasioni hanno avuto pesanti cadute d’immagine.
Soprattutto l’Igea Virtus di Barcellona è stata al centro di
discutibili vicende di cronaca, non strettamente legate al gioco del
calcio. La società è nata nel 1993 dalle ceneri della Nuova Igea
S.p.a, grazie all’intervento finanziario dell’imprenditore
Pietro Arnò, titolare a Barcellona di una concessionaria auto,
personaggio al centro di un’indagine da parte del Tribunale di
Patti su una una strana storia di assegni postdatati legati a un
parco giochi sulla litoranea tirrenica. Accusato di truffa, Pietro
Arnò è stato tuttavia assolto in sede processuale, nonostante il
pubblico ministero avesse richiesto la condanna a otto mesi ([14]).
Su Pietro Arnò ricadono tuttavia i sospetti su
una frequentazione con il boss mafioso di Barcellona Giuseppe
Gullotti, oggi all’ergastolo per una condanna definitiva per l’omicidio
del giornalista Peppe Alfano. Indagando su un presunto traffico di
armi pesanti che vede tra i protagonisti alcuni degli uomini di
punta del clan barcellonese, i Carabinieri eseguono nel febbraio ’93
una intercettazione ambientale tra gli affiliati Domenico Orifici e
Salvatore Di Salvo detto ‘Sam’. Da alcuni mesi sono stati accesi
i riflettori nazionali sulla guerra di mafia in corso a Barcellona
per la spartizione degli appalti per la realizzazione del doppio
binario, ed i membri del gruppo Gullotti hanno deciso di evitare il
più possibile d’incontrarsi pubblicamente tra di loro, e in
particolare con il loro capo. "Se vengono visti con me o con
Gullotti - dice il Di Salvo – sono bruciati. Il sig. Pietro Arnò,
presidente della Nuova Igea, è l’unica persona che il Gullotti
spera, lui cammina solo con Pietro Arnò, perchè essendo della
stessa squadra, Pietro Arnò e lui, nessuno gli può dire: ih!, oh!
ah!, a livello politicamente, a livello amicizie e cose
varie..." ([15]).
In realtà, il boss Giuseppe Gullotti ha
ricoperto ininterrottamente la carica di vicepresidente della Nuova
Igea, dal 1978 al 1993, l’anno della trasformazione della società
nell’Igea Virtus S.a.s. di Pietro Arnò & C.. Prima di essere
trasferita ad Arnò, una quota della società calcistica era in
possesso dell’imprenditore Giovanni Sindoni, chiacchierato
personaggio barcellonese interessato ai lavori di realizzazione del
raddoppio ferroviario appaltati al consorzio Ferrofir, al centro di
uno scandalo sulle truffe agrumarie alla CEE in compagnia di alcuni
boss mafiosi di Bagheria ([16]). Tra i soci del tempo dell’Igea
Virtus, Eugenio Barresi, ex veterinario capo provinciale, affiliato
alla loggia massonica "Fratelli Bandiera" di Barcellona e
Vincenzo Fugazzotto, un commerciante di mobili che il collaboratore
di giustizia catanese, Antonino Calderone, ha descritto essere
cointeressato al contrabbando dei tabacchi con il clan mafioso di
Nitto Santapaola ([17]). Dieci anni più tardi, i dirigenti della
nuova Igea Virtus sarebbero stati sottoposti a procedimento penale
per presunte violazioni finanziarie (omessa presentazione delle
dichiarazioni dei redditi e evasione IVA per una cifra di oltre 25
miliardi di lire ([18]). Infine un’ultima curiosità che lega i
destini delle due società calcistiche minori della provincia di
Messina: Igea Virtus ed S.S. Milazzo, nel 1998, hanno fatto da
anfitrioni e squadre allenanti della Oblic di Belgrado, il team
calcistico di proprietà di Zeliko Raznatovic, meglio noto come il
‘comandante Arkan’, il maggiore criminale di guerra serbo, poi
assassinato ([19]). Bandita a livello internazionale, la squadra del
boia neofascista è stata ospitata in un hotel di Terme Vigliatore,
coccolata e ‘protetta’ dai dirigenti delle due squadre messinesi.
L’irresistibile scalata della Demoter –
Demolizioni Movimenti Terra
Ma torniamo alla società messinese che ha
monopolizzato il settore della movimentazione terra e per certi
versi, anche quello della realizzazione delle opere pubbliche. Il
portafoglio lavori della Demoter è infatti ampio e variegato. Si va
dalla gestione delle discariche controllate, alla realizzazione di
metanodotti, acquedotti, fognature, lavori stradali e gallerie
ferroviarie ed autostradali, oltre alle originarie attività di
movimentazione terra e consolidamento del territorio. La società di
Borella ha inoltre diversificato i propri investimenti, facendo
ingresso nel controverso mondo del Bingo, attraverso una società
costituita con la De Gregorio - la Players Group S.r.l. - che ha
ottenuto in gestione la struttura Bingo sorta nel quartiere di
Contesse (Messina sud). La Demoter S.r.l. ha poi allargato la sua
area d’intervento a tutto il territorio nazionale, operando
finanche nel mercato internazionale mediante alcune società
partecipate, la Pipe-Line Scarl e la G.E.T.I. S.r.l.. La società
vanta oggi committenti di prima grandezza, come la Snamprogetti e la
Saipem del Gruppo ENI, la Italgas S.p.A., le Ferrovie dello Stato,
la Protezione Civile, le imprese private Bonatti e Pizzarotti,
nonché il Consorzio Ferrofir, concessionario dal gennaio 1984 per
la progettazione e la realizzazione del raddoppio ferroviario
Messina-Villafranca-San Filippo del Mela.
Dall’Amministrazione comunale di Palermo ha
ottenuto, in associazione con la Licata Costruzioni di Gela, l’appalto
per la realizzazione di una delle opere ritenute strategiche per i
collegamenti viari del capoluogo regionale, la ‘bretella’ viaria
di Brancaccio, che consentirà il collegamento diretto fra
l'autostrada e la zona industriale di Palermo (Villabate). A
Messina, dal gennaio 2001, la Demoter cura per conto della locale
Capitaneria di Porto, il programma di risanamento delle aree
demaniali, occupate da baracche e manufatti in muratura abusivi.
Prefettura e Municipio si sono rivolte all’azienda di Carlo
Borella per la demolizione delle baracche pericolanti dello storico
quartiere del Tirone ([20]). Sempre nell’ambito del risanamento e
della protezione civile, la Demoter è impegnata a Messina nei
lavori di contenimento delle acque del torrente Ciaramita
dell'Annunziata, il cui corso è stato pericolosamente modificato
dal violento e mortale naufragio del 1998. L’appalto per quattro
miliardi di lire è stato aggiudicato nella primavera del 2002 alla
Demoter ancora una volta dall’Amministrazione comunale. Qualche
mese prima, la società in associazione con la Pettinato e la
Consapro di Catania, si era aggiudicata la gara per la manutenzione
delle principali strade municipali (base d'asta 5 miliardi 670
milioni) ([21]). E’ a questa associazione temporanea che Palazzo
Zanca pensa di affidare per trattativa privata la risistemazione del
verde e dell'arredo urbano deturpato dai lavori per la metropolitana
di superficie attualmente in fase di realizzazione a Messina ([22]).
Forte del suo ruolo di affidataria e
subaffidataria di importanti opere pubbliche comunali (stadio,
strade, torrenti, ecc.), la Demoter è stata scelta da numerose
società di costruzioni della provincia per guidare l’associazione
di imprese che ha presentato i progetti all’Amministrazione
comunale per realizzare le maggiori opere previste dal piano
triennale: la ristrutturazione degli impianti e la gestione di Villa
Dante e la creazione di due centri direzionali nell’area dell’is.158
di via La Farina e dell’is.88 di viale San Martino ([23]). La
stessa Demoter concorre alla gara lanciata dall’Amministrazione
comunale per la costituzione di una ‘società mista per azioni’
in vista della trasformazione urbana ed il "recupero della zona
del Tirone" e delle aree adiacenti comprese tra via Porta
Imperiale e Piazza del Popolo, un’area su cui sono fortissimi gli
interessi privati di tipo speculativo data la sua vicinanza con il
Palazzo di Giustizia ([24]).
Le rapide e cospicue fortune economiche della
società messinese di movimentazione terra, non potevano richiamare
l’attenzione della grande e piccola criminalità. Alcuni dei
cantieri della Demoter, sono stati così vittima di incursioni di
ladri e profittatori, e non sono mancate le richieste di tipo
estorsivo. Appena un paio di mesi fa, nel comune di Nicotera, nella
fascia tirrenica calabrese, la società ha subito il furto di
ingenti quantità di gasolio e di alcune attrezzature di scavo
utilizzate nei lavori di manutenzione della linea ferroviaria
Nicotera-Tropea ([25]). Due autobetoniere sono state invece il
bottino di un altro furto perpetuato ai danni della Demoter,
stavolta il 31 agosto 2001, nel cantiere ubicato ai margini del
torrente Mazzarrà, nel territorio del comune di Novara di Sicilia,
dove la società è impegnata nei lavori di metanizzazione.
Secondo gli inquirenti messinesi, proprio la
Demoter è stata una delle società più colpite dalle attività
estorsive realizzate dai clan mafiosi messinesi negli anni compresi
tra il 1988 e il 1996, corrispondenti all’inizio dei lavori per il
nuovo stadio di San Filippo e per il raddoppio ferroviario sulla
Messina-Villafranca di cui la stessa Demoter era titolare degli
scavi e della movimentazione degli inerti. "O si rivolge alla
persona che "gestisce" la zona, oppure avrà guai in
cantiere" si sentì rivolgere l'imprenditore Carlo Borella, nel
1994, dal mafioso Vincenzo Prugno, poi assassinato sei anni dopo in
un conflitto a fuoco con gli esponenti di un clan rivale. Prugno,
emissario del boss Giacomo Spartà, si era recato direttamente in un
cantiere di Santa Lucia sopra Contesse dove la Demoter aveva in
corso lo sbancamento di una collina su cui era prevista la
realizzazione di una serie di complessi abitativi. L'imprenditore
preferì scendere a patti con gli estortori e si accordò per una
tangente di cinque milioni di lire. Nel maggio 2001 si è tenuto il
processo contro Giacomo Spartà e gli altri esponenti del clan della
zona sud di Messina, Sebastiano Ferrara e Antonino Turrisi, oggi
collaboratori di giustizia, che hanno ricostruito i particolari dell’estorsione
ai danni della Demoter e di altre importanti imprese edili messinesi
([26]).
Il racket mafioso sui lavori per il nuovo stadio
di Messina
Risale agli stessi anni l’infiltrazione della
criminalità messinese nei lavori di realizzazione del nuovo stadio
di San Filippo. Come ha raccontato il controverso collaboratore di
giustizia Luigi Sparacio, verso gli anni ’90 fu deciso di mettere
sotto estorsione le imprese che avevano ottenuto l’appalto, ed in
particolare la Di Penta di Roma e la Fratelli Costanzo di Catania.
Sarebbe stato di oltre 250 milioni il ‘pizzo’ finito nelle mani
dei clan Sparacio, Ferrara e Santapaola. Eloquente il contesto
politico-mafioso-imprenditoriale in cui fu realizzato l’accordo.
In vista dell’aggiudicazione dell’appalto, sempre secondo
Sparacio, si sarebbe tenuto un incontro nell’abitazione del
vecchio boss peloritano Sandro De Tullio, a cui avrebbe partecipato
il politico democristiano Giuseppe Astone, ex sottosegretario di
stato alle Poste, recentemente condannato nell’ambito del processo
sulla tangentopoli messinese. A tessere le fila tra imprenditori,
politici e cosche locali, uno dei personaggi eccellenti del gotha
mafioso siciliano, l’ex presidente dell’Associazione Calcio
Messina, Michelangelo Alfano, rappresentante nel messinese della ‘famiglia’
di Bagheria del boss Leonardo Greco. "All’incontro per
definire l’appalto – aggiunge Sparacio - avrebbe dovuto
partecipare anche Michelangelo Alfano, ma alla fine non venne a
causa di un impegno. Nell’appalto così come in quasi tutti i
lavori pubblici della provincia di Messina, c’era l’interessamento
dei catanesi e dei palermitani".
Nella logica spartitoria delle grandi opere, era
decisione comune, "con la benedizione di Cosa nostra", che
a dover vincere l’appalto per i lavori allo stadio fossero la Di
Penta e la Costanzo. Sorse però un problema, in quanto l’on.
Astone avrebbe preteso una quota dei lavori anche per il
"delfino" Versaci, importante imprenditore di Rocca di
Caprileone. "Iniziò così un’attività di mediazione di
Michelangelo Alfano, che si incontrò più volte con Astone per
stabilire i termini dell’accordo", ha aggiunto Sparacio.
"Della vicenda si interessò pure il rappresentante nazionale
del clan Santapaola Eugenio Galea, che scese più volte a Messina
per aggiustare le cose. Anch’io ci guadagnai in questa vicenda.
Galea mi diede circa 100-150 milioni, che divisi con i clan Ferrara
e Marchese" ([27]).
Della vicenda ne ha parlato in sede processuale
anche l’altro importante collaboratore di giustizia Sebastiano
Ferrara. "Per far pagare il pizzo organizzammo anche un
attentato ai mezzi della Costanzo. Questa estorsione la decisi io,
Sparacio e Mario Marchese. Ci ripartimmo i contatti con le ditte
impegnate nella costruzione. Lo Sparacio si sarebbe occupato di
tenere i contatti con la ditta di Catania, che noi sapevamo essere
appoggiata da malavitosi catanesi. Io, invece, mi sarei occupato di
trattare con la ditta Di Penta di Roma e con la ditta Versaci di
Messina". All’impresa capofila fu imposta inoltre l’assunzione
fittizia dell’affiliato Luigi Longo, a cui periodicamente i
dirigenti della Di Penta consegnavano dieci milioni da destinare al
clan Ferrara ([28]).
Il procedimento non ha chiarito se le dazioni di
denaro e le guardianie siano state imposte anche alle imprese
subappaltatrici dello stadio. Analogamente il recente processo
contro il clan Mangialupi di Messina, retto dal boss Salvatore
Surace, oggi collaboratore di giustizia, non ha chiarito quali delle
società appartenenti al consorzio Ferrofir, abbiano dovuto versare
il ‘pizzo’ agli uomini della cosca (Cesare Palermo, Antonino
Cavallo, Giovanni Trovato e Giorgio Davì), condannati proprio per
essere stati tra i delegati alla riscossione per i lavori al
raddoppio ferroviario Messina-Villafranca-San Filippo del Mela, e
per altri cantieri edili messinesi.
La Demoter, tuttavia, non sarebbe riuscita a
sottrarsi alla morsa dei più invasivi clan mafiosi del barcellonese.
Stando alle confidenze fatte ai ROS dal luogotenente di Bernardo
Provenzano, Luigi Ilardo, "tale Sem, mafioso di Barcellona
Pozzo di Gotto, al tempo latitante, seguiva gli interessi del gruppo
riferito a Gullotti, nell’area di loro competenza del messinese,
ritirando denaro dalle varie ditte quali la Demoter di Messina dell’ingegnere
Di Borrella ed il pizzo veniva occultato dall’ufficio
amministrativo, tramite fatture maggiorate" ([29]). Ilardo
sostiene, cioè, che per pagare le estorsioni, la società messinese
si sarebbe adeguata ai ‘ritocchi’ di bilancio caratteristici del
modus operandi delle imprese dispensatrici di tangenti a politici e
funzionari per l’accaparramento delle grandi opere. Rivelazione
tutta da provare, come da provare se dietro il non meglio
specificato ‘Sem’, ci sia Salvatore Di Salvo, esponente di primo
piano del clan Gullotti, che dopo la condanna definitiva all’ergastolo
del boss e il successivo assassinio del mafioso Domenico Tramontana,
ricoprirebbe oggi il ruolo di reggente del clan barcellonese.
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[1] In La città di Barcellona Pozzo di Gotto,
settembre 2002, p. 19.
[2] G. Ramires, "Questa discarica non s’ha
da fare", L’isola, 1 ottobre 1993, p. 9.
[3] In Gazzetta del Sud, 15 marzo 2001.
[4] In Gazzetta del Sud, 7 marzo 2001.
[5] Per un approfondimento della tormentata
storia dell’appalto dello stadio di San Filippo, si veda più
avanti.
[6] In Gazzetta del Sud, 27 marzo 2001.
[7] L’imprenditore Pietro La Fauci, stando alle
risultante delle operazioni ‘Don’ e ‘Don 2’, sarebbe stato
oggetto delle attenzioni estorsive da parte del capomafia
spadaforese Michele Ilacqua e di altri associati a questi legati. Le
indagini sono state curate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di
Messina e condotte dalla Stazione dei Carabinieri di Spadafora,
mentre il relativo dibattimento è in corso innanzi al Tribunale di
Messina, Prima Sezione Penale. Con la loro informativa di reato, i
Carabinieri avevano denunciato, oltre agli estortori, anche Pietro
La Fauci, al quale veniva addebitata una condotta omertosa
suscettibile di essere tramutata nell’imputazione di
favoreggiamento. La discarica di Valdina, sarebbe stata con quella
di Salice, una delle aree utilizzate per depositare gli inerti
provenienti dai lavori di realizzazione del doppio binario
ferroviario Messina-Patti.
[8] L. D’Amico, "Scempio e
abusivismo", Gazzetta del Sud, 29 aprile 2001.
[9] In Gazzetta del Sud, 9 agosto 2001.
[10] In Gazzetta del Sud, 2 ottobre 2001.
[11] In Gazzetta del Sud, 26 settembre 2001.
[12] In Gazzetta del Sud, 13 marzo 2002.
[13] In Gazzetta del Sud, 5 giugno 2002. Per la
cronaca, la Messinambiente S.p.A., è stata definita dalla Procura
della Repubblica di Messina una "società vuota" e
"mal gestita che ha disatteso il fine per cui era stata
costituita", con un "grado di indebitamento
allarmante"; per questo è stata avviata un'ispezione e ne è
stato chiesto il suo commissariamento. Per il sostituto procuratore
Ezio Arcadi, inoltre, "è dimostrabile che la collettività
messinese sia venuta a sostenere, dopo l'affidamento dei servizi a
Messinambiente S.p.A., maggiori oneri per oltre 75 miliardi".
"L'atto costitutivo della S.p.A. è da considerarsi nullo,
visto che non risulta siano mai state specificate, e individuate
nella loro consistenza le "prestazioni accessorie", che il
socio privato avrebbe dovuto eseguire"; il Comune di Messina,
di conseguenza è stato costretto a pagare di più per la raccolta
dei rifiuti di quanto pagava in precedenza, e le spese generali e i
costi della Società sono state quasi per intero a suo carico. Tra
le presunte violazioni, il magistrato messinese segnala che si
sarebbe proceduto ad un aumento di capitale sociale, a una modifica
delle partecipazioni azionarie e a modifiche dello statuto di
Messinambiente, con l’ingresso dei comuni di Taormina e
Tremestieri Etneo, senza che preventivamente il consiglio comunale
avesse autorizzato tale attività. "Nel tempo – prosegue
Arcadi - la Messinambiente S.p.A. è venuta gradualmente a far parte
di una vera e propria holding di carattere finanziario che comprende
società operanti in Italia e all'estero, questo in contrasto con
gli scopi per cui era stata creata, e risulta perfino essere la
società portatrice di maggior fatturato all'interno della holding
stessa" (N. Anselmo, "Secondo la Procura è un’azienda
che ‘non produrrà mai utili’", Gazzetta del Sud, 24
ottobre 2002).
[14] R. Gugliotta, "Giovanni Sindoni: Il
Richelieu siciliano", settembre 2002, www.imgpress.it.
[15] Raggruppamento Operativo Speciale dei
Carabinieri - Sezione anticrimine di Messina e della Questura di
Messina - Commissariato di Capo d’Orlando, "Operazione ‘Mare
Nostrum’ – Informativa", Messina, 15 febbraio 1994.
[16] A. Mazzeo, "Il deragliamento dell’Espresso
‘Freccia della Laguna’ in Sicilia: Strage di Stato-Strage di
mafia. Storia di appalti, traffici di droga ed armi sull’asse
criminale Messina-Milazzo-Barcellona", Novembre 2002,
www.terrelibere.it/rometta.htm
[17] R. Gugliotta, "Giovanni Sindoni: il
Richelieu siciliano", cit.. A dirigere la squadra barcellonese
sino alla data della sua morte – dicembre 1987 – il commerciante
Francesco Gitto, assassinato dal clan Chiofalo durante la fase più
acuta del conflitto di mafia per la spartizione del territorio della
fascia tirrenica messinese, in vista dei grandi appalti ferroviari.
[18] In Centonove, 23 maggio 1998.
[19] In Gazzetta del Sud, 17 febbraio 1998.
[20] In Gazzetta del Sud, 5 settembre 2001.
[21] In Gazzetta del Sud, 4 gennaio 2002.
[22] Intanto la Demoter si è guadagnata il
plauso del sindaco di Messina, Salvatore Leonardi, per aver
contribuito finanziariamente alla realizzazione dei principali
appuntamenti dell’Agosto messinese, maggiore festività sacra e
profana della città, ‘sponsorizzando’ le divise dei tiratori
della Vara (la rappresentazione scenografica dell’assunzione di
Maria) e il corteo dei carretti siciliani durante il corteo storico
di Mata e Grifone, mitologici giganti fondatori di Messina.
[23] In Gazzetta del Sud, 1 luglio 2001. In
associazione con la Demoter per la progettazione di queste opere,
sono presenti la C & D Costruzioni, la Giuseppe Lupò, la
Arcovito Costruzioni, la Pettinato, la Italgeo, la Trio S.r.l., la
Domenico Gemelli, la Itaca S.r.l., la CCT S.r.l., la Antonino
Puglisi, la Cogest S.r.l., la Damiano Costruzioni.
[24] In Gazzetta del Sud, 6 settembre 2002. Nel
Raggruppamento Il Tirone con la Demoter, compaiono la Cia
Quattropareti S.r.l., la Garboli-Conicos, la Paolo Arcovito, la
Engineering e Finanza, la Studio FcCrr Associati, la Trio S.r.l..
[25] In Gazzetta del Sud, 27 luglio 2002. Nella
vicina stazione di Vibo-Pizzo dove la Demoter sta eseguendo lavori
all’interno di alcune gallerie, il 15 novembre 2001, si è
verificato un incendio alla locomotiva che trainava alcuni vagoni
della ditta messinese sino al locale deposito. Le fiamme,
sviluppatesi rapidamente, hanno avvolto il locomotore, lambendo gli
automezzi della Demoter. L’incidente ha avuto conseguenze dirette
sul traffico ferroviario da e per Villa San Giovanni
[26] In Gazzetta del Sud, 23 maggio 2001.
[27] N. Anselmo, "Improvvisamente
Alfano", Gazzetta del Sud, 17 giugno 2001.
[28] N. Anselmo, "Il pizzo alle imprese
dello stadio S. Filippo", Gazzetta del Sud, 9 gennaio 2002.
[29] Raggruppamento Operativo Speciale
Carabinieri – 1° Reparto Investigativo, "Indagine ‘Grande
Oriente’", Roma, 30 luglio 1996, p. 245.