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La galleria degli orrori
di Antonio Mazzeo

 

E’ il 28 maggio del 1999. Dopo tredici anni di scavi e lavori viene finalmente inaugurata la Galleria dei Peloritani, il tunnel ferroviario lungo 13.500 metri che mette in collegamento il centro abitato di Messina con il comune di Villafranca Tirrena. Lo ha realizzato il Consorzio Ferrofir di Roma a cui aderiscono tre tra le maggiori imprese italiane di costruzioni: l’Astaldi, la Di Penta e l’Impregilo. Un’opera segnata da lunghi ritardi a causa di problemi di ordine geologico non previsti in sede progettuale e da interminabili conflitti sindacali per l’incertezza della copertura finanziaria dei lavori per il raddoppio ferroviario nella tratta Messina-San Filippo del Mela, la stessa dove si è consumata nel luglio 2002, la tragedia dell’Espresso ‘Freccia della Laguna’, deragliato per la cattiva manutenzione dei binari.

La Galleria dei Peloritani è oggi presa ad emblema tra le grandi opere che hanno causato i maggiori dissesti del territorio e dell’ambiente della provincia di Messina. Un’infrastruttura su cui non sono mancati gli appetiti della criminalità mafiosa regionale: i lavori di sventramento di intere colline si sono trasformati in una grande business per l’Ecomafia. "Dove sono finiti i milioni di metri cubi di terra argillosa estratta lungo i chilometri di quella galleria che congiunge Messina con la città di Villafranca?" Ha domandato al Presidente della Commissione parlamentare antimafia l’on. Nichi Vendola del Partito della Rifondazione Comunista, nei giorni successivi al deragliamento del treno espresso presso la stazione di Rometta. "Sono finiti forse in mare? E chi ha lucrato le somme che lo Stato, pagando circa otto mila lire al metro cubo, ha erogato per smaltire ciò che non è stato smaltito? E ancora: da dove si è estratta la terra per costruire il rilevato ferroviario nel tratto Rometta-Bercellona? Forse dal greto di ciascuno dei tre torrenti che insistono su quel territorio? E che dissesto idrogeologico si è determinato? E come mai una intera galleria, appena completata al prezzo di svariati miliardi, crolla, un anno fa, nella indifferenza generale? Quella galleria, era già un monito ed un emblema dei rischi legati al contenuto criminale ed anti-ambientale di un progetto che in trent’anni ha dissipato risorse e vite senza edificare il secondo binario".

 

 

 

Nel suo intervento, Vendola ha chiesto di conoscere quali siano state le ditte che hanno operato nell’area nella movimentazione terra e che hanno eseguito gli sbancamenti, l’apertura di nuove cave, la perforazione dei rilievi montuosi. Infine il parlamentare solleva un interrogativo inquietante: "Si può sapere se quelle cave siano state a loro volta riempite con materiali da discarica, con rifiuti tossici e nocivi?" ([1]). Domande a cui assai difficilmente questo governo vorrà e potrà dar risposta. Tuttavia, va detto, che negli anni caldi della guerra di mafia, una piccola testata di Messina, L’isola, protagonista di numerose inchieste sul traffico di armi e sui poteri occulti nell’area dello Stretto, aveva denunciato gli interessi che ruotavano attorno all’affare movimentazione terra e discarica degli inerti dei lavori per la realizzazione della tratta ferroviaria Messina-Villafranca-Barcellona. Un articolo a firma del giornalista Giuseppe Ramires dell’ottobre 1993, rilevava l’insorgenza di decine di discariche abusive in tutta la provincia. "Di circa cento cosiddetti ‘padroncini’, una cinquantina pare riesca ad utilizzare la discarica di Portella Arena (quella per i rifiuti solidi urbani) usufruendo di permessi provvisori, pur non possedendo i necessari requisiti. Qualche altro autotrasportatore pare che goda di particolari attenzioni da parte della Forestale (vedi il caso "Salice" dove si scarica utilizzando una domandina di "bonifica", e sarebbero quindi le imprese che utilizzano questo sistema). Una cinquantina di autotrasportatori, fuori dal ‘giro’, si arrangia come può, scaricando i materiali nei torrenti o sulle spiagge".

 

 

 

L’inchiesta di Ramires evidenzia poi una strana ‘anomalia’ che si sarebbe realizzata a cavallo tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 in tema di discariche. In assenza di siti rispondenti alle norme di legge, il municipio di Messina deliberò nel marzo 1989 l’autorizzazione all’apertura di una di esse in un’area di Portella Arena, affidandone la realizzazione all’Ales (Annunziata Lavori Edili Stradali) di Salvatore Calandra, presidente dell’Associazione autotrasportatori movimento terra di Messina. Nonostante il parere favorevole dell’Assessorato Regionale all’Agricoltura e alle Foreste, l’allora amministrazione sospese però la pratica. Passano così inutilmente quattro anni nella più totale deregulation. Inutili si rivelano i numerosi esposti di Calandra alla Prefettura di Messina in cui si denuncia l’esistenza di "molte discariche padronali autorizzate soltanto dall’Assessorato Agricoltura e Foreste che fanno scaricare i materiali provenienti dagli scavi a pochi eletti – vedi il doppio binario FF.SS. a Salice –. Nonostante il continuo prodigarmi affinché alcuni luoghi caratteristici e panoramici non siano deturpati da scarichi abusivi, molti della categoria che io rappresento scaricano in luoghi incuranti di tutto e di tutti" ([2]).

 

 

 

Inutile dire che lo scarico di inerti continuò senza controlli per tutti gli anni ’90. Solo nel marzo 2001 fu ordinata dalla Forestale la chiusura della discarica di contrada Malopassu a Salice, quella indicata come una delle maggiori ricettrici dei materiali di risulta degli scavi per la ferrovia. "Siamo in presenza di un preoccupante fenomeno di dissesto idrogeologico – dichiara il geologo della Forestale, dott. Marchetti. "L’area va immediatamente sottoposta ad un programma di riqualificazione ambientale". L’ordinanza segue di qualche giorno un'interrogazione al Sindaco dei consiglieri del Partito popolare che chiedono come mai per i lavori appaltati dal Comune non venga utilizzata la discarica regolarmente autorizzata di Vallone Guidara, invece di continuare a deporre materiali a Salice "creando difficoltà per la popolazione residente e mantenendo in vita una discarica che pare sia illegittima" ([3]). La discarica di Salice, nello specifico, viene gestita dall’impresa messinese Demoter S.r.l. (Demolizioni Movimenti Terra), che ha avuto in affidamento i lavori di scavo e movimentazione inerti della galleria ferroviaria dei Peloritani e che al momento dell’ordinanza di chiusura, inviava a Salice i camion con i materiali derivanti dagli sbancamenti effettuati come subappaltatrice della società Astaldi nel cantiere del nuovo stadio di calcio a San Filippo ([4]).

 

 

 

E la discarica non s’ha da fare

Qui la storia tutta messinese delle discariche si complica. A seguito dell’ordinanza della Forestale, infatti, vengono sospesi per sette mesi i lavori di sbancamento della collina sovrastante il costruendo stadio, bloccando nei fatti i lavori di realizzazione dell’infrastruttura. "La mancanza della discarica per inerti ci ha inferto una "mazzata" terribile", ha dichiarato uno dei capi zona dell’Astaldi, che aprì un contenzioso con l’Amministrazione comunale, conclusosi otto mesi fa con la rescissione del contratto d’appalto e l’affidamento del completamento dei lavori alle imprese Mdm-Ceppi ([5]).

 

 

 

Eppure, come era stato segnalato dai Popolari, un impianto a Messina per lo smaltimento degli inerti, regolarmente autorizzato dal 19 febbraio 2001, era in funzione a Vallone Guidara. Invece di indirizzare le ditte di movimentazione terra verso questo sito e sbloccare i lavori allo Stadio, l’Amministrazione, attraverso l’ingegnere capo del Comune Rosario Guarniere, avviava un’attività di valutazione di una "serie di possibili alternative" in attesa dell’"adeguamento del sito di Salice" ([6]). La stampa locale forniva l’elenco delle "alternative" in gara: la discarica di Vallone Guidara di cui era nota la rispondenza ai parametri di legge, un’area nel municipio tirrenico di Valdina di proprietà della ditta di laterizi di Pietro La Fauci ([7]); un altro sito, ancora una volta a Salice, di proprietà sempre della Demoter del geometra Carlo Borella, il cui progetto veniva approvato in tempi record dalla commissione edilizia alla fine di marzo. Lo smaltimento dei materiali inerti veniva definito una "situazione davvero paradossale" perfino dal quotidiano locale Gazzetta del Sud, notoriamente cauto e pacato nei suoi commenti. "Mentre si continua a scaricare abusivamente in collina, lungo le fiumare o addirittura sulle spiagge, resta inutilizzata l'unica discarica autorizzata esistente in territorio comunale", denunciava il giornalista Lucio D’Amico in un ampio reportage del 29 aprile 2001 ([8]).

 

 

 

Trascorre così l’intera primavera e buona parte dell’estate, senza che venga presa una decisione da parte dell’Amministrazione comunale. Poi, il 2 agosto, nello sconcerto generale, i dirigenti di Palazzo Zanca decidono che per lo smaltimento dei materiali derivanti dagli scavi nel cantiere San Filippo sarà utilizzato il terreno di Salice di proprietà della Demoter, e questo nonostante la presa di posizione della dirigente della ripartizione Opere pubbliche Maria Beninati, che contesta la doppia qualità della Demoter di subappaltatrice del movimento terra e proprietaria dell'area ([9]). Gli amministratori, con affanno, cercano di spiegare le motivazioni di tale scelta. La richiesta di compenso (8 lire per ogni chilogrammo di materiale scaricato) fatta all’Amministrazione dal titolare della discarica di Vallone Guidara, l’imprenditore Giovanni Puglisi - già presidente del Messina Calcio - è stata giudicata "esosa" da parte del Comune. Meglio attendere l'attivazione del nuovo sito di Salice di proprietà della Demoter, per cui il titolare dell'impresa Carlo Borella ha invece chiesto un prezzo di 5 lire al chilogrammo. Peccato che siano in pochi a ricordare che in un primo tempo la Demoter si era impegnata informalmente al conferimento a titolo gratuito della discarica, dato il suo ruolo di subappaltatore dei lavori allo stadio. Scelta obbligata pertanto, considerata la differenza non certo risibile che permette di abbattere i costi del 40%. Ecco però il nuovo colpo di scena: il titolare della discarica di Vallone Guidara riduce le pretese a 3 lire al chilogrammo, che a conti fatti rappresenta un risparmio per l’Amministrazione di circa 500 milioni di lire, più il vantaggio di un minore impatto degli automezzi per la minore distanza del sito da San Filippo, rispetto alla discarica di Salice. Viene così firmata il 22 agosto 2001, la delibera per scaricare a Vallone Guidare gli inerti dei lavori allo stadio di San Filippo ([10]).

 

 

 

I lavori però non riprendono, in quanto la Demoter, sconfitta dalla Giovanni Puglisi, dichiara la propria indisponibilità a movimentare gli inerti a Vallone Guidara, in quanto sarebbe vigente su un tratto di strada per la discarica, un divieto di transito agli automezzi con un carico superiore alle 50 tonnellate. "Inizieremo solo nel caso in cui l’Astaldi, titolare dell'appalto dello stadio, si assuma direttamente la responsabilità per eventuali danni causati dal passaggio dei mezzi sulla strada per Vallone Guidara", dichiarava Carlo Borella. Si perde altro tempo prezioso fino a quando l’amministrazione competente dichiara che il divieto di transito era stato revocato da tempo e che sulla viabilità di accesso alla discarica ricade anche un parere favorevole da parte del Genio civile. Proprio per questo il sito di Vallone Guidara viene regolarmente utilizzato dalle ditte che effettuano lavori per conto della Provincia. A soffiare sul fuoco, giungono le pesanti dichiarazioni dell’imprenditore Giovanni Puglisi: "Come posso dimostrare con le fatture emesse, i mezzi della Demoter hanno continuato a conferire sterro nell'impianto di recupero ambientale di Vallone Guidara fino a tutto il mese di agosto. Non capisco, quindi, perché proprio ora si ponga il problema della strada" ([11]). Ci sarebbe materia per lo meno per un atto ispettivo. Ma a Messina, pare, nessuno ha l’interesse ad approfondire una vicenda che ha causato già gravi dissesti al territorio, pesanti ritardi nel completamento di importanti opere pubbliche, insperati arricchimenti per i padroni vecchi e nuovi delle discariche dei rifiuti.

 

 

 

La lunga storia degli appalti per il nuovo stadio di calcio di Messina

Tutta da raccontare la lunga e tormentata storia dei lavori per il nuovo stadio di San Filippo. Il progetto di realizzazione per 75 miliardi di vecchie lire fu approvato dal Consiglio comunale di Messina nel luglio 1988. Passano due anni e ne viene deciso lo smembramento in due lotti di lavori, uno per lo stadio vero e proprio (50 miliardi) e l’altro per le infrastrutture viarie di collegamento autostradale e per i parcheggi (25 miliardi). A tre anni esatti dal voto del Consiglio, viene assegnata la gara d’appalto all’Associazione temporanea d’imprese Di Penta, F.lli Costanzo e Benedetto Versaci di Rocca di Caprileone, per 35 miliardi e 482 milioni. A causa del cedimento delle strutture di una della tribune in costruzione, nell’agosto del 1993 viene decisa la sospensione dei lavori. Quattro anni più tardi, l'amministrazione di centro-sinistra guidata dal giudice Franco Providenti tenta di risolvere il contenzioso, autorizzando una transazione da tre miliardi e mezzo a favore delle imprese, ma i lavori ripartiranno solo dopo una seconda transazione, siglata dalla nuova amministrazione di centro-destra. Nel frattempo alla Di Penta è subentrata l’Astaldi di Roma, impresa anch’essa presente nel consorzio Ferrofir per il raddoppio ferroviario Messina-San Filippo del Mela. La Di Penta assume l’impegno a completare i lavori entro il 3 maggio 2001.

 

 

 

I ritardi ulteriormente accumulati nei lavori e l’inattesa chiusura della discarica di Salice gestita dalla Demoter di Messina, fanno slittare a tempo indeterminato la data di esecuzione dell’opera. Si apre l’ennesimo contenzioso tra le imprese e l’Amministrazione comunale, e d’autorità, il sindaco Salvatore Leonardi annuncia nel febbraio 2002 la risoluzione del contratto con la Astaldi. Tre mesi più tardi la giunta affida direttamente e con procedura d’urgenza i lavori di scavo e messa di sicurezza della collina, più la posa dei prefabbricati, alle ditte Demoter e Proter di Catania (quest’ultima nell’orbita della Fratelli Costanzo, oggi ad amministrazione controllata dopo le note vicende giudiziarie che hanno colpito i cavalieri di Catania).

 

 

 

Nonostante le perplessità di ordine giuridico espresse da alcuni legali dell’Amministrazione, il sindaco Leonardi bandisce la trattativa privata per il completamento dello stadio per un importo di nove milioni e 720 mila euro. L’intenzione è quello di affidare i lavori nuovamente alla Demoter, coadiuvata dalla ditta messinese Caruso Elettroimpianti e dalla catanese Antares. A spingere particolarmente su questa ipotesi è l'ingegnere capo del Comune di Messina Rosario Guarniere, che ritiene superflua l’indizione di un’altra gara d’appalto. "Si tratterebbe di una pura e semplice sostituzione, con l'uscita di scena dell'impresa che ha ammesso di non poter completare l'opera nei tempi previsti e con l'ingresso di una o più ditte che mostrano invece la loro piena disponibilità a ultimare l'impianto agli stessi patti e condizioni previsti nel capitolato originario" spiega ai mass media il dott. Guarniere.

 

 

 

Quando ormai sembra tutto pronto per la consegna all’associazione di imprese guidate dalla Demoter, giunge la doccia fredda proprio per bocca dell’amministratore della società messinese di movimentazione terra, Carlo Borella. "Eravamo e siamo presenti nel cantiere di San Filippo – dichiara l’imprenditore – ma un conto è eseguire alcuni lavori in subappalto e un conto accollarsi la responsabilità di portare a compimento l'intera opera" ([12]). Intanto il 6 maggio, la Guardia di finanza effettua un blitz a Palazzo Zanca, sede dell’Amministrazione comunale, per acquisire in copia l’intera documentazione relativa alle gare d’appalto per la costruzione dello stadio di San Filippo. Andata deserta la seduta per l’affidamento privato, il 6 giugno 2002, la giunta autorizza il pubblico incanto per l'ultimazione dei lavori. La gara viene vinta dalle imprese Mdm e Ceppi con un ribasso di appena lo 0,10%, confermando Messina, la provincia ove si raggiungono i ribassi più infimi di tutta la Sicilia.

 

 

 

Ecco a voi il calcio-spazzatura

Una sede di rappresentanza nel prestigioso complesso Linea Verde della Nuova panoramica dello Stretto, un ampio deposito con i mezzi più moderni in contrada Mezzacampa di Spartà, terreni di proprietà a Salice. E’ il biglietto da visita della Demolizioni Movimenti Terra – Demoter S.r.l. di Messina, un’azienda che in pochi anni si è trasformata nell’asso piglia tutto delle commesse pubbliche e private del settore movimentazione dell’intera provincia di Messina. Una società dinamica, che ha posto il proprio marchio su una delle due squadre femminili locali di pallamano di prima divisione e che avrebbe fatto recentemente il proprio ingresso societario nel Messina calcio di serie B, guidato dall’imprenditore Pietro Franza, rampollo della famiglia che domina il traghettamento privato nello Stretto di Messina. Un’operazione che salda un inedito asse edilizia-rifiuti-sport. Con la Demoter, infatti, avrebbe fatto il proprio ingresso nel Messina calcio, anche il gruppo Altecoen di Enna, maggiore azionista privato della Messinambiente S.p.A., che cura dal 1994 la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani di Messina ([13]).

 

 

 

E’ opportuno aggiungere che contestualmente il neopresidente del Messina Calcio, Pietro Franza ha rilevato anche il 30% dell’Igea Virtus di Barcellona che milita in C2, ed una quota sempre del 30% dell’S.S. Milazzo calcio, girone dilettanti. Per l’ingresso del potente gruppo finanziario nelle compagini minori del calcio messinese sono stati utilizzati canali del tutto simili e per un certo verso sorprendenti. Le trattative sono state caldeggiate, tra gli altri, dai politici locali di Alleanza Nazionale (sen. Domenico Nania in testa) e dall’imprenditore Sergio La Cava, presidente della Messinambiente S.p.A. ed amministratore delegato della Navigazione Generale Italiana, società che gestisce i traghetti per le isole Eolie, di cui è azionista di minoranza il Gruppo Franza. La Cava, poi, è stato nominato rappresentante dei Franza nel gruppo dirigenziale delle due società sportive.

 

 

 

Restano ignote le reali motivazioni dell’intervento dei signori del traghettamento privato nell’assetto societario di due squadre che certamente non vantano edificanti trascorsi sportivi e che in più occasioni hanno avuto pesanti cadute d’immagine. Soprattutto l’Igea Virtus di Barcellona è stata al centro di discutibili vicende di cronaca, non strettamente legate al gioco del calcio. La società è nata nel 1993 dalle ceneri della Nuova Igea S.p.a, grazie all’intervento finanziario dell’imprenditore Pietro Arnò, titolare a Barcellona di una concessionaria auto, personaggio al centro di un’indagine da parte del Tribunale di Patti su una una strana storia di assegni postdatati legati a un parco giochi sulla litoranea tirrenica. Accusato di truffa, Pietro Arnò è stato tuttavia assolto in sede processuale, nonostante il pubblico ministero avesse richiesto la condanna a otto mesi ([14]).

 

 

 

Su Pietro Arnò ricadono tuttavia i sospetti su una frequentazione con il boss mafioso di Barcellona Giuseppe Gullotti, oggi all’ergastolo per una condanna definitiva per l’omicidio del giornalista Peppe Alfano. Indagando su un presunto traffico di armi pesanti che vede tra i protagonisti alcuni degli uomini di punta del clan barcellonese, i Carabinieri eseguono nel febbraio ’93 una intercettazione ambientale tra gli affiliati Domenico Orifici e Salvatore Di Salvo detto ‘Sam’. Da alcuni mesi sono stati accesi i riflettori nazionali sulla guerra di mafia in corso a Barcellona per la spartizione degli appalti per la realizzazione del doppio binario, ed i membri del gruppo Gullotti hanno deciso di evitare il più possibile d’incontrarsi pubblicamente tra di loro, e in particolare con il loro capo. "Se vengono visti con me o con Gullotti - dice il Di Salvo – sono bruciati. Il sig. Pietro Arnò, presidente della Nuova Igea, è l’unica persona che il Gullotti spera, lui cammina solo con Pietro Arnò, perchè essendo della stessa squadra, Pietro Arnò e lui, nessuno gli può dire: ih!, oh! ah!, a livello politicamente, a livello amicizie e cose varie..." ([15]).

 

 

 

In realtà, il boss Giuseppe Gullotti ha ricoperto ininterrottamente la carica di vicepresidente della Nuova Igea, dal 1978 al 1993, l’anno della trasformazione della società nell’Igea Virtus S.a.s. di Pietro Arnò & C.. Prima di essere trasferita ad Arnò, una quota della società calcistica era in possesso dell’imprenditore Giovanni Sindoni, chiacchierato personaggio barcellonese interessato ai lavori di realizzazione del raddoppio ferroviario appaltati al consorzio Ferrofir, al centro di uno scandalo sulle truffe agrumarie alla CEE in compagnia di alcuni boss mafiosi di Bagheria ([16]). Tra i soci del tempo dell’Igea Virtus, Eugenio Barresi, ex veterinario capo provinciale, affiliato alla loggia massonica "Fratelli Bandiera" di Barcellona e Vincenzo Fugazzotto, un commerciante di mobili che il collaboratore di giustizia catanese, Antonino Calderone, ha descritto essere cointeressato al contrabbando dei tabacchi con il clan mafioso di Nitto Santapaola ([17]). Dieci anni più tardi, i dirigenti della nuova Igea Virtus sarebbero stati sottoposti a procedimento penale per presunte violazioni finanziarie (omessa presentazione delle dichiarazioni dei redditi e evasione IVA per una cifra di oltre 25 miliardi di lire ([18]). Infine un’ultima curiosità che lega i destini delle due società calcistiche minori della provincia di Messina: Igea Virtus ed S.S. Milazzo, nel 1998, hanno fatto da anfitrioni e squadre allenanti della Oblic di Belgrado, il team calcistico di proprietà di Zeliko Raznatovic, meglio noto come il ‘comandante Arkan’, il maggiore criminale di guerra serbo, poi assassinato ([19]). Bandita a livello internazionale, la squadra del boia neofascista è stata ospitata in un hotel di Terme Vigliatore, coccolata e ‘protetta’ dai dirigenti delle due squadre messinesi.

 

 

 

L’irresistibile scalata della Demoter – Demolizioni Movimenti Terra

 

Ma torniamo alla società messinese che ha monopolizzato il settore della movimentazione terra e per certi versi, anche quello della realizzazione delle opere pubbliche. Il portafoglio lavori della Demoter è infatti ampio e variegato. Si va dalla gestione delle discariche controllate, alla realizzazione di metanodotti, acquedotti, fognature, lavori stradali e gallerie ferroviarie ed autostradali, oltre alle originarie attività di movimentazione terra e consolidamento del territorio. La società di Borella ha inoltre diversificato i propri investimenti, facendo ingresso nel controverso mondo del Bingo, attraverso una società costituita con la De Gregorio - la Players Group S.r.l. - che ha ottenuto in gestione la struttura Bingo sorta nel quartiere di Contesse (Messina sud). La Demoter S.r.l. ha poi allargato la sua area d’intervento a tutto il territorio nazionale, operando finanche nel mercato internazionale mediante alcune società partecipate, la Pipe-Line Scarl e la G.E.T.I. S.r.l.. La società vanta oggi committenti di prima grandezza, come la Snamprogetti e la Saipem del Gruppo ENI, la Italgas S.p.A., le Ferrovie dello Stato, la Protezione Civile, le imprese private Bonatti e Pizzarotti, nonché il Consorzio Ferrofir, concessionario dal gennaio 1984 per la progettazione e la realizzazione del raddoppio ferroviario Messina-Villafranca-San Filippo del Mela.

 

 

 

Dall’Amministrazione comunale di Palermo ha ottenuto, in associazione con la Licata Costruzioni di Gela, l’appalto per la realizzazione di una delle opere ritenute strategiche per i collegamenti viari del capoluogo regionale, la ‘bretella’ viaria di Brancaccio, che consentirà il collegamento diretto fra l'autostrada e la zona industriale di Palermo (Villabate). A Messina, dal gennaio 2001, la Demoter cura per conto della locale Capitaneria di Porto, il programma di risanamento delle aree demaniali, occupate da baracche e manufatti in muratura abusivi. Prefettura e Municipio si sono rivolte all’azienda di Carlo Borella per la demolizione delle baracche pericolanti dello storico quartiere del Tirone ([20]). Sempre nell’ambito del risanamento e della protezione civile, la Demoter è impegnata a Messina nei lavori di contenimento delle acque del torrente Ciaramita dell'Annunziata, il cui corso è stato pericolosamente modificato dal violento e mortale naufragio del 1998. L’appalto per quattro miliardi di lire è stato aggiudicato nella primavera del 2002 alla Demoter ancora una volta dall’Amministrazione comunale. Qualche mese prima, la società in associazione con la Pettinato e la Consapro di Catania, si era aggiudicata la gara per la manutenzione delle principali strade municipali (base d'asta 5 miliardi 670 milioni) ([21]). E’ a questa associazione temporanea che Palazzo Zanca pensa di affidare per trattativa privata la risistemazione del verde e dell'arredo urbano deturpato dai lavori per la metropolitana di superficie attualmente in fase di realizzazione a Messina ([22]).

 

 

 

Forte del suo ruolo di affidataria e subaffidataria di importanti opere pubbliche comunali (stadio, strade, torrenti, ecc.), la Demoter è stata scelta da numerose società di costruzioni della provincia per guidare l’associazione di imprese che ha presentato i progetti all’Amministrazione comunale per realizzare le maggiori opere previste dal piano triennale: la ristrutturazione degli impianti e la gestione di Villa Dante e la creazione di due centri direzionali nell’area dell’is.158 di via La Farina e dell’is.88 di viale San Martino ([23]). La stessa Demoter concorre alla gara lanciata dall’Amministrazione comunale per la costituzione di una ‘società mista per azioni’ in vista della trasformazione urbana ed il "recupero della zona del Tirone" e delle aree adiacenti comprese tra via Porta Imperiale e Piazza del Popolo, un’area su cui sono fortissimi gli interessi privati di tipo speculativo data la sua vicinanza con il Palazzo di Giustizia ([24]).

 

 

 

Le rapide e cospicue fortune economiche della società messinese di movimentazione terra, non potevano richiamare l’attenzione della grande e piccola criminalità. Alcuni dei cantieri della Demoter, sono stati così vittima di incursioni di ladri e profittatori, e non sono mancate le richieste di tipo estorsivo. Appena un paio di mesi fa, nel comune di Nicotera, nella fascia tirrenica calabrese, la società ha subito il furto di ingenti quantità di gasolio e di alcune attrezzature di scavo utilizzate nei lavori di manutenzione della linea ferroviaria Nicotera-Tropea ([25]). Due autobetoniere sono state invece il bottino di un altro furto perpetuato ai danni della Demoter, stavolta il 31 agosto 2001, nel cantiere ubicato ai margini del torrente Mazzarrà, nel territorio del comune di Novara di Sicilia, dove la società è impegnata nei lavori di metanizzazione.

 

 

 

Secondo gli inquirenti messinesi, proprio la Demoter è stata una delle società più colpite dalle attività estorsive realizzate dai clan mafiosi messinesi negli anni compresi tra il 1988 e il 1996, corrispondenti all’inizio dei lavori per il nuovo stadio di San Filippo e per il raddoppio ferroviario sulla Messina-Villafranca di cui la stessa Demoter era titolare degli scavi e della movimentazione degli inerti. "O si rivolge alla persona che "gestisce" la zona, oppure avrà guai in cantiere" si sentì rivolgere l'imprenditore Carlo Borella, nel 1994, dal mafioso Vincenzo Prugno, poi assassinato sei anni dopo in un conflitto a fuoco con gli esponenti di un clan rivale. Prugno, emissario del boss Giacomo Spartà, si era recato direttamente in un cantiere di Santa Lucia sopra Contesse dove la Demoter aveva in corso lo sbancamento di una collina su cui era prevista la realizzazione di una serie di complessi abitativi. L'imprenditore preferì scendere a patti con gli estortori e si accordò per una tangente di cinque milioni di lire. Nel maggio 2001 si è tenuto il processo contro Giacomo Spartà e gli altri esponenti del clan della zona sud di Messina, Sebastiano Ferrara e Antonino Turrisi, oggi collaboratori di giustizia, che hanno ricostruito i particolari dell’estorsione ai danni della Demoter e di altre importanti imprese edili messinesi ([26]).

 

 

 

Il racket mafioso sui lavori per il nuovo stadio di Messina

Risale agli stessi anni l’infiltrazione della criminalità messinese nei lavori di realizzazione del nuovo stadio di San Filippo. Come ha raccontato il controverso collaboratore di giustizia Luigi Sparacio, verso gli anni ’90 fu deciso di mettere sotto estorsione le imprese che avevano ottenuto l’appalto, ed in particolare la Di Penta di Roma e la Fratelli Costanzo di Catania. Sarebbe stato di oltre 250 milioni il ‘pizzo’ finito nelle mani dei clan Sparacio, Ferrara e Santapaola. Eloquente il contesto politico-mafioso-imprenditoriale in cui fu realizzato l’accordo. In vista dell’aggiudicazione dell’appalto, sempre secondo Sparacio, si sarebbe tenuto un incontro nell’abitazione del vecchio boss peloritano Sandro De Tullio, a cui avrebbe partecipato il politico democristiano Giuseppe Astone, ex sottosegretario di stato alle Poste, recentemente condannato nell’ambito del processo sulla tangentopoli messinese. A tessere le fila tra imprenditori, politici e cosche locali, uno dei personaggi eccellenti del gotha mafioso siciliano, l’ex presidente dell’Associazione Calcio Messina, Michelangelo Alfano, rappresentante nel messinese della ‘famiglia’ di Bagheria del boss Leonardo Greco. "All’incontro per definire l’appalto – aggiunge Sparacio - avrebbe dovuto partecipare anche Michelangelo Alfano, ma alla fine non venne a causa di un impegno. Nell’appalto così come in quasi tutti i lavori pubblici della provincia di Messina, c’era l’interessamento dei catanesi e dei palermitani".

 

 

 

Nella logica spartitoria delle grandi opere, era decisione comune, "con la benedizione di Cosa nostra", che a dover vincere l’appalto per i lavori allo stadio fossero la Di Penta e la Costanzo. Sorse però un problema, in quanto l’on. Astone avrebbe preteso una quota dei lavori anche per il "delfino" Versaci, importante imprenditore di Rocca di Caprileone. "Iniziò così un’attività di mediazione di Michelangelo Alfano, che si incontrò più volte con Astone per stabilire i termini dell’accordo", ha aggiunto Sparacio. "Della vicenda si interessò pure il rappresentante nazionale del clan Santapaola Eugenio Galea, che scese più volte a Messina per aggiustare le cose. Anch’io ci guadagnai in questa vicenda. Galea mi diede circa 100-150 milioni, che divisi con i clan Ferrara e Marchese" ([27]).

 

 

 

Della vicenda ne ha parlato in sede processuale anche l’altro importante collaboratore di giustizia Sebastiano Ferrara. "Per far pagare il pizzo organizzammo anche un attentato ai mezzi della Costanzo. Questa estorsione la decisi io, Sparacio e Mario Marchese. Ci ripartimmo i contatti con le ditte impegnate nella costruzione. Lo Sparacio si sarebbe occupato di tenere i contatti con la ditta di Catania, che noi sapevamo essere appoggiata da malavitosi catanesi. Io, invece, mi sarei occupato di trattare con la ditta Di Penta di Roma e con la ditta Versaci di Messina". All’impresa capofila fu imposta inoltre l’assunzione fittizia dell’affiliato Luigi Longo, a cui periodicamente i dirigenti della Di Penta consegnavano dieci milioni da destinare al clan Ferrara ([28]).

 

 

 

Il procedimento non ha chiarito se le dazioni di denaro e le guardianie siano state imposte anche alle imprese subappaltatrici dello stadio. Analogamente il recente processo contro il clan Mangialupi di Messina, retto dal boss Salvatore Surace, oggi collaboratore di giustizia, non ha chiarito quali delle società appartenenti al consorzio Ferrofir, abbiano dovuto versare il ‘pizzo’ agli uomini della cosca (Cesare Palermo, Antonino Cavallo, Giovanni Trovato e Giorgio Davì), condannati proprio per essere stati tra i delegati alla riscossione per i lavori al raddoppio ferroviario Messina-Villafranca-San Filippo del Mela, e per altri cantieri edili messinesi.

 

 

 

La Demoter, tuttavia, non sarebbe riuscita a sottrarsi alla morsa dei più invasivi clan mafiosi del barcellonese. Stando alle confidenze fatte ai ROS dal luogotenente di Bernardo Provenzano, Luigi Ilardo, "tale Sem, mafioso di Barcellona Pozzo di Gotto, al tempo latitante, seguiva gli interessi del gruppo riferito a Gullotti, nell’area di loro competenza del messinese, ritirando denaro dalle varie ditte quali la Demoter di Messina dell’ingegnere Di Borrella ed il pizzo veniva occultato dall’ufficio amministrativo, tramite fatture maggiorate" ([29]). Ilardo sostiene, cioè, che per pagare le estorsioni, la società messinese si sarebbe adeguata ai ‘ritocchi’ di bilancio caratteristici del modus operandi delle imprese dispensatrici di tangenti a politici e funzionari per l’accaparramento delle grandi opere. Rivelazione tutta da provare, come da provare se dietro il non meglio specificato ‘Sem’, ci sia Salvatore Di Salvo, esponente di primo piano del clan Gullotti, che dopo la condanna definitiva all’ergastolo del boss e il successivo assassinio del mafioso Domenico Tramontana, ricoprirebbe oggi il ruolo di reggente del clan barcellonese.

 

 

 

 

 

 

 

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[1] In La città di Barcellona Pozzo di Gotto, settembre 2002, p. 19.

 

[2] G. Ramires, "Questa discarica non s’ha da fare", L’isola, 1 ottobre 1993, p. 9.

 

[3] In Gazzetta del Sud, 15 marzo 2001.

 

[4] In Gazzetta del Sud, 7 marzo 2001.

 

[5] Per un approfondimento della tormentata storia dell’appalto dello stadio di San Filippo, si veda più avanti.

 

[6] In Gazzetta del Sud, 27 marzo 2001.

 

[7] L’imprenditore Pietro La Fauci, stando alle risultante delle operazioni ‘Don’ e ‘Don 2’, sarebbe stato oggetto delle attenzioni estorsive da parte del capomafia spadaforese Michele Ilacqua e di altri associati a questi legati. Le indagini sono state curate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Messina e condotte dalla Stazione dei Carabinieri di Spadafora, mentre il relativo dibattimento è in corso innanzi al Tribunale di Messina, Prima Sezione Penale. Con la loro informativa di reato, i Carabinieri avevano denunciato, oltre agli estortori, anche Pietro La Fauci, al quale veniva addebitata una condotta omertosa suscettibile di essere tramutata nell’imputazione di favoreggiamento. La discarica di Valdina, sarebbe stata con quella di Salice, una delle aree utilizzate per depositare gli inerti provenienti dai lavori di realizzazione del doppio binario ferroviario Messina-Patti.

 

[8] L. D’Amico, "Scempio e abusivismo", Gazzetta del Sud, 29 aprile 2001.

 

[9] In Gazzetta del Sud, 9 agosto 2001.

 

[10] In Gazzetta del Sud, 2 ottobre 2001.

 

[11] In Gazzetta del Sud, 26 settembre 2001.

 

[12] In Gazzetta del Sud, 13 marzo 2002.

 

[13] In Gazzetta del Sud, 5 giugno 2002. Per la cronaca, la Messinambiente S.p.A., è stata definita dalla Procura della Repubblica di Messina una "società vuota" e "mal gestita che ha disatteso il fine per cui era stata costituita", con un "grado di indebitamento allarmante"; per questo è stata avviata un'ispezione e ne è stato chiesto il suo commissariamento. Per il sostituto procuratore Ezio Arcadi, inoltre, "è dimostrabile che la collettività messinese sia venuta a sostenere, dopo l'affidamento dei servizi a Messinambiente S.p.A., maggiori oneri per oltre 75 miliardi". "L'atto costitutivo della S.p.A. è da considerarsi nullo, visto che non risulta siano mai state specificate, e individuate nella loro consistenza le "prestazioni accessorie", che il socio privato avrebbe dovuto eseguire"; il Comune di Messina, di conseguenza è stato costretto a pagare di più per la raccolta dei rifiuti di quanto pagava in precedenza, e le spese generali e i costi della Società sono state quasi per intero a suo carico. Tra le presunte violazioni, il magistrato messinese segnala che si sarebbe proceduto ad un aumento di capitale sociale, a una modifica delle partecipazioni azionarie e a modifiche dello statuto di Messinambiente, con l’ingresso dei comuni di Taormina e Tremestieri Etneo, senza che preventivamente il consiglio comunale avesse autorizzato tale attività. "Nel tempo – prosegue Arcadi - la Messinambiente S.p.A. è venuta gradualmente a far parte di una vera e propria holding di carattere finanziario che comprende società operanti in Italia e all'estero, questo in contrasto con gli scopi per cui era stata creata, e risulta perfino essere la società portatrice di maggior fatturato all'interno della holding stessa" (N. Anselmo, "Secondo la Procura è un’azienda che ‘non produrrà mai utili’", Gazzetta del Sud, 24 ottobre 2002).

 

[14] R. Gugliotta, "Giovanni Sindoni: Il Richelieu siciliano", settembre 2002, www.imgpress.it.

 

[15] Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri - Sezione anticrimine di Messina e della Questura di Messina - Commissariato di Capo d’Orlando, "Operazione ‘Mare Nostrum’ – Informativa", Messina, 15 febbraio 1994.

 

[16] A. Mazzeo, "Il deragliamento dell’Espresso ‘Freccia della Laguna’ in Sicilia: Strage di Stato-Strage di mafia. Storia di appalti, traffici di droga ed armi sull’asse criminale Messina-Milazzo-Barcellona", Novembre 2002, www.terrelibere.it/rometta.htm

 

[17] R. Gugliotta, "Giovanni Sindoni: il Richelieu siciliano", cit.. A dirigere la squadra barcellonese sino alla data della sua morte – dicembre 1987 – il commerciante Francesco Gitto, assassinato dal clan Chiofalo durante la fase più acuta del conflitto di mafia per la spartizione del territorio della fascia tirrenica messinese, in vista dei grandi appalti ferroviari.

 

[18] In Centonove, 23 maggio 1998.

 

[19] In Gazzetta del Sud, 17 febbraio 1998.

 

[20] In Gazzetta del Sud, 5 settembre 2001.

 

[21] In Gazzetta del Sud, 4 gennaio 2002.

 

[22] Intanto la Demoter si è guadagnata il plauso del sindaco di Messina, Salvatore Leonardi, per aver contribuito finanziariamente alla realizzazione dei principali appuntamenti dell’Agosto messinese, maggiore festività sacra e profana della città, ‘sponsorizzando’ le divise dei tiratori della Vara (la rappresentazione scenografica dell’assunzione di Maria) e il corteo dei carretti siciliani durante il corteo storico di Mata e Grifone, mitologici giganti fondatori di Messina.

 

[23] In Gazzetta del Sud, 1 luglio 2001. In associazione con la Demoter per la progettazione di queste opere, sono presenti la C & D Costruzioni, la Giuseppe Lupò, la Arcovito Costruzioni, la Pettinato, la Italgeo, la Trio S.r.l., la Domenico Gemelli, la Itaca S.r.l., la CCT S.r.l., la Antonino Puglisi, la Cogest S.r.l., la Damiano Costruzioni.

 

[24] In Gazzetta del Sud, 6 settembre 2002. Nel Raggruppamento Il Tirone con la Demoter, compaiono la Cia Quattropareti S.r.l., la Garboli-Conicos, la Paolo Arcovito, la Engineering e Finanza, la Studio FcCrr Associati, la Trio S.r.l..

 

[25] In Gazzetta del Sud, 27 luglio 2002. Nella vicina stazione di Vibo-Pizzo dove la Demoter sta eseguendo lavori all’interno di alcune gallerie, il 15 novembre 2001, si è verificato un incendio alla locomotiva che trainava alcuni vagoni della ditta messinese sino al locale deposito. Le fiamme, sviluppatesi rapidamente, hanno avvolto il locomotore, lambendo gli automezzi della Demoter. L’incidente ha avuto conseguenze dirette sul traffico ferroviario da e per Villa San Giovanni

 

[26] In Gazzetta del Sud, 23 maggio 2001.

 

[27] N. Anselmo, "Improvvisamente Alfano", Gazzetta del Sud, 17 giugno 2001.

 

[28] N. Anselmo, "Il pizzo alle imprese dello stadio S. Filippo", Gazzetta del Sud, 9 gennaio 2002.

 

[29] Raggruppamento Operativo Speciale Carabinieri – 1° Reparto Investigativo, "Indagine ‘Grande Oriente’", Roma, 30 luglio 1996, p. 245.