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GIORGIO GABER
Il primo gennaio dell’anno scorso se ne andava
Giorgio Gaber.
Pochi in questi giorni se ne sono ricordati.
di Nando Mainardi per Ecomancina.com
Eppure Gaber ha saputo costruire un percorso
artistico originalissimo, che lo ha trasformato da interprete e
autore di canzonette ora ironiche ora sentimentali negli anni ’60
("La ballata del Cerruti Gino", "Porta Romana",
"Non arrossire", "Il Riccardo" e tante altre) ad
un punto di riferimento teatrale, musicale e anche politico per chi
ha prima creduto nella grande spinta dei movimenti a partire dalla
svolta del ’68 e poi si è disilluso e si è trovato a fare i
conti con i decenni del liberismo trionfante e dell’individualismo
più sfrenato.
In un libro edito dalla Riuniti ed uscito nelle
settimane scorse (Giorgio Gaber 1958-2003. Il teatro e le canzoni),
Paolo Jachia individua alcuni momenti fondamentali in cui il
percorso di Gaber innova e s’intreccia a sua volta con le
innovazioni più complessive della canzone italiana.
Quando Gaber comincia a cantare, ad esempio,
partecipa con altri "eroici" al superamento della
tradizione melodica retorica e melensa della canzonetta.
Lo fa a partire dal rock and roll, prima
accompagnando alla chitarra Celentano, poi diventando interprete di
brani, oggi innocenti e un po’ goffi, ma allora stravolgenti come
"Ciao ti dirò" (scritta con Tenco).
E prosegue cominciando a collaborare con un
intellettuale milanese, Umberto Simonetta, e scrivendo con lui brani
che narrano piccole e lievi storie ambientate proprio nella capitale
lombarda.
Sono gli anni successivi alla vittoria di Modugno
a Sanremo con "Nel blu dipinto di blu", da molti
considerato come un vero e proprio spartiacque, e in cui il
discografico Nanni Ricordi raccoglie attorno a sé, oltre a Gaber
stesso, i giovani Paoli, Endrigo, Tenco, Bindi, Jannacci….
Oppure, facendo un salto temporale, alla fine
degli anni ’60, dove troviamo un Gaber ormai famoso e noto al
grande pubblico televisivo, ma in crisi, inquieto, insoddisfatto,
alla ricerca di una dimensione diversa rispetto a quella
musical-canzonettistica (partecipa a più edizioni del Festival di
Sanremo) e a quella semplicemente cabarettistica.
Gaber partecipa peraltro a Sanremo proprio nel
’67 con una canzoncina beat e un po’ moraleggiante come "E
allora dai", quando Luigi Tenco, escluso dalla finale, si
uccide con un colpo di pistola.
La morte di Tenco, stritolato artisticamente tra
le esigenze di un mercato discografico ispirato da logiche sempre
più commerciali e la propria volontà di trovare una strada
espressiva non banale e sincera, non può non aver inciso sulla
svolta successiva di Gaber.
E’ una fase, siamo attorno al ’68, in cui
evidentemente il vento del cambiamento sociale "bussa"
alla porta anche dello "show business".
E’ però nei primi anni del decennio successivo
che Gaber abbandona la televisione e il circuito discografico
tradizionale per dedicarsi alla realizzazione di spettacoli teatrali
che diventeranno a breve una sorta di "coscienza critica"
dei movimenti nati propri a partire dal ’68.
Gaber da cantore, a tratti un po’ dubbioso, ma
tutto sommato interessato e abbastanza fiducioso (ricordiamo il
ritornello "La libertà è partecipazione") nel movimento,
diventa successivamente più distaccato e critico fino a maturare
una vera e propria rottura con lo spettacolo "Polli di
allevamento" del 1977-78, dove denuncia in maniera anche
violenta il falso anticonformismo, a suo giudizio, degli
"alternativi".
Sono anni in cui Gaber porta in giro per l’Italia
spettacoli costituiti da brevi monologhi e canzoni, spesso ispirati
dai testi fondamentali dell’antipsichiatria, in cui affronta ora
con passione ora con distacco ora con dolore il tema dell’intreccio
tra "personale" e politico".
Ascoltati oggi, "Anche per oggi non si
vola", "Libertà obbligatoria", rappresentano uno
sguardo sulla realtà e sulla voglia di cambiare a tratti forse un
po’ superato, ma comunque appassionato, mai dogmatico o banale.
Già allora Gaber diffidava delle semplificazioni
ideologiche, e riteneva necessario indagare le contraddizioni tra la
tensione collettiva al cambiamento e il vissuto personale.
La rottura con gli anni ’70 avviene in maniera
definitiva con la canzone invettiva, e censuratissima, "Io se
fossi Dio"(1980), dove Gaber consolida la propria posizione
"anarcoindividualista" e se la prende un po’ con tutti,
Moro, le Br, le brutture della politica e della società.
I decenni successivi vedono Gaber proseguire
nella formula del "teatro canzone" e sviluppare la propria
attenzione sulla solitudine dell’uomo, sulla massificazione delle
persone e dei sentimenti, sulla ricerca di una nuova morale laica.
Riemerge, in fondo, ancora la problematicità del
rapporto tra individuo e società, ma in maniera più disperata,
esistenziale, pessimistica.
E’ stato spesso accusato di qualunquismo,
nichilismo, filo-leghismo e filo-berlusconismo e altro ancora, cui
Gaber ha replicato dicendo "Sono di sinistra, ma non
"della" sinistra".
Sicuramente era un cane sciolto, e alcuni temi
quali il rifiuto del buonismo e la ricerca di un "egoismo
sano", la necessità di ritrovare un senso di appartenenza e
comunità da contrapporre ad un mercato sempre più
spersonalizzante, s’intersecano con sensibilità e approcci spesso
molto distanti.
E sicuramente l’"Adorno del Giambellino"
(così lo ha definito il giornalista Gianni Riotta) è stato un
interprete controverso dei nostri tempi, che ha saputo
"aprire" la canzone e il suo essere uomo di spettacolo
alle speranze, alle angosce, alle sconfitte, alle derive e alla
ricerca, di chi ha cercato di cambiare il mondo e ad un certo punto
si è accorto di non esserci riuscito; che ha contribuito come pochi
altri a mandare in crisi la separatezza tra vita reale e quella
rappresentata in maniera spesso ovattata ed edulcorata nelle
canzonette e alla televisione.
Certo, si sentiva senza prospettive negli
ultimissimi anni nel denunciare la falsità della dittatura del
pensiero unico, e non si accorgeva che cresceva una parte della
società che ancora si ribellava, che ancora chiedeva un altro mondo
possibile, ma era al contempo lucidissimo e ancora una volta
spiazzante nel riconoscere i suoi limiti e il suo anacronismo (e
forse l’imminente morte) cantando di appartenere ad "una
razza in estinzione". |